Introduzione. Paderborn, estate 799
È il luglio del 799, e il re dei Franchi, Carlo, è accampato a Paderborn, nel cuore
della Sassonia conquistata. C’è gran traffico di muratori e falegnami, convogli di
carri carichi di mattoni e calcina giungono ogni giorno lungo le piste di terra battuta,
altri materiali arrivano per via d’acqua, risalendo i fiumi su chiatte e barconi:
in mezzo alle foreste e alle paludi il re sta costruendo una nuova città , che sarÃ
l’avamposto della Cristianità in mezzo ai pagani da poco convertiti, con un palazzo
e una basilica capaci di rivaleggiare con quelli di Aquisgrana. Ma in questi giorni
il re non ha tempo per pensare ai piani di costruzione, e neanche a quelli militari,
benché stia aspettando con ansia il ritorno del figlio Carlo, che s’è spinto fino
all’Elba per negoziare con le tribù slave insediate lungo il grande fiume. A Paderborn,
infatti, è arrivato papa Leone III, preceduto dalla notizia di un’insurrezione scoppiata
a Roma, durante la quale i suoi nemici si sono impadroniti di lui, gli hanno cavato
gli occhi e tagliato la lingua, prima che la Provvidenza intervenisse con un miracolo
aiutandolo a fuggire.
L’arrivo del papa, in verità , ha prodotto una delusione, perché si è visto subito
che aveva ancora gli occhi e la lingua; ma Leone III ha spiegato che anche quelli
gli erano ricresciuti grazie a un miracolo, e per cortesia si è fatto finta di credergli.
Non che il re sia disposto ad ascoltare troppo pazientemente quest’uomo sul cui conto
corrono da sempre troppi pettegolezzi, e che lui stesso, al momento dell’elezione
al trono pontificio, ha salutato con una strana lettera, esortandolo a comportarsi
bene e non dar adito a sospetti. Ma Leone III è pur sempre il papa, e il re dei Franchi,
che tutti considerano il vero protettore della Chiesa in Occidente, deve fare il possibile
perché la sua figura sia rispettata: perciò andrà a Roma, per quanto ne abbia poca
voglia, soffocherà la rivolta e ristabilirà l’autorità del pontefice agli occhi del
mondo, purché, aggiungono a mezza voce i bene informati, le voci che corrono sul suo
conto non trovino troppe conferme.
È nel corso dei colloqui fra il papa e il re, nel caldo e nella polvere di quest’estate
di Paderborn, che nasce o almeno si perfeziona un’idea eccitante: quando Carlo verrÃ
a Roma, gli abitanti, che sono pur sempre il popolo romano, lo acclameranno imperatore,
così come in altri tempi avevano acclamato Augusto e Costantino. Così il re dei Franchi
diventerà a pieno titolo il successore degli imperatori romani, allo stesso titolo
del basileus che regna nella lontana Costantinopoli, e nessuno potrà obiettare ai suoi interventi
nelle faccende dell’Urbe, anzi di tutto il popolo cristiano. È possibile che un’ipotesi
del genere circolasse già da qualche tempo, tanto negli ambienti del Laterano, che
è a quell’epoca la residenza dei papi, quanto in quelli del palazzo d’Aquisgrana;
ma è a Paderborn, nell’estate del 799, che per la prima volta se ne discute sul serio,
sia pure con tanta cautela che nessun resoconto scritto di quei colloqui è giunto
fino a noi.
In quegli stessi giorni un poeta rimasto anonimo, nonostante i ripetuti tentativi
degli storici per identificarlo con questo o quell’intellettuale di palazzo, è impegnato
a comporre un poemetto in esametri latini, che i copisti intitoleranno Karolus Magnus et Leo papa. I versi sono decorosi, ma qui non c’interessa la loro qualità letteraria, bensì
l’intento politico dell’anonimo, che, di fatto, sta confezionando un instant-book. Il papa, afferma chiaramente, dev’essere difeso dai suoi nemici, e Carlo è l’unico
sovrano al mondo capace di ristabilire la maestà della Chiesa; ma proprio per questo
è giusto che i cristiani, in tutto l’Occidente, lo riconoscano come guida, più di
quanto non comporti il suo titolo regio. Informato, evidentemente, dei negoziati in
corso, il poeta riconosce nel re franco il successore degli imperatori romani, che
regna ad Aquisgrana come in una seconda Roma; e saluta in lui il «rex pater Europae»,
il padre dell’Europa.
Oggi che i popoli del nostro continente, usciti dal vicolo cieco in cui li avevano
sospinti le ideologie nazionaliste, sembrano avviati all’integrazione in un’Europa
sovranazionale, l’immagine escogitata dal poeta di Paderborn suona sorprendentemente
attuale. Giacché è con Carlo Magno che per la prima volta si costituisce in Europa
uno spazio politico unitario, che va da Amburgo a Benevento, da Vienna a Barcellona,
il cui asse commerciale sono il Reno e i porti del mare del Nord; uno spazio, cioè,
profondamente diverso da quello dell’impero romano, che aveva al centro il Mediterraneo,
e contava fra le sue regioni più ricche e civilizzate il Nordafrica e l’Asia Minore.
Per citare quelli che restano forse i più grandi storici del nostro secolo, se «l’Europa
è sorta quando l’impero romano è crollato» (Marc Bloch), essa acquista solo più tardi
il suo volto compiuto: è «l’impero di Carlo Magno che ha dato forma per la prima volta
a ciò che noi chiamiamo Europa» (Lucien Febvre).
Sia chiaro: ogni generazione di storici si costruisce la propria immagine del passato,
e l’equazione tra l’impero di Carlo Magno e la nascita d’uno spazio europeo non ha
sempre suscitato lo stesso consenso. Vent’anni fa un importante convegno, radunando
a Spoleto i maggiori specialisti del periodo altomedievale, pose la questione proprio
in questi termini, dandosi come titolo Nascita dell’Europa ed Europa carolingia: un’equazione da verificare. I pareri risultarono diversissimi, anzi in qualche caso diametralmente contrastanti,
ma nell’insieme l’importanza di Carlo Magno come padre dell’Europa ne uscì piuttosto
malconcia, o almeno un po’ meno indiscutibile di quanto non fosse apparsa, una generazione
prima, a Bloch e Febvre.
Oggi la lancetta ha compiuto un altro giro e il consenso si è rifatto ampio, grazie
anche alla vera e propria rivoluzione che ha investito interi ambiti della ricerca,
come quello economico. Fino a qualche anno fa, le vittorie militari conquistate su
tutti gli orizzonti e il programma di rinnovamento culturale promosso da Carlo Magno
potevano apparire la superficie brillante d’una società profondamente arretrata e
di un’economia stagnante; oggi, una molteplicità di segnali ci induce a pensare che
proprio nell’età carolingia si siano poste le basi della rinascita demografica ed
economica divenuta poi manifesta intorno al Mille, e da cui nacque con tutta la sua
prorompente vitalità l’Europa moderna. Al di là del facile entusiasmo che circonda
in quest’anno 2000 tutto ciò che suona europeo, lo stato attuale della ricerca ci
autorizza a riprendere l’espressione usata dodici secoli fa dall’anonimo poeta, e
a parlare di Carlo Magno come di un padre dell’Europa.
I. La memoria dei Franchi
1. L’insediamento franco in Gallia
Carlo Magno è rimasto indelebilmente impresso nell’immaginario europeo col titolo
d’imperatore che gli venne conferito in San Pietro la mattina di Natale dell’anno
800. Ma in realtà egli non portò questo nome che negli ultimi quattordici anni della
sua lunga vita: prima di allora era stato per trentadue anni il re dei Franchi, e
avrebbe continuato a esserlo anche dopo, giacché il titolo imperiale, come vedremo
al momento giusto, era di natura intrinsecamente diversa e non cancellava affatto
quello regio toccato a Carlo alla morte del padre Pipino, nel settembre 768. «Carles
li reis, nostre emperere magnes»: così lo chiamerà , molto tempo dopo la sua morte,
il poeta della Chanson de Roland, ancora perfettamente consapevole di questa duplice identità . Ma che cosa significava,
in quello scorcio dell’VIII secolo, essere il re dei Franchi?
Fra i popoli germanici che tre o quattro secoli prima di Carlo avevano varcato a piccoli
gruppi il confine del Reno e s’erano insediati, dapprima da alleati e poi da padroni,
sul territorio dell’impero romano d’Occidente, i Franchi avevano occupato fin dal
primo momento un posto di spicco. Eppure, a rigore, non erano neppure un popolo, ma
una confederazione di tribù del bacino renano, Bructerii, Cattuarii, Camavi, che parlavano
lo stesso dialetto germanico, praticavano culti religiosi comuni e si aggregavano
intorno agli stessi capi guerrieri, sicché finirono col darsi un nome collettivo,
peraltro assai debole, all’inizio, come fattore di identità : giacché Franchi in origine
significava semplicemente «i coraggiosi», e più tardi volle dire «i liberi».
Il romano Sidonio Apollinare, vescovo cristiano e poeta classico, descrive nel V secolo
i Franchi che ha imparato a conoscere in Gallia. Le sue parole evocano un tipo fisico
decisamente esotico agli occhi d’un lettore mediterraneo, e non nascondono l’ammirazione
per il coraggio di quei barbari:
Dalla sommità del capo scendono i loro capelli rossi, tirati tutti verso la fronte,
mentre la nuca è rasata. I loro occhi sono chiari e trasparenti, di un colore grigio-azzurro.
Invece della barba portano baffi sottili che arricciano con un pettine. I loro divertimenti
preferiti sono lanciare l’ascia mirando al bersaglio, roteare lo scudo, superare correndo
e saltando le lance che essi stessi hanno scagliato. Fin da fanciulli hanno un fortissimo
amore per la guerra. Se sono sopraffatti dal numero dei nemici o dall’avversità del
terreno, soccombono solo alla morte, mai alla paura.
E Sidonio conclude così: «Costoro sarebbero capaci di domare anche i mostri».
In attesa d’incontrare i mostri, quei barbari s’erano impadroniti della Gallia, che
nell’Occidente impoverito del tardo impero era forse la provincia più prospera e popolosa;
più della Spagna, certo più dell’Italia. E avevano subito mostrato di non volerla
spartire con nessuno: i Visigoti, che s’erano insediati prima di loro nella parte
meridionale del paese, cioè nell’attuale Provenza e Linguadoca, erano stati sconfitti
e ricacciati oltre i Pirenei; i Burgundi, insediati nella valle del Rodano, avevano
dovuto riconoscere la superiorità dei Franchi e sottomettersi al loro re; e solo a
fatica i generali bizantini, prima, e i re longobardi poi avevano impedito ai nuovi
padroni della Gallia di dilagare anche oltre le Alpi, in Italia.
Quanto ai Romani, o meglio ai Galloromani, di stirpe celtica o italica, ma ormai tutti
di lingua latina, che popolavano le province galliche, ad essi era stato consentito
di restare; e non solo ai contadini e agli schiavi, ma anche ai ricchi latifondisti
di famiglia senatoria e al clero cattolico, purché riconoscessero la supremazia del
re franco. I Franchi, del resto, da soli non avrebbero mai potuto popolare l’intera
Gallia, sostituendosi ai molti milioni di Romani che l’abitavano, giacché non erano
più di duecentomila, e forse meno, comprese le donne e i bambini. Questi guerrieri
che colpivano i contemporanei per la loro statura sovrumana s’erano insediati in gran
numero, con le loro famiglie, soltanto nella parte settentrionale del paese, lungo
il corso del Reno, della Mosa e della Mosella; lì, e soltanto lì, essi erano più numerosi
dei Romani, e infatti proprio lì passa ancor oggi il confine linguistico fra l’Europa
latina e quella germanica.
Ma via via che si scendeva verso sud, lasciando la terra della birra, della carne
e del burro per quella del vino, del grano e dell’olio, l’insediamento franco si faceva
meno fitto, ed era più facile per la popolazione galloromana assorbire i conquistatori,
imponendo i propri usi e il proprio dialetto, da cui sarebbe nato il francese odierno:
intorno a Parigi, fin da allora uno dei soggiorni favoriti dei re franchi, il linguaggio
romanzo non fu mai soppiantato da quello teutonico. A sud della Loira, infine, di
Franchi non se n’erano quasi visti, e le popolazioni galloromane di Provenza e d’Aquitania
continuavano a vivere come in passato, pur obbedendo ai re barbari del Nord e pagando
loro le tasse.
a) I regni merovingi
Il regno franco in Gallia era in realtà costituito da una pluralità di regni. Anche
se le diverse tribù che formavano il popolo franco s’erano momentaneamente assoggettate
a un unico re, l’energico e spietato Clodoveo, convertendosi con lui al Cristianesimo
verso la fine del V secolo, quell’unità non era durata a lungo. L’abitudine di suddividere
l’eredità del re fra tutti i suoi figli maschi determinò la formazione non di uno,
ma di diversi regni, di volta in volta riuniti o separati a seconda delle contingenze.
Il regno più orientale, fra la Mosella e il Reno, l’unico nel quale i Franchi fossero
la maggioranza e la lingua corrente fosse di ceppo germanico, si chiamò «il regno
dell’Est», Austria o Austrasia; grazie alla sua posizione geografica, esso seppe imporre
la propria autorità anche ai popoli della Germania meridionale, incorporando i ducati
dei Turingi, degli Alamanni, dei Bavari nella zona d’influenza franca.
Più a occidente, oltre l’immensa foresta Carbonaria che copriva parte dell’odierno
Belgio, i regni di Parigi, d’Orléans, di Soissons si coagularono col tempo in un unico
regno, di lingua prevalentemente romanza, e il cui confine meridionale era segnato
dalla Loira: i Franchi lo chiamarono «il regno nuovo», Neustria. A sud-est, oltre
i Vosgi, fra il Rodano e le Alpi, il regno di Burgundia formava un’entità politica
separata, anche se ben presto i Burgundi dovettero rinunciare ad avere un proprio
re e riconoscere l’egemonia del re franco di Neustria. Più a sud, la Provenza, dove
i Franchi etnici erano quasi assenti, continuava a essere governata da un funzionario
romano, col titolo di patrizio; anche se costui non rispondeva più a Costantinopoli,
ma all’uno o all’altro dei re franchi. A sud-ovest, infine, l’Aquitania, dove alla
popolazione galloromana si affiancava un’irrequieta minoranza basca, tendeva a sfuggire
al controllo franco, anche se a governare gli Aquitani era soltanto un duca e non
un re indipendente.
I più energici sovrani della famiglia regnante franca, conosciuta come la dinastia
merovingia dal nome dell’antenato Meroveo, riuscirono qualche volta a riunificare
i diversi regni, salvo tornare a dividerli alla loro morte. Ma per la maggior parte
questi re, che all’inizio governavano la Gallia come una sorta di incaricati del lontano
imperatore di Bisanzio, avevano una natura più sacerdotale che guerriera. Il simbolo
della loro regalità erano i lunghi capelli, da cui l’appellativo di reges criniti, e quella capigliatura fluente, quasi femminea, rappresentava secondo le credenze
ancestrali il potere magico del re, la sua capacità di garantire prosperità al suo
popolo, fertilità alle donne e alla terra. Dopo la conversione al Cristianesimo, però,
la fiducia in questa sacralità pagana s’era andata lentamente perdendo, e i re-sacerdoti
della dinastia merovingia avevano visto alla fine dissolversi la loro autorità .
b) I maestri di palazzo
Il potere effettivo nei due regni principali, di Austrasia e di Neustria, passò in
mano a personaggi che non potevano vantare un carisma sacrale, ma sapevano in cambio
guidare i Franchi alla vittoria in guerra, i cosiddetti maggiordomi o maestri di palazzo:
ministri, cioè, o meglio ancora viceré, che ufficialmente governavano per conto dei
re, ma che di fatto tendevano a soppiantarli, lasciando loro un ruolo puramente formale.
In origine c’era un maestro di palazzo in ogni regno, ma nel 688 il potentissimo Pipino,
che occupava l’ufficio in Austrasia, riuscì a imporre la sua autorità anche in Neustria,
dopo aver sconfitto in battaglia i magnati neustriani, e da allora, benché i re in
certi momenti fossero ancora due, il popolo franco fu di fatto governato da un unico
maestro di palazzo. Questo Pipino, che gli storici chiamano di Héristal, era il bisnonno
di Carlo Magno.
La famiglia che si chiamerà poi carolingia, e che in questa fase si preferisce chiamare
dei Pipinidi o degli Arnolfingi, discendeva dall’alleanza fra due grandi latifondisti
d’Austrasia, Pipino detto il Vecchio e Arnolfo, morti entrambi nel 640; e più precisamente
dal matrimonio tra la figlia di Pipino e un figlio che Arnolfo aveva avuto prima di
diventare vescovo di Metz ed essere venerato come santo. Pipino di Héristal, maggiordomo
unico del regnum Francorum, era nato da questa coppia; alla sua morte nel 714 l’ufficio passò al figlio Carlo,
detto poi Martello e cioè piccolo Marte per la sua fama guerriera. Nonno di Carlo
Magno, Carlo Martello eredita un potere inizialmente tutt’altro che solido, tanto
che è costretto a difenderlo con le armi in pugno contro varie ribellioni; ma lo rafforza
conducendo i Franchi alla vittoria contro la più temibile minaccia che essi abbiano
mai dovuto affrontare nella loro storia, quella dei Musulmani che hanno appena annientato
il regno visigoto di Spagna e stanno cercando di mettere piede al di là dei Pirenei,
nella Gallia meridionale.
Nel 732 Carlo Martello sconfigge a Poitiers una colonna araba che s’era spinta, spargendo
ovunque il terrore, fin quasi alla Loira; negli anni seguenti i Franchi riconquistano
con la spada tutto il Mezzogiorno, non senza vendicarsi di quei capi locali, aquitani
o burgundi, che sospettano d’aver accolto con favore i Musulmani, proprio per liberarsi
dalla sgradita egemonia franca. Oggi gli storici tendono a ridimensionare l’importanza
della battaglia di Poitiers, sottolineando che lo scopo degli Arabi sconfitti da Carlo
Martello non era di conquistare il regno franco, ma soltanto di saccheggiare il ricco
monastero di San Martino a Tours; ma tra i Franchi, e più in generale nella Cristianità ,
la cacciata dei pagani dalla Gallia valse al maestro di palazzo una gloria imperitura,
tanto da farlo acclamare come un nuovo Giosuè, il re d’Israele che aveva riconquistato
al suo popolo la Terra Promessa.
Alla sua morte nel 741, il piccolo Marte trasmise ai figli Pipino, poi detto il Breve,
e Carlomanno la piena e incontrastata autorità su un regno ormai solidamente unificato.
A dire il vero, per la forma c’era ancora un re, Childerico III; ma questo fantoccio,
eletto per volontà del maestro di palazzo, non conservava più alcun ruolo, neppure
di rappresentanza. Registrando la morte di Carlo Martello, un monaco sbagliò addirittura
il suo titolo, chiamandolo «rex», e i suoi stessi figli non erano da meno, giacché
nel primo dei suoi editti Carlomanno non esita a parlare del «regno meo». Si capisce
perciò che quando, di lì a poco, egli preferì rinunciare al potere per ritirarsi in
monastero, suo fratello Pipino, rimasto da solo alla guida del regno, abbia deciso
che era giunto il tempo di rivendicare anche formalmente quel titolo che già di fatto
era suo, e di farsi acclamare re dei Franchi.
Prima di raccontare l’unzione di Pipino del 751, che consacrò il cambiamento dinastico
alla guida del popolo franco, è necessario parlare qui di un avvenimento che era capitato
qualche anno prima, passando quasi inosservato agli occhi dei contemporanei, tanto
che nessun annalista si prese la briga di registrarlo, ma che rappresenta, in effetti,
il vero punto di partenza della nostra storia.
3. La nascita di Carlo Magno
Carlo Martello era morto da poco tempo quando la moglie di Pipino, Bertrada, appartenente
a una famiglia di grandi latifondisti austrasiani da sempre alleati dei Pipinidi,
gli partorì un figlio maschio, il primogenito. Il bambino venne battezzato con lo
stesso nome del nonno appena morto, di cui era destinato a prendere un giorno il posto:
si chiamò dunque Carlo, un nome che in lingua franca esprimeva la mascolinità , la
virilità . Il luogo in cui avvenne il parto è ignoto, e del resto si tratta d’un dato
irrilevante; Bertrada può essersi installata, in attesa dell’evento, in una qualsiasi
fra le tante residenze che Pipino possedeva nelle campagne fra la Loira e il Reno,
e solo l’accecamento nazionalista spiega gli sforzi di certi eruditi francesi o tedeschi
per dimostrare che la nascita di Carlo dev’essere avvenuta in luoghi che oggi appartengono
alla Francia o alla Germania. Più importante, ai nostri occhi, sarebbe sapere esattamente
quando nacque il futuro imperatore; ma per strano che possa sembrare, è impossibile
rispondere con precisione a questa domanda.
Il biografo di Carlo, Eginardo, scrive che Carlo morì nel gennaio 814 «nel suo settantaduesimo
anno di vita e nel quarantasettesimo di regno»; un calcolo a ritroso ci porta al 742.
Gli Annali Regi, la fonte più ufficiale di cui disponiamo, sono un po’ meno precisi,
benché si sforzino di moltiplicare i punti di riferimento, e datano la morte di Carlo
«circa nel settantunesimo anno di vita, quarantatreesimo dalla conquista dell’Italia,
quarantasettesimo del suo regno e quattordicesimo da quando fu chiamato imperatore
e Augusto»; l’annalista deve aver sospettato che le sue cifre non concordano fra loro,
soprattutto per quanto riguarda la conquista dell’Italia, e non per nulla ha premesso
quel «circa» per avvertirci che non dobbiamo aspettarci troppa esattezza. Ancor più
generica l’iscrizione posta sopra la tomba di Carlo ad Aquisgrana, che lo diceva semplicemente
«septuagenarius», cioè settantenne; non per affermare che avesse precisamente settant’anni,
ma perché sembrava più che sufficiente sapere che aveva raggiunto quella soglia, e
un anno in più o in meno non interessava a nessuno.

Genealogia semplificata della dinastia carolingia. Sono elencati solo gli esponenti
maschi che hanno preso pa rte attiva al governo del regno.
Ecco, in verità , un bell’esempio di quella «vasta indifferenza nei confronti del tempo»
che Marc Bloch riconosceva nella mentalità medievale; anche se forse, qui, più che
di indifferenza dovremmo parlare di un’immensa difficoltà a misurarlo e padroneggiarlo,
anche quando era evidente la volontà di provarci. Non meno degno di nota è il fatto
che nessuna delle tre testimonianze citate si preoccupi d’un dato che oggi, per noi,
è così importante come il giorno della nascita; qui, tuttavia, ci soccorre un altro
manoscritto coevo, contenente un calendario dove è annotata la nascita dell’imperatore
al 2 aprile. Mettendo insieme queste notizie eterogenee, e decidendo di dare più fiducia
a Eginardo che non al confusionario redattore degli Annali Regi, si arriva a quel
2 aprile 742 che viene comunemente indicato nei manuali come la data di nascita di
Carlo Magno; e che anche noi terremo come punto di riferimento, benché qualche storico
tedesco, di recente, abbia proposto senza troppo fondamento una data molto più tardiva.
Ma comunque la data precisa non ha molta importanza, come non ne aveva per la gente
dell’epoca, che raramente conservava memoria della propria età , né usava come noi
festeggiare il compleanno. Il tempo, allora, era scandito dal ritmo circolare dell’anno
agricolo e dell’anno liturgico, e a pochi interessava distinguere un anno dall’altro.
L’abitudine di numerare gli anni a partire dalla nascita di Cristo s’era già diffusa,
da poco, in Occidente; ma era un computo che interessava soltanto gli annalisti e
i notai, e anche costoro, come s’è appena visto, non erano capaci di tenerlo con precisione.
Fra tanti bambini che nascevano e morivano, i genitori non si preoccupavano certo
di ricordare l’anno esatto di nascita di ciascuno; perciò anche gli adulti conoscevano
la propria età solo approssimativamente. Lo confermano documenti come i verbali dei
processi, in cui i testimoni interrogati dichiarano quasi sempre di avere, supponiamo,
circa cinquant’anni, o circa sessantacinque, ricorrendo a cifre tonde e approssimate.
E anche noi dobbiamo imparare a pensare come loro, se vogliamo sperare di capirli;
perciò rinunceremo a stabilire con esattezza assoluta la data della nascita di Carlo,
accontentandoci di sapere che nacque all’incirca nel 742, e morì a poco più di settant’anni.
a) Le origini troiane
Fin qui abbiamo raccontato le vicende precedenti la nascita di Carlo Magno nei termini
in cui oggi si ritiene di poterle ricostruire. Ma al figlio del maestro di palazzo
la storia del popolo franco e della sua stessa famiglia non vennero certo insegnate
in questi termini. Per gli uomini del tempo, il passato dei Franchi s’inscriveva in
un orizzonte che a noi appare mitico, ma che senza dubbio appariva loro perfettamente
autentico e credibile: i contemporanei di Carlo Magno, che ne sapevano molto meno
degli storici moderni sull’origine del loro stesso popolo, erano convinti che i Franchi
discendessero nientemeno che dai Troiani. Questa leggenda venne messa per iscritto
per la prima volta nella cronaca detta di Fredegario, composta verso il 660, quasi
un secolo prima della nascita di Carlo Magno; ma dopo di allora la vediamo circolare
in forme così diverse da lasciar pensare che non si tratti di un’invenzione dotta,
bensì piuttosto di una voce popolare, divenuta corrente fra quei guerrieri barbari
fin dal tempo in cui erano venuti per la prima volta a contatto col mondo romano.
L’origine troiana, infatti, aveva un preciso significato di confronto, e diciamo pure
di competizione, con Roma. Se i Romani discendevano da Priamo attraverso Enea, fuggito
nel Lazio come racconta Virgilio, i Franchi erano convinti di discendere da un altro
principe troiano, Francione, che aveva dato loro il suo nome e li aveva condotti,
dopo lunghe migrazioni, in Europa, insediandoli sulle rive del Reno. Erano dunque
consanguinei dei Romani, e questa parentela li autorizzava a governare la Gallia e
forse qualcosa di più, dal momento che i loro parenti, figli di Enea, s’erano ormai
indeboliti e avevano dovuto cedere il comando. Quest’idea avrà forse avuto più credito
fra i chierici che non fra la gente qualunque; ma certamente venne instillata in Carlo
Magno fin dall’infanzia, e dovremo ricordarcene al momento in cui quel bambino, divenuto
ormai vecchio, cingerà la corona imperiale.
Paradossalmente, del resto, l’idea di una consanguineità ancestrale tra Franchi e
Romani non tradiva poi troppo la realtà , già dimenticata al tempo di Carlo Magno e
riscoperta oggi da storici e archeologi, d’una profonda integrazione tra i due popoli,
all’epoca dell’impero romano. L’insediamento dei Franchi in Gallia non era avvenuto
attraverso la migrazione in massa di un’orda di barbari, che si sarebbero aperti combattendo
la strada attraverso il limes del Reno: già nel terzo e quarto secolo gruppi di guerrieri franchi al servizio dell’impero
si erano insediati pacificamente sul suo territorio, e anzi la loro stessa identitÃ
nazionale s’era formata nel corso di questa fase, sotto la profonda influenza della
cultura romana. La stele funebre d’un legionario morto in Pannonia nel terzo secolo
porta questa iscrizione: «Francus ego cives, miles romanus in armis», che potremmo
tradurre «Io appartengo al popolo franco, ma sono sotto le armi come soldato romano».
Quell’uomo, molto probabilmente, non sapeva ancora nulla delle sue origini troiane,
ma non si sarebbe stupito se ne avesse sentito parlare.
b) Il popolo eletto
Ma c’era anche un’altra dimensione, nella storia dei Franchi, che li autorizzava a
presentarsi come i successori dei Romani; ed era il loro rapporto privilegiato con
la Chiesa di Roma. Quell’alleanza datava fin dal tempo della conversione di re Clodoveo,
battezzato in Gallia il giorno di Natale di un anno non ben accertato, ma che potrebbe
essere il 496. Gli altri popoli germanici erano stati convertiti al Cristianesimo
da missionari di formazione greca e avevano abbracciato la nuova religione nella forma
ariana, assai diffusa a quel tempo nell’impero d’Oriente, ma quasi del tutto ignorata
in Occidente. Diversamente dai cattolici, gli ariani credevano in un Cristo più umano
che divino, inferiore per natura al Padre: evitando le complicazioni del dogma trinitario,
questa interpretazione del Cristianesimo era forse più facile da assimilare per popoli
privi di qualunque tradizione teologica e filosofica. Il risultato, però, era che
anche dopo la conversione Goti, Vandali e Longobardi faticavano a capirsi con i Romani
cattolici, dai quali li divideva, oltre alla dottrina, anche l’esistenza di due separate
gerarchie ecclesiastiche, rivali fra loro. Agli occhi del mondo romano, quei barbari
erano sì dei cristiani, ma eretici, e dunque poco meglio dei pagani, se non addirittura
peggio.
I Franchi, invece, quando giunsero in Gallia erano ancora politeisti, e la loro conversione
al Cristianesimo avvenne sotto la supervisione dell’episcopato locale; perciò essi
accettarono fin dall’inizio la nuova religione secondo la confessione cattolica. Questo
caso era destinato a produrre conseguenze benefiche per il futuro del regno franco:
vescovi e senatori galloromani trovarono più facile collaborare con i re franchi,
considerandoli dei protettori e non dei tiranni, ciò che permise a quei re di costruire
strutture amministrative e fiscali relativamente efficienti, almeno in confronto agli
altri regni romano-barbarici. Agli occhi della popolazione romana, il loro era un
potere legittimo, e non usurpato: essi governavano per grazia di Dio, come prima di
loro gli imperatori romani a partire da Costantino.
Ma, soprattutto, il cattolicesimo dei Franchi consentì di stabilire buone relazioni
col capo spirituale della Chiesa cattolica, il papa. Il successore di Pietro, in teoria,
era suddito dell’imperatore romano, che continuava a sedere nella lontana Bisanzio,
e su di lui avrebbe dovuto contare per essere difeso dai suoi nemici: da quei Longobardi,
ad esempio, barbari feroci e anch’essi seguaci dell’eresia ariana, che nel 568 erano
calati in Italia e minacciavano un giorno o l’altro di prendere anche Roma. L’imperatore,
appunto, era lontano; per di più parlava e pregava in greco, secondo una liturgia
che col passare delle generazioni era diventata sempre più estranea a quella della
Chiesa latina.
Per tutte queste ragioni i papi riconobbero ben presto l’utilità di assicurarsi un
protettore più vicino e familiare; e poiché il solo vero candidato a questo ruolo
era il re dei Franchi, in Laterano si cominciò a proclamare che quello era il nuovo
popolo eletto. In una lettera di papa Stefano II a Pipino, del 756, san Pietro in
persona si rivolge ai Franchi assicurando che il Creatore li considera speciali fra
tutti i popoli, destinati a una missione grandiosa quanto quella dei Romani. Pochi
anni dopo il nuovo papa Paolo I, anziché notificare la propria elezione all’imperatore
d’Oriente, secondo l’usanza seguita da tempo immemorabile, la comunica a Pipino, e
parla dei Franchi come della «gente santa, regale sacerdozio, popolo chiamato da Dio»,
citando letteralmente il Nuovo Testamento: «ora è innalzato il nome del vostro popolo
su tutte le nazioni, e il regno dei Franchi risplende brillante al cospetto del Signore».
Il messaggio non andrà perduto: nel 763-64, quando Carlo Magno ha vent’anni, il prologo
della Lex Salica, il massimo testo legislativo del popolo franco, redatto per ordine di re Pipino,
parla dell’«inclita gente dei Franchi, fondata da Dio, coraggiosa in guerra e costante
in pace, convertita alla fede cattolica e indenne da ogni eresia anche quando era
ancora barbara». I Franchi qui non si considerano più soltanto pari, ma dichiaratamente
superiori ai Romani che hanno sconfitto con le armi in pugno e che sono pur sempre
i discendenti di Nerone e Diocleziano, persecutori della vera fede: «Questo è il popolo
che ha rigettato con la forza il grave giogo imposto dai Romani e, dopo aver ricevuto
il battesimo, ha coperto d’oro e gioielli i corpi dei santi martiri che i Romani avevano
bruciato o decapitato o fatto dilaniare dalle belve».
Per il bambino che nel palazzo di suo padre imparava a conoscere la storia del suo
popolo, i Franchi non erano dunque l’aggregato di tribù, prive di qualunque coesione
originaria, di cui parlano oggi gli storici, che s’era lentamente trasformato in una
nazione grazie all’operato di intraprendenti capi guerrieri al servizio del governo
romano. Erano i gloriosi discendenti dei Troiani, nobili al pari dei Romani e come
loro destinati, un giorno, a governare il mondo, in quanto popolo eletto da Dio per
difendere la fede cristiana. In tutte le loro imprese, la mano della Provvidenza sarebbe
stata su di loro e li avrebbe protetti, perché erano il popolo di Cristo, così come
gli Ebrei erano stati il popolo di Dio al tempo dell’Antico Testamento: «Viva il Cristo,
che ama i Franchi!» esulta il prologo della Lex Salica. Il sovrano di questo nuovo Israele non era più soltanto un nuovo Giosuè, come Carlo
Martello, ma un nuovo Mosè, un nuovo Davide, un nuovo Salomone; e non solo nell’adulazione
dei vescovi delle Gallie, ma nelle dichiarazioni ufficiali del papa di Roma. È necessario
tenere ben presenti queste, che alla corte di Pipino non erano neppure opinioni, ma
verità indiscutibili, per capire la strada su cui si avviò Carlo quando subentrò al
padre nella guida del popolo franco.
c) La memoria familiare
Anche la storia della sua famiglia era per il figlio di Pipino qualcosa di ben diverso
dall’arida genealogia di potenti che abbiamo dovuto tracciare nelle pagine che precedono.
Paolo Diacono, l’intellettuale longobardo che visse alla corte di Carlo Magno, ricorda
di aver ascoltato dalla sua bocca un racconto straordinario, relativo a uno dei due
capostipiti della dinastia, il santo vescovo di Metz, Arnolfo. Secondo l’imperatore,
Arnolfo aveva gettato nella Mosella un anello in segno di penitenza, chiedendo perdono
dei suoi peccati, e dichiarando che non si sarebbe considerato assolto fino a quando
l’anello non fosse tornato in suo possesso. Molti anni dopo, raccontava Carlo, un
cuoco ritrovò quell’anello nello stomaco d’un pesce che stava cucinando per il vescovo,
a riprova che Dio aveva perdonato le colpe di Arnolfo e gli restituiva il suo pegno.
La storia dell’anello gettato in acqua e ritrovato nella pancia d’un pesce è evidentemente
un motivo folclorico, che ricorre spesso nelle fiabe. Per chi crede all’origine antichissima
del materiale fiabesco, è affascinante scoprire che già Carlo Magno raccontava una
storia di questo tipo, e non come una favola, ma come una storia vera, riferita proprio
alla sua famiglia. Ma badiamo a non dimenticare le implicazioni ideologiche del racconto,
che con ogni probabilità si tramandava oralmente in casa dei maestri di palazzo e
che Carlo doveva aver ascoltato fin da bambino. La santità di Arnolfo, esaltata dal
miracolo, era destinata a riverberarsi sui suoi pronipoti, persuadendoli d’appartenere
a una stirpe carismatica. Non è un caso se Paolo Diacono racconta questa storia in
un’opera, le Gesta dei vescovi di Metz, che lo stesso Carlo gli aveva commissionato per motivi politici, e aggiunge che
la benedizione di Arnolfo garantiva ai suoi discendenti il diritto di regnare sui
Franchi.
Già durante l’infanzia di Carlo, del resto, la propaganda ufficiale aveva sottolineato
che la stirpe dei Pipinidi era destinata per volontà del cielo a regnare sui Franchi.
I continuatori della cronaca di Fredegario, che erano poi lo zio di Pipino Childebrando
e più tardi suo figlio Nibelungo, scrissero, o fecero scrivere, che tanto la santitÃ
di Arnolfo quanto la forza concessa da Dio a Carlo Martello testimoniavano del ruolo
da protagonisti che spettava loro nei piani della Provvidenza. Alla testa del popolo
eletto c’era insomma una stirpe eletta, ed era giusto che il disegno divino trovasse
il suo compimento anche formale: proprio negli anni in cui Carlo, bambino di sette
o otto anni, si sentiva raccontare la storia dell’anello, che non avrebbe più dimenticato
fino alla vecchiaia, suo padre Pipino decise che non gli bastava più governare i Franchi
come maestro di palazzo, e che era venuto il momento di farsi acclamare re.
a) Il colpo di Stato di Pipino
Per riuscire nell’impresa, Pipino si appoggiò su quello che fin dal tempo del battesimo
di Clodoveo era l’alleato naturale dei Franchi, cioè il papa. Benché, a quel tempo,
il vescovo di Roma non godesse il potere assoluto di cui dispone oggi all’interno
della Chiesa cattolica, la sua autorità politica e morale era largamente riconosciuta
nella Cristianità latina, e nessuno meglio di lui poteva legittimare quella che a
considerarla con malevolenza era pur sempre un’usurpazione ai danni d’un re cristiano.
Perciò Pipino, prima di avanzare esplicitamente la propria candidatura al trono, scrisse
a papa Zaccaria, chiedendogli se era bene che tra i Franchi il nome di re toccasse
a uno che in realtà non aveva alcun potere; e il papa, rifacendosi all’autorità di
Agostino e di Gregorio Magno, rispose che il titolo regio doveva essere portato da
chi esercitava l’effettiva autorità .
Forte di questo parere, e del consenso che da oltre un secolo la sua famiglia riscuoteva
fra i nobili franchi, nel novembre 751 Pipino si fece acclamare re dall’assemblea
dei magnati del regno, e ungere con l’olio santo dai vescovi delle Gallie, mentre
il legittimo re era spedito a finire i suoi giorni nel silenzio d’un monastero. Papa
Zaccaria venne a morte di lì a poco; il suo successore Stefano, minacciato dai Longobardi
che premevano su Roma, si fece promettere che il nuovo re dei Franchi sarebbe intervenuto
con la forza in Italia, a stroncare per sempre quella minaccia, e in cambio andò in
Gallia, nel 754, per ripetere la cerimonia dell’unzione regia. Era la prima volta
che un papa di Roma si spingeva in quel lontano paese, e l’impressione fu enorme:
l’evento sancì definitivamente la legittimità della nuova dinastia, tanto più che
il papa volle conferire personalmente l’unzione non solo a Pipino, ma ai suoi figli,
che nel frattempo erano diventati due, perché dopo Carlo ne era nato un secondo, Carlomanno.
In quell’incontro venne solennemente giurato fra il re e il papa un patto di «amicitia»,
poi rinnovato dai loro successori, che istituiva fra Roma e il regno dei Franchi una
perpetua alleanza. Nella stessa occasione il pontefice attribuì a Pipino e ai suoi
figli il titolo di patrizio dei Romani, il cui esatto significato giuridico ci rimane
a dir la verità piuttosto oscuro, ma che doveva in qualche modo confermare nel re
franco la persuasione d’esser diventato il protettore della sede papale. Il titolo
di patrizio, senza però alcuna qualifica geografica, era conferito tradizionalmente
dall’imperatore d’Oriente e spettava fra l’altro all’esarca bizantino di Ravenna,
ma ora Ravenna era caduta in mano ai Longobardi e non c’era più un esarca in Italia;
anche se il titolo di patrizio dei Romani a orecchie bizantine sarebbe probabilmente
suonato barbarico, conferendolo al re dei Franchi il papa intendeva certamente incoraggiarlo
ad assumersi la difesa dell’Urbe in sostituzione del basileus.
A rafforzare l’alleanza fra Stefano e Pipino venne istituito anche un legame spirituale
di comparaggio. Non è chiaro, esattamente, cosa abbia permesso al papa di rivolgersi
al re, dopo il 754, come al suo compare, e a Carlo e Carlomanno come ai suoi figli
spirituali, giacché entrambi erano già abbastanza cresciuti da escludere che siano
stati battezzati solo allora; è più probabile che il papa sia stato il loro padrino
di cresima. Il comparaggio così istituito era comunque considerato abbastanza importante
perché i papi successivi si sforzassero in ogni modo di rinnovarlo. Quando nel 757
nacque la sorella di Carlo Magno, Gisla, re Pipino mandò al nuovo papa, Paolo I, il
lenzuolo in cui la neonata era stata avvolta durante il battesimo; il pontefice ne
prese possesso con un rito solenne, e si affrettò a scrivere al re che d’ora in poi
lui, Paolo, si considerava l’effettivo padrino della bambina, come se l’avesse tenuta
personalmente al fonte battesimale. È chiaro che i Pipinidi, che dopo i trionfi di
Carlo Martello possiamo cominciare a chiamare Carolingi, godevano ormai d’un rapporto
privilegiato col papa, e perciò d’una preminenza indiscussa non solo nel mondo franco,
ma nell’intera Cristianità occidentale.
b) La regalità sacra
Il rituale dell’unzione introdotto da Pipino rappresentava una novità di straordinaria
valenza ideologica, giacché fino ad allora i re dei Franchi salivano al potere per
acclamazione; e se, oltre al consenso, godevano d’un carisma mistico, lo dovevano
piuttosto al sangue regale che scorreva nelle loro vene. Facendosi ungere con l’olio
consacrato, Pipino rimetteva in uso un rito testimoniato nell’Antico Testamento, dove
si racconta che Saul ottenne il regno dopo essere stato consacrato dal profeta Samuele;
dopo di lui erano stati unti, salendo al trono, Davide e Salomone. Nel mondo cristiano,
un rituale di questo genere era già stato introdotto dai re visigoti di Spagna, il
cui regno, però, nel frattempo era crollato sotto i colpi degli Arabi: Pipino non
fu soltanto il primo re franco, ma il solo re cristiano del suo tempo a introdurre
nella propria incoronazione questa nota sacrale, benché i re d’Inghilterra non abbiano
tardato a imitarlo.
L’unzione non si limitava a fare del re, genericamente, un essere sacro, ma conferiva
alla sua persona un carattere quasi sacerdotale, come quello dei re d’Israele: perciò
Pipino poté presentarsi a buon diritto come «l’unto del Signore», e affermare la propria
autorità sulla Chiesa oltre che sul regno, come un semplice laico, per quanto incoronato,
non avrebbe mai potuto fare. A sua volta, papa Paolo I non esitò a parlare di lui
come d’un nuovo Davide, scelto da Dio per proteggere il popolo cristiano, e applicò
a lui le parole del Salmista: «Ho trovato in Davide il mio servitore che ho unto con
l’olio santo». Così, dopo tutto, i Franchi erano di nuovo guidati da un re-sacerdote,
come al tempo dei reges criniti; ma quel carisma sacrale era tutto cristiano, non pagano come nel caso dei Merovingi,
e non escludeva, anzi esaltava l’uso della spada, di cui il re era cinto per volontÃ
divina e che era tenuto a sguainare in difesa della fede. Ben presto, Carlo Magno
avrebbe mostrato l’immenso partito che il re dei Franchi poteva trarre da una simile
legittimazione religiosa.
II. La guerra contro i Longobardi
1. Una spartizione difficile
Nel settembre 768 re Pipino moriva a Parigi, probabilmente d’idropisia. I suoi due
figli, Carlo e Carlomanno, erano destinati a spartirsi il regno paterno: a quel tempo,
infatti, non si usava ancora dare la precedenza al primogenito, e qualunque eredità ,
foss’anche quella d’un regno, si divideva in parti uguali tra i figli maschi. Nel
decidere i criteri della spartizione, il re moribondo non volle rispettare l’antica
suddivisione dei regni, ma come già aveva fatto suo padre Carlo Martello preferì ritagliare
due blocchi sostanzialmente nuovi. Carlo ebbe la parte esterna dei domini franchi,
una vasta mezzaluna che a partire dalle coste atlantiche d’Aquitania risaliva oltre
la Loira, occupava parte della Neustria e la maggior parte d’Austrasia, risaliva la
costa fino alla Frisia, per poi piegare a sud-est inglobando il grosso delle province
germaniche, fino alla Turingia. A Carlomanno toccò, invece, il blocco più interno,
con una piccola parte dell’Austrasia, le province germaniche meridionali d’Alemannia,
buona parte della Neustria, compreso il bacino della Senna, il regno burgundo disteso
lungo la valle del Rodano, dai Vosgi fino al Mediterraneo, e in genere il Mezzogiorno
della Gallia e la parte più interna dell’Aquitania.
La nuova logica dei blocchi, respingendo le partizioni tradizionali dei regni, ribadiva
in sostanza l’unità del regno franco: c’erano due re, ma il regno era uno solo, e
non per nulla i due fratelli si fecero consacrare in due città vicine, rispettivamente
Noyon e Soissons, nella stessa zona in cui re Pipino aveva soggiornato d’abitudine
e dove si stabilì, ospite d’un monastero, la madre Bertrada. Eppure i loro rapporti
apparvero presto tesi, fors’anche perché i condizionamenti geopolitici creati dalla
spartizione li obbligavano a indirizzare la loro politica in direzioni opposte: a
Carlo si aprivano illimitate possibilità di espansione verso la Germania pagana, mentre
a Carlomanno toccavano il confine più pericoloso, quello pirenaico con gli Arabi di
Spagna, e quello più delicato, col regno longobardo d’Italia. È probabile che fra
i due fratelli, e i loro magnati laici ed ecclesiastici, corresse una certa diffidenza,
come si vide quando Carlo, fin dal suo secondo anno di regno, dovette reprimere una
rivolta in Aquitania, e i fedeli di Carlomanno sconsigliarono al loro re di intervenire
in suo aiuto; anche se è giusto ricordare che questa versione della faccenda, la sola
conservata, è stata scritta alla corte di Carlo, e che un eventuale cronista al seguito
di Carlomanno avrebbe forse avuto ben altro da dire in proposito.
Alla diffidenza reciproca sembra dovuto anche il fatto che finché visse Carlomanno
nessuno dei due fratelli condusse campagne di guerra, ad eccezione della spedizione
punitiva di Carlo contro i ribelli d’Aquitania; un elemento del tutto insolito, se
si pensa che non appena avrà le mani libere, Carlo non lascerà passare praticamente
neppure un anno senza far guerra a qualcuno dei popoli vicini. La spartizione, insomma,
aveva creato una situazione instabile, e si deve soltanto all’intervento della madre
se i fratelli rimasero in pace; l’equilibrio non sarebbe forse durato a lungo, ma
il destino provvide diversamente, e Carlomanno morì, dopo molti mesi di malattia,
ai primi di dicembre 771. Benché appena ventenne, lo sfortunato giovane re aveva giÃ
due figli, che sotto la tutela della madre Gerberga e dei magnati del regno avrebbero
potuto subentrargli; ma Carlo approfittò fulmineamente dell’occasione e si fece acclamare
unico re dei Franchi, impadronendosi senz’altro dei territori del fratello. Molti
dei vescovi, abati e conti che avevano servito Carlomanno si sottomisero al nuovo
padrone; ma altri preferirono seguire la vedova e i figli del re morto, che andarono
a rifugiarsi in Italia.
Questa fuga conferma di per sé che tra i due fratelli non correva buon sangue; l’annotazione
degli Annali Regi, per cui «il re non si risentì di questa partenza per l’Italia,
giudicandola priva di importanza», ha tutta l’aria di un abbellimento a posteriori,
tipico del modo tendenzioso in cui si scriveva la storia alla corte di Carlo Magno.
Qualche tempo dopo, del resto, l’irlandese Catwulfo, scrivendo a Carlo un’epistola
traboccante di elogi, non esitò a rallegrarsi con lui per aver conquistato il regno
del fratello senza spargimento di sangue: complimento che sarebbe un po’ curioso se
si fosse trattato semplicemente di una riunificazione automatica e desiderata da tutti.
È vero però che il re, dopo essersi garantito l’obbedienza di tutto il popolo franco,
non si preoccupò più della cognata fuggita in Italia e degli altri transfughi che
l’avevano accompagnata, ma sentendosi le mani libere indirizzò le sue ambizioni in
un’altra direzione: pochi mesi dopo la morte di Carlomanno, e come se non avesse atteso
altro fino a quel momento, era già in armi oltre il Reno, contro i pagani del Nord.
La campagna contro i Sassoni, condotta nell’estate 772, fu breve e in apparenza decisiva:
i Franchi penetrarono in profondità nel paese nemico, imponendo la propria autoritÃ
con la spada, e costrinsero i Sassoni a consegnare dodici ostaggi di famiglia principesca,
a garanzia della loro sottomissione. Ritornando al palazzo avito di Héristal, presso
Liegi, per celebrare il Natale, Carlo, ormai unico e vittorioso re dei Franchi, non
sospettava che per sottomettere davvero i Sassoni avrebbe dovuto combatterli per il
resto della sua vita; e che prima di poter affrontare quell’impresa avrebbe dovuto
rivolgersi in tutt’altra direzione, verso quell’Italia dove s’era rifugiata la famiglia
di Carlomanno.
2. Franchi e Longobardi: un’ostilità antica
I rapporti dei Franchi con i loro vicini longobardi erano stati spesso cattivi; soprattutto
da quando i papi, disperando dell’aiuto bizantino, avevano cominciato a rivolgersi
ai re cattolici della Gallia, e ai loro maestri di palazzo, per essere protetti da
quella minaccia. Nel 739, Gregorio III aveva scritto a Carlo Martello nei termini
più complimentosi, lasciandogli capire che senza essere re era lui, agli occhi di
san Pietro, il vero capo dei Franchi, e implorandolo di intervenire in armi contro
il re Liutprando che minacciava Roma. In cambio di quell’aiuto, che poi peraltro non
s’era concretizzato, il papa gli aveva mandato addirittura le chiavi del sepolcro
di san Pietro, quasi a nominarlo simbolicamente protettore della Chiesa romana: dopo
Dio, scriveva, soltanto Carlo poteva salvarla dai barbari.
Nel 754, la consacrazione di Pipino da parte di papa Stefano e la concessione del
titolo di patrizio dei Romani si accompagnarono egualmente alla promessa di un intervento
nella penisola, e questa volta il re dei Franchi non si limitò alle parole: nell’estate
di quello stesso anno assediava il re Astolfo in Pavia, costringendolo a rinunciare,
a vantaggio del papa, a tutte le conquiste longobarde in Italia centrale e a riconoscere
la supremazia franca. Appena due anni dopo, nel 756, Astolfo s’era rimangiato tutto
e s’era spinto in armi fino alle porte di Roma, costringendo papa Stefano a mandare
a Pipino un appello disperato, che figurava scritto addirittura in prima persona dall’apostolo
Pietro: «correte, correte, correte e aiutateci...». L’intervento dei Franchi rimise
provvisoriamente le cose a posto, obbligando Astolfo a consegnare le chiavi di ventidue
città fortificate dell’Italia centrale, che Pipino fece deporre solennemente sull’altare
di San Pietro in Vaticano.
Ma dopo quella vittoria la politica dei re franchi nei confronti dell’Italia era cambiata.
Il re longobardo, così duramente umiliato, aveva riconosciuto la supremazia franca
e s’era trasformato in un cliente, più che un avversario. Non è forse un caso se Pipino
evitò di usare, nei suoi diplomi, il titolo di patrizio dei Romani che il papa gli
aveva attribuito, e che avrebbe potuto costringerlo a impegnarsi in Italia più di
quel che conveniva ai suoi interessi. L’avvento di Carlo e Carlomanno non cambiò la
situazione: il regno longobardo poteva diventare per ciascuno dei due un alleato prezioso,
sicché entrambi si mostrarono desiderosi di mantenere buoni rapporti col re Desiderio,
successo ad Astolfo fin dal 756. Gli Annali Regi parlano di una missione in Italia
della regina madre Bertrada, nel 770, coronata da successo, e benché non ne sappiamo
molto di più, è logico pensare che nella prospettiva pacificatrice di Bertrada il
risultato sia stata un’intesa a tre, tale che né l’uno né l’altro dei due fratelli-rivali
potesse avvalersi contro l’altro dell’alleanza longobarda.
Che Carlomanno fosse in eccellenti rapporti con Desiderio, è dimostrato proprio dal
fatto che dopo la sua morte la vedova, i figli e molti seguaci si rifugiarono in Italia;
ma anche Carlo allacciò rapporti altrettanto buoni con la corte di Pavia, tanto che
si colloca in questo momento il suo matrimonio con la figlia di Desiderio, quella
che Manzoni chiamò, con arbitrio poetico, Ermengarda, ma di cui in realtà nessun cronista
ci ha lasciato il nome. Che quest’alleanza dovesse seppellire per sempre la politica
filopapale dei Franchi e rendere definitiva la coesistenza con i Longobardi, è dimostrato
dalla lettera amarissima che papa Stefano III scrisse ai re franchi per dolersi della
loro decisione: «Che pazzia è mai questa, il vostro nobile popolo franco, luce di
tutti i popoli, e la vostra illustre e nobile stirpe regale insozzati dal popolo puzzolente
e traditore dei Longobardi, che non ha diritto nemmeno al nome di nazione e dal quale,
com’è noto, provengono i lebbrosi?». Ma la vecchia Bertrada seppe superare anche queste
prevenzioni e la principessa longobarda passò le Alpi per raggiungere il suo sposo.
Come mai, dunque, non più di due o tre anni dopo questo matrimonio Carlo Magno invadeva
l’Italia? Come spesso accade, non è facile individuare esattamente le responsabilità ,
non solo per la spudorata parzialità di tutti i resoconti coevi, ma anche perché l’esatta
successione degli avvenimenti non ci è quasi mai chiara, ciò che rende difficile districare
le cause e gli effetti. Quel che è certo è che fra il 771 e il 772 si susseguirono,
non sappiamo in che ordine, tre eventi. Desiderio incoraggiò la vedova di Carlomanno
a rivendicare per il figlio l’eredità del re morto e pretese che il bambino fosse
consacrato dal pontefice: il Longobardo calcolava forse di coprirsi le spalle, paralizzando
la potenza franca divisa fra due corti rivali, in vista d’una nuova guerra per occupare
finalmente Roma. A sua volta Carlo ripudiò la moglie longobarda, che non gli aveva
ancora dato un figlio, rispedendola da suo padre; misura legittima, secondo i cronisti
franchi, perché la donna era malata e non avrebbe mai potuto partorirgli un erede,
ma certo così drastica da lacerare con violenza la trama pazientemente tessuta da
Bertrada. Infine, papa Adriano I, da poco eletto al pontificato, scrisse a Carlo riferendo
che Roma era più che mai minacciata dai Longobardi, e lo invitò a seguire l’esempio
di suo padre, venendo a difendere con le armi in pugno la città santa di cui era pur
sempre il patrizio.
È chiaro che ciascuno di questi tre passi era suscettibile di provocare la crisi,
e nell’impossibilità di stabilirne l’esatta sequenza dobbiamo rinunciare ad attribuire,
come si direbbe oggi, la responsabilità politica della guerra. Sembra però certo che
Carlo tentò fino all’ultimo di mantenere la porta aperta a una soluzione diplomatica,
in contrasto con la brutalità che lo avrebbe visto spesso ricorrere alle armi, anche
senza alcuna provocazione, nei confronti di altri nemici, soprattutto se pagani. Non
pare dunque che in quest’occasione la guerra sia stata voluta freddamente dal re franco,
che del resto aveva appena manifestato la sua preferenza per un’espansione verso il
Nord pagano, e che non s’affrettò a colpire in Italia, anche se la situazione internazionale
stava volgendo a suo favore. La candidatura al trono del figlio di Carlomanno, infatti,
non ebbe seguito; forse l’avrebbe avuto se Desiderio fosse davvero riuscito a entrare
in Roma e costringere il papa a consacrarlo, ma la campagna del re longobardo s’arrestò
nell’inverno 772-73 alle porte della Città Eterna, anche per la minaccia di scomunica
lanciata da Adriano.
A quel punto, la guerra tra Franchi e Longobardi si sarebbe ancora potuta evitare;
tanto più che i magnati franchi, i quali già al tempo di Pipino non avevano veduto
di buon occhio la spedizione in Italia, erano riluttanti a impegnarsi nell’impresa.
Perciò Carlo cercò di imbastire un accordo fra l’ex-suocero e il papa, suggerendo
a quest’ultimo di pagare un forte risarcimento, 14.000 monete d’oro, in cambio del
ritiro dei Longobardi dai territori occupati. Il negoziato, tuttavia, fallì; e davanti
all’insistenza del papa, che intravedeva la possibilità di liberarsi una volta per
tutte dalla minaccia longobarda, Carlo cominciò a pianificare una campagna in Italia.
a) Piani di guerra
In termini strategici, il problema era semplice, ma tutt’altro che facile da risolvere:
ed era il passaggio delle Alpi. Benché i colli fossero molti, e facili da attraversare
in estate per un buon camminatore, due sole strade romane permettevano di attraversare
le montagne a un esercito con cavalcature e bagagli. La più diretta era la cosiddetta
via Francigena che da Lione risaliva la valle dell’Arc, passava il colle del Moncenisio
e discendeva la valle di Susa verso Torino; i pellegrini che si recavano a Roma utilizzavano
proprio quella strada, nota perciò anche come via Romea. Ma allo sbocco della valle
i Longobardi avevano ripristinato il sistema di fortificazioni che fin dal tempo del
tardo impero romano sbarrava l’accesso alla pianura italica: erano le cosiddette Chiuse,
oggi più note come Chiuse di San Michele, dal nome dell’abbazia che sorge su uno sperone
roccioso e domina la strettoia.
L’altra strada romana che permetteva di scendere in Italia, anch’essa assai frequentata
lungo tutto il Medioevo da pellegrini e mercanti, era quella del Gran San Bernardo,
chiamato, a quel tempo, Monte di Giove; ma anche qui il confine del regno longobardo
era difeso da chiuse, là dove la strada sboccava in pianura, all’altezza dell’attuale
forte di Bard. Qualcuno si stupirà costatando che il confine fra i due regni non correva
sullo spartiacque alpino, com’è oggi il confine tra Francia e Italia, ma all’imbocco
della pianura. Il fatto è che i Franchi, più potenti e più aggressivi dei loro vicini,
si erano impadroniti da gran tempo della Valle di Susa e della Valle d’Aosta, e avevano
poi sempre conservato gelosamente il controllo di queste due importanti vie di passaggio;
non è un caso se ancor oggi il confine linguistico fra dialetti piemontesi, appartenenti
all’area italiana, e dialetti francoprovenzali, appartenenti all’area galloromanza,
passa proprio allo sbocco delle due valli.
L’esistenza delle Chiuse, soprattutto nel caso valsusino, ha fortemente colpito la
fantasia dei cronisti medievali e degli eruditi ottocenteschi. Anche Manzoni, nell’Adelchi, ha attribuito un ruolo importante a questa fortificazione, immaginando che Carlo,
non riuscendo a superarla, fosse già sul punto di rinunciare all’impresa, quando il
diacono Martino, inviato dal Cielo, venne a insegnargli una strada alternativa, permettendogli
di aggirare l’ostacolo. Ma già poco dopo il Mille la Cronaca della Novalesa descriveva
le Chiuse come uno sbarramento poderoso e compatto, un’unica muraglia di pietra e
calce eretta da una costa all’altra della valle, e affermava che i loro resti erano
ancora visibili sul fondovalle. In tempi più vicini a noi gli storici si sono mostrati
piuttosto scettici nei confronti di questa rappresentazione, obiettando che dal punto
di vista materiale le Chiuse dovevano costituire un insieme di fortificazioni provvisorie,
di torri di guardia e barriere doganali, piuttosto che un unico, enorme baluardo di
pietra; sicché è parso che la ricerca storica e archeologica dovesse dissipare l’immagine,
un po’ troppo romantica, tramandata dalla fantasia collettiva. Sennonché le ricerche
più recenti confermano che gli ultimi re longobardi, dopo le cattive esperienze fatte
nelle guerre contro Pipino, avevano investito parecchie risorse nel rafforzamento
delle Chiuse, e che diversamente dai loro predecessori, abituati a una difesa più
elastica, s’erano illusi di poter sbarrare la strada all’invasore trincerandosi dietro
quegli apprestamenti; sembra dunque probabile, dopo tutto, che almeno al tempo di
Desiderio una poderosa muraglia sbarrasse davvero il fondovalle.
Non appena ebbe deciso l’intervento in Italia, Carlo Magno stabilì di radunare il
suo esercito a Ginevra; un’occhiata alla carta basta per capire che da lì era possibile
prendere sia la strada della Val di Susa, discendendo il corso del Rodano, sia quella
del Gran San Bernardo, costeggiando il lago e poi risalendo il Rodano verso Martigny.
La scelta di Ginevra aveva dunque una precisa giustificazione strategica: poiché concentrare
in un solo luogo gli armati da tutte le province dell’immenso regno franco richiedeva
qualche mese, è chiaro che il nemico sarebbe stato informato in tempo del luogo previsto
per il raduno, e che questo era stato scelto appositamente per impedirgli d’indovinare
da che direzione sarebbe giunto il colpo.
Ma anche se l’avesse previsto, non ne avrebbe potuto trarre grande vantaggio; giacché
il colpo venne da entrambe le direzioni. Carlo, infatti, decise di organizzare due
spedizioni separate: una attraverso il Gran San Bernardo, al comando di suo zio, chiamato
per coincidenza proprio Bernardo, e l’altra attraverso il Moncenisio, sotto il suo
comando personale. Si manifestava così, per la prima volta, la personale inclinazione
strategica del sovrano, che in tutta la sua carriera di capo militare farà un uso
sistematico della manovra a tenaglia, dimostrando peculiare abilità nel progettare
e coordinare l’azione di due corpi d’esercito separati. Una strategia praticabile
soltanto, com’è ovvio, da chi si trovava a comandare forze assai numerose, superiori
in linea di massima a quelle nemiche; e in questo senso possiamo ben dire che Carlo
Magno fu sì un grande generale, ma non nel senso d’un tattico di genio, capace di
supplire con la sua abilità all’insufficienza dei mezzi, bensì piuttosto d’un comandante
moderno, il cui talento dev’essere innanzitutto organizzativo e logistico.
b) L’invasione
La traversata delle Alpi da parte dei Franchi, nell’estate del 773, fu a suo modo
un’impresa epica, paragonabile a quella di Annibale, eccezion fatta, s’intende, per
gli elefanti. Il biografo di Carlo, Eginardo, sottolinea con insistenza «quanto sia
stato difficile il passaggio delle Alpi, e con quanta fatica i Franchi abbiano superato
quella catena di montagne inaccessibili, quei picchi alti fino al cielo e quelle rocce
impervie». Ma ancor più memorabile è la fulminea disfatta inferta da Carlo Magno al
nemico che lo attendeva sul fondovalle, non a caso rimasta viva fino ad oggi nell’immaginazione
collettiva; grazie a Manzoni, s’intende, ma non solo a lui. I cronisti coevi concordano
nell’affermare che Carlo non attaccò frontalmente i Longobardi attestati alle Chiuse,
ma riuscì ad aggirarli; e attribuiscono il successo all’abilità di manovra del re
franco o a un miracolo divino, senza ulteriori precisazioni. Solo dopo il Mille la
Cronaca della Novalesa imbastisce intorno all’episodio una narrazione romanzesca,
introducendo un giullare longobardo che per denaro avrebbe rivelato a Carlo la strada
per aggirare le Chiuse. Il racconto dell’anonimo cronista ispirò direttamente Manzoni,
che volle però armonizzarlo con la più antica tradizione miracolistica, e perciò sostituì
al giullare traditore la figura del diacono Martino, strumento della volontà di Dio.
Ma quale poté essere, esattamente, il percorso seguito dai Franchi? In Bassa Val di
Susa esiste un sentiero indicato dalla tradizione locale come «Sentiero dei Franchi»;
di recente il percorso è stato valorizzato turisticamente, col messaggio sottinteso
che proprio quella fu la strada seguita da Carlo Magno. In realtà si tratta semplicemente
di uno dei tracciati che nel Medioevo costituivano la via Francigena; una strada medievale,
infatti, non s’identificava necessariamente col percorso lineare e ben lastricato
d’un’antica strada romana, ma a seconda delle condizioni ambientali poteva sdoppiarsi
in una molteplicità di tracciati, definendo quella che oggi gli storici preferiscono
chiamare un’area di strada. Per quanto riguarda il percorso seguito da Carlo Magno
per aggirare le Chiuse, la versione più credibile, in termini strategici, è invece
quella del monaco della Novalesa: secondo cui i Franchi presero a destra per la Val
Sangone, e da lì, scesi a Giaveno, risalirono su Avigliana, venendo così a trovarsi
alle spalle del nemico. Colti di sorpresa, i Longobardi ripiegarono in rotta fino
a Pavia, dove il re Desiderio si rinserrò con gran parte dei guerrieri che gli restavano,
mentre la moglie e il figlio Adelchi riparavano ancora più indietro, a Verona.
Fino a questo momento, a dire la verità , la spedizione di Carlo non aveva ottenuto
risultati troppo diversi da quelli già raggiunti da suo padre. Anche Pipino, sconfitto
il re Astolfo, l’aveva assediato in Pavia; ma dopo qualche giorno, ottenuta la restituzione
delle terre rivendicate dal papa e la consegna di ostaggi, se n’era ritornato in patria.
È qui che, invece, si riscontra in Carlo Magno una visione politico-strategica di
ben altro respiro, che possiamo a buon diritto definire imperialistica. Il re franco,
infatti, assediò Pavia per più di un anno, fino al giugno 774, quando Desiderio, allo
stremo, dovette capitolare senza condizioni. Vincitore, Carlo s’installò nel palazzo
regio e fece distribuire ai suoi guerrieri il tesoro del suocero, che venne obbligato
a farsi monaco e rinchiuso nel lontano monastero di Corbie; quanto ad Adelchi, in
cui i Longobardi riponevano le loro ultime speranze, scacciato da Verona dovette riparare
fuori d’Italia, a Costantinopoli, dove visse fino alla vecchiaia mantenuto dall’imperatore
bizantino, in attesa d’una riconquista che non si materializzò mai. Il re franco non
abolì il regno conquistato, e neppure lo incorporò nel suo regno; decise, invece,
di mantenerne le strutture di governo e l’autonomia amministrativa, e s’intitolò egli
stesso, a partire da allora, «rex Langobardorum».
4. Le conseguenze della conquista franca
a) La nascita dello Stato Pontificio
Già prima della resa di Desiderio, Carlo era così sicuro del fatto suo che poté lasciare
l’assedio di Pavia per andare a festeggiare la Pasqua del 774 a Roma, che visitava
per la prima volta. Accolto da papa Adriano con gli onori, a dire il vero abbastanza
moderati, spettanti all’esarca di Ravenna e al patrizio dei Romani, Carlo salì in
ginocchio gli scalini di San Pietro, baciandoli uno per uno, a conferma della poderosa
potenza sacrale che risiedeva, ai suoi occhi, in quel luogo di cui s’era fatto protettore.
Ma il momento più importante del soggiorno romano furono i negoziati fra il re e il
papa, sul cui effettivo andamento siamo tuttora in dubbio, anche per le discordanze
fra i cronisti di parte franca e di parte pontificia. Certamente i due rinnovarono
il patto di amicizia stretto vent’anni prima fra Pipino e Stefano II; inoltre, Adriano
chiese a Carlo di confermare una promessa scritta che suo padre aveva firmato in quell’occasione.
Questo documento venne letto al re, che secondo i cronisti pontifici accettò di sottoscriverlo;
esso allargava a dismisura i territori governati direttamente dal papa, la cosiddetta
«repubblica di San Pietro», riconoscendogli la sovranità su gran parte d’Italia, mentre
ai Franchi restavano soltanto l’arco alpino e la pianura padana fino a Pavia, e a
Bisanzio la Calabria, la Sicilia e la Sardegna.
Questo racconto ha sollevato più d’un dubbio fra gli storici, poco persuasi che Carlo,
e prima di lui Pipino, abbiano potuto assumere un impegno così grave. Ma anche ammettendo
che si debba prestar fede alla versione pontificia, bisogna pensare che l’incontro
fra Carlo e Adriano avvenne quando la guerra contro i Longobardi era ancora in corso,
Desiderio resisteva in Pavia assediata e gli assetti futuri della Penisola erano tutti
da decidere; sicché non ci si deve sorprendere se, quando ebbe assunto personalmente
la corona di re dei Longobardi, Carlo preferì ripensarci. Quel che è certo è che si
guardò bene dall’attuare un impegno che, se preso alla lettera, avrebbe significato
la dissoluzione del suo nuovo regno: l’autorità del papa venne riconosciuta soltanto
sull’antico ducato di Roma, accresciuto della Sabina, e sui territori già bizantini
dell’Esarcato e della Pentapoli, collegati da una striscia di territorio appenninico.
La «repubblica di San Pietro», alla cui costruzione i pontefici avevano lavorato fin
dall’inizio dell’VIII secolo, assumeva così il profilo più o meno definitivo di quello
Stato Pontificio i cui ultimi avanzi crolleranno solo mille anni dopo, sotto il cannone
di Porta Pia.
b) La rivolta del 776
La caduta del regno longobardo provocò senza dubbio costernazione e incredulità . Un
documento privato redatto nel maggio 774, appena un mese cioè prima della resa di
Desiderio, in una fortezza dell’Appennino emiliano ancora non occupata dai Franchi,
si apre con una formula senza precedenti, testimonianza della catastrofe che s’era
abbattuta sul regno: «Nel nome di Cristo, carta scritta in un periodo di barbari avvenimenti».
Ma, al tempo stesso, è innegabile che molti duchi longobardi avevano partecipato con
scarso entusiasmo alla difesa, e s’erano sottomessi con prontezza al nuovo padrone,
ciò che spiega la relativa facilità della conquista. I dissensi interni erano sempre
stati una piaga del regno longobardo, e l’elezione di Desiderio, allora duca di Tuscia,
nel 756 non aveva fatto che aggravarli; giacché era stata vissuta come uno smacco
dal rivale duca del Friuli. C’era dunque una spaccatura fra i magnati italici, alcuni
dei quali consideravano il re con scarsa simpatia e non erano disposti a tributargli
una fedeltà illimitata; non stupisce che Carlo, dopo la conquista del regno, non abbia
ritenuto necessario sostituirli e li abbia mantenuti al potere nelle loro province.
Proprio il duca del Friuli, tuttavia, chiamato Rotgaudo, cominciò ben presto a organizzare
una sollevazione, cui avrebbero dovuto partecipare tutti i duchi rimasti in carica.
Se avevano assistito senza troppo dispiacere alla liquidazione di Desiderio, non s’erano
forse resi conto all’inizio che ciò avrebbe comportato la fine dell’indipendenza longobarda,
e ora erano disposti a riaprire la lotta; a Costantinopoli, l’imperatore d’Oriente
e il suo protetto Adelchi osservavano con interesse quegli sviluppi, pronti ad approfittarne
alla prima occasione. Mentre ritornava da una spedizione contro i Sassoni, nell’autunno
del 775, Carlo ricevette una lettera di papa Adriano, in cui lo si informava che Rotgaudo
s’era incontrato col duca di Benevento, Arechi, e preparava l’insurrezione per la
primavera successiva. Il re franco reagì con prontezza: anziché rientrare in patria
per l’inverno e trattenervisi fino a Pasqua, com’era sua abitudine, svernò ai piedi
delle Alpi e non appena la stagione lo permise attraversò le montagne, presentandosi
in Friuli tra febbraio e marzo 776.
Lì lo attendevano i Longobardi dei duchi ribelli, che poi alla fine erano soltanto
tre, quelli del Friuli, di Treviso e di Vicenza. L’esito dello scontro è riferito
in termini molto diversi dai cronisti franchi e longobardi: secondo gli Annali Regi,
Rotgaudo morì in battaglia, e Carlo riconquistò una dopo l’altra le città ribelli,
imponendo dei conti franchi in luogo dei duchi longobardi, e celebrando la Pasqua
a Treviso, prima di ritornare al confine renano minacciato dai Sassoni. Invece il
cronista longobardo Andrea da Bergamo, che scrive però un secolo dopo, afferma che
i duchi ribelli, affrontati al ponte della Livenza i Franchi che avanzavano fra distruzioni
e saccheggi, li fermarono con grande strage; e aggiunge che in seguito allo scontro
Carlo accettò di lasciare al loro posto quei duchi, sia pure in cambio d’un giuramento
di fedeltà che essi non osarono più infrangere in seguito.
Il racconto di Andrea può essere interpretato come il vagheggiamento ideale d’un Longobardo
che ancora a tanta distanza faticava ad accettare la sconfitta del suo popolo per
mano dei Franchi; e che tali sentimenti siano rimasti vivi a lungo fra i Longobardi
lo dimostra la tradizione cronistica dell’Italia meridionale, dove si mantenne più
a lungo, fin oltre il Mille, l’indipendenza del ducato di Benevento. Oggi la maggior
parte degli storici preferisce accettare piuttosto il resoconto degli Annali franchi,
e ritiene che solo dopo la rivolta dei duchi Carlo abbia iniziato a diffidare dei
magnati longobardi; la loro sistematica sostituzione con vescovi, conti e vassalli
franchi e alamanni avviò allora quel drastico rinnovamento dell’aristocrazia italica
che non s’era avuto negli anni immediatamente successivi alla resa di Pavia.
5. Dal «regnum Langobardorum» al regno italico
a) Le leggi del 776
Quale che sia stato il suo esito, non c’è dubbio che la rivolta del 776 spaventò Carlo,
inducendolo a cercar di guadagnare il consenso dei suoi nuovi sudditi con misure legislative.
La conquista dell’Italia longobarda aveva provocato ovunque devastazione e povertà ,
anche se è probabile una certa esagerazione nel racconto di Andrea da Bergamo che
parla di «una grande desolazione in tutta Italia; molti furono uccisi con la spada,
molti morirono di fame, molti caddero preda degli animali selvaggi, tanto che in pochi
rimasero a popolare le campagne e le città ». Della fame, e delle sue tragiche conseguenze,
riferisce papa Adriano in una lettera del 776, denunciando l’intensificarsi del traffico
di schiavi cristiani, gestito da mercanti greci senza scrupoli: per sfuggire alla
fame i Longobardi vendono a costoro i propri schiavi, o s’imbarcano essi stessi sulle
navi greche, per salvare almeno la vita. E proprio nel febbraio 776, quando si preparava
ad affrontare con le armi in pugno i ribelli, Carlo Magno emanò il suo primo capitolare
italico, la prima legge, cioè, espressamente rivolta al regno conquistato, nell’intento
dichiarato di alleviare le sofferenze provocate dall’invasione.
Si tratta di un intervento legislativo del tutto eccezionale. Il re è informato che
là dove è passato il suo esercito, con le conseguenti devastazioni, molti hanno venduto
se stessi, le mogli o i figli in schiavitù, altri «costretti dalla fame» hanno donato
o venduto le loro proprietà alla Chiesa, altri ancora hanno dovuto vendere la loro
terra a basso prezzo. Il re stabilisce che tutte queste alienazioni siano annullate
d’autorità , e i relativi atti stracciati, quando sia dimostrato che il venditore ha
agito spinto dalla fame; che tutte siano comunque verificate da un tribunale per giudicarne
l’equità , calcolando i possedimenti venduti al valore che avevano prima della guerra,
e accertando che siano stati pagati al giusto prezzo; che tutte le dedizioni in schiavitù
siano automaticamente annullate, e che anche le donazioni agli enti ecclesiastici
siano sospese in attesa di valutare le circostanze in cui sono avvenute.
Questa decisione straordinaria conferma, evidentemente, il racconto di Andrea da Bergamo:
l’invasione franca aveva provocato conseguenze così catastrofiche che il re non poté
fare a meno di preoccuparsene, e d’intervenire per alleviare la miseria dei suoi nuovi
sudditi. Non per nulla Carlo conclude il capitolare precisando che queste misure valgono
soltanto «là dove siamo passati noi o il nostro esercito», e non invece per le alienazioni
che possono essersi verificate in precedenza, «al tempo di Desiderio». Ma, beninteso,
se si pensa che ad approfittare della povertà contadina saranno stati per lo più gli
stessi latifondisti longobardi, laici ed ecclesiastici, il capitolare può essere inteso
anche come un attacco diretto ai loro interessi, nel momento stesso in cui Carlo Magno
si preparava ad affrontare i ribelli in campo aperto. In un caso come nell’altro,
la sua promulgazione alla vigilia della battaglia della Livenza non è casuale; esso
segna una svolta nella politica regia in Italia, volta a guadagnare il consenso della
gente comune e a staccarla dai suoi capi. E proprio questa sarà d’ora in poi la linea
seguita da Carlo; per cui alla massa dei Longobardi si trasmetterà il messaggio ch’essi
sono sudditi a pieno titolo del re, con tutti i diritti e i doveri che ne conseguono,
proprio come i Franchi, nel momento stesso in cui si procederà capillarmente all’immissione
di elementi forestieri e più fidati nel funzionariato e nel clero, indebolendo il
gruppo dirigente autoctono che s’era dimostrato così infido.
b) Il governo del regno
La volontà di mantenere l’autonomia del regno longobardo all’interno della dominazione
franca trovò conferma nella Pasqua del 781, quando il figlio secondogenito di Carlo,
chiamato fino allora Carlomanno, venne battezzato a Roma dal papa col nuovo nome di
Pipino e consacrato re dei Longobardi. A partire da questo momento si ebbero due re,
il padre, che per lo più soggiornava al di là delle Alpi, e il figlio, che invece
s’insediò a Pavia, l’antica capitale del regno. Pipino aveva appena quattro anni,
e il governo effettivo del paese venne gestito da Carlo per mezzo degli uomini di
fiducia che operavano al suo fianco, primo fra tutti l’abate di Reichenau, Waldo,
che il re cercò inutilmente di far nominare dal papa vescovo di Pavia. In seguito,
tuttavia, il giovane re crebbe e fu in grado di comandare personalmente l’esercito
del suo regno, composto in larga maggioranza di Longobardi, nella campagna contro
gli Avari del 796, nelle ripetute spedizioni punitive contro il ducato di Benevento,
e nella prolungata guerra contro i Bizantini sul confine orientale, conclusa con la
presa di Venezia nell’810. Alla sua morte prematura, avvenuta proprio in quell’anno,
Pipino non era più un fantoccio, ma un vero re, che aveva imparato a governare e di
cui parecchi poeti avevano già cantato le vittorie.
Nonostante l’immissione di un certo numero di vescovi, abati e conti franchi, il governo
del regno continuò a conservare parecchi tratti propri, che nessuno volle consapevolmente
smantellare. Così, in subordine ai conti importati dal paese franco o alamanno, continuarono
a operare funzionari locali dai titoli longobardi, come gastaldi, sculdasci e locopositi.
Nelle aree periferiche del regno, poi, il governo continuò a lungo ad essere affidato
a duchi, secondo la tradizione longobarda; anche se un po’ per volta, a partire dal
Friuli per finire a Spoleto, l’originario titolare longobardo venne ovunque rimosso
e sostituito da un Franco. Anche dopo la rivolta del 776, tuttavia, queste misure
vennero introdotte con gradualità , quasi che Carlo preferisse di volta in volta aspettare
la morte del duca per nominare al suo posto un uomo di maggior fiducia; il risultato
fu una transizione più morbida e quasi inavvertita dal vecchio al nuovo regime.
Egualmente caratteristica dell’autonomia che s’intendeva conservare al regno è la
frequente pubblicazione di capitolari, di Carlo o di Pipino, dichiaratamente indirizzati
all’Italia. Se è vero che i capitolari italici si prefiggono spesso lo scopo di estendere
al nuovo regno istituzioni e regole di comportamento, ad esempio per gli ecclesiastici,
già consuete in quello franco, non è meno vero che l’esistenza di disposizioni di
legge esplicitamente riservate all’Italia contribuisce fortemente a mantenere l’identitÃ
del regno longobardo, impedendogli di dissolversi nell’impero; da cui del resto riemergerÃ
con tutta la sua vitalità dopo la morte di Carlo Magno. Con un mutamento tuttavia,
giacché col tempo il nome di «regnum Langobardorum» uscirà dall’uso corrente, lasciando
il posto a quello di «regnum Italiae»: regno d’Italia, dunque, anche se gli storici,
per distinguerlo da quello sorto nel 1861, preferiscono chiamarlo regno italico.
a) Le leggende del re di ferro e del mangiatore d’ossa
La guerra di Carlo Magno contro i Longobardi lasciò una profonda impressione nella
memoria collettiva, producendo una vasta circolazione di racconti più o meno fantasiosi.
L’assedio di Pavia ispirò a uno scrittore più tardo, vissuto al tempo dei pronipoti
di Carlo Magno, una delle descrizioni più memorabili del re franco alla testa del
suo esercito. Descrizione leggendaria, s’intende, utile soprattutto per comprendere
in che forma l’immagine di Carlo Magno s’era conservata nella memoria dei posteri;
e tuttavia così straordinaria che vale la pena di riportarla per intero. L’autore
è Notker detto Balbulo, cioè il balbuziente, monaco di San Gallo, i cui Gesta Karoli Magni, composti verso l’886-87 e dedicati all’imperatore Carlo il Grosso, sono una fantastica
collezione di aneddoti, veri o inventati. Racconta dunque il nostro monaco che Desiderio
s’era rinchiuso in Pavia insieme a un nobile franco, Otkerus, che in seguito a un
violento dissidio con Carlo s’era rifugiato presso i Longobardi; in questo personaggio,
sia detto per inciso, riconosciamo l’Ogier delle canzoni di gesta, divenuto Uggieri
il Danese nelle versioni italiane.
Essendo annunciato l’avvicinarsi dell’esercito di Carlo, Desiderio e Uggieri salgono
sulla più alta torre di Pavia.
E comparendo le salmerie, che sarebbero state degne delle imprese di Dario o di Cesare,
Desiderio disse a Uggieri: «C’è Carlo in quell’esercito così grande?». Gli rispose:
«Non ancora». Vedendo poi l’esercito dei semplici combattenti, radunati dall’immenso
impero, disse con sicurezza a Uggieri: «Certo Carlo si gloria in mezzo a queste truppe».
Rispose Uggieri: «Ma non ancora, non ancora». Allora cominciò ad agitarsi e a dire:
«Che faremo, se verrà con forze ancora maggiori?». Disse Uggieri: «Vedrai com’è che
verrà . Quanto a noi, non so che cosa ci accadrà ». Ed ecco che apparve la guardia del
corpo, sempre pronta all’azione; e vedendola Desiderio disse stupefatto: «Questo è
Carlo». E Uggieri: «Non ancora, non ancora».
Poi comparvero i vescovi e gli abati e i chierici della cappella col loro seguito;
e vedendoli Desiderio, ormai spaventato dalla luce e desideroso solo della morte,
a fatica balbettò singhiozzando: «Scendiamo giù e nascondiamoci sotto terra, per non
vedere il furore d’un avversario così formidabile!». Al che gli rispose l’impaurito
Uggieri, che in passato aveva conosciuto il modo di fare e le risorse dell’incomparabile
Carlo e in tempi migliori era stato suo familiare: «Quando vedrai una messe di ferro
spuntare nei campi, e il Po e il Ticino neri di ferro inondare le mura della cittÃ
come i flutti del mare, allora forse vorrà dire che Carlo sta arrivando». Non ebbe
il tempo di finire, quand’ecco che da occidente apparve un temporale simile a una
nube nera, che trasformò la luce del giorno in paurosa ombra. Ma all’avvicinarsi dell’imperatore,
per lo splendore delle armi un giorno più tenebroso di qualunque notte spuntò per
gli assediati.
E allora videro il ferreo Carlo, crestato d’un elmo di ferro, alle braccia maniche
di ferro, il ferreo petto e le spalle protetti da una corazza di ferro, una lancia
di ferro levata alta con la sinistra; la destra infatti era sempre tesa con l’invitto
gladio; la parte esterna delle cosce, che gli altri portano senza corazza per salire
più facilmente a cavallo, in lui era protetta da lamine di ferro. Quanto agli schinieri,
poi, tutto l’esercito li portava di ferro. Nello scudo non si vedeva altro che ferro.
Anche il suo cavallo per l’animosità e il colore splendeva come il ferro. E tutti
coloro che lo precedevano, lo affiancavano o lo seguivano imitavano, secondo i loro
mezzi, quello stesso armamento. Il ferro riempiva i campi e le pianure. I raggi del
sole si riflettevano nella schiera di ferro. Al gelido ferro s’inchinava il popolo
raggelato. Il balenìo del ferro illuminò l’oscurità dei sotterranei, ed echeggiava
il confuso clamore dei cittadini: «Oh, il ferro! Ohimè, il ferro!».
È un brano in cui traspare palesemente, pur filtrato dalla cultura letteraria d’un
monaco, l’orgoglio guerriero dei Franchi, di cui Carlo doveva restare per sempre il
simbolo indimenticabile; e in cui il re longobardo e tutto il suo popolo assediato
in Pavia fanno una ben misera figura. Ma è giusto ricordare che la memoria collettiva
conservò, o inventò, anche racconti di segno opposto, il cui eroe era il principe
Adelchi, ingiustamente spodestato dall’invasore. Ancora dopo il Mille l’autore della
Cronaca di Novalesa, che scriveva nel monastero di Breme in Lomellina, racconta che
Adelchi entrò un giorno, in incognito, a Pavia occupata dai Franchi, e seppe introdursi
nella sala dove Carlo banchettava. Qui, confuso tra la moltitudine dei commensali,
divorò una quantità inimmaginabile di selvaggina, spezzando le ossa e succhiandone
il midollo, come un leone con la preda; per poi eclissarsi, lasciando sotto il tavolo
una montagna di ossa spezzate. Carlo, vedendo quel mucchio d’ossa, capì che solo un
principe di sangue regale poteva mangiare a quel modo, e seppe che Adelchi era stato
lì, e lo aveva beffato.
b) Manzoni e l’«Adelchi»
E poiché parliamo della presa che la figura di Adelchi esercitò sulla fantasia dei
posteri, è giusto concludere con l’opera di Manzoni, tanto più che la maggior parte
degli Italiani ricorda queste vicende, fin dai tempi della scuola, grazie proprio
alla tragedia manzoniana. Dal punto di vista dello storico non è poi detto che questa
conoscenza pregressa, da parte del lettore, sia un male; dopo tutto Manzoni si era
documentato piuttosto accuratamente, anzi dai materiali raccolti per la composizione
della tragedia ricavò anche un saggio storico, il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia. Per quanto riguarda gli eventi politico-militari, la vicenda dell’Adelchi è abbastanza fedele alla storia, sia pure con qualche licenza: la più vistosa è la
morte del protagonista che chiude la tragedia, mentre si sa che in realtà Adelchi
sopravvisse alla catastrofe del regno longobardo e andò a cercar fortuna a Costantinopoli.
E una licenza poetica è anche il nome di Ermengarda attribuito alla protagonista,
perché in realtà nessuna fonte attendibile ci dà il nome della figlia di Desiderio;
un agiografo del secolo successivo la chiama Desiderata, ma si tratta probabilmente
di una confusione col nome del padre. È però divertente notare che il nome di Ermengarda,
messo in circolazione da Manzoni, ha in qualche caso attecchito in maniera surrettizia
anche fra gli eruditi, fino a trovar posto in una voce dell’autorevole Dictionnaire de Biographie Française!
Poco credibile, agli occhi dello storico, è soprattutto la psicologia dei protagonisti,
e in particolare proprio di Ermengarda e Adelchi, personaggi romantici per eccellenza;
anche se sarebbe assurdo farne una colpa all’autore, che seguiva il gusto del suo
tempo. È giusto invece criticare l’adesione di Manzoni alle teorie storiografiche
di Augustin Thierry, che lo inducono a vedere nei Longobardi soltanto dei dominatori
stranieri, del tutto separati dal «volgo disperso» dei Latini ridotti al servaggio.
Qui le preoccupazioni ideologiche dell’autore, impegnato a rappresentare sotto il
mascheramento storico le condizioni dell’Italia del suo tempo, fanno decisamente velo
alla comprensione storica; giacché al tempo di Carlo Magno il regno longobardo non
aveva più un fondamento etnico, ma territoriale e la distinzione fra Longobardi e
Romani era sul punto di scomparire. Sotto quest’aspetto, oltre tutto, il difensore
di Manzoni non può più accampare i limiti oggettivi della storiografia ottocentesca,
perché già un contemporaneo dello scrittore milanese, il Sismondi, aveva intuito la
precoce fusione dei due popoli, e ne aveva concluso che la conquista franca, voluta
dalla Chiesa, interruppe un promettente processo unitario. È chiaro, peraltro, che
nell’inquieta Italia della Restaurazione e dei primi moti carbonari la posizione di
Sismondi implicava un duro attacco al ruolo politico del papato, ed è facile capire
perché un fervente cattolico come «don Lisander» non potesse accettare questa interpretazione
dell’antica storia patria.
III. Le guerre contro i pagani
All’indomani della sua vittoria contro i Longobardi, Carlo Magno si trovò ad essere,
in pratica, l’unico re cristiano d’Occidente. I piccoli re anglosassoni e spagnoli,
nonostante il titolo che portavano, non esercitavano che un potere locale; Carlo,
invece, era padrone di due grandi regni, e i suoi domini si allargavano dal Mare del
Nord all’Adriatico, includendo la stragrande maggioranza dei Cristiani di rito latino.
Tutt’intorno a lui erano insediati i nemici di Dio: i Sassoni, ancora pagani, nelle
foreste sconfinate della Germania settentrionale, e ancora più in là i Danesi e gli
Slavi, anch’essi idolatri; a mezzogiorno, oltre i Pirenei, gli Arabi musulmani, giÃ
respinti da Carlo Martello; a oriente, infine, nella pianura pannonica, i crudeli
Avari, discendenti dagli Unni di Attila. I Franchi erano un popolo guerriero, portato
ad attaccare e sottomettere i vicini; Carlo Martello, e poi Pipino, avevano guadagnato
proprio così il loro consenso, conducendoli ogni anno in vittoriose spedizioni di
conquista, da cui ciascuno tornava carico di gloria e di bottino. Ma adesso, più ancora
che in passato, quelle guerre d’aggressione si presentavano con un’inequivocabile
legittimazione religiosa. Ogni qual volta Carlo avesse levato la spada contro i suoi
vicini, la benedizione del papa l’avrebbe accompagnato, e il Dio degli eserciti, dall’alto
dei cieli, non avrebbe potuto fare a meno di guardare con compiacimento alle sue imprese;
in queste condizioni, come poteva fallire?
1. La guerra contro i Sassoni
a) Le atrocità d’una guerra di religione
E infatti, fallì assai raramente; ma il prezzo che pagò fu alto. «Ami i gigli della
pace, e le rose della guerra; così risplendi candido e scarlatto»: con queste parole
fiorite i poeti di corte adulavano Carlo, ma la verità è che il colore delle rose,
e del sangue, prevalse di gran lunga sul candore dei gigli, perché la guerra lo accompagnò
quasi ogni anno della sua vita. La più dura, e quella più gravida di conseguenze,
fu la guerra contro i Sassoni, che durò oltre vent’anni e portò i confini della CristianitÃ
fino all’Elba, incorporando stabilmente nel regno franco l’intero orizzonte germanico.
Già nel 772 Carlo aveva riunito i suoi guerrieri e li aveva condotti contro i pagani
del Nord, conseguendo una spettacolare vittoria: il principale santuario dei Sassoni,
l’Irminsul, dove sorgeva l’albero sacro ch’essi credevano sostenesse la volta celeste,
era stato conquistato, l’albero bruciato e gli idoli distrutti. Ma negli anni seguenti
queste spedizioni punitive dovettero ripetersi quasi ogni estate, poiché i Sassoni
resistevano con tutte le loro forze a una sottomissione che implicava, oltre alla
perdita dell’indipendenza tribale, anche l’abbandono forzato dei loro culti ancestrali.
Non che fin dal primo momento Carlo si sia posto come obiettivo dichiarato la conversione
dei Sassoni al Cristianesimo. Già suo padre e suo nonno avevano combattuto contro
di loro, e ogni volta, dopo averli sconfitti, s’erano accontentati d’imporre un tributo.
Eginardo, che pure scriveva quando ormai le ferite s’erano rimarginate, e avrebbe
potuto benissimo attribuire alle campagne di Carlo oltre il Reno una rassicurante
predestinazione religiosa, afferma invece in termini molto pragmatici che «c’erano
troppi motivi che potevano turbare la pace, ad esempio il confine tra noi e loro che
attraversava una pianura aperta, tranne in pochi luoghi dove grandi foreste o catene
montuose separavano più chiaramente i due paesi; per cui capitavano continuamente,
da una parte e dall’altra, assassinii, razzie e incendi». Proprio l’insicurezza della
frontiera con i barbari fece sì, secondo il cronista, che «alla fine i Franchi, esasperati,
non si accontentassero più di restituire colpo su colpo, ma decidessero di intraprendere
contro di loro una guerra aperta».
Ma è comunque chiaro che le motivazioni religiose si intrecciavano inestricabilmente
con quelle politiche, giacché fin dal tempo di Carlo Martello le spade franche avevano
sostenuto l’azione dei missionari oltre il Reno. Fra le condizioni imposte da Pipino
ai Sassoni sconfitti c’era la garanzia che gli ecclesiastici franchi e anglosassoni
operanti nel loro paese potessero svolgere senza impedimenti il loro apostolato; e
a qualcuno di quei missionari dovette sembrare ovvio che anche la guerra di Carlo
aveva innanzi tutto una giustificazione religiosa. «Se non accetterete di credere
in Dio», disse san Lebuino ai Sassoni, «c’è un re nel paese vicino che entrerà nel
vostro paese, per conquistarlo e devastarlo». E poiché i Sassoni si ostinavano a non
credere, quel re alla fine si mosse.
Fu una guerra atroce, in un paese poco o nulla civilizzato, senza strade e senza città ,
interamente ricoperto da foreste e paludi; i Sassoni, come sempre avevano fatto i
Germani prima di convertirsi al Cristianesimo, sacrificavano ai loro dei i prigionieri
di guerra, e i Franchi non esitavano a mettere a morte chiunque rifiutasse il battesimo
forzato. Più e più volte, logorati da quella guerra senza quartiere, i capi sassoni
chiesero la pace, offrirono ostaggi, accettarono il battesimo e s’impegnarono a consentire
l’opera dei missionari; ma ogni volta che la vigilanza si allentava e Carlo era personalmente
impegnato su qualche altro fronte esplodevano puntuali le rivolte, le guarnigioni
franche erano attaccate e massacrate, i monasteri devastati. Le stesse zone di confine
del regno franco non erano al sicuro: nel 778, quando seppero che il re e il suo esercito
erano impegnati al di là dei Pirenei, e non avrebbero potuto tornare indietro se non
con molte settimane di marcia forzata, i Sassoni apparvero nella valle del Reno, e
solo a fatica i comandanti locali riuscirono a contenerli, dopo molte distruzioni
e saccheggi.
Nel corso di queste ribellioni, emerse fra i Sassoni, per la prima volta, la figura
d’un capo unitario, la cui autorità era riconosciuta da tutte le tribù, il principe
Witichindo. Fu lui, proprio nel momento in cui Carlo era più sicuro d’aver pacificato
la regione e guadagnato la fedeltà dei nobili sassoni, a scatenare la ribellione più
clamorosa, sterminando nel 782 sulle montagne del Süntel le forze franche mandate
frettolosamente ad affrontarlo. Fuori di sé per un tradimento che oltre tutto era
costato la vita a due dei suoi più stretti collaboratori, il camerario Adalgiso e
il connestabile Geilone, Carlo rispose col gesto che rappresenta tuttora la macchia
più grave sulla sua reputazione: intervenuto con un nuovo esercito, costrinse i ribelli
alla capitolazione e ottenne che consegnassero le armi, ad eccezione di Witichindo
che si salvò riparando fra i Danesi; poi, quando li ebbe in suo potere, ne fece decapitare
in un sol giorno quattromilacinquecento a Verden, sull’Aller, un affluente della Weser.
Più d’uno storico ha cercato di attenuare la responsabilità di Carlo nel massacro,
ricordando che fino a pochi mesi prima il re credeva d’aver pacificato il paese, che
i nobili sassoni gli avevano giurato fedeltà e molti di loro erano stati nominati
conti, sicché la ribellione configurava un reato di tradimento punibile con la morte;
quella stessa morte che la durissima legge sassone comminava con estrema facilità ,
anche per reati insignificanti. Altri hanno cercato di forzare la testimonianza delle
fonti, sostenendo che i Sassoni vennero uccisi in battaglia e non massacrati a sangue
freddo, o addirittura che il verbo decollare, decapitare, è un errore dei copisti in luogo d’un originario delocare, sicché i prigionieri alla fin fine sarebbero stati semplicemente deportati; ma nessuno
di questi tentativi risulta credibile. Né varrebbe, oggi, la pena di riesumare queste
controversie se l’epoca in cui esse hanno toccato il culmine, gli anni Trenta del
XX secolo, non conferisse loro una tonalità particolarmente sinistra. Allora, infatti,
gli storici nazisti, ai cui occhi Witichindo era un eroe della razza germanica e Carlo
un conquistatore halbwelsch, mezzo latinizzato, aggredirono quei colleghi che cercavano di negare la realtà del
massacro, accusandoli di rappresentare una «storiografia degenerata» (entartete Geschichtsschreibung), con lo stesso linguaggio adoperato dal dottor Goebbels per demonizzare l’arte d’avanguardia.
In realtà l’ispirazione delle esecuzioni in massa di Verden fu più verosimilmente
biblica. Esasperato dalle continue ribellioni, Carlo Magno volle davvero comportarsi
come un re d’Israele: gli Amaleciti avevano osato alzare la mano a tradimento contro
il popolo di Dio, ed era dunque giusto che fossero sterminati fino all’ultimo; Gerico
era stata presa e tutti coloro che vi si trovavano dovevano morire di spada, uomini
e donne, vecchi e bambini, perfino i buoi e le pecore e gli asini, affinché non ne
rimanesse più traccia; lo stesso Davide, con cui Carlo amava identificarsi, dopo aver
sconfitto i Moabiti aveva fatto stendere i prigionieri a terra, e ne aveva uccisi
due su tre. C’era anche questo, nell’Antico Testamento da cui il re traeva continuamente
ispirazione, ed è difficile non scorgere nel massacro di Verden un’applicazione pratica,
ferocemente coerente, di quel modello. L’annalista regio non scrisse del resto, di
lì a qualche anno, che la guerra contro i Sassoni doveva essere condotta in modo tale
che «o fossero vinti e assoggettati alla religione cristiana, o completamente spazzati
via»?
Negli anni successivi al 782, Carlo condusse la guerra con una spietatezza ineguagliata,
svernando personalmente, per la prima volta, in terra nemica e devastando con metodo
il paese, per affamare i ribelli. Nello stesso tempo venne pubblicata la più feroce
fra tutte le leggi emanate durante la vita di Carlo, il cosiddetto Capitulare de partibus Saxonie, che impone la pena capitale per chiunque offenda la religione cristiana e i suoi
sacerdoti, e che, di fatto, rappresenta un manifesto per la conversione forzata dei
Sassoni. Scorrendo i capitoli di questa legge che condanna a morte, per non fare che
un esempio, chi trascura di osservare il digiuno del venerdì, è facile rabbrividire
davanti alla durezza d’un Cristianesimo così lontano dal messaggio evangelico; badiamo,
però, a non farne carico genericamente alla barbarie dei tempi. Il Capitulare de partibus Saxonie è uno di quei provvedimenti con cui un generale esasperato cerca di stroncare col
terrore la resistenza d’un intero popolo, e Carlo ne porta la responsabilità morale,
come tanti generali del XX secolo portano quella di provvedimenti altrettanto disumani;
più importante è sottolineare che l’editto, proprio per la sua spietatezza, suscitò
critiche nello stesso entourage di Carlo, in particolare presso il suo più ascoltato consigliere spirituale, Alcuino.
La politica del terrore e della terra bruciata sembrò dapprima pagare: nel 785, dopo
che i Franchi avevano devastato il paese fino all’Elba, Witichindo fu costretto a
scendere a patti e venne in Francia, al palazzo di Attigny, per ricevere il battesimo.
Il re stesso gli fece da padrino e papa Adriano si felicitò con il vincitore, ordinando
di rendere grazie in tutte le chiese della Cristianità per quella nuova e grandiosa
vittoria della fede. Ma il battesimo imposto con la forza si rivelò poco efficace
e la durezza del governo franco, teso a reprimere con la massima ferocia ogni ritorno
ai rituali pagani, provocò nel 793 una nuova insurrezione in massa nelle regioni settentrionali
della Sassonia, le più superficialmente cristianizzate. «Tornati al paganesimo», secondo
l’espressione degli Annali di Lorsch, i Sassoni bruciarono le chiese, massacrarono
gli ecclesiastici e si prepararono ancora una volta a resistere nelle loro foreste.
Carlo intervenne con la ferocia ormai abituale e anzi con mezzi ancor più drastici,
e spaventosamente moderni: anziché limitarsi a devastare il paese ribelle e prenderne
per fame le popolazioni, le deportò in massa e pianificò il ripopolamento di quelle
zone con coloni franchi o slavi. Al tempo stesso, però, giacché era comunque un politico
abile, comprese la necessità di modificare l’approccio al problema: intensificati
i contatti con i principali esponenti dell’aristocrazia sassone, ne cercò la collaborazione
e in una grande assemblea ad Aquisgrana, nel 797, emanò col loro consiglio una nuova
versione del Capitulare saxonicum, assai più conciliante della prima. Questa doppia politica si rivelò subito pagante,
garantendo in via pressoché definitiva la collaborazione dei nobili sassoni con il
nuovo regime. Il monaco di Fulda, Eigil, componendo la Vita dell’abate Sturmi, scrisse proprio in quegli anni che Carlo aveva imposto il giogo
di Cristo ai Sassoni «con la guerra, con la persuasione e anche con i regali», dimostrando
d’aver ben capito come proprio una nuova flessibilità avesse alla fine permesso l’integrazione
di quegli ostinati pagani nell’impero cristiano.
Simbolo di questa integrazione fu la nuova città che Carlo fece costruire a Paderborn,
nel cuore del paese conquistato, eretta su paludi bonificate, e munita d’un palazzo
reale e d’una grandiosa cattedrale; lì il sovrano risiedeva quando le operazioni contro
i ribelli richiedevano la sua presenza in Sassonia, e lì ricevette nel 799 papa Leone
III fuggito da Roma per scampare ai suoi nemici; ma di lì prese il via anche uno sforzo
missionario che, ricalcando le orme lasciate in passato da san Bonifacio, riuscì in
breve tempo a sradicare il paganesimo assai più efficacemente di quanto non avessero
fatto fino ad allora le spade franche. Conquistata alla fede, al punto che il primo
vescovo insediato a Paderborn fu un Sassone, Hathumar, la nuova provincia venne integrata
rapidamente anche nell’organizzazione politica e militare dell’impero; la prova è
che la leva reclutata fra i Sassoni cominciò ad essere regolarmente inquadrata negli
eserciti imperiali, soprattutto in quelle spedizioni contro le tribù slave che diventavano
via via più frequenti e da cui proprio i Sassoni, con l’aprirsi per i loro contadini
di nuove prospettive di colonizzazione oltre l’Elba, erano destinati a trarre il massimo
vantaggio.
Il fronte della Germania settentrionale era così definitivamente chiuso; se ne apriva
un altro a oriente, in cui i sovrani tedeschi avrebbero continuato ad essere impegnati
per secoli, quello del Drang nach Osten per allargare lo spazio vitale delle popolazioni germaniche ai danni di quelle slave.
Facciamo attenzione, peraltro, a non confondere Carlo con un Federico Barbarossa,
o magari con un Hitler, dimenticando la radicale differenza di orizzonti. Il re non
obbediva certo a principi di tipo etnico o razziale quando calcolava la propria politica,
tant’è vero che non esitò mai a servirsi contro i Sassoni di quei capi slavi che accettavano
di sottomettersi alla sua autorità ; e quanto alle immense pianure oltre l’Elba, l’idea
che il destino del popolo tedesco fosse di cercare laggiù il proprio spazio vitale
era così lontana da lui che, al contrario, fino agli ultimi anni della sua vita egli
considerò il grande fiume come il confine naturale dell’impero. L’ultima misura preventiva
da lui presa contro i Sassoni, su cui non a caso gli storici tedeschi si sono angosciosamente
interrogati, fu la deportazione, ancora nell’804, dei Sassoni che abitavano oltre
l’Elba e la cessione del loro paese agli Abodriti, cioè alle tribù slave confinanti!
b) Strategia della guerra sassone
Fin qui, a grandi linee, le vicende d’una guerra che tenne impegnato Carlo, praticamente
ogni anno, per oltre metà del suo lungo regno. Ma come dobbiamo immaginare, concretamente,
lo svolgimento d’una di quelle campagne? Sul piano militare, il tema dominante, se
così si può dire, della guerra contro i Sassoni è il tentativo di assumere il controllo
d’un paese difficile, di foreste e di paludi, da parte di invasori che disponevano
di una schiacciante superiorità in termini puramente militari, ma combattevano lontano
dal loro paese e dipendevano dunque interamente dalla capacità di costruire e difendere
delle basi avanzate; mentre gli abitanti del paese, evitando per quanto possibile
gli scontri in campo aperto, conducevano una guerriglia spietata nelle retrovie dell’invasore,
e quando riuscivano a concertare un’azione comune concentravano i loro sforzi nell’assedio
e distruzione delle basi nemiche più esposte.
È stato osservato che mentre il tema strategico della guerra sassone di Carlo Magno
è sostanzialmente identico a quello delle campagne di Druso e Germanico nel primo
secolo dopo Cristo, la soluzione trovata fu radicalmente diversa. I Romani, padroni
del mare, erano in grado di risalire le vie d’acqua dalla foce verso l’interno e dunque
condussero le loro campagne non solo da occidente, risalendo la Lippe a partire dalla
sua confluenza nel Reno, ma anche da settentrione, risalendo l’Ems e il suo affluente,
la Hase; è così che le loro legioni giunsero nella selva di Teutoburgo, l’antico campo
di battaglia di Varo, ed è lungo il corso di questi fiumi che sono state ritrovate
dagli archeologi tedeschi le loro principali basi fortificate. Per contro, Carlo Magno
entrò sempre nel paese nemico per via di terra, anche se d’abitudine avrà sfruttato
ovunque possibile le vie d’acqua per il trasporto dei rifornimenti. Se il luogo di
radunata dell’esercito era sul medio Reno, la spedizione si dirigeva poi a oriente
lungo le valli della Lippe e della Ruhr; se invece era sull’alto Reno, si puntava
a settentrione, guadando il Meno nel luogo che non a caso si chiama ancor oggi «il
guado dei Franchi», Francoforte, per poi proseguire dritto verso nord.
In un caso come nell’altro, si entrava nel paese nemico attraverso l’altipiano a occidente
della Weser, lungo il corso superiore di questo fiume, là dove confluiscono in esso
il Diemel e l’Eder; e proprio sul primo di questi due fiumi i Sassoni avevano costruito
una fortezza chiamata Eresburg, che sbarrava la strada agli invasori. Fin dalla sua
prima campagna in paese sassone, nel 772, Carlo s’impadronì di Eresburg e v’insediò
una guarnigione, prima di procedere a fortificare Büraburg sull’Eder, che già da molto
tempo costituiva la principale piazza avanzata dei Franchi nell’interno della Germania.
In tutte le campagne successive quest’area rappresentò la base d’operazione dell’esercito
franco, e qui Carlo compì il suo massimo sforzo per trasformare anche fisicamente
il paese; qui sorse uno dei più importanti avamposti della Cristianità , il monastero
di Corvey, e qui venne edificata più tardi la nuova città di Paderborn, nel luogo
dove già nel 777 il re aveva voluto tenere il raduno annuale dei Franchi e che doveva
diventare la sua residenza favorita in terra sassone.
Ma sul piano militare il luogo più importante per il controllo dell’altipiano era
la fortezza di Eresburg, come dimostra l’ostinazione dei Sassoni a impadronirsene.
Già nel 773, mentre il re era impegnato oltre le Alpi contro i Longobardi, Eresburg
venne presa e distrutta una prima volta; Carlo la ricostruì nella campagna del 775,
insieme a un’altra base fortificata più avanzata, a Lübbecke, sulle montagne che fronteggiano
la Weser. I Sassoni decisero di attaccare quest’ultima, e riuscirono a entrarvi con
l’inganno, mescolandosi ai foraggiatori franchi che rientravano all’accampamento dopo
aver battuto la campagna alla ricerca di rifornimenti: solo a fatica la guarnigione,
dopo aver perso molti uomini, riuscì a respingere gli infiltrati, che tuttavia disparvero
nella foresta senza che fosse possibile inseguirli. Nel 776, mentre Carlo affrontava
i ribelli longobardi sulla Livenza, i Sassoni si presentarono in forze davanti a Eresburg
e convinsero la guarnigione a evacuarla, sicché il forte venne di nuovo distrutto;
ma già in quell’estate il re tornò a ricostruirlo, edificando contemporaneamente un’altra
fortezza sulla Lippe, che chiamò Karlsburg, e che fu poi distrutta nell’insurrezione
del 778.
A loro volta i Sassoni erigevano fortificazioni, certamente in legno al pari di quelle
franche, per fronteggiare le basi avanzate nemiche; sicché nella maggior parte dei
casi la campagna estiva pianificata da Carlo aveva come scopo la presa e la distruzione
di una o più di queste fortezze, oltre al rafforzamento delle fortezze franche esistenti
e, quand’era possibile, alla creazione di nuove. Era un modo faticoso di fare la guerra,
e non provvedeva spettacolari successi; ma alla lunga le risorse umane ed economiche
dell’invasore, così largamente superiori, erano destinate a prevalere. Le macchine
d’assedio dei Sassoni, in particolare le catapulte (petrariae), erano meno efficaci di quelle franche; secondo gli annalisti il loro fallimento
era dovuto all’intervento di Dio, ma è più probabile che gli ingegneri sassoni disponessero
di competenze inferiori. La sottomissione della Sassonia fu in ultima analisi il risultato
del suo lento strangolamento attraverso l’estendersi d’una rete di basi fortificate,
in grado di sostenersi a vicenda, di bloccare tutti i fiumi, e di mandar fuori squadre
di armati a devastare il paese nemico, spargendo il terrore e costringendo gli abitanti
alla sottomissione; mentre le corrispondenti fortificazioni erette dal nemico erano
lentamente ma sicuramente prese d’assalto e smantellate una dopo l’altra.
È comunque possibile individuare nel monotono e triste dipanarsi della guerra sassone
un momento di accelerazione brutale, in cui Carlo volle chiaramente forzare la mano
e in larga misura ci riuscì. Entrato in Sassonia nell’estate 782, dopo l’insurrezione
dei Sassoni e la disfatta di Süntel, Carlo vendicò simbolicamente i suoi caduti col
massacro di Verden; ma era troppo tardi per condurre una campagna su vasta scala,
e il re tornò a svernare a Thionville. Subito dopo la Pasqua 783 entrò in Sassonia
con forze imponenti, e anche se sembra che abbia avuto qualche difficoltà a coordinarne
i movimenti, tanto da dover affrontare un primo scontro con solo una parte dell’esercito,
riuscì alla fine a convergere in forze sui ribelli e schiacciarli; dopodiché non esitò
a sfruttare fino in fondo il successo, passando la Weser e spingendosi per la prima
volta fino all’Elba. Ragioni familiari, tuttavia, lo persuasero anche quest’anno a
ritornare per l’inverno a Worms, giacché dopo la regina Ildegarda, morta ad aprile,
anche sua madre Bertrada era scomparsa, a luglio, e non era opportuno che il re si
trattenesse proprio allora fuori dal regno; tanto più in vista del nuovo matrimonio
con Fastrada, che venne celebrato subito dopo il suo ritorno.
Ma era comunque chiaro che Carlo aveva intenzione di condurre la guerra fino in fondo,
e con una visione strategica d’insieme. La campagna del 784 si aprì in modo non troppo
originale, con una marcia lungo la Lippe fino alla Weser, ma quando le piogge eccessive
provocarono inondazioni e resero il paese impraticabile il re, anziché ritornarsene
in patria come avrebbe fatto in un altro momento, lasciò sul posto il figlio Carlo
con forze sufficienti a tenere a bada i ribelli, e con il grosso dell’esercito marciò
attraverso la Turingia, devastando il paese sassone più a oriente, fra la Saale e
l’Elba. Rientrato a Worms prima dell’autunno, non si accontentò neppure questa volta
dei risultati ottenuti, ma radunò nuove truppe per sostituire quelle logorate dalla
lunga campagna estiva, condusse una nuova dimostrazione in forze sulla Weser, e all’arrivo
dell’inverno ripiegò su Eresburg, svernando, per la prima volta, in terra nemica.
La fermezza della sua decisione è dimostrata dal fatto che si fece raggiungere lì
dalla moglie Fastrada, dai figli e dalle figlie, e anziché sospendere, come di consueto,
le operazioni le prolungò anche durante i mesi invernali, dirigendo personalmente
le spedizioni punitive contro i ribelli.
Ancor più che nella pianificazione a tavolino d’una distruttiva blitzkrieg come quella contro i Longobardi, l’intelligenza strategica e logistica di Carlo appare
chiaramente in questa campagna invernale; che già di per sé rappresentava un concetto
nuovo e tale da imporre al nemico un logorio insopportabile, sul piano materiale come
su quello morale. Giacché non si trattò soltanto di spargere un terrore indiscriminato
per spezzare la volontà di resistenza dei ribelli, ma di liquidare con oculatezza
quei presidi fortificati nemici che potevano essere in futuro d’ostacolo, di mantenere
saldamente il controllo delle vie di comunicazione, e intanto di accumulare nella
base avanzata di Eresburg vettovaglie e materiali; così che appena giunta la bella
stagione la campagna del 785 potesse risultare davvero decisiva. E fu proprio così,
giacché in quell’estate Witichindo e gli altri capi ribelli si ritrovarono privi di
sostegno in un paese devastato, in cui la cavalleria franca era in grado di spingersi
ovunque senza resistenza; e quando Carlo promise loro salva la vita preferirono arrendersi,
accettando la deportazione in Francia e il battesimo.
La stessa strategia, basata sul controllo dei guadi e l’edificazione di avamposti
fortificati, venne introdotta nelle campagne contro gli Slavi, che rappresentano una
continuazione diretta di quelle contro i Sassoni. Nel 789, per la prima volta, forze
franche si spinsero oltre l’Elba, su cui vennero costruiti due ponti di legno, uno
dei quali protetto su entrambe le rive da un castello di legno e terra. Il capo slavo
locale, Dragawit, preferì arrendersi e consegnò la sua residenza fortificata, facendo
atto di sottomissione al re franco. Nell’806 il figlio dell’imperatore, Carlo, condusse
un’altra spedizione in forze, respinse gli Slavi e stabilì due basi fortificate, una
sull’Elba e l’altra sulla Saale; due anni dopo vennero edificate altre due fortezze
sull’Elba, che andava così trasformandosi sempre più chiaramente nella frontiera dell’impero,
una frontiera ben munita da cui era possibile lanciare a piacimento spedizioni offensive
in paese nemico. Si profilava così fin dagli anni di Carlo Magno quella politica di
sottomissione del paese slavo tramite l’erezione di fortezze e l’impianto di guarnigioni,
a protezione dei coloni tedeschi di cui si incoraggiava l’immigrazione, che sarà poi
seguita sistematicamente dall’Ordine Teutonico in Prussia, e che sarà ancora teorizzata
in tempi più vicini a noi, nei deliri dei capi nazisti intenti a programmare l’occupazione
dell’Ucraina e della Russia.
c) Le battaglie campali
Guerra di assedi, dunque, quella di Carlo contro i Sassoni; di fortezze di legno faticosamente
erette nelle radure delle foreste, di barconi avviati lungo i fiumi per rifornire
le guarnigioni assediate in paese nemico, di rozze macchine da guerra e di imboscate
in montagna. In una guerra del genere, gli scontri in campo aperto erano rari; Eginardo
afferma che Carlo combatté personalmente due sole battaglie, e per di più nel volgere
d’un solo mese, nell’estate 783, schiacciando sulla Lippe e poi sulla Hase due concentrazioni
di ribelli. In realtà c’è motivo di credere che i cronisti franchi abbiano abbellito
la realtà , e che nel primo dei due scontri, combattuto presso Detmold, Carlo sia stato
in realtà respinto; risulta, infatti, che dopo il combattimento, affrontato con forze
insufficienti, il re ripiegò su Paderborn, e lì fece affluire rapidamente rinforzi,
mentre i Sassoni, tutt’altro che scossi, si preparavano a dar battaglia un’altra volta.
Certamente vittorioso fu invece il secondo combattimento, in cui il re poté mettere
in campo la consueta superiorità numerica, e dopo il quale i Franchi si spinsero oltre
la Weser e addirittura fino all’Elba, devastando e saccheggiando il paese nemico.
Ma la battaglia su cui abbiamo le informazioni più ampie non è una vittoria, bensì
uno scontro in cui i Franchi furono severamente battuti, come accadde in circostanze
abbastanza analoghe a Roncisvalle; e pensandoci bene, non è un caso che proprio le
sconfitte più cocenti abbiano lasciato una profonda impressione sui cronisti, assai
più delle vittorie cui erano tutto sommato abituati. Lo scontro cui s’è già più volte
accennato avvenne ai piedi d’un massiccio montuoso chiamato il Süntel, presso il fiume
Weser, ed è forse l’unica battaglia combattuta durante le guerre di Carlo Magno di
cui sia possibile offrire una descrizione abbastanza dettagliata, così da riuscire
a capirne sia il senso strategico, sia l’andamento tattico.
Era l’estate 782, e s’era appena sparsa la notizia della nuova ribellione di Witichindo.
Il re mandò all’esercito che si trovava allora in Sassonia in previsione d’una campagna
contro gli Slavi, al comando di tre dei suoi ministri, il camerario Adalgiso, il connestabile
Geilone e il conte di palazzo Worad, l’ordine di invertire la marcia e attaccare le
forze sassoni nel luogo dove si stavano radunando. Questo esercito era stato formato,
in origine, con l’incarico di intercettare e distruggere una banda di saccheggiatori
provenienti dal paese slavo fra l’Elba e la Saale, ed era dunque composto essenzialmente
di cavalleria. Non pare tuttavia che le operazioni sulla frontiera fossero già cominciate;
l’armata era ancora in territorio sassone e anzi quasi certamente al di qua della
Weser, e perciò raggiunse in breve tempo l’area in cui era segnalato il concentramento
dei ribelli, sulle montagne del Süntel, immediatamente al di là del grande fiume.
Qui la colonna si congiunse con un’altra forza che il re aveva frettolosamente reclutato
nella zona del Reno e mandato di rinforzo, al comando d’un suo parente, il conte Teodorico.
Gli esploratori franchi individuarono l’accampamento sassone sulle montagne oltre
la Weser, e i comandanti decisero di manovrare in modo tale da bloccare al nemico
ogni via di scampo: un’altra prova di come i Franchi, sicuri della loro superiorità ,
si muovessero anche in paese nemico con assoluta sicurezza, mentre i Sassoni si trovavano
nella situazione di guerriglieri, o partigiani, continuamente inseguiti e minacciati
di annientamento. Avvicinatisi all’accampamento nemico, Teodorico pose il suo campo
di fronte ad esso, restando però dall’altra parte del fiume, mentre la seconda colonna
compì un movimento aggirante, attraversò la Weser e andò ad accamparsi alle spalle
del nemico. La manovra era corretta e non si può non restare ammirati di fronte a
comandanti in grado di concepire ed eseguire un piano così articolato; a questo punto,
tuttavia, qualcosa dev’essere andato storto. Forse i Franchi sperimentarono a loro
spese qualcosa di cui innumerevoli generali hanno dovuto accorgersi, e cioè la difficoltÃ
di coordinare a distanza il movimento e soprattutto l’attacco di diverse formazioni;
forse, come preferisce scrivere l’annalista, alla ricerca d’una spiegazione psicologica,
i tre generali della seconda colonna preferirono appropriarsi tutta la gloria della
facile vittoria senza dividerla con Teodorico; in ogni caso attaccarono da soli.
È probabile che i Franchi abbiano sottovalutato l’entità delle forze nemiche, o il
loro morale, perché risulta che si precipitarono avanti a testa bassa, spronando i
cavalli contro l’accampamento nemico come se non dovessero scontrarsi con un avversario
pronto a dare battaglia, ma inseguire dei fuggiaschi. I Sassoni, che combattevano
a piedi secondo l’antica usanza germanica, li attirarono probabilmente in una zona
inadatta al movimento dei cavalli, e dopo aver respinto la prima carica riuscirono
a prendere progressivamente il sopravvento, fino a circondare e annientare gran parte
dei nemici. Adalgiso e Geilone caddero e con loro ben quattro conti; solo pochi fuggiaschi
riuscirono ad attraversare la montagna e il fiume e raggiungere l’accampamento del
conte Teodorico, cui toccò poi riferire al re della catastrofe. (Quanto a lui, avrebbe
continuato a guerreggiare ancora a lungo su quel fronte, fino a farsi ammazzare a
sua volta dai Sassoni parecchi anni dopo, nel 793; a quella data, suo figlio Guglielmo
era già stato nominato conte di Tolosa, e sarebbe poi diventato il celebre Guglielmo
«au cort nez» delle canzoni di gesta; ma questa è un’altra storia).
È difficile dire quali indicazioni militari si possano trarre dallo scontro del Süntel;
qualcuno l’ha paragonato alla fase iniziale della battaglia di Hastings, in cui la
cavalleria pesante normanna non riuscì a sfondare il muro di scudi della fanteria
sassone, saldamente attestata sulla collina; e ne ha concluso che dovremmo esser cauti
prima di attribuire alla cavalleria di Carlo Magno il valore di un’arma di sfondamento.
Ma per altro verso le circostanze ricordano piuttosto quelle di Little Big Horn, dove
solo il numero imprevisto degli Indiani, e la loro volontà di combattere anziché scappare,
trasformarono in catastrofe la facile vittoria che un generale esperto come Custer
era sicuro di conseguire. Quel che è certo è che la battaglia del Süntel fu un’eccezione,
come dimostra la stessa ampiezza con cui è riferita dagli annali; e in quanto tale
conferma la regola secondo cui gli eserciti franchi, in campo aperto, erano largamente
superiori ai loro avversari.
2. Le guerre contro gli Arabi
a) La campagna del 778
Nei confronti degli Arabi di Spagna, Carlo Magno mantenne per gran parte del suo regno
un atteggiamento prevalentemente difensivo. Le mura delle antiche città romane come
Narbona e Tolosa vennero rafforzate e nell’insieme il re si accontentò di garantire
la difesa dell’Aquitania contro eventuali scorrerie, per non parlare delle insurrezioni
dei suoi stessi abitanti, così frequenti sotto il regno di Pipino. Nella primavera
del 778, tuttavia, le lotte intestine che indebolivano la dominazione musulmana in
Spagna parvero offrire l’occasione d’oro per un intervento offensivo; e Carlo Magno,
rinunciando a un viaggio a Roma di cui aveva già parlato col papa, preferì organizzare
una spedizione oltre i Pirenei, per aiutare il governatore di Barcellona, Sulaimân
ben Yaqzân ibn al-Arabi, e altri «principes Sarracenorum», che si erano ribellati
contro l’emiro di Cordova ed erano venuti fino a Paderborn per richiedere l’aiuto
dei Franchi.
La speranza d’una facile conquista era senza dubbio il movente principale della spedizione;
il che tuttavia non impedì a Carlo di scrivere al papa annunciando che gli Arabi minacciavano
d’invadere il suo regno, e ch’egli si muoveva contro di loro a scopo preventivo. Contemporaneamente
si mobilitò l’opinione pubblica additando le sofferenze dei Cristiani di Spagna sotto
il «giogo crudelissimo dei Saraceni», e si diffuse anzi la voce che erano stati i
correligionari oppressi a richiedere l’aiuto del re franco. Il papa rispose come ci
si poteva aspettare, con l’augurio che un angelo mandato da Dio precedesse l’esercito
franco nella campagna contro gli infedeli e gli permettesse di ritornare in patria
vittorioso: come si vede, le tecniche della propaganda e la manipolazione delle informazioni
erano già allora l’ingrediente essenziale d’una politica imperialista.
Per attraversare i Pirenei il re pianificò secondo le sue abitudini una manovra a
tenaglia: egli avrebbe condotto personalmente un’armata attraverso il paese basco,
cristiano e almeno in teoria sottomesso, mentre una seconda armata utilizzava i colli
più orientali. Il resoconto degli annalisti dimostra che le considerazioni logistiche
erano decisive per l’adozione di questo genere di manovra: le truppe reclutate in
Neustria e in Aquitania, infatti, si radunarono sul versante atlantico, mentre quelle
che provenivano da Austrasia, Provenza, Germania e Italia vennero avviate, più comodamente,
sul versante mediterraneo. Le due armate si riunirono sotto le mura di Saragozza,
e poiché il governatore locale, contrariamente agli accordi, rifiutava di consegnarla,
Qârlo, come lo chiamano i cronisti arabi, pose l’assedio alla città ; ma non riuscì
a prenderla, e dopo un mese e mezzo d’assedio decise di ritornare in patria, perché
dal confine sassone giungevano inquietanti notizie di ribellione. Il 15 agosto 778,
nelle gole pirenaiche, la retroguardia della colonna in ritirata venne assalita di
sorpresa e sterminata dalle tribù basche della montagna. Eginardo scrive che nel disastro
perirono Eggihardo, siniscalco del re, Anselmo, conte di palazzo, e Rolando, «Hruodlandus»,
responsabile del confine di Bretagna.
Questo «Hruodlandus», menzionato in qualche documento di dubbia autenticità come un
prossimo collaboratore del re, ma di cui non sappiamo assolutamente nient’altro, era
destinato a diventare uno degli eroi letterari più famosi dell’Occidente. È il protagonista
della Chanson de Roland, caduto a Roncisvalle per il tradimento di suo zio Gano, non senza aver fatto strage
di pagani; giacché i Baschi della storia, da gran tempo cristianizzati, s’erano trasformati
nel ricordo in Musulmani. Ma è anche l’Orlando del Boiardo e dell’Ariosto, protagonista
dei maggiori capolavori della nostra letteratura rinascimentale, e infine, nella sua
più tarda incarnazione, è il paladino Orlando dell’Opera dei Pupi. Eppure non è nemmeno
certo che «Hruodlandus» sia davvero caduto nell’agguato, poiché in alcuni dei manoscritti
più importanti della Vita Karoli il suo nome manca, e può darsi che sia stato aggiunto negli altri codici sotto l’influenza
della leggenda già circolante; quanto al nome di Roncisvalle, la Chanson de Roland, dell’XI secolo, è il primo testo a identificare con questo valico, battuto dai pellegrini
in cammino verso Santiago di Compostella, il luogo della battaglia, che le fonti coeve
dicono semplicemente combattuta fra le gole dei Pirenei.
b) Le campagne di Ludovico il Pio
Anche se l’episodio di Roncisvalle obbliga a considerare la spedizione di Spagna come
un fallimento, il bilancio finale non fu però del tutto negativo, giacché le popolazioni
cristiane a ridosso dei Pirenei avevano identificato nel regno franco l’unico possibile
protettore, e Carlo aveva imparato a sue spese la necessità di pianificare con maggiore
respiro la futura espansione oltre il confine iberico. Il primo passo in questa direzione
fu la costituzione di un autonomo regno d’Aquitania, di cui fu consacrato re nel 781
il figlio di Carlo Magno, Ludovico, nello stesso momento in cui l’altro figlio Pipino
diventava re dei Longobardi. Le popolazioni aquitane, così spesso ribelli in passato,
vennero pacificate da questo riconoscimento della loro autonoma identità ; era, s’intende,
un riconoscimento puramente simbolico, giacché il nuovo re Ludovico aveva appena tre
anni, ma al suo fianco c’era comunque una squadra di consiglieri che rispondeva direttamente
a Carlo e che impegnò tutte le proprie energie nella difesa del confine pirenaico
e nella sorveglianza delle cose di Spagna.
Le popolazioni cristiane della penisola iberica chiesero a più riprese l’appoggio
franco, come accadde nel 785 agli abitanti di Gerona; ma per il momento erano ancora
i Musulmani a mostrarsi più minacciosi, come nel 793, quando una scorreria proveniente
dalla Spagna si spinse fin sotto le mura di Narbona e Carcassonne, sbaragliando il
conte Guglielmo di Tolosa che aveva tentato di intercettarla, e tornandosene poi tranquillamente
in Spagna, carica di bottino e di schiavi cristiani. Furono forse episodi come questo
a persuadere Carlo che il problema della frontiera pirenaica andava risolto drasticamente,
e a fargli mettere a disposizione di Ludovico le risorse necessarie, allorché le discordie
dei principi arabi tornarono a offrirgli un’occasione d’intervento. Nel 797, essendo
morto da poco l’emiro di Cordova, suo fratello Abdallah venne ad Aquisgrana a chiedere
l’aiuto del re per spodestare il nipote, mentre un altro ribelle, impadronitosi di
Barcellona, offriva di consegnare la città ai Franchi. Per ordine del padre, Ludovico
passò i Pirenei e andò a mettere l’assedio a Huesca, e sebbene l’impresa si rivelasse
superiore alle sue forze, una seconda spedizione guidata dal conte Borrell occupò
la città fortificata di Vich, oltre a diverse fortificazioni minori, stabilendo così
una base di operazioni permanente al di là dello spartiacque. L’effetto di questa
conquista non tardò a farsi sentire: nel 799 l’emiro di Huesca scrisse a Carlo promettendo
che la prossima volta avrebbe aperto le porte della sua città agli eserciti franchi.
A partire da questo momento, il re d’Aquitania ormai adolescente si sentì abbastanza
forte da intraprendere una vasta operazione di conquista. Nell’800 ritornò in Spagna
alla testa dell’esercito e prese Lerida; nell’801 mise l’assedio a Barcellona, che
cadde dopo un assedio durato sette mesi, e venne affidata al comando d’un conte goto,
Bera. Negli anni seguenti Ludovico allargò sistematicamente i suoi domini iberici,
finché, nell’810, l’emiro di Cordova accettò di negoziare un trattato di pace, riconoscendo
l’influenza franca su tutte le terre a nord del fiume Ebro. L’area così strappata
ai Musulmani venne incorporata senz’altro nell’impero e organizzata militarmente come
una provincia fortificata di confine, una marca, nel linguaggio dell’amministrazione imperiale. È da questa «marca Hispanica», così
precocemente recuperata alla Cristianità e collegata sul piano amministrativo all’Aquitania,
che ha origine la specificità ancor oggi riconoscibile della Catalogna, vicina al
Mezzogiorno francese per lingua e abitudini, e considerata per tradizione più europea
rispetto al resto della Spagna.
Sul piano strettamente militare, le guerre di Spagna non sono troppo ricche di insegnamenti,
tranne uno, fondamentale: benché combattessero sul proprio territorio, e contro un
nemico che doveva affrontare difficoltà logistiche non indifferenti, gli Arabi evitarono
sempre lo scontro in campo aperto, confidando per la propria difesa esclusivamente
nelle mura delle città . Non era una fiducia mal riposta, poiché in un’area così fittamente
urbanizzata i Franchi, le cui macchine d’assedio non erano particolarmente avanzate,
compirono per forza di cose progressi assai lenti; resta il fatto che evidentemente
i loro eserciti erano troppo forti perché gli Arabi potessero pensare di affrontarli
in battaglia, come accadde salvo rare eccezioni anche ai Sassoni, e come sarà anche
il caso degli Avari.
3. Le guerre contro gli Avari
a) I cavalieri delle steppe
Secondo Eginardo, la guerra di Carlo Magno contro gli Avari fu «la più importante
da lui condotta, fatta eccezione per quella dei Sassoni; ed egli ci si dedicò con
maggior voglia e con risorse di gran lunga maggiori». Forse proprio per questo gli
Avari sono il meno conosciuto fra tutti i nemici che ebbero la disgrazia di attirare
l’attenzione di Carlo: perché la pagarono più cara di tutti, al punto che fino a non
molti anni fa si credeva che fossero scomparsi dalla faccia della terra senza praticamente
lasciar traccia. Solo da pochissimo tempo la storia e l’archeologia li hanno riscattati
dall’oblio in cui li avevano sprofondati le spade franche; ma ci hanno anche permesso
di comprendere che il loro declino non fu dovuto solamente alla guerra spietata condotta
contro di loro da Carlo.
Chi erano, dunque, costoro? Più che un popolo, il nome di Avari aveva designato, qualche
secolo prima, un’orda di nomadi delle steppe, razziatori e allevatori di cavalli,
non troppo dissimili dagli Unni per le usanze e l’aspetto asiatico, tanto che le fonti
franche li chiamano senz’altro così, «Huni»; e del resto è probabile che dell’orda,
formatasi più o meno un secolo dopo la morte di Attila, facessero parte anche bande
di Unni veri e propri. Sotto la guida d’un capo che portava il titolo turco di khagan, latinizzato dai cronisti occidentali in «cacanus», gli Avari avevano aggredito l’impero
bizantino e s’erano insediati da padroni nelle vaste pianure danubiane, appena lasciate
libere dai Longobardi calati in Italia; incorporando sotto il proprio dominio altre
popolazioni della stessa provenienza, note collettivamente come Bulgari, popoli germanici
come i Gepidi, e soprattutto, in misura crescente, tribù slave.
Il khanato avaro era dunque una realtà eterogenea, dal punto di vista etnico e linguistico,
e al tempo di Carlo Magno la maggior parte dei suoi abitanti aveva abbandonato il
nomadismo e viveva coltivando la terra e allevando bovini, in modo non troppo dissimile
dagli Slavi dell’Europa orientale; ma era governato da un’aristocrazia di guerrieri
a cavallo, che al contrario dei contadini aveva conservato fedelmente le usanze della
steppa, comprese le lunghe trecce che tutti i testimoni indicano concordemente come
il segno distintivo degli Avari. L’archeologia suggerisce che a quei nobili si fossero
uniti ancora di recente altri gruppi di nomadi provenienti dall’Asia, e che perciò
almeno fra i notabili avari si parlassero ancora lingue di ceppo turco, anziché i
dialetti slavi prevalenti fra i loro sudditi. In definitiva, alla vigilia del loro
annientamento gli Avari non erano tanto un popolo, quanto l’insieme delle popolazioni
che obbedivano al khagan, e fra loro specialmente chi possedeva armi, cavalli e gioielli ed esercitava una
qualche autorità : anche i capi e i nobili turchi, bulgari e slavi, nel momento in
cui si riconoscevano soggetti al khagan, diventavano «Avari».
Bene, questo è quello che noi sappiamo di loro, e nemmeno da molto tempo; ma che cosa
ne sapeva Carlo Magno? Ai suoi occhi, è probabile che essi presentassero due facce
contraddittorie. Per un verso, tutto ciò che poteva leggere, o farsi leggere su di
loro li assimilava allo stereotipo dei nomadi delle steppe, gli Sciti di Erodoto o
gli Unni di Ammiano Marcellino: selvaggi animaleschi, crudeli e sanguinari, avidi
di saccheggio e di razzia, ostinati nel loro paganesimo e capaci d’ogni empietà . Uno
degli intellettuali che vivevano alla corte di Carlo, Paolo Diacono, era un Longobardo
del Friuli, d’una zona, cioè, che a memoria d’uomo era sempre stata esposta alle scorrerie
degli Avari, e sapeva raccontare storie agghiaccianti sulla loro crudeltà e lascivia;
oltre a ciò, avrebbe anche potuto raccontare a Carlo che in altri tempi quegli «Hunni,
qui et Abares dicuntur», s’erano scontrati con i Franchi nella Germania danubiana
e li avevano costretti a pagar loro un tributo.
Ma per altro verso il khanato avaro era una potenza riconosciuta, che intratteneva
rapporti diplomatici con il mondo cristiano; ancora Paolo Diacono ricorda che giÃ
secoli prima «cacanus rex Hunnorum» aveva mandato ambasciatori in Italia e in Gallia,
e stretto accordi pacifici col re longobardo e col re franco. Meno conosciuta, ma
non del tutto ignota doveva poi essere in Occidente anche la lunga storia delle relazioni
diplomatiche fra gli Avari e Bisanzio, fin dal tempo di Giustiniano. Non si trattava
insomma di un’orda diabolica, dei popoli di Gog e Magog usciti dalle montagne per
portare ovunque lo sterminio, ma d’un regno con cui era possibile intrattenere rapporti
anche pacifici, benché pur sempre pagano, e dunque da trattare con prudenza. E anche
ora, paradossalmente, non fu affatto il ricordo terrificante di Attila, ma l’esito
d’un negoziato diplomatico in cui il khagan s’era dimostrato un po’ troppo imprudente, ad attirare contro gli Avari la guerra
franca.
b) La caduta di Tassilone
La popolazione germanica che confinava con gli Avari erano i Bavari, stanziati nella
pianura danubiana oggi divisa fra Baviera e Austria. Il loro duca, Tassilone, aveva
giurato fedeltà a Pipino e poi a Carlo, ma questo non gli aveva impedito di cercare
nel re longobardo Desiderio, di cui aveva sposato una figlia, un alleato capace di
bilanciare col suo peso la preponderanza franca. Perduto l’appoggio longobardo, Tassilone
non aveva più speranza di poter condurre una politica indipendente, e tuttavia, se
dobbiamo dar retta ai cronisti, non perse occasione di provocare il re franco, finché
questi non fu costretto a prendere drastiche misure contro di lui. A dire il vero,
però, quella della sua caduta è una storia intricata, in cui non arriveremo forse
mai a veder chiaro: l’insistenza dei cronisti franchi sulla perfidia di Tassilone
non basta a spazzar via il sospetto che il duca dei Bavari sia rimasto vittima della
cinica politica di potenza del suo vicino, e che insomma sia stato Carlo a manovrare
fino a spingerlo in una situazione senza uscita, per potersi liberare di lui.
Quel che è certo è che nel 787 i loro rapporti erano così cattivi che il duca, sapendo
che il re si trovava allora a Roma, mandò ambasciatori al papa per pregarlo di una
mediazione. Adriano rispose seccamente che, avendo giurato fedeltà a Carlo, Tassilone
doveva soltanto obbedirgli, altrimenti sarebbe stato scomunicato. Tornato in patria,
il re franco scrisse al duca in tono minaccioso, intimandogli di rispettare l’ordine
del papa e di presentarsi immediatamente a lui. Tassilone, allarmato, non obbedì,
offrendo a Carlo il pretesto per accusarlo d’infedeltà ed entrare a mano armata nel
paese bavaro, con la benedizione di Adriano che aveva dichiarato giusta la sua causa,
addossando in anticipo al duca la colpa dei lutti che avrebbero potuto derivarne.
L’invasione venne pianificata come una vera e propria campagna di guerra, con tre
eserciti che dovevano convergere sul nemico, uno dei quali proveniente dall’Italia
al comando nominale di re Pipino doveva marciare su Trento e Bolzano; all’ultimo momento
tuttavia la guerra venne evitata, perché il duca accettò di sottomettersi e consegnare
a Carlo tredici ostaggi, fra cui suo figlio.
In apparenza, tutto era perdonato; ma Carlo non aveva ancora finito con Tassilone.
L’anno seguente, nell’assemblea generale tenuta a Ingelheim, il duca fu accusato dai
suoi stessi vescovi e vassalli, che in grande maggioranza s’erano ormai allineati
al nuovo regime, di aver tradito la parola data e d’essersi accordato con gli Avari
per muovere guerra ai Franchi; lo aveva istigato, s’insinuò, la moglie Liutperga,
che in quanto figlia di Desiderio aveva buoni motivi per odiare Carlo. Non è facile
stabilire se si sia trattato di una falsa accusa, ordita per togliere definitivamente
di mezzo Tassilone, o se il duca, vedendosi comunque perduto, non abbia davvero fatto
ricorso a questo mezzo disperato; a sua volta il khagan può essere stato tentato di passare all’offensiva contro i Franchi in un momento
in cui Tassilone aveva più che mai bisogno del suo aiuto. In ogni caso Carlo, anche
ammettendo che non sia stato lui stesso a tirare segretamente le fila degli eventi,
colse al volo l’occasione di farla finita con l’unico principe etnico che ancora resisteva
alla sua autorità .
Tassilone, che era già virtualmente prigioniero nel momento in cui vennero presentate
le accuse contro di lui, venne condannato a morte dall’assemblea per tradimento e
diserzione; ma il re si accontentò di farlo rinchiudere in monastero, «dove visse
tanto santamente, quanto volentieri vi era entrato», come riferisce l’annalista regio
con involontaria ironia. Nel frattempo, ad apparente conferma della sua colpevolezza,
bande avare sconfinavano in Baviera e nel Friuli; ma non doveva trattarsi di incursioni
in forze, perché i comandanti locali riuscirono a respingerle con gli armati che avevano
a disposizione. Tuttavia la colonna entrata in Italia si spinse nella pianura veneta
fino a Verona, dove incendiò la basilica di San Zeno; andò peggio alla colonna entrata
in Baviera, che venne inseguita oltre confine, schiacciata contro il Danubio e quasi
annientata. Ma Carlo Magno era un politico metodico e non intendeva lasciare aperto
un problema senza trovargli una soluzione. Ora che il ducato bavaro, liquidato Tassilone,
aveva perduto la sua autonomia ed era direttamente incorporato nel regno franco, al
tradizionale confine longobardo con gli Avari in Friuli se ne aggiungeva un secondo,
decisamente meno periferico: ed era necessario garantirne la sicurezza, oltre che
guadagnare una volta per tutte, con una dimostrazione di forza, la fedeltà dei Bavari.
Alcuino afferma che già nel 789 Carlo stava progettando la guerra contro gli Avari;
l’intervento, tuttavia, venne ritardato dall’arrivo di ambasciatori del khagan, cui il re franco dettò le sue condizioni. Secondo i cronisti franchi, si trattava
di ridefinire il confine fra i due regni; il paragone, davvero impressionante, con
tante analoghe vicende accadute nel Novecento lascia pensare che Carlo, sapendo d’essere
il più forte, abbia posto il khagan di fronte all’alternativa fra la guerra, con tutte le sue conseguenze, e l’accettazione
di una modifica di confine che avrebbe avuto il sapore d’una capitolazione. Da più
di un secolo, infatti, il confine fra Avari e Bavari correva lungo il fiume Enns,
e gli Avari avevano già dimostrato in passato di volerlo difendere: quando, nel 781,
Tassilone aveva giurato fedeltà a Carlo, ambasciatori del khagan si erano presentati da Carlo per assicurarsi delle sue intenzioni pacifiche, e contemporaneamente
un esercito avaro si era radunato sull’Enns, senza sconfinare, ma semplicemente per
dare una dimostrazione di forza e ribadire che il confine sarebbe stato difeso.
Non stupisce che qualche anno dopo il sovrano avaro, dopo aver ascoltato i suoi ambasciatori
di ritorno da Worms e aver a sua volta discusso con ambasciatori franchi giunti al
suo paese, abbia preferito la guerra, per quanto disperata, a una resa vergognosa,
che avrebbe probabilmente significato la sua fine politica: un arretramento della
frontiera verso Oriente, infatti, avrebbe spalancato ai Franchi l’accesso alla pianura
pannonica, garantendo inoltre protezione ai coloni germanici che senza dubbio non
avrebbero tardato a insediarsi in forze nel nuovo paese, come accadeva già da tempo
lungo tutto il confine fra mondo germanico e mondo slavo. Quel che è certo è che il
negoziato fallì, dopo essersi trascinato per più di un anno, e che nell’estate del
791 il re franco radunò i suoi guerrieri nel paese dei Bavari, deciso ad attaccare
per primo.
c) 791: la guerra in paese avaro
Sulla carta, la sfida era all’altezza della fama di Carlo. I cavalieri avari, pesantemente
co
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