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La democrazia

La democrazia
La democrazia
Storia di un'ideologia
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20186
Collana: Economica Laterza [464]
ISBN: 9788842086352
Argomenti: Storia d'Europa

In breve

Luciano Canfora riapre la fondamentale questione del rapporto tra libertà e democrazia. Questo libro coglie il carattere «inquietante» e «terribile» della libertà. Giulio Giorello, “Corriere della Sera – Magazine”

Pochi studiosi hanno, in Italia, la fortuna di unire in sé l’erudizione e la verve: Luciano Canfora è uno di essi, con in più una vena di polemica che rende la sua scrittura sempre sapida e stimolante. Con La democrazia non resteremo delusi: l’autore dà il meglio di sé. Angelo d’Orsi, “Tuttolibri”

«Nel mondo ricco ha vinto la libertà. Con le immani conseguenze che questo comporta. La democrazia è rinviata ad altre epoche.» La tesi radicale di Canfora reinterpreta la storia d’Europa e demolisce un preconcetto della nostra cultura politica.

Recensioni

Luciano Canfora su: Il Corriere della Sera (05/05/2004)


Anticipiamo un estratto dal libro di Luciano Canfora La democrazia. Storia di un'ideologia, in uscita il 7 maggio per l'editore Laterza. Il volume, incluso nella collana internazionale «Fare l'Europa», diretta dallo storico Jacques Le Goff, esamina l'evoluzione storica dell'idea di democrazia, partendo dal mondo classico fino ad arrivare ai nostri giorni, passando attraverso le rivoluzioni inglese, francese e russa. La tesi di Canfora è che, sin dalla Grecia antica, i concetti di democrazia e libertà si siano trovati in conflitto. Ciò è ancor più vero, a suo avviso, nel mondo attuale, in cui al trionfo della libertà individuale corrisponderebbe un grave deperimento dei principi democratici. Qui di seguito pubblichiamo un brano iniziale sul significato della parola democrazia nell'Atene di Pericle e la conclusione del saggio, che a quel brano direttamente si ricollega.

Che la democrazia sia un'invenzione greca è opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione europea (diffusa il 28 maggio del 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo - tra i più autorevoli, l'ex presidente francese Giscard d'Estaing - hanno pensato di imprimere il marchio greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall'epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.). Nel preambolo della Costituzione europea le parole del Pericle tucidideo si presentano in questa forma: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». È una falsificazione di quello che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso ad una tale «bassezza» filologica.

Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che, nell'amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin), esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque non c'entra il «potere», e men che meno «il popolo intero»)». Pericle prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi «democrazia» e «libertà».

Pericle fu il maggior leader politico nell'Atene della seconda metà del V secolo a.C. Non ha conseguito successi militari, semmai ha collezionato sconfitte in politica estera, ad esempio nella disastrosa spedizione in Egitto, dove Atene perse una flotta immensa. Però fu talmente abile nel conseguire e consolidare il consenso, da riuscire a guidare quasi ininterrottamente per un trentennio (462-430) la città di Atene retta a «democrazia». Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l'appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all'assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz'altro popolo (dèmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c'è libertà.[...] Quella che alla fine - o meglio allo stato attuale delle cose - ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»; o forse anche quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell'associazione neonazista newyorkese dei «Cavalieri della libertà». Né potrebbe essere altrimenti, perché la libertà ha questo di inquietante, che o è totale - in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale - o non è; ed ogni vincolo in favore dei meno «forti» sarebbe appunto, limitazione della libertà degli altri. È dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno. È un punto d'approdo, inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d'azione e degli esperimenti originati da Marx. La schiavitù è, beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente occultata.

[...] Per ritornare dunque al punto da cui siamo partiti, i bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all'esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell'epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà - nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.

Giulio Giorello su: Corriere della Sera Magazine (22/07/2004)


Il preambolo della Costituzione europea non cessa di far discutere (non solo per il mancato riferimento a qualche «radice», cristiana o altra). Gli estensori si sono rifatti al discorso di Pericle riportato da Tucidide: «La nostra costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza, ma del popolo intero». Per Luciano Canfora (nel suo La democrazia, edito da Laterza) questa è una «falsificazione» della fonte greca. Che suona: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico è democrazia per il fatto che, nell'amministrazione, esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza». Altro che «popolo intero», o magari «sovranità» di ogni individuo! Non si tratta di «bassa filologia»: il discorso che Tucidide mette in bocca a Pericle è tutto imperniato sull'«antitesi» tra democrazia e libertà. Al contrario di molta retorica «liberal-democratica» (quanta ambiguità in quel trattino!), Canfora coglie il carattere «inquietante» e «terribile» della libertà, e cioè che essa «o è totale - in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale - o non è». Quel che fanno le maggioranze nei sistemi (più o meno) democratici consiste nel porre vincoli alla libertà - fatica di Sisifo, perché, come aveva notato (1859) John Stuart Mill, «ogni vincolo in quanto tale è male». Vale anche per tutti quei vincoli con cui si pretende di salvaguardare i più deboli dai più forti.

Non sto sostenendo un ritorno a quel Far West che (prima di sceriffi e fuorilegge!) i teorici dello Stato moderno, come Hobbes e Locke, consideravano il prototipo della libertà «selvaggia». Ma voglio sottolineare come l'affastellamento di vincoli su vincoli rischi di portare a una burocrazia della coercizione che, per la «salute» della maggioranza, potrebbe frugare nella nostra cassetta della posta, o registrare la traccia di ogni passaggio in Internet ecc.

Solo nell'enfasi mi trovo a dissentire dalla lucida analisi di Canfora. Io rimpiango la libertà, lui lamenta la sconfitta del progetto democratico che gli pare rinviato ad altre epoche per essere realizzato da «uomini forse non più europei». Quién sabe?

Angelo d'Orsi su: tuttoLibri (14/08/2004)


Pochi studiosi hanno, in Italia, la fortuna di unire in sé l'erudizione e la verve: Luciano Canfora è uno di essi, con in più una vena polemica che rende la sua scrittura sempre sapida e stimolante, anche quando si possa eccepire sulle sue analisi e sulle sue tesi interpretative. E con questo libro, Democrazia (che fa parte di una serie pubblicata in contemporanea da editori di cinque Paesi-guida, sotto la direzione di Jacques Le Goff), non saremo delusi: Canfora dà il meglio di sé, anche quando le «provocazioni», sempre efficaci, sono espresse con uno stile, talora, un po' sopra le righe. Sbaglierebbe, in ogni caso, chi in un volume che si colloca in una serie «ufficiosa», con un'intenzione celebrativa della nuova Europa comunitaria, all'indomani della Costituzione, sbaglierebbe, chi cercasse un manuale di storia dell'idea democratica. Si badi al sottotitolo, tutt'altro che casuale: «Storia di un'ideologia». Non è difficile cogliere il distacco critico, non privo di una venatura insieme sarcastica e problematica, dell'autore: siamo lontanissimi, insomma, dall'apologetica sciocca del sistema democratico, di solito fondata sull'ignoranza dei fatti storici, su una conoscenza di non di seconda, ma di terza mano. A cominciare dallo stesso famoso «Preambolo» del travagliatissimo testo costituzionale appena approvato a fondamento del nuovo sodalizio europeo a 25 soci. Come impietosamente fa notare Canfora fin dalle primissime pagine, in quel Preambolo si ricorre a un errore che è puro figlio dell'ignoranza dei modesti «padri costituenti», ma altresì della consapevole volontà di costruzione del falso, pur di arrivare a sostenere quel che fa comodo sostenere. Così, tra pseudocultura e malafede, gli autori hanno addirittura corrotto il testo del famosissimo epitaffio di Pericle «ricostruito» da Tucidide, pur di «rivestire» di classicissima grecità questa nostra Costituzione, dandole un indirizzo mirato agli attuali padroni del mondo.

Ecco, in fondo, volendo, questo libro potrebbe essere definito un contromanuale: il cui scopo non è una ennesima descrizione delle varie formulazioni dell'idea democratica; ma, se mai, l'individuazione dei tanti inganni che dietro quest'aulica, sovrarappresentata parola si celano. Saltando tra l'Antico e il Moderno, con aria scanzonata a volte, terribilmente seria talaltra, sempre ferreamente documentato nelle fonti, e attento agli usi delle stesse (tanto gli usi corretti, quanto quelli mistificati), l'autore si cimenta in un libero percorso, pur sempre in una linea temporale dall'antica Grecia ad oggi a partire dall'illuminante dibattito che troviamo in Erodoto, fra i tre principi persiani (Dario, Otanes e Megabizio), sulla miglior forma di governo. In quel dibattito ogni argomento pro ne trova uno contro; e se ne esce con un senso di drammatica incertezza sul destino della politica, e sulle sue possibilità di aiutare gli uomini a convivere.

Di democrazia, a ben vedere (e Canfora sciorina in souplesse autori e titoli, in una carrellata lunga due millenni e mezzo), si parlò poco o nulla, dopo alcuni secoli in cui la parola troneggiò in Grecia: ma, questo è il punto, ebbe un significato spesso peggiorativo, fu il termine che sovente adoperavano gli avversari aristocratici. Ossia, dove c'è il popolo (demos), non ci può essere buon governo. Del resto la Grecia così ammirata anche dai nostri Costituenti europei, fu tutt'altro che una democrazia, tanto ad Atene quanto a Sparta (che, ci fa capire Canfora, al limite fu quasi più «democratica» della consorella nemica) esigue minoranze di «cittadini» dominavano e brutalizzavano maggioranze di schiavi o semischiavi. E il buon Aristotele, da quello straordinario osservatore realista che era, notò che la vera differenza, comunque risiedeva tra chi possedeva e chi no.

Insomma, quella greca, se «democrazia» fu, fu una democrazia di classe, una, oltre che di etnia (i Greci); e rivelava fin dalle origini un volto fatto di violenza e di sopraffazione.

Bisognerà aspettare la Rivoluzione del 1789, per rimettere in circolazione, non la parola «democrazia», che sarebbe riaffiorata più tardi, ma almeno alcune idee, a cominciare da quella dell'«eguaglianza», che oggi sappiamo, da Tocqueville a Bobbio, essere la vera essenza della democrazia. E chi invece vuole vederla nella «libertà» - dal vecchio Constant ai sedicenti liberali odierni, a cui Canfora non risparmia la sua deliziosa cicuta - inganna o si inganna in buona fede. Peraltro ci fu un'epoca in cui «liberale» era sinonimo di rivoluzionario; e Marx fu il primo a riconoscere, e dietro di lui tutta una scia di teorici e politici, compreso Stalin, che gode di una certa simpatia in Canfora (il quale gli aveva dedicato una provocatoria «lode»), i meriti della borghesia progressiva e del suo primo liberalismo.

Sono molte, di questo passo, le «leggende politiche» sfatate in questo bel libro, che riserva sorprese ad ogni capitolo. Sottolineando il valore fondante per la contemporaneità, nel bene e nel male, di una data a cui non tutti gli storici annettono l'importanza che merita, il 1871, ossia l'apogeo e la disfatta della Comune di Parigi (con gli oltre 20 mila morti tra i comunardi, di cui i tre quarti fucilati insieme, in un massacro che ha pochi eguali nella storia), Canfora fa un florilegio di dissacrazioni dei miti della democrazia. Particolarmente efficaci alcune citazioni di Churchill, a cominciare da quella del 1901, in cui, con parole profetiche, annunciava la terribile stagione delle «guerre democratiche» del nuovo secolo, avvertendo: «La democrazia è più vendicativa dei Gabinetti. Le guerre dei popoli saranno più terribili di quelle dei re».

Era un'allusione all'era nuova che si apriva: mobilitazione di masse, imperialismo, conflitto endemico fra le potenze maggiori, che di tanto in tanto produceva guerre guerreggiate di tutt'altra portata che in passato. E di pari passo le discussioni sulle forme della rappresentanza politica, il timore del socialismo e poi del comunismo; la teoria e la pratica del non cessione del potere, mai, alla Sinistra, anche quando (come si leggeva nei dispacci scambiati dall'ambasciatrice statunitense a Roma, Clara Boothe Luce, con la sua amministrazione), fosse andata al governo con mezzi perfettamente legali.

Usando con accortezza e disinvoltura l'analogia (una pratica su cui sempre Canfora ha scritto un libro fondamentale), l'autore ci porta per mano, attraverso l'accidentato percorso novecentesco, tra bolscevismo, fascismo, e, un terzo attore le cui responsabilità sono sempre sottovalutate, il liberalismo. Giungendo così, con un amaro sorriso di sarcasmo, fino all'ultima (ultima?), guerra «della democrazia»: quella in corso in Iraq, estremo, tragico disvelamento della ideologia democratica. O, per rimanere sul piano dei sistemi politici, analizzando la falsa democrazia, per dirla con lo statunitense Robert Dahl, del «nefasto sistema maggioritario fondato sul principio First-pass-the-post» (ossia il candidato che prende più voti in un collegio ne assume l'intera rappresentanza, anche se si trattasse di un solo voto in più!). Un sistema che ancora Dahl, studioso non sospetto di criptocomunismo, ritiene adatto forse per le corse dei cavalli, ma non per le elezioni democratiche, specie in Paesi di grande estensione o di ampia popolazione. E dire che c'è chi, da noi, pensa che questa sarebbe la vera democrazia!

Luigi Mascheroni su: Il Giornale (17/05/2004)


Difficile trovare nella storia del pensiero occidentale un concetto più discusso, esaltato, criticato, di «democrazia». A ripercorrere l'evoluzione di questa straordinaria e spesso fraintesa idea - o meglio «ideologia» - che ha plasmato l'anima stessa dell'Europa è lo storico Luciano Canfora nel suo nuovo saggio La democrazia. Storia di un'ideologia (Laterza).

Professor Canfora, nel suo libro analizza l'evoluzione dell'idea di democrazia dal mondo antico a oggi, passando attraverso la rivoluzione inglese del '600, quella americana, quella francese del 1789, quella russa fino al crollo del muro di Berlino. Sottolineando che alla base di tutto c'è un grosso equivoco, fin dall'età «aurea» di Pericle...«Un equivoco, appunto. È opinione comune che la democrazia sia un'invenzione greca. Ma in realtà non è proprio così. O almeno, bisogna prima capire che cosa si intende con questa parola. Nella Grecia antica si è assistito a più di un tentativo di "mettere in piedi" la democrazia. Ma sta di fatto che Pericle, il maggior leader politico nell'Atene della seconda metà del V secolo a.C. che guidò per un trentennio la città, non amava affatto la "democrazia", che era il termine con cui gli avversari del governo popolare definivano tale sistema, sottolineandone il carattere spesso violento. Pericle, anzi, mette in antitesi "democrazia" e "libertà", al di là di quello che qualcuno ha voluto fargli dire anteponendo una sua citazione al preambolo della recente Costituzione europea. Il fatto è che ancora oggi capita di confondere "democrazia" e "parlamentarismo", che invece sono due cose diverse. Il potere, nel corso della storia, è stato a lungo esercitato da élites che hanno rivestito la loro autorità di forme di volta in volta diverse, fino ai governi espressi da assemblee rappresentative. Ma il meccanismo elettorale non è sufficiente a "fare" la democrazia. Può esistere anche un parlamentarismo senza suffragio universale ma con un suffragio "ristretto", come per esempio sosteneva Stuart Mill. D'altra parte negli ultimi secoli le elezioni hanno a volte convissuto con poteri autoritari, quando non hanno direttamente favorito le dittature».

Torniamo ai Greci. Come nasce la parola «democrazia»? «Nasce come parola dello "scontro", un termine di parte coniato da un'élite culturalmente elevata che svolge un ruolo direttivo per indicare lo "strapotere" dei non possidenti, il démos, o "popolo", quando vige, appunto, la "democrazia". Per gli avversari del sistema politico basato sull'assemblea popolare, la "democrazia" era liberticida. Era insomma uno scontro tra un'élite che svolge un ruolo direttivo e il resto del popolo. Gli stessi giacobini, secoli più tardi, consideravano quella dell'antichità classica una libertà egoistica, riservata a pochi».

Nel corso della storia è mai esistito un governo democratico in senso puro?«Se per "democrazia pura" si intende il dominio di un ceto vasto che si definisce "popolo" il quale esercita un governo, credo di poter dire che si è verificato solo per pochi mesi nella storia della nostra civiltà, e comunque mai in modo uniforme: nella Parigi del 1793-94 quando governano i sanculotti i quali riescono anche a orientare il Parlamento; ma il resto della Francia non accetta questo tipo di governo. Il secondo caso è la Russia del 1917, quando la classe operaia, che per sé esigua numericamente costituisce però un forte potere, domina sui Soviet. Ma anche in questa situazione una gran parte della Russia non è d'accordo, e scoppia la guerra civile. Ecco, questi sono due momenti, forse gli unici, di vera demokratìa. Poi, nel '900, si può ricordare il secondo dopoguerra, quando nascono le Costituzioni "moderne", quella italiana, quella tedesco-federale, quella francese, che pure ebbe un "parto" molto travagliato. Sono il punto più avanzato in senso democratico, sono modelli importantissimi sia dal punto di vista morale sia per la dottrina che implicano. Dopo il nazifascismo rappresentano una sorta di "lavacro morale". I costituenti erano le menti migliori che l'Europa potesse esprimere in quel momento. Anche in Italia, e ciò vale per tutti gli schieramenti: da Einaudi a Togliatti, da De Gasperi a La Pira. II meglio che il pensiero politico era riuscito a maturare viene tradotto in norme costituzionali. Un capitolo a parte, invece, sono le cosiddette "democrazie popolari", le quali si danno ordinamenti costituzionali molto avanzati, ma poi finiscono inevitabilmente per essere logorate da una gestione del potere che si rivela sempre più elitaria. Insomma, grandi propositi ma obiettivo finale mancato».

Neppure gli Stati Uniti sono democratici?«Se è vero, come sostengo, che sin dalla Grecia antica i concetti di democrazia e libertà si sono trovati in conflitto e che, nel mondo attuale, il trionfo della libertà individuale è causa di un deperimento dei principi democratici, allora gli Stati Uniti sono il caso limite. È un Paese dove al massimo dei diritti individuali corrisponde il minimo dello Stato sociale. Come spesso si dice - per battuta ma neppure poi tanto - se negli Usa uno si rompe la gamba, prima di portarlo all'ospedale gli chiedono la carta di credito. Il che, dice tutto. Bisogna dire poi che fino all'attacco alle Torri Gemelle, negli Usa l'accento sui diritti individuali era molto forte, forse più che in qualsiasi altro Paese, mentre oggi si sono introdotti alcuni limiti per motivi di sicurezza, perché si teme che negli spazi di libertà si possa infiltrare il terrorismo».

Lei sostiene che oggi rispetto alla democrazia è la libertà ad aver vinto. Che cosa significa?«Significa che l'esigenza tipica delle classi possidenti, cioè le rivendicazioni dei diritti individuali, quindi la libertà, è uscita vincitrice dopo circa mezzo secolo di tentativi di Stato sociale. Già Benjamin Constant rivendicava la libertà dei moderni contro la democrazia degli antichi, vale a dire la libertà di gestire la propria ricchezza. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più "forti", sia nelle nazioni, nelle religioni, negli individui. Guardi oggi: nella Casa delle Libertà l'accento cade proprio su questo termine, libertà, come dire: lasciateci usare liberamente le nostre forze economiche senza vincoli. Una battaglia che Constant aveva già intravisto. Ma, ripeto, se la libertà si sprigiona in modo totale finisce per entrare in contrasto con la democrazia».

Ma Lei ritiene che la democrazia, benché funzioni male, continui a essere migliore di tutti gli altri sistemi politici? «Sì, se si intende la democrazia come la intendevano i greci, cioè uguaglianza. Oggi invece la cosiddetta democrazia, in realtà, è un sistema misto: un po' di oligarchia, un po' di democrazia e un po' di principio monarchico, insito ad esempio nella richiesta di un premier "forte"».

Un recente sondaggio sembra dimostrare che gli italiani sono sempre meno soddisfatti del funzionamento della democrazia nel nostro Paese. Significa che ha ragione Lei, professore, e che la democrazia è «naufragata» e ormai deve essere rinviata ad altre epoche?«Bisognerebbe prima capire quali sono le ragioni dello scontento. È vero, in parte, che oggi si vive peggio, da molti punti di vista: economico e assistenziale. Quindi è facile registrare una certa delusione dopo anni di grandi speranze. Che questa insoddisfazione prepari la nascita di altri modelli politici, però, non lo credo. Almeno non a breve termine. Penso piuttosto che continueranno ad alternarsi momenti di "relativa" soddisfazione ad altri di forte scontento, sempre a danno dei governi in carica, naturalmente».

Bruno Gravagnuolo su: L’Unità (17/06/2004)


Emblematico, il dibattito di lunedì scorso nella sede romana della Laterza sull'ultimo libro di Luciano Canfora, filologo classico all'Università di Bari e saggista capace di incursioni storiografiche e «indiziarie» di straordinario pregio, dal mondo antico alla politica contemporanea (e tra le opere indiziarie ricordiamo l'intrigante Sentenzia, sulla morte di Gentile). Ebbene, nell'aprire il confronto - affollato malgrado la coeva partita di calcio dell'Italia! - Paolo Mieli e Canfora così riassumevano il nodo della «questione democratica», al centro de La Democrazia. Storia di un'ideologia (Laterza-Fare l'Europa), il libro canforiano in discussione. Da un lato Mieli nel lodare il volume per la sua robustezza e finezza, ne criticava il determinismo: l'idea cioè di una democrazia come surrettizia forma «di dominio dei più forti sui più deboli». Puro involucro formale e mistificato (per Canfora). Dall'altro Canfora replica che la mistificazione della democrazia sta nel fatto che su di essa ha vinto la mera «libertà dei possidenti», e che a lui la democrazia sta a cuore moltissimo, anche se al momento essa è rinviata ad altre epoche, ed altri uomini, «forse non più europei».

In mezzo ai due contendenti, c'erano tante altre voci a Roma. Da Tullio De Mauro, a Rita Di Leo, a Lucio Villari, ad Alessandro Roncaglia, a Franco Cardini. Tutte interessate a far luce sulla democrazia oggi. Sui suoi limiti e le sue trasformazioni. Sulle pressioni selettive che la inficiano (lo «scambio ineguale nord-sud», per Cardini). Oppure sui fattori che la aiutano (il controllo dell'opinione pubblica sui trend economici, e il nesso della democrazia con lo sviluppo e assenza di carestie in Roncaglia). Un discorso quest'ultimo che si approfondiva in Lucio Villari, con il richiamo all'«ingegneria» del processo democratico: dal Welfare di ieri all'impresa solidale ed etica nel mondo contemporaneo. E torniamo al punto dirimente di fondo, e al confronto, che abbiamo definito «emblematico», quello tra Mieli e Canfora. In esso si riassumeva una controversia classica. E cioè: la democrazia è pura emancipazione egualitaria e di «classe»? O viceversa è tecnica maggioritaria per il ricambio del potere senza violenza, in un'accezione puramente liberale? Canfora nel suo libro denuncia la prevalenza storica del secondo corno del dilemma. Ovvero, la prevalenza borghese e censitaria contro l'originaria vocazione della demo-crazia che, ad avviso dello storico barese, già Pericle e Aristotele interpretavano come minaccioso potere dei «nullatenenti». E tuttavia, notiamo, la latenza e l'intermittenza di quel «minaccioso potere» è incancellabile nella storia dell'occidente. E opera, come ha scritto Amartya Sen, anche in contesti extraoccidentali, almeno virtualmente e ancora più come contagio indotto dal mondo globale. Il più lucido diagnosta di questa latenza dinamica fu come è noto Tocqueville, che ne ravvisava la forza espansiva nell'America di metà ottocento. Dove proprio la logica dei diritti individuali spinge verso l'egualitarismo, che a sua volta spinge verso la distinzione degli individui. Gran merito di Marx fu certo aver svelato la natura di classe degli «eterni diritti», ma gran limite fu anche l'aver svalutato la forza espansiva di quegli immortali diritti (storici) contro le restrizioni liberali dei medesimi. Sicché è ben vero, come Canfora segnala, che le rivoluzioni liberali sono segnate da schiavismo ritornante, censitarismo, oppressione coloniale e sfruttamento che inficia le premesse liberali. Ma è altresì vero che l'universale libertà proclamata (e disattesa) diviene poi di fatto, nel corso della storia, potente veicolo dell'emancipazione delle classi subalterne. Con contraccolpi all'indietro, avanzamenti e sconfitte. Non ultimi tra le sconfitte, gli epiloghi totalitari di destra e di sinistra, che paradossalmente muovono da un'idea plebiscitaria e radicale di democrazia integrale (cesarista o soviettista). Fu errore perciò, da parte del marxismo rivoluzionario, lasciare alla borghesia la gestione della democrazia, consentendole di imporne una visione puramente e solamente liberale: il famoso divorzio tra democrazia e movimento operaio di cui parla Rosenberg. E nondimeno vi fu nella grande socialdemocrazia di fine secolo l'intuizione che la democrazia era non solo la leva dell'emancipazione, ma anche la cornice stabile entro cui connettere socialismo e libertà. Basti pensare a Eduard Bernstein, che vedeva nell'allargamento dei diritti - individuali e sociali - la base per un socialismo non dispotico né catastrofista. Quanto a Pericle e Aristotele, e qui dissentiamo da Canfora, scorgevano nella democrazia il potere dei liberi e poveri come maggioranza (e non solo dei «nullatenenti», Aristotele, Pol. 1291, b). E il Pericle di Tucidide, a ben guardare, addirittura parlava di società «aperta a tutti», dove la povertà non offusca il prestigio dei singoli e dove la libertà era la possibilità di deliberare senza dare la preminenza agli affari privati senza «sospettoso inquisire» sui singoli, con il lavoro a riscattare la miseria. Che sia stato Pericle a fondare Giustizia e Libertà?

Massimo L. Salvadori su: La Repubblica (03/08/2004)


Le critiche più incisive alla moderna democrazia rappresentativa sono state rivolte per un verso dal liberalismo conservatore e per l'altro dal comunismo. Queste correnti hanno condiviso il considerare una mera ideologia e un pregiudizio privo di fondamento la concezione della democrazia come «forma di governo» di «tutti i cittadini». Per entrambe la democrazia era invece il movimento delle masse diseredate diretto contro i possidenti per assumere da ultimo il potere. Sennonché per la sinistra rivoluzionaria la «democrazia» delle masse - volta a diventare «dittatura» sui possidenti - era una benedizione, la vera democrazia; per i liberali conservatori una maledizione, in quanto destinata a produrre la «tirannide della maggioranza».

Alla critiche rivolte da tali opposte scuole all'idea di una democrazia esercitata da tutti i cittadini attraverso le istituzioni rappresentative e alla concezione della democrazia come potere delle masse si collega decisamente Luciano Canfora nel suo libro La democrazia. Storia di un'ideologia (Laterza), che parte della Grecia per arrivare alla nostra epoca. La tesi dell'autore è chiara e semplice: fin dall'Atene di Pericle la democrazia era sentita dai suoi avversari come «un sistema liberticida» in quanto attentava alla libertà e alle proprietà dei ricchi, con cui si poneva in antitesi; sennonché in effetti già allora essa diede luogo non già ad un governo popolare, ma ad «una guida del "regime popolare"» da parte di una frazione dei ricchi che accettava e sfruttava il sistema. Così nell'Atene antica, e così più che mai oggi, mutatis mutandis, nelle democrazie di matrice liberale. La democrazia è sempre stata e può essere una sola: la lotta di coloro che mirano a stabilire l'eguaglianza contro il predominio delle oligarchie fautrici della diseguaglianza. E perciò Canfora insiste che la democrazia «non è una forma, non è un tipo di costituzione»; che essa è presente nelle «più diverse forme politico costituzionali», dove e quando si fa sentire con efficacia l'azione della parte popolare. Il che aveva capito Croce, il quale «aveva ben chiaro che "democrazia" non è un regime politico, ma un modo di essere dei rapporti di classe sbilanciato in direzione della "prevalenza del demo", per dirla con Aristotele».

Impostata in questi termini la questione, Canfora traccia una storia della democrazia assai poco interessata alla ricostruzione delle dottrine democratiche e dei grandi dibattiti a queste legate. Quel che piuttosto per lui conta - e il richiamo ad Arthur Rosenberg è insistente - è la ricostruzione di una serie di capitoli esemplari dei conflitti tra le classi dominanti e le classi subalterne volta a mostrare come la teoria della democrazia intesa quale eguaglianza formale di tutti nella legge, formazione della volontà comune mediante la rappresentanza delle diverse parti sociali nelle istituzioni parlamentari sia in effetti una «ideologia» in senso marxiano a beneficio delle minoranze al potere. Nella ricostruzione di questi capitoli egli appare sovrabbondante, mentre assai ridotti o soffocati sono i richiami a coloro che del significato della democrazia in epoca moderna discussero «classicamente» non solo sul versante liberale ma anche marxista. Basti dire che non compare il nome di Kelsen e che la grande controversia tra Kautsky e i leader bolscevichi è assente. L'attenzione poi è pressoché tutta eurocentrica e all'America sono dedicati cenni. I riferimenti a Bobbio il quale sostiene che «l'egualitarismo è l'essenza della democrazia» riescono fuorvianti, poiché svincolati dal contesto della sua tesi centrale che la democrazia può basarsi unicamente sull'individualismo e che quella dei moderni è e deve essere la «democrazia di tutti i cittadini».

Ma non si comprende lo spirito del libro di Canfora se non si coglie il suo rammarico per il fatto che «il "punto di vista" comunista è quasi del tutto svanito» nel contesto di sinistre europee nella grande maggioranza integratesi nel sistema dominante. Riesce evidente l'intenzione di Canfora di ricostruire la buona memoria di quel punto di vista. E a sostegno della memoria da non perdere Canfora dedica pagine significative alla tradizione comunista. Grandi le lodi a Togliatti, ad aspetti esemplari della costituzione staliniana del 1936 e persino apprezzamento della via «leninista» seguita da Stalin nello stringere il patto con i nazisti nel 1939. Certo, egli non può non cogliere tutta la portata del naufragio del comunismo; sennonché è per lui pur sempre il naufragio della parte che ha in prima fila incarnato nel nostro secolo la battaglia per la democrazia: e perciò di questa battaglia l'autore rivendica tutto il valore. Ma la sua analisi sui progetti di una democrazia di classe pervenuti alla dittatura di nuove oligarchie impostesi in primo luogo sulle masse lavoratrici non dà risposta alla questione: può una forza intesa ad affermare una «democrazia di classe» non finire per promuovere un potere dispotico?

La conclusione di Canfora è che nel mondo occidentale «ha vinto la libertà» come libertà dei ricchi e che la democrazia - ormai «inesistente», ma sempre «indispensabile» - è «rinviata ad altre epoche», affidata «altri uomini», «forse non più europei». La democrazia della parte popolare - secondo l'autore rimasta viva come aspirazione ma senza ancoraggio nel mondo sviluppato - è così da lui stesso ridotta ad un'"utopia" che non ha più un soggetto in grado di farsene portatore efficace nella realtà presente. A me sembra che l'impostazione di Canfora vada rovesciata. La democrazia attuale nel mondo occidentale tradisce largamente le sue promesse, soggiace alle più pesanti deformazioni e la libertà dei ricchi tende a soffocare quelle degli altri. Ma da ciò non segue che la partita sia chiusa e da rinviarsi ad un futuro e a luoghi indeterminati. La partita è tanto più aperta quanto più difficile. Niente di peggio può accadere agli strati poco o non difesi che cedere allo strapotere delle oligarchie per le disillusioni causate dalle vicende del comunismo.

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