Mystery Train al Teatro Petruzzelli: informazioni importanti

 

Come annunciato, lo speciale Lezioni di Storia Mystery train del 29 dicembre 2021 presso il Teatro Petruzzelli di Bari è stato annullato per improvvisa indisponibilità di parte del cast.

Queste le indicazioni aggiornate per richiedere il rimborso:

➡️ BIGLIETTI SINGOLI (RIMBORSO ECONOMICO)

ON LINE SU VIVATICKET dal 29 dicembre 2021 al 10 gennaio 2022. Questo il link per la richiesta.

in alternativa

AL BOTTEGHINO DEL TEATRO PETRUZZELLI dal 7 al 15 gennaio 2022.

➡️ Per gli abbonati al Ciclo “LEZIONI DI STORIA – LE OPERE DELL’UOMO” (VOUCHER)

SOLO AL BOTTEGHINO, dal 7 gennaio al 28 febbraio 2022, è possibile ottenere un VOUCHER, di valore pari al rateo abbonamento di un evento, spendibile per qualsiasi spettacolo in cartellone al Petruzzelli.

Ebrei. Il lungo viaggio del popolo errante

Una storia mondiale in 80 tappe, tra figure e avvenimenti dimenticati, pagine drammatiche e vicende sorprendenti. Un percorso per date che ribalta i luoghi comuni

Emanuele Coen | L’Espresso | 14 novembre 2021

La distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo, l’espulsione degli ebrei dalla Spagna, nel 1492, la nascita dello Stato di Israele, nel 1948. La storia del popolo ebraico, lunga tre millenni, è scandita da alcune tappe fondamentali. Date da segnare in rosso che si alternano con date meno eclatanti ma altrettanto significative come il 1290, l’anno in cui Edoardo I Plantageneto espelle gli ebrei per secoli da tutto il suo regno, la civilissima Inghilterra, primo re cristiano ad adottare una simile misura, seguito poi da altri sovrani. Un momento storico complesso eretto a simbolo dall’antigiudaismo medievale. Oppure il 1920, quando il Parlamento ungherese vara una legge che introduce il numero chiuso universitario in Ungheria, che istituzionalizza per la prima volta in Europa un antisemitismo razziale di Stato, dal momento che considera gli ebrei non una confessione, ma una nazionalità a parte. Una lunga storia, quella del popolo ebraico, popolata da personaggi noti e altri semisconosciuti come Regina Jonas, la prima donna rabbino, nominata nel 1935 a Berlino, caduta nell’oblio per quasi mezzo secolo dopo la sua morte ad Auschwitz, divenuta in seguito l’emblema dell’ebraismo riformato.

Per realizzare la “Storia mondiale degli Ebrei” (Laterza) il curatore Pierre Savy, direttore degli studi per il Medioevo presso l’Ècole française de Rome, ha coinvolto una schiera di storici e si è imbarcato in una sfida ambiziosa e appassionante, mettendo insieme avvenimenti e personaggi, un’ottantina in tutto, una selezione inevitabilmente incompleta ma non per questo meno interessante. «Non è una enciclopedia ma un testo divulgativo, rivolto non solo agli eruditi ma anche al grande pubblico. È il frutto di scoperte testuali e archeologiche, una materia in continua evoluzione», sottolinea Savy. Uscito in Francia l’anno scorso, realizzato con la collaborazione di Katell Berthelot, direttrice di ricerca al CNRS e specialista dell’ebraismo nelle età ellenistica e romana, e Audrey Kichelewski, docente di Storia contemporanea all’Università di Strasburgo, il volume esce ora nell’edizione italiana, rivista e adattata con il coordinamento di Anna Foa, già docente di Storia moderna all’università La Sapienza. «Una prima scommessa è stata quella di dare spazio alle date classiche ma insieme anche ad altre date meno scontate e addirittura quasi sconosciute, che permettono di presentare interi squarci della storia ebraica», dice Savy, che aggiunge: «Abbiamo dovuto trovare l’equilibrio fra le date che marcano la storia dell’antigiudaismo e le date che segnano relazioni più complesse, a volte addirittura felici, con la società maggioritaria, in modo da non sprofondare in quella storia “lacrimosa” giustamente denunciata dalla storiografia contemporanea da quasi un secolo». Le pagine dedicate alla Shoah, ad esempio, si concentrano sull’insurrezione del ghetto di Varsavia (1943), la conferenza di Wannsee (1942), in cui venne definita la soluzione finale della questione ebraica, e il ritorno dei deportati sopravvissuti, tralasciando altri fatti rilevanti.

Tra le voci del libro, inoltre, destano particolare interesse quelle che contribuiscono a ribaltare luoghi comuni: come quella, scritta da Giacomo Todeschini, dedicata al IV Concilio Lateranense, nel 1215, un evento cruciale che afferma l’importanza dell’osservanza delle regole cristiane per l’identificazione civica e politica degli individui, che accusa gli ebrei di spogliare delle loro ricchezze i cristiani, e soprattutto le chiese, designando gli ebrei come usurai pericolosi perla cristianità. Oppure la voce, realizzata per l’edizione italiana da Francesca Trivellato, che rievoca la leggenda delle origini ebraiche della finanza europea. In sostanza, nel 1647 un volume di norme di diritto marittimo stampato a Bordeaux diffonde il racconto secondo cui gli ebrei medievali, cacciati dalla Francia, avrebbero inventato l’assicurazione marittima e le lettere di cambio, vale a dire i due strumenti finanziari del capitalismo preindustriale, per esportare furtivamente i propri patrimoni nell’Italia centro-settentrionale. «Priva di fondamento ma destinata a riscuotere ampio successo, questa leggenda a lungo dimenticata è l’anello che nell’immaginario cristiano congiunge l’ebreo usuraio medievale al finanziare ebreo moderno», prosegue Savy: «È un cliché di cui si nutre l’antigiudaismo. E, come spesso avviene, chi crede nello stereotipo dimentica la sua origine precisa. Un meccanismo molto pericoloso perché alimenta l’antisemitismo».

Una vicenda complessa, quella del popolo ebraico, segnata da episodi tragici e fasi importanti di emancipazione e integrazione nel tessuto sociale, di relazioni felici con la società maggioritaria. Vengono in mente due date emblematiche: il 212 dopo Cristo, quando l’editto di Caracalla riconosce la cittadinanza romana a tutti gli abitanti non schiavi dell’impero, dunque anche agli ebrei. E, in un contesto del tutto diverso, il 1791, quando in Francia il re Luigi XVI firma il decreto in base al quale gli ebrei prestano giuramento ed entrano nella modernità politica, si possono presentare alle diverse funzioni elettive, candidarsi agli impieghi nella funzione pubblica. Un fatto che segna la fine della “nazione ebraica” e l’accesso, per la prima volta nella modernità, alla cittadinanza. «Si tratta di due date importanti, che pur nella loro diversità sottolineano la tensione tra l’integrazione e la rinuncia alla propria autonomia parziale», sottolinea Savy: «Una ambivalenza che si ritrova nell’editto di Caracalla, che infatti fu duramente criticato dai rabbini di Galilea, proprio perché insieme l’integrazione portava con sé l’abbandono di una certa fetta di autonomia giuridica».

Nell’edizione italiana sono state aggiunte alcune voci, tra cui quella dedicata a Primo Levi (scritta da David Bidussa), quella del viaggio di Giovanni Paolo II in Terra Santa (di Andrea Riccardi), nel 2000, e del processo Eichmann (1%1) con Hannah Arendt, a cura di Anna Foa. Una selezione che, naturalmente, taglia fuori date e personaggi importanti, tra cui Albert Einstein. «Non si tratta di negare la rilevanza di questa e di altre figure, ovviamente, tuttavia occorre mettersi in una prospettiva lunga», conclude Savy: «Se per la storia della scienza Einstein è fondamentale, non è detto che lo sia anche per la storia complessiva del popolo ebraico».

Il libro: 

Nuove edizioni 2021

Renata Ago – Vittorio Vidotto
Storia moderna
nuova edizione

Dalle scoperte geografiche e dall’espansione economica del Cinquecento all’età napoleonica: è la periodizzazione di questo volume pensato esplicitamente per la didattica universitaria ma con tutte le possibilità di essere apprezzato anche dal pubblico di libreria. Una trattazione classica della storia moderna arricchita dai risultati più innovativi della ricerca storiografica nel settore della storia sociale e culturale.

 

 

Alberto A. Sobrero – Annarita Miglietta
Introduzione alla linguistica italiana
nuova edizione

Italiano standard e varietà dell’italiano, varietà regionali, varietà sociali, varietà di scritto, di parlato e trasmesso, registri e lingue speciali, lingue degli immigrati nel repertorio linguistico italiano: uno strumento didattico accessibile e di grande qualità scientifica riproposto in una edizione aggiornata e arricchita.

 

 

 

La nuova costituzione economica
a cura di Sabino Cassese 
nuova edizione

Gli Stati sono sostituiti, nella disciplina dell’economia, da istituzioni sovranazionali; l’ordinamento nazionale è parte di quello europeo, al quale deve adeguarsi; il diritto europeo finisce per stabilire le teste di capitolo del diritto pubblico dell’economia: sono solo alcuni degli importanti mutamenti con cui si è chiuso il secolo XX. Le tre crisi del primo ventennio del nuovo millennio portano nuovamente in rilievo lo Stato finanziatore, regolatore e imprenditore. L’Unione europea, a sua volta, ne condiziona e finanzia le iniziative. I capitoli di questo volume forniscono una attenta analisi dei rapporti attuali Stato-economia e seguono le trasformazioni e le prospettive aperte dalle politiche dell’Europa unita. Questa sesta edizione, diretta e coordinata da Sabino Cassese, è il frutto di una completa revisione del precedente fortunato manuale.

 

 

Fulvio Maria Palombino
Introduzione al diritto internazionale
nuova edizione

Una introduzione chiara, agile e originale alle categorie e agli istituti fondamentali del diritto internazionale in edizione riveduta e aggiornata.
A distanza di più di un anno dall’uscita della Introduzione al diritto internazionale, questa seconda edizione riveduta e aggiornata intende rispondere a una duplice esigenza: la prima è quella di considerare le principali novità della prassi internazionale, con particolare attenzione alle vicende riguardanti l’Italia; la seconda, invece, può dirsi ‘fisiologica’, riflettendo la necessità di rivedere parzialmente il contenuto del volume tenendo conto dei numerosi spunti di riflessione emersi nel dialogo costante con docenti e studenti.

“Il buon tedesco”, di Carlo Greppi

Il capitano Jacobs è un buon soldato, rispettoso delle gerarchie, onesto. Improvvisamente nel 1944, assieme al suo attendente, decide di passare, armi in pugno, dalla parte dei partigiani. Sceglie di combattere contro i propri camerati. Perché lo fa? Inseguendo la parabola di quest’uomo viene alla luce una grande storia dimenticata: furono centinaia i tedeschi e gli austriaci a percorrere lo stesso cammino. Un piccolo esercito senza patria e bandiera, una pagina unica nella storia d’Italia.

Luca Ralli ha illustrato per noi la storia de Il buon tedesco, il nuovo libro di Carlo Greppi.

 

Il libro:

La legge della fiducia

Gli uomini sono tutti ‘rei’, ovvero malvagi e dediti alla sopraffazione e al proprio interesse? È sempre e comunque indispensabile pensare al diritto come strumento di coercizione e di pena per reprimere queste tendenze innate? Oppure il diritto mette necessariamente in gioco anche le nostre risorse relazionali: la solidarietà e la cooperazione, in altre parole la fiducia reciproca?

Riscoprire lo spazio della fiducia nel diritto non è solo un modo per mettere in primo piano la responsabilità di chi agisce e di chi fa cultura giuridica, ma è anche l’unica via per riportare al centro del nostro discorso giuridico le qualità migliori di cui siamo in possesso.

Martedì 14 dicembre 2021 Tommaso Greco ha presentato La legge della fiducia alla Sala stampa della Camera dei Deputati.

Insieme all’autore sono intervenuti Francesco Berti, Antonella Sciarrone Alibrandi, Marco Damilano, Giuseppe Conte, Enrico Letta.

Qui la registrazione dell’incontro.

Il libro:

 

 

La fine del merito

Il saggio di Marco Santambrogio recupera un concetto diventato tabù dopo la rivolta contro le élite

Giancarlo Bosetti | Robinson | 6 novembre 2021

La caccia al tesoro intellettuale della spiegazione della vittoria di Trump nel 2016 ha finito per mettere sotto accusa la “meritocrazia”. Diluviano libri e articoli contro. Persino Squid Games, la serie di Netflix sulla gara dei 456 disperati, che si lasciano ammazzare per il miraggio di un bottino che li liberi dai debiti, viene ora interpretata come metafora delle iniquità di una competizione sociale a carte truccate. Nel linguaggio corrente sta diventando un insulto alla povera gente. Se quella stessa parola – e sottolineo “se” – rappresenta l’anima della società americana, allora Dio ne scampi dal metterla in pratica. Imbocchiamo qui la strada di un paradosso nel quale sarà bene districarsi senza perdere di vista l’importanza delle critiche che, insieme a quell’idea, sono state rivolte alla società americana e a tante situazioni simili: Brexit e altri populismi. Se per meritocrazia intendiamo che i posti assegnati per concorso devono andare al più bravo e titolato dei candidati, faremo bene a presidiare il senso di giustizia, che qui va d’accordo con il senso comune: no al raccomandato e no ai concorsi truccati. Ma quel concetto ha anche, e soprattutto, quell’altro significato, fin da quando la parola fu inventata dal suo autore, Michel Young, nel 1958, in un’opera geniale, The Rise of Meritocracy (L’avvento della meritocrazia), metà satirica e metà no.

Young era un laburista e aveva lavorato al programma con cui Attlee batté Churchill alla fine della guerra e in particolare alla riforma della scuola, che voleva introdurre mobilità sociale e correggere fin dalle elementari il classismo del sistema inglese, introducendo una valutazione, appunto meritocratica, ché alla fine delle elementari aprisse la via alle carriere sulla base del talento, ovvero del quoziente di intelligenza. Era un criterio largamente prevalente nelle convinzioni scientifiche del tempo anche per la selezione delle università americane. Negli anni successivi però Young fu come perseguitato da un incubo, relativo alla sua stessa riforma, che prese la forma di quel famoso libro, nel quale la “meritocrazia” finisce per partorire un mostro, un mondo in cui le posizioni elevate diventano ereditarie, una selezione darwiniana, eugenetica, razzista, con l’aggiunta di matrimoni in base al QI: tutti “i migliori” sopra tutti “gli scartati” sotto.

Il risultato è una società che, sessant’anni dopo, cade nella rivolta cieca, nell’anarchia, nella violenza. Young dedicò per questo il resto della sua vita a correggere i programmi viziati dal peccato originale del QI. E negli anni Novanta sconsigliò a Blair di usare quella parola.

Una accurata storia di questo paradosso si trova ora nel libro, in (parziale) controtendenza, di Marco Santambrogio, filosofo analitico e del linguaggio (Il complotto contro il merito, Laterza). Dopo Trump, le pagine di Young offrivano qualche utile spiegazione alle follie degli elettori: evidenti le somiglianze tra quella distopia e l’America in preda ai fumi della rivolta dei “perdenti”. Cominciava Anthony Appiah, nel 2018, con un brillante saggio dedicato proprio a Young, sul Guardian: “Contro la meritocrazia: l’idea di una società che premia il talento ha creato nuove élite di privilegiati”. La critica mordeva la campagna elettorale di Hillary Clinton e la sua infausta battuta sui deplorables, che incendiava il risentimento dal basso contro l’élite. Proseguiva e allargava l’opera Daniel Markovits, con The Meritocracy Trap (Penguin), una trappola che è il mito fondativo del sogno americano e che invece «nutre l’ineguaglianza, distrugge il ceto medio e divora l’élite». Markovits spiega crudamente ai suoi studenti di Yale che per arrivare fino a lì hanno goduto del beneficio di un investimento famigliare di diversi milioni, inaccessibile non solo ai poveri, ma anche al ceto medio. A Young dà ulteriore credito Michael Sandel, il bestselling di Harvard, con La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e perdenti (Feltrinelli). L’incubo si è avverato, prima del previsto 2033: i vincitori si ritengono tali non più per diritto di nascita, ma per i propri meriti e sviluppano perciò arroganza nei confronti dei perdenti, i quali sono non solo sconfitti, ma anche umiliati dall’idea di esserselo meritati.

Santambrogio, con gli strumenti della logica, riprende nelle sue mani la discussione a cominciare dal principio aristotelico – «giustizia è dare a ciascuno ciò che merita» – per evitare che il principio ragionevole, e a portata del senso comune di cui dicevamo all’inizio, non vada perso. Buttiamo insomma, propone, l’acqua sporca ma non il bambi no, facendo chiarezza sulla omonimia pericolosa tra la visione angosciosa di Young e un modello virtuoso di ideale meritocratico: quello di una società che apre le camere ai talenti, che offre pari opportunità a prescindere dalle differenze e assegna i posti in base al merito.

A ben vedere allora, la società americana non è una meritocrazia, ma una meritocrazia fallita. Una utopia capovolta, come Bobbio diceva di quella comunista? Rispetto a una tradizione liberale che ha messo da parte il merito nel senso morale (l’impegno, la dedizione, le qualità umane) per preferirgli il valore economico o i titoli acquisiti con il curriculum, Santambrogio vuole aggiornare la considerazione del merito e insieme contrastare le sproporzionate differenze economiche che sono associate alla selezione. Sulle ricchezze dovrà allora agire la redistribuzione attraverso il fisco, antica scoperta socialdemocratica.

Ma la società dovrà assegnare al merito insieme alla ricompensa economica, da calibrare meglio che in Squid Games, anche l’onore che tocca non solo a chi ha i titoli, come il celebrato chirurgo, ma anche – e spesso di più – ai bravi e coraggiosi infermieri in corsia, uomini e più spesso donne.

Il libro:

CasaLaterza: Carlo Greppi dialoga con Francesco Filippi

Il capitano Jacobs è un buon soldato, rispettoso delle gerarchie, onesto. Improvvisamente nel 1944, assieme al suo attendente, decide di passare, armi in pugno, dalla parte dei partigiani. Sceglie di combattere contro i propri camerati. Perché lo fa? Inseguendo la parabola di quest’uomo viene alla luce una grande storia dimenticata: furono centinaia i tedeschi e gli austriaci a percorrere lo stesso cammino. Un piccolo esercito senza patria e bandiera, una pagina unica nella storia d’Italia.

Per Casa Laterza, un dialogo tra Carlo Greppi e Francesco Filippi a partire da Il buon tedesco, una vicenda autentica, tanto straordinaria quanto poco nota: quella degli ‘Special Germans’, i soldati tedeschi e austriaci che, nella seconda guerra mondiale, disertarono per unirsi ai partigiani.

 

 

Il libro:

[Proposte di lettura] Scrivere di scienza

Piero Martin Le 7 misure del mondo

Dal caffè alle galassie, dalle autostrade ai buchi neri, tutto l’universo si può descrivere con solo sette unità di misura. Non ci credete? A dimostrarlo basteranno le storie avvincenti raccontate in questo libro.

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Umberto Bottazzini  Istanti fatali. Quando i numeri hanno spiegato il mondo

Leggendo questo libro scoprirete che è vero quello che diceva a proposito della matematica l’americana del romanzo Altezza reale di Thomas Mann: «Non saprei immaginare niente di più divertente. È un gioco dell’aria, per dir così. Anzi, addirittura fuori dell’aria».

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Margherita Hack Vi racconto l’astronomia

Un libro, scientificamente fondato e insieme divulgativo, scritto con la passione di chi l’astronomia la insegna e la vive ogni giorno, per chi vuol familiarizzare con stelle, pianeti, eclissi, galassie.

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Paolo Ferri Il cacciatore di comete. Diario di un’avventura nello spazio profondo

Nel 2014, per la prima volta nella storia, l’uomo è entrato in contatto diretto con il nucleo di una cometa. Lo ha fatto con la sonda Rosetta e il suo modulo di atterraggio Philae, dopo un volo di 7 miliardi di chilometri nello spazio profondo durato 10 anni. Paolo Ferri, lo scienziato che ha diretto la missione, racconta la straordinaria avventura che ha rivoluzionato le nostre conoscenze delle comete e della nascita del sistema solare.

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Francesco Guglieri Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati

Di cosa parla questo libro? Parla di scoperte e del piacere di inoltrarsi in mondi che non conosciamo. Parla della curiosità e di come prendersene cura. Parla di meraviglia ma anche di vecchie paure e nuove preoccupazioni.

Un viaggio nell’universo, dal Big Bang alla ‘sesta estinzione di massa’ che stiamo vivendo, attraverso i libri di scienza che l’hanno raccontato. Una biblioteca scientifica minima – da Stephen Hawking a Stephen Jay Gould, da Yuval Noah Harari a Oliver Sacks – letta con lo sguardo non dello scienziato, ma dell’umanista.

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Marco Delmastro Particelle familiari. Le avventure della fisica e del bosone di Higgs, con Pulce al seguito

Con estrema chiarezza e con una pregevole attenzione alla scrittura, Marco Delmastro racconta i fondamenti teorici, il senso e il fascino del suo lavoro di fisico sperimentale. Incalzato dalle domande della moglie, La Signora delle Lettere, dell’amico Ingegnere, della Zia Omeopatica e soprattutto dagli inesauribili ‘perché?’ della figlia Pulce di cinque anni, il protagonista è costretto a trovare un modo efficace per spiegare il complesso mondo subatomico. Missione completamente riuscita. Bruno Arpaia, “l’Espresso”

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Gli ebrei non hanno inventato il capitalismo ma la leggenda ha creato l’antisemitismo

Un’indagine sulla nascita dei due stereotipi – prestatori & mercanti – che hanno provocato danni immensi

Elena Loewenthal | tuttolibri | 2 ottobre 2021

Che cosa potrà mai tenere insieme la piattaforma Rousseau (nel senso di Casaleggio & Co.), un naufragio di massa nel golfo di Biscaglia a metà gennaio del 1627 (due mercantili portoghesi e cinque galeoni armati di scorta), l’invenzione delle lettere di cambio e la numerosa, per quanto sottotraccia, comunità di conversos a Bordeaux, fra il XVI e il XVII secolo?

Più che una domanda sembra un rompicapo, e forse lo è. Eppure Francesca Trivellato, Andrew W. Mellon Professor presso l’Institute for Advanced Studies di Princeton, docente e ricercatrice di storia economica in età moderna, allieva di Giovanni Levi, fondatore insieme a Carlo Ginzburg della microstoria nonché grande studioso di storia moderna, crea in questo suo libro, Ebrei e Capitalismo. Storia di una leggenda dimenticata, un tessuto perfettamente coerente di tutto questo e tanto altro.

È un saggio storico che si legge praticamente come un romanzo, che avvince e illumina – nel senso originario, quasi letterale della parola. L’obiettivo di questo saggio è, certo, quello di sfatare una leggenda tanto comune quanto scivolosa, che di fatto sta alla radice dell’antisemitismo moderno, secondo cui si attribuiscono ai figli d’Israele un uso morboso e malefico del denaro e l’invenzione del capitalismo più spregiudicato. Sta di fatto che, attraverso i lunghi secoli del Medioevo – età per molti versi tutt’altro che buia – il prestito su pegno o a interesse era vietato ai cristiani per il semplice motivo che si fondava, e si fonda, su un uso «economico» del tempo, che è Dio e non può per questo diventare profitto. Per questa ragione le comunità ebraiche facevano gioco, e a loro fu imposto l’esercizio di questa professione tanto sgradita quanto necessaria.

Etienne Cleirac (1583-1657), autore di Us et coustumes de la mer, un trattato di diritto marittimo pubblicato a Bordeaux nel 1647 che a suo tempo ebbe un gradissimo successo, offre a Trivellato lo specchio di un passaggio cruciale nella percezione della minoranza ebraica d’Europa, e dei danni immensi che questo passaggio provocò, pure a secoli di distanza.

L’indagine di Trivellato si sofferma anche su un altro testo, di pochissimo più tardo: il Parfait négociant di Jacques Savary che, uscito nel 1675, costituisce un vero e proprio «manifesto della società mercantile francese del Seicento». Ebbene, il Parfait négociant riprende l’associazione negativa, di lunga data, tra ebrei e credito e la variante introdotta da Cleirac: la figura dell’ebreo prestatore su pegno lasciava ora il passo a quella dell’ebreo mercante internazionale con tentacoli dappertutto e capacità superiori. Di primo acchito i due archetipi sembrano l’uno opposto all’altro, in quanto il primo è legato a un’economia di scarsità e al credito al consumo, mentre il secondo all’abbondanza e al credito commerciale. In realtà, sia nella cultura alta che nell’immaginario comune, il concetto di «usura» era connaturato a entrambi gli stereotipi.

Lungo un’indagine estremamente interessante che spazia sempre con grande acribia dalla filologia dei testi all’analisi dei dati, Trivellato conduce il lettore lungo la storia di questi due stereotipi, spiegandone per un verso l’eziologia, per l’altro le deleterie conseguenze sul piano sociale, culturale, materiale. In sostanza, non sono stati gli ebrei a inventare né l’usura né il credito, né tanto meno il capitalismo. Ma all’Europa ha fatto sempre molto comodo additare il «colpevole», tanto nefasto quanto necessario alle complesse dinamiche della storia.

Ne risulta un saggio storico interessante per molti versi. In primo luogo perché sfata un pregiudizio. Poi perché lo fa con un’analisi tanto ampia quanto minuziosa: il lettore può a tratti avere l’impressione che questa disamina si concentri essenzialmente su un periodo storico molto preciso (la metà del Seicento) e un particolare contesto geografico e politico (Francia), ma in realtà non è affatto così perché gli orizzonti entro cui spazia l’indagine sono ben più ampi, nel tempo e nello spazio.

E al di là di una doverosa «revisione» della storia europea in questo contesto, l’invito di Trivellato è anche quello di ripensare la vicenda ebraica per come è stata scritta e percepita dalla seconda metà del Novecento in poi. Tutto va insomma connesso con la disponibilità a rimettere in discussione i punti fermi, che per definizione stessa fanno molto in fretta a diventare luoghi comuni. Magari perniciosi.

 

Il libro: