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Piazze e caserme

Piazze e caserme
Piazze e caserme
I dilemmi dell'America Latina dal Novecento a oggi
Edizione: 2007
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842084884
Argomenti: Storia contemporanea, Storia dei paesi extraeuropei

In breve

Potrebbe diventare uno dei protagonisti della scena geopolitica mondiale, dopo che per più di tre secoli ha vissuto sotto il dominio delle potenze europee e che per quasi tutto il Novecento è stata considerata una sorta di ‘cortile di casa’ degli Stati Uniti. Ma l’America Latina continua a essere un universo dove la democrazia è ancora una sfida aperta, l’economia è in bilico tra arretratezza e sviluppo e sopravvivono forti disparità sociali. Se molte sono le cause che hanno determinato questo stato di cose, quella principale sta nel fatto che per lungo tempo la sorte dei paesi latino-americani (salvo qualche eccezione) si è giocata tra le caserme e le piazze, tra il protagonismo eversivo degli uomini in divisa e il populismo demagogico di un’estrema sinistra radicale o di un’estrema destra giustizialista. Nell’ampio affresco di Valerio Castronovo, l’analisi degli eventi e dei retaggi del passato si intreccia con gli interrogativi sulle prospettive e sul destino dell’America Latina nello scenario globale e multipolare dei nostri giorni.

Indice

I. Fra vecchi e nuovi percorsi

Un duplice «fil rouge» - La vocazione egemone delle forze armate - Il Dna ambivalente del populismo - La «longa manus» degli Stati Uniti

II. La svolta degli anni Trenta

La crisi del ’29 e le frustrazioni del ceto medio - Il modello statal-paternalista di Vargas - Il sistema postrivoluzionario di Cárdenas - I connubi fra autoritarismo e radicalismo sociale - All’ombra o con l’assenso degli uomini in divisa – Alla ricerca dell’indipendenza economica

III. Le alterne fortune della destra populista

L’ascesa e la caduta del peronismo - La resurrezione e l’eclisse dell’«Estado Novo» - Fra conservatorismo e caudillismo

IV. Le diverse anime della pattuglia riformista

La nomenclatura monopartitica messicana - La conversione a sinistra della Bolivia - Il ritorno dell’Uruguay sotto l’egida liberal-progressista - Il Cile dei «tre terzi» - Fra le aspettative e le delusioni del panamericanismo

V. L’impatto della rivoluzione cubana

La «via al socialismo» di Fidel Castro - L’«Alleanza per il progresso» di Kennedy - La fragilità dei governi civili latinoamericani - La rivalsa delle oligarchie tradizionali

VI. Fra guerriglia e golpismo

Il sogno infranto di «Che» Guevara - La propagazione dei movimenti di lotta armata - La sedizione dei generali cileni - Il male oscuro del Cono Sud

VII. Una lunga notte di dittature militari

Sotto la legge e l’ordine degli «uomini forti» - L’avvento in Brasile di un sistema semitotalitario - La satrapia del «tirannosauro» di Asunción - L’ora dei «pretoriani» nel cuore dei Carabi

VIII. Fra rivolte e guerre civili

Venti di tempesta sul Messico - Il lungo calvario del Guatemala - La lotta fra sandinisti e «contras» in Nicaragua - Le contese fra l’Avana e Washington - Un turbine di conflitti nel Salvador - Una duplice insidia per l’Honduras - La Colombia in balia dei gruppi ribelli e paramilitari - Sulla scia della «teologia della liberazione» - La mistica maoista di Sendero luminoso - Un sovvertimento dopo l’altro a Santo Domingo

IX. Una pesante congiuntura economica

Un ciclo tendenzialmente recessivo - Il «decennio perduto» - Fra dirigismo e monetarismo

X. Sulla strada della democrazia

Il crollo della giunta militare in Argentina - L’epilogo del regime dei «gorillas» in Brasile - Il ripristino delle istituzioni rappresentative in Uruguay - La defenestrazione di Stroessner in Paraguay - Il declino dell’autocrazia di Pinochet in Cile

XI. Nel mezzo di perenni focolai di tensione

La violenta sommossa popolare di Caracas - La rivolta zapatista nel Chiapas - Fra continui rovesciamenti di fronte in Ecuador - Da una faida all’altra a La Paz - La rivincita della «vecchia guardia» peronista - Tra lotte intestine e spiragli di pace in America centrale

XII. Sotto l’incubo di una bancarotta finanziaria

Nelle spire di un’iperinflazione - L’assalto al potere di un colonnello dei parà - La sfida controcorrente di un politico-sociologo - Il fallimento di un’intera classe dirigente - Il tramonto della partitocrazia messicana - Il «golpe bianco» di un politico-agronomo - Il ritorno in auge dei militari alle frontiere della Cordigliera - La solitaria «variante» politicoeconomica cilena

XIII. Alla periferia dell’Occidente

Un mondo a lungo «invisibile» - Il rapporto controverso con gli Usa - I conflitti d’interesse nazionali - I peccati dell’Unione europea

XIV. All’insegna di una «terza via»

L’autunno del «líder máximo» - Il «cesarismo democratico» del «caudillo rosso» - La rivoluzione senza rivoluzione del presidente-operaio - La ristrutturazione chirurgica dei «tango bond» - L’«Encuentro progresista» in versione uruguayana - Due modelli politici a confronto

XV. Fra povertà, violenza e corruzione

La tragica deriva di Haiti - L’incerto destino di Santo Domingo e dell’Honduras - Una difficile pacificazione nazionale nel Salvador - La lunga scia di sangue nella terra dei Maya - La metamorfosi dell’ex rivoluzionario sandinista - Negli anfratti del paradiso fiscale panamense

XVI. Una partita su più tavoli, ma con due protagonisti

Il «capitalismo di sinistra» di Lula - Il «socialismo con la benzina» di Chávez - La revanche del «Lenin indio» di Cochabamba - L’onda rossa nazional-petrolifera a Quito - Il «cambio responsabile» dell’ex «caballo loco» a Lima – Le speranze in rosa della «presidenta» di Santiago - La fedeltà premiata dell’«americano» di Bogotá - La controversa scommessa neoliberale del governo messicano

XVII. Sul crinale di nuovi equilibri geopolitici

Il patto venezuel-cubano dell’Alba - Le ambizioni di Brasilia e Buenos Aires - La fine del «cortile di casa» statunitense

Conclusioni

Note

Indice dei nomi

Indice dei luoghi

Leggi un brano

Sino a qualche tempo fa sembrava una sorta di Atlantide nella mappa geopolitica, come se fosse un continente della cui esistenza s’era persa traccia. Tanto scarso era l’interesse che le vicende dell’America Latina suscitavano di norma nei circoli diplomatici e nelle cancellerie più importanti. Nemmeno gli Stati Uniti se ne occupavano più di tanto, assorbiti com’erano da ben altre faccende. È vero che l’avvento di un presidente-operaio come Lula alla guida del Brasile aveva avuto larga risonanza. Ma si era trattato di uno sprazzo di attenzione momentaneo e comunque circoscritto rispetto al grande agglomerato di popoli e Stati che gremiscono l’emisfero occidentale.

Per il resto, se non fossero stati indotti a riportare talvolta, per via del loro tono veemente e istrionico, qualche passo di certe bordate al vetriolo di Chávez contro l’inquilino della Casa Bianca, i media avrebbero continuato per lo più a ignorare quanto accadeva a sud del Rio Bravo. Al punto che c’era voluto l’improvviso annuncio nell’agosto del 2006 del ricovero d’urgenza in ospedale di Fidel Castro (quando pareva che il più longevo e mitico leader comunista rimasto sulla faccia della Terra avesse ormai i giorni contati) perché i riflettori tornassero ad accendersi, sulla scia degli interrogativi insorti intorno al futuro di Cuba, su quanto stava bollendo in pentola nell’America Latina, dopo che i fari s’erano spenti quasi del tutto non appena s’era attutito l’impatto sulle piazze finanziarie provocato negli anni Novanta dai dissesti di alcuni paesi del Centro e del Cono Sud. D’altro canto, nemmeno in quella circostanza si era dato il dovuto rilievo, nelle capitali della politica internazionale, alla spirale perversa abbattutasi su una parte ancorché estesa dell’universo economico e sociale latino-americano.

Eppure erano spuntate nel frattempo, in quello che per il mondo che contava aveva tutta l’aria di un continente «desaparecido», alcune novità di non poco peso: anzi, tanto più ragguardevoli in quanto non erano dovute solo al declino delle proiezioni egemoniche degli Stati Uniti sui loro vicini di casa, già in corso da tempo, bensì a un insieme di fattori endogeni che avevano modificato il quadrante sudamericano e i suoi tradizionali stilemi.

Il primo di questi fattori consisteva nel consolidamento o nell’estensione delle istituzioni democratiche. Anche se non era avvenuto dappertutto allo stesso modo e con le medesime implicazioni, il processo di democratizzazione aveva comunque segnato una netta cesura rispetto al passato, dato che ancora nei primi anni Ottanta solamente in tre paesi (Messico, Venezuela e Colombia) si svolgevano libere elezioni e per di più non sempre in maniera del tutto regolare e trasparente.

Il secondo elemento di novità stava nel progressivo spostamento verso l’area della sinistra (contrassegnata da diverse coloriture e gradazioni) dell’elettorato latino-americano. Tant’è che s’erano andati riducendo a un numero sparuto i governi di destra e centro-destra.Inoltre, in coincidenza con questa svolta, s’era fatta avanti una nuova generazione di dirigenti politici e s’era ampliata la gamma dei partiti e dei gruppi d’opinione. Nello stesso tempo erano venuti emergendo, dai fondali delle plaghe più depresse o dagli anfratti della guerriglia, alcuni movimenti che intendevano riportare in piena luce le culture identitarie delle comunità indigene e far valere i loro diritti di cittadinanza e le loro istanze sociali. E il revival dell’etnicismo indio, ancorché non fosse un fenomeno del tutto inedito, aveva contribuito a sparigliare le carte del gioco politico in varie contrade dove gli amerindi costituivano una quota rilevante della popolazione locale.

Al volgere del Novecento, se non tutti i paesi latino-americani, gran parte di loro s’erano perciò scrollati di dosso il peso soffocante di vecchie oligarchie fondiarie e camarille affaristiche che sembravano immarcescenti, o quantomeno avevano alleggerito certi loro vincoli e gravami d’un tempo. D’altro canto, dopo essersi affrancati da regimi autoritari e dittature militari, avevano cominciato ad assaporare i frutti della democrazia unitamente ai benefici derivanti da un clima di stabilità istituzionale, sia pur nel mezzo di tante grevi questioni sociali e civili ancora aperte. Sembrava insomma che stesse avverandosi quanto lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano, al pari di altri intellettuali sudamericani, andava sognando da tempo: ossia che il passato dell’emisfero occidentale, a cominciare da quello segnato dai retaggi delle antiche civiltà precolombiane, non fosse condannato irreversibilmente all’amnesia, e che l’America Latina giungesse finalmente all’«appuntamento con la storia», mancato più di una volta essendovi arrivata troppo tardi o nel peggiore dei modi con addosso un pesante fardello di contraddizioni interne e di avversi condizionamenti internazionali.

Oggi la fisionomia politica di questa parte del mondo è dunque ben diversa da quella di un tempo. Anche se un insigne intellettuale come il peruviano Mario Vargas Llosa (che ben conosce, anche per la sua personale esperienza politica, la complessa realtà del subcontinente) continua ad ammonire che non è il caso di cantar vittoria, dato che è ancora gracile nella società latino-americana un’idea e una cultura genuina della libertà e che persiste nelle sue viscere una forte carica di violenza e di sovversivismo.

Di fatto, se molte nubi offuscano tuttora i cieli dell’America Latina, nonostante i cambiamenti politici susseguitisi dalla fine del secolo scorso, lo si deve soprattutto a un dilemma che essa si trascina dietro da sempre. Ci si chiede infatti se nell’emisfero occidentale riuscirà mai ad affermarsi un autentico processo di sviluppo economico e di modernizzazione, che pur dovrebbe essere a portata di mano e non già un miraggio. Poiché l’America Latina possiede risorse materiali non inferiori a quelle della parte settentrionale del continente e ne ha in serbo altre non ancora utilizzate in pieno o in modo adeguato.

Recensioni

Renato Rizzo su: tuttoLibri (09/02/2008)


Gigante multiforme, l'America Latina: un labirinto di entità nazionali e regionali che, nei sogni di Simón Bolívar, doveva diventare una grande federazione di stati analoga a quella creata da George Washington e che non ha, invece, saputo sviluppare quest'identità attorno ai due assi fondamentali su cui ruota l'«elica» d'un comune Dna: la stessa lingua - ad esclusione del Brasile - e la stessa fede religiosa. Anche se, oggi, il sogno sembra riaffacciarsi nelle parole di qualche tribunizio epigono del «libertador».

Scorrendo gli ultimi cent'anni di questo continente, due elementi s'intrecciano senza conoscere linee di frontiere: un sentore di caserme e le urla di piazze in tumulto. Due simboli che Valerio Castronovo ha preso a paradigma nel suo affresco sui «dilemmi dell'America Latina dal Novecento a oggi» e che raccontano «il protagonismo eversivo degli uomini in divisa» e «il massimalismo demagogico d'una estrema sinistra radicale o d'una estrema destra giustizialista».

Una carrellata sugli stati e sugli anni ci consegnano immagini e nomi altamente evocativi: l'ascesa e la caduta di Perón nell'Argentina dei descamisados; le alterne fortune della destra di «caudillo» più o meno longevi; il divampare della rivoluzione cubana con la fine di Batista, il sergente che volle farsi satrapo, e l'ascesa di Castro. Un rincorrersi di fotogrammi in bianco e nero: il fervore rivoluzionario del «Che» e la sua morte che l'ha consegnato alla storia e a un mito diventato istantanea da souvenir. E i movimenti di estrema sinistra che hanno marchiato le cronache di stagioni tra euforia e terrore: sandinisti e «contras» in Nicaragua, i Tupamaros in Uruguay, i Montoneros d'Argentina, le Farc colombiane, la mistica maoista di Sendero luminoso. A svettare, tra le tante immagini, quella d'un uomo ucciso nel suo palazzo di presidente del Cile: Salvador Allende.

Petrolio e riformeFlash potenti, a illuminare frammenti d'una storia che, tra sussulti e assestamenti, s'è incamminata verso un processo di «consolidamento ed estensione delle istituzioni democratiche». Una sempre più netta cesura con il passato se si pensa che «nei primi Anni Ottanta solo in tre Paesi - Messico, Venezuela e Colombia - si svolgevano libere elezioni». Oggi il continente cammina sul crinale di nuovi equilibri geopolitici con due uomini a disputarsi la leadership: Chavez, il colonnello-presidente con kefiah al collo che ha afferrato, nel Venezuela gonfio di petrolio, la bandiera d'un castrismo ormai esangue «per coniugarlo con promesse d'un nuovo socialismo e istanze no global»; Lula, il sindacalista della rivoluzione senza rivoluzione brasiliana che, dopo un mandato tra luci e ombre, si è riproposto nel 2006 dicendo: «Solo Dio avrebbe potuto cambiare la faccia del Paese in quattro anni». Sei persone su dieci hanno creduto nella «strategia riformista» con la quale si contrappone alla «strategia autoritario-giustizialista» del caudillo di Caracas.

I due hanno fatto un tratto di strada insieme, poi Lula ha scelto altri compagni assumendo «la guida, nell'ambito del Wto, dei Paesi dell'emisfero australe che premono per l'apertura ai loro prodotti dei mercati della Ue e del Nordamerica» oltre a stringere accordi economici con India e Cina. Chàvez si presenta proclamando «solo Gesù è il mio capo» e cerca d'attrarre altri stati nel suo sogno bolivariano (e Naomi Campbell nel suo sogno personale): è in sintonia con Bolivia ed Ecuador, cerca seguito in Perù e in Messico.

Il continente che è stato, per decenni, il «cortile di casa degli Usa» riuscirà a tornare padrone del proprio futuro senza farsi costringere da mani forti a «proiezioni avventuristiche»? Castronovo scorge la nebbia di questo domani e affida la risposta a una categoria non troppo consueta per uno storico: la speranza.

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