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Paura liquida

Paura liquida
Paura liquida
trad. di M. Cupellaro
Edizione: 20084
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842081623
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Sociologia della cultura
  • Pagine: 240
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«La paura più temibile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, libera, disancorata, fluttuante, priva di un indirizzo o di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. ‘Paura’ è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare

Credevamo che nella modernità saremmo riusciti a lasciarci alle spalle le paure che avevano pervaso la vita in passato; credevamo che saremmo stati in grado di prendere il controllo della nostra esistenza. «Noi, uomini e donne che abitiamo la parte ‘sviluppata’ del mondo (la più ricca, la più modernizzata), siamo ‘oggettivamente’ le persone più al sicuro nella storia dell’umanità». Lo siamo contro le forze della natura, contro la debolezza congenita del nostro corpo, contro le aggressioni esterne. Eppure proprio noi che godiamo di sicurezza e comfort senza precedenti, viviamo in uno stato di costante allarme. Questo nuovo libro di Zygmunt Bauman è un inventario delle nostre paure. E` il tentativo di scoprirne le origini comuni, di esaminare i modi per disinnescarle e aprirci gli occhi sul compito con cui dobbiamo confrontarci se vogliamo che domani i nostri simili riemergano più forti e sicuri di quanto noi siamo mai stati.

Due edizioni in due settimane!

Indice

Introduzione. Origine, dinamica e usi della paura - 1. Paura della morte - 2. La paura e il male - 3. Orrore dell’ingestibile - 4. Terrore del globale - 5. Far affiorare le paure - 6. Il pensiero contro la paura (conclusione provvisoria per chi si chieda che fare) - Note - Indice dei nomi e delle cose notevoli

Leggi un brano

La paura è una sensazione nota a ogni creatura vivente. Gli uomini condividono tale esperienza con gli animali. Gli etologi hanno descritto con abbondanza di dettagli il ricco repertorio di reazioni degli animali di fronte a un’immediata minaccia per la loro vita: reazioni che – come per gli uomini – oscillano tra fuga e aggressione. L’uomo conosce però anche un altro tipo di paura, di «secondo grado»: una paura, per così dire, socialmente e culturalmente «riciclata», ovvero «derivata» (come la chiama Hugues Lagrange nel suo fondamentale studio sull’argomento): una paura che – indipendentemente dalla presenza immediata o meno di una minaccia – orienta il comportamento dell’essere umano dopo aver modificato la sua percezione del mondo e le aspettative che ne guidano le scelte. La paura secondaria può essere vista come il sedimento di un’esperienza passata in cui si è dovuta affrontare una minaccia a bruciapelo: sedimento che sopravvive a tale esperienza e diventa un fattore importante nel regolare la condotta umana anche quando non sussiste più una minaccia diretta alla vita o all’integrità fisica.

La «paura derivata» è un preciso stato d’animo che può essere descritto come sensibilità al pericolo: senso di insicurezza (il mondo è pieno di pericoli che possono colpire in qualsiasi momento senza preavviso, o quasi) e di vulnerabilità (nell’eventualità in cui il pericolo colpisca ci saranno ben poche o nessuna possibilità di sfuggirgli o di difendersene con successo: presumere di essere vulnerabile ai pericoli dipende più dalla mancanza di fiducia nelle difese disponibili che dall’entità o dalla natura delle minacce effettive). Una persona che ha interiorizzato una visione del mondo che includa l’insicurezza e la vulnerabilità farà ricorso abitualmente – anche in assenza di minacce effettive – alle reazioni che sono appropriate nel caso di un incontro a bruciapelo con il pericolo; la paura derivata si autoalimenta.

È stato ampiamente notato, ad esempio, che l’opinione secondo cui il «mondo là fuori» è pericoloso ed è meglio evitarlo, è più diffusa tra coloro che di rado escono la sera, quando i pericoli appaiono loro particolarmente temibili. E non c’è modo di sapere se costoro evitino di uscire di casa perché avvertano tale pericolo o se, al contrario, il loro timore di pericoli indefiniti in agguato nelle strade buie sia dovuto alla scarsa familiarità con quei luoghi, per cui hanno perso la rassicurante capacità di fronteggiare una minaccia, o con l’esperienza personale e diretta di tali minacce, che li rende inclini a lasciar correre a briglia sciolta l’immaginazione, già afflitta dalla paura.

I pericoli che si temono (e le paure derivate che suscitano) possono essere di tre tipi. Alcuni minacciano il corpo e gli averi. Altri sono di natura più generale, e minacciano la stabilità e l’affidabilità dell’ordine sociale da cui dipendono la sicurezza del proprio sostentamento (reddito, lavoro) o la propria sopravvivenza in caso di invalidità o di vecchiaia. Esistono poi pericoli che insidiano la propria collocazione nel mondo: la posizione nella gerarchia sociale, l’identità (di classe, genere, etnia o religione) e, più in generale, espongono alla possibilità di essere umiliati ed esclusi a livello sociale. Numerosi studi mostrano, tuttavia, che la paura derivata, nella coscienza di chi vi è soggetto, tende a essere «sganciata» dai pericoli che la provocano. Chi è afflitto dal senso di insicurezza e vulnerabilità può interpretare una paura derivata mettendola in relazione a uno qualsiasi dei tre tipi di pericoli, a prescindere dalle prove del loro rispettivo peso e responsabilità, e anzi spesso in contrasto con esse. Le reazioni difensive o aggressive che ne risultano, volte ad attenuare la paura, possono dunque essere indirizzate altrove rispetto ai pericoli che sono i veri responsabili della presunzione di insicurezza.

Recensioni

Wlodek Goldkorn su: L’Espresso (03/01/2008)


«Nel mio libro "The arts ot life", non ancora pubblicato, parlo tra le altre cose di coloro che aiutavano gli ebrei in Polonia durante l'occupazione nazista. La punizione per questo tipo di reato era la pena di morte. Perché lo facevano? I sociologi non sono riusciti a trovare una correlazione tra idee politiche, forza delle fede e comportamento concreto. Io avanzo l'ipotesi che chi aiutava gli ebrei lo faceva perché sentiva che la vergogna fosse più forte della paura della morte. E questo, a pensarci bene, è un messaggio di speranza. Il nostro carattere conta nella storia...» Zygmunt Bauman ha 82 anni, è nato a Poznan in Polonia, è sociologo britannico, professore emerito all'Università di Leeds e uno degli intellettuali più influenti di questo inizio di secolo. Ha coniato il termine "Modernità liquida", ed è il titolo di un suo celebre libro. In "Amore liquido", ha spiegato che i nostri sentimenti sono privi di punti di ancoraggio. E dopo aver dato alla stampa "Vita liquida" e "Società sotto assedio", ora l'editore Laterza sta per mandare in libreria "Paura liquida", un altro suo importantissimo saggio. Ma prima di diventare l'acuto analista della condizione postmoderna, Bauman si è misurato con il cuore stesso della modernità: ha indagato su come l'illusione del progresso e del regno della ragione abbia reso possibile la Shoah e il crollo della civiltà ("Modernità e Olocausto", il libro che per la sua importanza sta accanto a "La banalità del male" di Hannah Arendt). In questa intervista a "L'espresso" parla della paura e del nostro bisogno della sicurezza.

Professor Bauman, ha detto che la vergogna è più forte della paura della morte. Ci vuole una situazione così estrema, come quella che ha descritto, per capirlo?«No. E le faccio un altro esempio: pensi a persone come Vaclav Havel in Cecoslovacchia o Jacek Kuron in Polonia. Non hanno avuto carri armati a disposizione, né folle osannanti alla tv. Con la sola forza della volontà, con perseveranza e coraggio, con l'idea che si potessero pensare e mettere in atto cose "impensabili" hanno saputo cambiare il vissuto delle persone e il presente dei loro paesi, e lasciare così nel mondo un segno concreto della loro esistenza.»

Ma perché abbiamo bisogno di sicurezza? Per quale ragione temiamo il rischio? La paura una volta era materiale, il diavolo aveva un corpo, la natura era sconosciuta, mentre oggi è astratta? «Il desiderio di "sentirsi al sicuro" è comune a tutti gli umani, e forse non solo a loro: una volta lo chiamavano l'"istinto di sopravvivenza". Però per gli umani la sopravvivenza ha una senso molto più ampio che non per gli altri animali, comprende anche la salvaguardia del proprio status sociale e della dignità a fronte ai pericoli di fallimento e dell'umiliazione. Oggi, i pericoli per la sopravvivenza fisica e che derivano dai capricci della natura non sono così gravi come lo erano nel passato, i lupi sono spariti dai boschi, sono state inventare medicine che curano le malattie una volta inguaribili, ci sono gli antidolorifici... È cresciuta invece la preoccupazione di perdere l'identità sociale, di subire umiliazioni e di vedere calpestata la propria dignità. Oggi, il modo con cui guadagniamo i mezzi per vivere, i valori della professionalità, la valutazione che la società dà alle virtù e ai successi, i legami intimi e i diritti acquisiti, tutto questo è fragile, provvisorio e soggetto alla revoca. E nessuno sa quando e da dove arriverà il colpo fatale. Mentre i nostri antenati sapevano bene che occorreva avere paura di lupi affamati o dei banditi sui cigli delle strade. Non è quindi l'astrazione a rendere i pericoli in apparenza più gravi, ma la difficoltà di collocarli, e quindi di evitarli e di controbatterli».

Per essere concreti, perché abbiamo paura degli immigrati, degli zingari?«Perché le minacce più spaventose sono oggi nascoste in una specie di terra di nessuno, globale. Sono terribili, perché impercettibili e quindi fuori dai nostri, miseri mezzi di difesa (per esempio, capitali erranti o concorrenti avidi in grado di privarci del nostro posto di lavoro e dei nostri introiti, i terroristi, la criminalità organizzata, le epidemie). Gli immigrati sono l'incarnazione delle paure non pronunciate. Sono l'unica avanguardia visibile con l'occhio nudo, e che possiamo toccare con mano. Sono, come diceva Bertolt Brecht, i messaggeri della cattiva notizia: annunciano quanto sia fragile la nostra esistenza. E siccome sono qui, accanto a noi, possiamo finalmente intraprendere qualcosa di "concreto" per arginare il pericolo. Chiudendoli nei campi profughi o deportandoli, "bruciamo le forze ostili in effigie". Scarichiamo così la tensione, ma non risolviamo niente».

Un'altra paura, il terrorismo. Perché se ne parla tanto, anche se le vittime non sono numerosissime? È proprio su questo che poggia la strategia dei terroristi: sono sicuri che le loro gesta creeranno molto più effetto psicologico e morale, parlandone, che non risultati e danni concreti, provocati delle loro armi primitive e artigianali. I terroristi possono contare sulla collaborazione dei media, che riportano su scala globale le loro azioni locali; su potenti armate che in rappresaglia per queste azioni semineranno distruzione e odio, procurando ai terroristi schiere di nuove reclute; sui governi che vedono nelle azioni terroristiche (quelle riuscite e quelle fallite, o pianificate o solo pensate, o in sospetto di essere pensate), una chance per dimostrare di essere vigili ed efficaci e di ottenere l'applauso degli elettori».

In "Paura liquida", lei dice che i media mettono in continuazione in guardia dai presunti o veri pericoli in arrivo. Finita l'emergenza, passano a parlare di altri, futuri pericoli. E scrivendo di Katrina e del caos a New Orleans dopo l'uragano, riflette su come la civiltà sia fragile e crolli di fronte alle catastrofi. Pensiamo che la messa in guardia può salvarci dall'apocalisse?«Sarebbe bello poter pensare che la nostra civiltà proceda verso il regno di ragione e delle moralità, seppure con qualche incidente di percorso. Ma non è così, purtroppo. Alcuni osservatori coltissimi sostengono che le impertinenti ambizioni della modernità sono cominciate con lo choc causato dal terremoto a Lisbona (nel 1755, ne ha dedicato pagine memorabili Voltaire, ndr): una natura cieca, priva di ogni razionalità, indifferente alle distinzioni tra virtù e peccato tra merito e colpa, colpisce a casaccio. Occorre quindi arginare la forza degli elementi, costringere la natura ad adoperare le categorie del bene e del male. E con l'ausilio della ragione e della tecnica l'umanità darà un ordine morale a un caos amorale».

Ha appena fatto la sintesi del pensiero illuminista. Il risultato?«l risultati sono diversi dalle intenzioni. Non siamo riusciti a convincere la natura a ubbidire all'immaginazione umana di pregi e difetti. Però le conseguenze delle nostre azioni, ineccepibili dal punto di vista tecnico, ci colpiscono con una crudeltà irrazionale, crudeltà che finora attribuivamo proprio e solo alla natura».

E dove il problema?“Il problema sta nel fatto che, nonostante l'evidenza, non si sono mai spente le promesse di poter trasferire sulla tecnica e sui suoi prodotti il compito di risolvere le questioni umane e le ambizioni di trasformare il mondo (e i suoi abitanti), secondo gli imperativi della ragione tecnico-scientifica».

Da dove viene questa resistenza ad arrendersi all'evidenza?«Lo ha chiarito, in parte Ulrich Beck (sociologo tedesco, ndr) parlando dei pericoli di oggi e del passato. A differenza di quelli antichi, i pericoli di oggi non sono percepibili con l'occhio nudo. Non sono visti finché non li portano alla nostra conoscenza gli esperti, che sono attrezzati per farlo. La nostra futura esistenza dipende quindi in gran parte dalla nostra attenzione nei loro confronti. La fiducia negli specialisti della tecnica e della scienza si amalgama così con l'istinto di sopravvivenza

Un altro fattore di insicurezza. C'è sempre meno Stato. Diminuisce perfino il numero dei portalettere e dei ferrovieri. È l'estinzione dello Stato come lo voleva Lenin, ma in versione neo-liberale e non in quella sovietica?«Una bella annotazione. Lo Stato, si priva di una sempre più grande dose della sua potenza autarchica, e quindi diventa incapace di assumersi l'insieme delle sue funzioni. Lo Stato, per dovere, ma con l'entusiasmo degno di una causa migliore, delega i propri compiti, anzi li dà "in affitto" alle forze di mercato, che sono anonime, prive di un volto. Di conseguenza i compiti che sono vitali per il funzionamenti e il futuro della società sfuggono alla supervisione della politica e quindi a ogni controllo democratico. Il risultato: si affievolisce il senso di comunità e si frantuma la solidarietà sociale. Se non fosse per la paura degli immigrati e dei terroristi, l'idea stessa dello Stato come un bene comune e una comunità di cittadini sarebbe fallita».

Ogni giorno vediamo cose terribili, che accadono fuori, e in contemporanea nel nostro salotto sullo schermo tv (Iraq, Cecenia, Palestina, Israele). Ci tolgono ogni sensazione di sicurezza. Per timore che così sarà anche il nostro futuro? O c'è una speranza di liberazione dalla paura, come ai tempi di un'altra guerra aveva promesso Roosevelt?Non ho gli strumenti per dire che cosa sarà il futuro quando diventerà realtà quotidiana. Ma so che lo sforzo di resuscitare quelle potenzialità del passato che sono state annientate e abbandonate con troppa leggerezza e troppo presto, determineranno la forma con cui sarà disegnato l'avvenire; e tra queste potenzialità: la speranza di liberarci dalla paura. Ma la cura per il futuro sta anche nella speranza, ancora più generale e più importante, di un mondo libero dalle umiliazioni e più ospitale per la dignità umana »

Lelio Demichelis su: tuttoLibri (19/01/2008)

L’idea di «liquidità» – qualcosa di fluido, leggero, nomade, flessibile, immateriale – è sicuramente affascinante, anche perché sembra distanziarci dalle insopportabili pesantezze del passato, nel lavoro (la fabbrica fordista) e nella società (conformismi, burocrazia, stato sociale). Pesantezze oggi sostituite da rete, libertà, mobilità, autonomia, creatività, divertimento, capricci di consumo e di vita. Ma questa idea – se diventa un luogo comune – rischia facilmente di svalutarsi. Pensare alla «liquidità» significa rifarsi soprattutto a Zygmunt Baurnan, uno dei più originali sociologi di questi ultimi anni. A partire dai suo Modernità liquida, dove tratteggiava appunto la diversità della modernità attuale da quella «pesante» della prima metà del Novecento. Onore a Bauman, maestro indiscusso e insostituibile. Dopo Modernità liquida, Vita liquida e Amore liquido, ora è uscito il suo nuovo libro, Paura liquida (Laterza, traduzione di Marco Cupellaro, pp. 236, € 15). Ma dopo aver letto l’ultima pagina – di questo che è uno dei suoi migliori libri tra gli ultimi usciti – resta una personalissima domanda: perché definirla «liquida», se quella (così perfettamente) descritta sembra (anzi: è) una paura tutto meno che «liquida»?Criminalità, stranieri, precarietà del lavoro e della vita, imprevedibilità del futuro e la guerra al terrorismo. Dalle pagine di Bauman esce una società impaurita (per «l’ubiquità delle paure» che la percorrono) e impotente; ma anche, e proprio per questo, più docile, più assoggettata all’esistente, incapace di immaginare alternative, perché le paure sono individualizzate e non devono trovare momenti di soluzione condivisa e collettiva. «Mettere paura» è una vecchia strategia, paura chiama sicurezza e obbedienza e oggi non si accetterebbero tanti controlli se la produzione di paura non avesse preparato, da tempo, il terreno. La «modernità liquida» sembra generare dunque non una paura «liquida», come pensa Bauman, ma densissima proprio perché la «globalizzazione negativa» (così la chiama) non funzionerebbe se non accompagnata da un crescente controllo e da una crescente anestetizzazione della società. E cosa meglio di una paura indistinta, sempre diversa, continua, senza una causa identificabile e l’assenza di codici di condotta?Ma poi – e su tutto – un dubbio: davvero viviamo in una società aperta e in una «modernità liquida»? E se invece, nella sua apparente «liquidità», fosse essa stessa pesantissima, più di quella «pesante» di ieri? Non è forse «pesantissima» la precarizzazione del lavoro, gli orari sempre più lunghi e sempre più intensi, la messa al lavoro delle vite intere? Dietro (o sotto) l’apparenza della «liquidità» sembra nascondersi forse la società più «pesante» mai realizzata.

Giuseppe Galasso su: Il Corriere della Sera (14/02/2008)


«Questo libro», dice Zygmunt Bauman, «è un inventario delle paure liquido-moderne», e tenta di individuare le loro radici comuni e i modi di vincerle.

La «modernità liquida» è per lui il mondo post-moderno, in cui «la vita liquida scorre da una sfida all'altra, da un episodio all'altro, e per la consuetudine che abbiamo con le sfide e gli episodi, essi tendono a non durare a lungo». Per le paure è lo stesso. La speranza illuministica di tagliarne le radici non si è realizzata. Anzi, «nel contesto liquido-moderno la lotta contro le paure si è rivelata un compito a vita», e i pericoli per cui nascono sono diventati «compagni permanenti e inseparabili della vita umana».

Preoccupante è poi specialmente la prospettiva politica alla quale per Bauman il dilagare della paura sembra destinare l'umanità del XXI secolo. «La nostra globalizzazione negativa — egli scrive — oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e l'offrire sicurezza sotto forma di illibertà». Di più non c'è da sperare, e Bauman, che certo non pecca di incoerenza e non difetta di spirito consequenziario, ne deduce, infatti, che «ciò renderà la catastrofe "ineluttabile"».

D'altra parte, egli non si pone, però, come un catastrofista assoluto. Ci lascia una via d'uscita, la cui porta, se eventualmente non si rivelasse comoda, avrebbe sempre il pregio di essere aperta e praticabile. Solo ritenendo ineluttabile la catastrofe, afferma altrettanto categoricamente, solo prendendola davvero sul serio, l'umanità ha speranza «di renderla evitabile». E ciò significa che il secolo in cui siamo appena entrati «può essere un'epoca di catastrofe definitiva», ma anche essere l'epoca «in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità».

Dalle ceneri del profeta di sciagura, che si augura dalla storia una solenne e liquidatoria smentita delle proprie profezie, viene fuori, così, trepidante, ma sicuro di sé, un neo-illuminista (o almeno un neo-positivista), che vede nella ragione l'arma decisiva per vincere la paura, cioè un atteggiamento per nulla razionale, e pensa con fiducia all'arca di un'alleanza tra philosophes (o scienziati) e popolo, tra la ragione e ciò che vi rilutta e si condanna, così, da sé. E questo scenario, che chiude il libro, non è il coup de théâtre di uno spirito a corto d'argomenti. Si sente a fior di pelle la realtà della scommessa che Bauman intende fare e proporre quando termina esprimendo la speranza «di poter ancora scegliere tra questi due futuri», la catastrofe, cioè, o quell'alleanza.

Bauman non è, però, solo un predicatore di alternative estreme. La sua analisi dell'insinuarsi della paura (di innumerevoli paure) nel mondo liquido-moderno per effetto di quella che definisce «globalizzazione negativa» è minuziosa e impressionante, ed è forse ciò che nel suo libro colpisce di più. A suo avviso, questa globalizzazione è, peraltro, l'opera di una «sovraclasse globale», che così «continua a gratificare se stessa su una scala sbalorditiva, senza essere disturbata», e, anzi, con «grandi guadagni» e «scarsissimi rischi». Ma, mi chiedo, non c'è qui un po' troppo di «forze oscure della reazione», operanti nell'ombra per continuare nei loro privilegi? Non si riflette qui, fin troppo, la matrice marxistica di Bauman, con questa visione di una «internazionale del denaro», che fa e disfa tutto a suo vantaggio?

Credo di sì. E così pure credo che la prevedibilità («uno degli attributi di cui più si avverte la mancanza nel mondo liquido-moderno globalizzato negativamente») sia solo una condizione permanente dell'esperienza umana. Chi, un po' prima, avrebbe previsto la rivoluzione in Francia nel 1789 o, nei primi mesi del 1914, la «grande guerra» in Europa? L'imprevedibilità è solo ciò a cui ci mette di fronte la volontà (distruttiva quanto creativa) delle forze che fanno la storia. Pensare di eliminare imprevedibilità e paure equivale a credere a un'umanità e a uomini diversi da quelli che conosciamo da sempre. Proprio per questo, però, conoscere le paure e considerare l'imprevedibile è essenziale nella vita dei singoli e delle collettività, nonché nell'azione di chi le governa. E su questo piano il libro di Bauman è certo di non comune acume e interesse per ciò che dice delle paure nel mondo da lui definito liquido-moderno (che, però, va pur detto, è un mondo di uomini non diversi da quelli di ogni altro mondo, anche solido, se ve ne sono mai stati).

Alberto Garlini su: Il Giornale (25/02/2008)


Zygmunt Bauman è gentilissimo, vigoroso nonostante l'età, incapace di parlare con una persona senza instaurare un rapporto umano. Ha una intelligenza acutissima che si muove su ogni cosa, niente resta fuori dalla sua curiosità, e oserei dire carità, onnivora. Ebreo polacco, durante l'invasione nazista ha combattuto con l'armata rossa, meritandosi la croce al valore. Nella Polonia comunista, ha sostenuto tesi critiche verso il governo, ed è stato costretto all'esilio nel 1968, rifugiandosi prima in Israele e poi a Leeds, dove ha insegnato sociologia fino al 1990. Da quella data inizia il suo periodo più creativo. Decine di libri che analizzano la nostra condizione postmoderna attraverso concetti chiave che hanno fatto epoca: modernità liquida, amore liquido, vite di scarto. L'attualità si distingue dal passato per avere perso solidità. Viviamo in un periodo di incertezza, disimpegno politico e indifferenza morale. La libertà privatizzata ha come volto oscuro uno strisciante disinteresse per la sfera pubblica, e una instabilità angosciante. Come continuazione e approfondimento di questi temi si può leggere, almeno in prima battuta, il suo ultimo libro, Paura liquida (Laterza). Nell'uomo esiste una particolare sensibilità al pericolo, che cambia la visione della vita, anche in assenza di una minaccia reale. Nella nostra epoca questa paura latente, potremmo dire liquida, è assai diffusa. «Paura - scrive Bauman - è il nome che diamo alla nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c'è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla». La paura esiste dappertutto, può essere un uomo con una kefiah, oppure un ritardo della figlia, o una strada sconosciuta, o una piccola recessione in borsa, o un virus isolato in Indonesia. Ognuno di noi conosce queste paure, e non riesce mai ad affrontarle se non emotivamente. Il mondo sembra una grande incubatrice di paure, che paralizzano e provocano visioni distorte della realtà. Il saggio di Bauman prospetta una nuova coscienza, che non annulla le cause, ma le incornicia in un quadro di consapevolezza.

«Questa mattina mi sono svegliato con l'angoscia...», un tempo erano parole rare, oggi si sentono spesso dalle persone con cui si ha confidenza. Siamo davvero schiavi delle paure? E queste paure perché sono così indeterminate e come ci cambiano il modo di vedere il mondo?«Reali o immaginarie, genuine o fittizie - le paure sono tante. L'aspetto più spaventoso delle nostre paure è che noi non sappiamo per certo, né lo potremo mai sapere, quali sono genuine e quali inventate: non sappiamo cos'è realmente spaventoso e cosa è stato inventato per tentarci o costringerci a spendere più soldi in cose di cui non abbiamo veramente bisogno, o per dare il nostro sostegno a politici che non hanno necessariamente a cuore i nostri interessi... Le paure provengono virtualmente da qualsiasi luogo: lavori instabili, competenze inaffidabili, le poste nel gioco della vita che cambiano costantemente, fragilità delle relazioni. Tutte queste paure si alimentano l'un l'altra e si rinforzano, combinandosi in uno stato mentale e di sensibilità che possiamo descrivere solo come "insicurezza ambientale". Ci sentiamo insicuri, vagamente minacciati, senza conoscere l'origine delle nostre ansie, insicuri su cosa fare... Le paure sono, per così dire, "fluttuanti", " dis-ancorate". Non dobbiamo meravigliarci se in tali condizioni siamo, per così dire, "psicologicamente pronti" al disastro - ci aspettiamo che il mondo sia un contenitore pieno di pericoli. Continue notizie di nuovi oltraggi forniscono enormi carichi di ansia inespressa che aspetta solo un punto di sfogo».

La paura più temibile è la paura priva di un indirizzo e di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. Ma come possiamo estirparle, vederle cioè nella loro vera ed evanescente consistenza?«Il loro carattere "liquido", difficile da definire e analizzare, rende le nostre paure inclini a essere trasformate in capitale politico e/o commerciale - che i politici e i commercianti di beni di consumo sono tentati e ansiosi di trasformare a loro profitto. La ben nota insistenza a "fare qualcosa" riguardo le cause (ignote) dell'ansia, a combattere contro le minacce (invisibili), può essere deviata e focalizzata su oggetti non necessariamente responsabili del sentimento di insicurezza, quanto invece convenienti dal punto di vista del profitto politico o commerciale. Questo slittamento non serve a curare l'ansia e quindi non diminuirà il rifornimento del "capitale di paura" a disposizione per l'impiego politico e commerciale - ma servirà a vendere bene i servizi dei competitors del potere di Stato e dei venditori di beni collegati alla sicurezza, e (per un breve periodo di tempo) a scaricare un po' di tensione. Quando le paure pubbliche diventano un capitale allettante per i profitti, le possibilità di estirparne le radici sono molto poche; al contrario, i governi e i manager del marketing sono interessati a tenere intatto il volume delle paure; anzi, se possibile, a innalzarlo».

La paura liquida sembra situarsi nella modernità liquida rendendola ancora più incerta, frammentaria, precaria. In qualche modo, l'antico spettro delle "forze della natura" sembra moltiplicato. E il disegno che prevede il progresso inarrestabile dell'uomo, esaurito.«I pensatori della rivoluzione moderna avevano due ossessioni schiaccianti: riorganizzare la società secondo i principi della ragione e sottomettere la natura al controllo umano. Speravano che realizzando quelle ambizioni la vita umana avrebbe smesso di essere "cattiva, brutale e breve". Gli umani sarebbero finalmente stati liberati dai rischi della contingenza e protetti contro i colpi del fato e delle catastrofi - sia che queste fossero causate dall'uomo, che dalle forze della natura, notoriamente cieche e imprevedibili. Il "progetto dell'Illuminismo" rimane incompiuto, come ribadisce Jürgen Habermas; ma oggi abbiamo altri buoni motivi per credere che potrebbe essere non-realizzabile. La Natura non è stata domata, sottomessa alla volontà umana e indotta a servire gli interessi umani; se le azioni umane sono servite a qualcosa, è a rendere la natura ancora più minacciosa e meno prevedibile. Ancora peggio - i tremendi pericoli che minacciano il futuro dell'umanità oggi non sono che i risultati accidentali e inattesi della lotta dell'uomo per il controllo sul fato. L'Illuminismo si aspettava di rendere la natura così ordinata, gestibile, docile e obbediente alla volontà e alla ragione umane così come sperava potessero diventare le azioni umane; definendo le aspettative e annientando le speranze, gli effetti sulle attività umane sono diventati tanto grandiosi e indomabili, ma anche tanto capricciosi e sinistri, quanto il temuto e odiato comportamento delle "forze cieche della natura".

Anche la paura sociale sembra trasformarsi, le lotte per l'uguaglianza hanno esaurito la loro corsa, non se ne parla più. Ma è inesauribile la produzione contemporanea di vite di scarto, che sono da una parte un enorme capitale di ribellismo e quindi generano paura, e dall'altra sono loro stessi soggetti di paure e angosce di esclusione.«La lotta per la giustizia sociale è sempre stata una lotta per la liberazione dalla paura... Ciò che ci spaventa è qualcosa di anormale, fuori dall'ordinario, non necessario, privo di un buon motivo: sono gli stessi tratti che caratterizzano l'"ingiustizia". Man mano che i Paesi e le popolazioni dalla povertà auto-inflitta diventano più ricchi, le paure più terrificanti e le più esecrate ingiustizie tendono a slittare dalla sfera della sopravvivenza fisica a quella della dignità umana e dell'autostima. Ciò che allora temiamo di più è la prospettiva di essere rifiutati. In altre parole, fa slittare il problema della sopravvivenza sociale; preservazione dello stato sociale ereditato o acquisito. Nella costellazione attuale delle condizioni, e anche delle prospettive anelate, di vita decente e piacevole, la stella della parità brilla ancora di più, mentre quella dell'uguaglianza scompare. La visione di condizioni di vita uniformi e universalmente condivise viene rimpiazzata da quella della diversificazione illimitata; e il diritto a diventare uguali viene sostituito dal diritto di essere e rimanere diverso senza che per questo vengano negate dignità e rispetto».

Benedetto Vecchi su: Il Manifesto (16/03/2008)


La recessione che sta coinvolgendo gran parte delle economie nazionali si sta diffondendo come un virus e ha come vettore i flussi del capitale finanziario. Per questo è impossibile prevedere le coordinate della diffusione del «contagio». Ma uno degli effetti certi della recessione è l'aumento dell'incertezza e della precarietà, che a loro volta alimentano la paura, il sentimento dominante nelle società capitaliste da alcuni lustri, da quando cioè il neoliberismo ha preso il posto del welfare state. Mettere però la paura, che generalmente viene considerato un sentimento individuale, in relazione con un modo di regolazione della vita sociale è un'operazione che necessita di alcuni chiarimenti preliminari, come sottolinea con la consueta chiarezza lo studioso di origine polacca Zygmunt Bauman nel suo ultimo saggio Paura liquida.

Non è certo la prima volta che Bauman scrive sul welfare state come la forma più avanzata di stato che si prende cura dei propri sudditi. E se il Leviatano di Thomas Hobbes altro non era che il necessario mostro posto a guardia del vivere in società, lo stato sociale doveva porre, secondo Bauman, la società al riparo delle tendenze distruttive dell'economia di mercato. I trent'anni che seguono la fine della seconda guerra mondiale sono quindi il periodo in cui la paura viene al fine «addomesticata», attraverso una relativa stabilità del lavoro, la possibilità di accedere a un servizio sanitario nazionale, e affrontare l'«autunno» della propria vita con relativa tranquillità grazie alla pensione.

Ma il welfare state non doveva consentire solo di poter ragionevolmente prevedere e programmare il proprio futuro, ma doveva intervenire allorché impreviste contingenze - un terremoto, un'inondazione o altri disastri dovuti alla «manipolazione umana» della natura — potessero essere affrontate. Il welfare state doveva cioè socializzare il sentimento della paura. Così facendo, lo stato sociale portava a compimento quel progetto di «buona società» che, abbozzato da Thomas Hobbes appunto nel Leviatano, è stato il demone con cui le società capitalistiche hanno dovuto sempre fare i conti.

Un virus ingovernabileLa ricostruzione dello sviluppo welfare state svolta da Zygmunt Bauman pecca sicuramente di una concezione storicista che lo porta a tracciare una linea di continuità tra la formazione dello stato moderno e la formazione del welfare state, relegando in secondo piano i momenti di discontinuità nella modernità capitalistica - in primis il conflitto operaio -, ma coglie con acume nell'«addomesticamento» della paura il maggiore fattore di legittimità dello stato sociale in quelle società uscite terrorizzate dalla seconda guerra mondiale, dalla Shoah e dalla prima esplosione di un'arma, la bomba atomica, che poteva cancellare la vita sull'intero pianeta.

Paura liquida non è però l'ennesimo trattato sul declino del welfare state. Il suo pregio maggiore è quando svela la relazione di causa ed effetto tra la crisi di quella costituzione materiale e la rinnovata «privatizzazione» della paura, sentimento che chiede tuttavia di essere nuovamente socializzato attraverso la costituzione di una «società del controllo» per prevenire le minacce alla vita privata. Così, mentre vengono demolite uno dopo l'altra le istituzioni del welfare state, gli strumenti per difendersi dall'incertezza e dalla precarietà vanno acquistati al mercato della protezione sociale. Altro elemento condivisibile di questo saggio è quando l'autore pone la fonte dell'incertezza, e dell'accresciuta precarietà delle condizioni sociali, al di fuori dei confini nazionali, lo spazio entro il quale invece si è sviluppato il welfare state.

Zygmunt Bauman ritorna quindi a guardare alla globalizzazione come il virus che diffondendosi, alimenta la paura e la conseguente impotenza nell'affrontarla, visto che è quasi impossibile individuare la sua fonte primaria, dato che ogni volta che si pensa di averla individuata ci si trova persi in un labirinto di specchi che riflettono l'immagine di un uomo o di una donna soli di fronte a se stessi.

Libro amaro, disincantato, vero e proprio esercizio di «pessimismo della ragione e della volontà», questo di Bauman, che ha come un contraltare il saggio Sociologia della globalizzazione (Einaudi) scritto da Saskia Sassen è da considerare un sorvegliato «ottimismo della ragione» per quanto riguarda la stato delle cose, individuando nei movimenti sociali globali il contesto in cui la paura può trovare risposte.

Due libri opposti, anche nello stile: pacato, riflessivo, «narrativo» quello di Bauman, assertivo e algido quello della Sassen. Ma sono tuttavia analisi e riflessioni complementari per comprendere lo stato dell'arte della globalizzazione, che continua in quella opera di destrutturazione della vita associata, tanto, nel Nord che nel Sud del pianeta, nonostante la recessione faccia emergere aspetti, contraddittori, come la cosiddetta «rinazionalizzazione» dell'economia, che rendono l'enfasi sul «mondo piatto» neoliberista del saggista statunitense Thomas L. Friedman un'espressione priva di fondamento. La globalizzazione è infatti un fenomeno contradditorio, che presenta tendenze tra loro configgenti, ma comunque irreversibile. I saggi di Bauman e Sassen sono, rispettivamente, un'accurata analisi di come l'economia mondiale trasformi profondamente i «sentimenti» e un affresco delle tendenze sul piano globale, assumendo con questo termine le gerarchie, i legami e i flussi tra il piano sovranazionale, nazionale, regionale e locale.

Una lotta di lunga durataDunque, le società capitaliste trasudano paura con la conseguente paralisi del «fare». Paura di non riuscire più a prevedere cosa accadrà nell'immediato futuro, sia che si tratti della perdita del lavoro che un rapporto amoroso. Ma anche timore che il fragile equilibrio che viene faticosamente conquistato sia mandato in frantumi dall'arrivo di «stranieri», una presenza percepita come aliena e ostile. Infine, l'impossibilità di prevedere ragionevolmente gli effetti dell'azione umana sulla natura, che torna a mostrare il suo volto ferigno, come ha dimostrato l'uragano Katrina negli Stati Uniti. Infine, la paura di aver paura. Tutti fattori che vanno a comporre quella tassonomia di sentimenti che si accompagnano ad essa: disincanto, cinismo, opportunismo e rancore.

Nelle società moderne, ma come è noto Bauman preferisce parlare di modernità liquida, «la vita è ormai diventata una lotta, lunga e probabilmente impossibile da vincere, contro l'impatto potenzialmente invalidante delle paure, e contro i pericoli, veri o presunti, che temiamo». Questa guerra permanente alla paura riflette, va da sé, le diseguaglianze sociali e di classe presenti nelle società. Le strategie di contenimento della paura sono infatti diversificate a seconda dei livelli di reddito che seguono rigorose differenze di classe, che alimentano a loro volta un'altra paura, quella di essere esclusi. Tutto ciò provoca, più che uno «stato di emergenza» un terrore di un generalizzato «stato di incolumità personale». Da qui il successo dei messaggi tranquillizzanti, seppur minacciosi verso le fonti di volta in volta individuate della paura lanciati dai movimenti politici su base religiosa o di quelli xenofobi e razzisti. Ma è questo anche il contesto che consente il dispiegarsi di «politiche della vita», che oscillano tra misure prescrittive e normative dei comportamenti individuali stabilite dallo stato e una complementare cancellazione dei diritti sociali della cittadinanza, ritenendo la protezione di fronte all'economia di mercato un fatto privato.

Un vecchio adagio sosteneva che con il capitalismo industriale la pietà è morta. Nella modernità liquida di Bauman c'è solo spazio per la sussidiarietà, cioè l'acquisto al mercato degli strumenti per quei servizi, beni, protezioni che possono rendere tollerabile la convivenza con la paura. E, sebbene la paura sia un sentimento globale, il suo «addomesticamento» avviene ancora su scala locale.

Paura liquida termina là dove prende avvio il saggio sulla globalizzazione di Saskia Sassen. Nonostante il tono apodittico che lo contraddistingue è un libro utile a dipanare appunto la matassa del rapporto tra globale e locale. In primo luogo, la studiosa respinge decisamente la tesi secondo la quale con la globalizzazione lo stato-nazione viene cancellato. Semmai, è il suo operato che viene modificato, perché lo stato-nazione diventa il «dominio strategico nel quale si compie un lavoro fondamentale per lo sviluppo della globalizzazione». Non quindi cancellazione, ma mutamento del concetto di sovranità. Saskia Sassen propone quindi una lettura molto articolata tanto del globale che del locale, arrivando a sostenere che la globalizzazione è da considerare una matrice in cui si strutturano le gerarchie, i flussi, i legami all'interno del quale l'operato dello stato nazionale non solo favorisce la globalizzazione, ma diventa protagonista nel creare le condizioni affinché si struttimi una geografia della globalizzazione, caratterizzata da reti di città globali, di regioni specializzate in determinate produzioni di merci, relazioni interstatali su basi continentali, flussi di capitali e di informazione attraverso veicolati da Internet. Lo stato-nazione lavora cioè a un inserimento istituzionale e localizzato della globalizzazione attraverso la «cessione» di alcune sue prerogative in materia di diritto — dalla proprietà intellettuale ai contenziosi tra imprese transnazionali — a organismi internazionali o a factory law private. Dunque non fine della sovranità nazionale, ma una sua metamorfosi che vede il locale fortemente segnato dal globale e viceversa.

Piccole apocalissiUn processo fortemente contradditorio e conflittuale, che può conoscere momenti di crisi, come ad esempio questa attuale recessione, considerata da molti studiosi una sorta di fine della spinta propulsiva della seconda ondata di globalizzazione, dopo l'esaurirsi della prima con la crisi della net-economy. Ed è in questo contesto che la paura sia sa considerare, per usare le parole di Zygmunt Bauman, l'effetto diretto di quella irruzione del «possibile» — il timore di essere esclusi, la perdita del posto di lavoro — nell'«impossibile», cioè quella «apocalisse personale» fino ad allora considerata una eventualità remota rispetto la propria condizione esistenziale. In altri saggi lo studioso di origine polacca ha parlato spesso della necessità di un welfare state globale, un esito che in Paura liquida diviene sempre più lontano nel tempo visto l'accentuarsi delle caratteristiche del neoliberismo. Prospettiva invece che viene proposta con forza da Saskia Sassen, articolata secondo le gerarchie, i flussi, le reti che caratterizzano la globalizzazione.

Proposta politica certamente condivisibile. La possibilità di «addomesticare» nuovamente la paura senza accentuare le differenze di classe va tuttavia cercata nei contemporanei movimenti sociali, vista la loro capacità di politicizzare i rapporti sociali. La posta in palio, infatti, non è la tollerabilità dell'irruzione del possibile nell'impossibile, ma di riuscire a far irrompere l'impossibile nel possibile. In altri termini, pensare alle proposte, all'azione dei movimenti sociali come l'impossibile che lacera la tela impregnata di paura del possibile. In fondo, per essere realisti occorre chiedere ancora l'impossibile.

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