«Non c’è nessuna età dell’oro del capitalismo»

Studiando le diseguaglianze e il capitalismo contemporaneo, l’economista Branko Milanovic sostiene che è inutile sperare che si ricostruiscano le condizioni del passato: bisogna accettare le nuove sfide.

Pablo Pryluka, Jacobin Italia, 20 Febbraio 2021

 

L’economista serbo-statunitense Branko Milanovic è uno dei massimi studiosi mondiali di disuguaglianza globale oltre che autore di numerosi importanti studi sulla distribuzione del reddito. Ex capo economista presso la Banca Mondiale, Milanovic si è poi dedicato allo studio della disuguaglianza da una prospettiva globale, misurando sia le disuguaglianze all’interno dei singoli paesi che tra di essi.

Il lavoro di Milanovic è una guida pratica per comprendere alcune delle caratteristiche principali del capitalismo contemporaneo. Queste comprendono un aumento della disuguaglianza in Occidente negli ultimi quarant’anni, mentre allo stesso tempo la disuguaglianza globale è diminuita, grazie soprattutto all’ascesa delle classi medie in Cina e India; e poi ci sono le diverse forme che il capitalismo ha attraversato sin dalle sue origini, delle trasformazioni più recenti ha parlato nel suo ultimo libro. Ha scritto molto anche sull’emergere di una nuova classe dirigente in Occidente, che combina i redditi provenienti dal capitale con quelli da lavoro.

Sebbene Milanovic a volte sembri suggerire che questa immagine del capitalismo contemporaneo sia un anatema nei confronti delle divisioni di classe analizzate da Marx nel diciannovesimo secolo, il suo ultimo libro Capitalismo contro capitalismo mostra che è perfettamente a suo agio con l’analisi marxista e che, come suggerisce il titolo, tenta un corpo a corpo con la specificità del capitalismo come sistema storico.

Nel tuo ultimo libro, hai preso una strada leggermente diversa rispetto ai lavori precedenti. Piuttosto che concentrarti sulla diseguaglianza, sembri essere più interessato a esaminare le basi del capitalismo stesso. È curioso che anche Thomas Piketty abbia adottato un approccio simile nel suo libro più recente, Capitale e Ideologia. Cosa ti ha portato a spostare l’attenzione per la diseguaglianza con un’analisi onnicomprensiva del capitalismo?

In verità sono sempre stato interessato agli studi empirici sul capitalismo, sin da quando ero all’università. Alcune delle cose su cui sto lavorando ora sono essenzialmente cose che vorrei davvero aver fatto quarant’anni fa: ad esempio, le relazioni tra diversi tipi di reddito – capitale contro lavoro – e il modo in cui interagiscono empiricamente all’interno della società, questo mi ha sempre interessato davvero. Ma a quei tempi non c’erano a disposizione dati di questo tipo.

Hai menzionato Thomas Piketty. Ha dato un grande contributo, che è stato riportare lo studio del capitale e l’importanza del reddito da capitale nella distribuzione del reddito, cosa che era stata praticamente rimossa dagli studi sulla diseguaglianza di reddito per molto tempo. L’idea di base del mio libro, non così diverso dal suo, è di tentare di combinare quella che a volte viene chiamata distribuzione fattoriale del reddito con la diseguaglianza interpersonale del reddito.

Lavorando al mio libro, ho iniziato a notare che ci sono sempre più nuclei familiari che che io chiamo «omoplutiche» [neologismo di derivazione greca, da homós «uguale», e ploûtos «ricchezza», Ndt]. Con ciò intendo dire che le persone con un alto reddito da capitale e da lavoro generalmente finiscono in cima alla distribuzione del reddito. Quando si combinano questi tipi di vantaggi (cioè la proprietà del capitale e del lavoro) con ciò che viene chiamato accoppiamento assortito – in pratica, quando si sposa qualcuno dello stesso reddito, livello di istruzione o stato sociale – si arriva alla trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza. Fondamentalmente sto descrivendo una dinamica che conduce alla formazione di un’élite autosufficiente, cosa di cui mi occupo nel secondo capitolo di Capitalismo contro capitalismo.

La difficoltà nel trattare alcuni aspetti della diseguaglianza è che non sono di per sé controllabili o addirittura necessariamente negativi. Ad esempio, se qualcuno sposa una persona con uno status simile, non c’è nulla di sbagliato. Ma quando succede è più probabile che siano ricchi e trasmettano tutti questi vantaggi ai loro figli, creando una sorta di nuova aristocrazia. E questo invece è un grosso problema.

Parlando di diseguaglianze di reddito, forse sarebbe utile fare un passo indietro e confrontare la nostra epoca con quella dello stato sociale. Quali erano le caratteristiche principali della cosiddetta età dell’oro del capitalismo del dopoguerra? Perché pensi che lo stato sociale sia stato in grado di ridurre le disuguaglianze garantendo la crescita economica? In che misura tutto questo è stato annullato dal neoliberismo?

La caratteristica principale che le persone tendono a sottolineare è proprio la capacità dei paesi dell’Europa occidentale e degli Stati uniti di mantenere alti tassi di crescita e ridurre la diseguaglianza di reddito. Ora, se poni la domanda in questi termini, non c’è dubbio che entrambe queste affermazioni siano vere. I paesi dell’Europa occidentale, dal 1945 fino probabilmente alla fine di quello che i francesi chiamavano Les Trente Glorieuses, hanno avuto tassi di crescita tra il 4 e il 5% circa. Era qualcosa di assolutamente inedito: non avevamo mai visto tassi di crescita simili. In secondo luogo, anche la diseguaglianza è diminuita in modo molto significativo. Quindi considero vere entrambe queste affermazioni.

Ma vorrei sollecitare un po’ di cautela nel parlare di anni d’oro del welfare state. Ho vissuto quel periodo e non dovremmo addolcirlo troppo. C’erano molti elementi problematici. Durante quel periodo la Francia fu due volte sull’orlo della guerra civile, con la crisi e la resistenza algerina, per non parlare del fatto che l’estrema destra dell’Organizzazione Armée Secrète stava effettivamente compiendo attacchi terroristici in Francia in quel momento, tra cui diversi tentati omicidi di [Charles] De Gaulle. Molte cose simili a quella accadevano nel resto del mondo. Se è stato un periodo talmente bello, perché abbiamo avuto una giunta militare in Grecia, Franco in Spagna, Salazar in Portogallo e così via? E come mai c’era la Baader-Meinhof in Germania oppure le Brigate Rosse in Italia? Stavano succedendo molte cose, quindi dovremmo stare attenti a non credere di aver vissuto in una sorta di regno d’utopia o Arcadia.

Ma, per tornare alla tua domanda, come si è arrivati a tenere insieme crescita elevata e diseguaglianze ridotte? Penso che la storia di base sia che, per quanto riguarda la crescita elevata, si è verificato un processo di recupero a causa degli effetti della Seconda guerra mondiale. In molti paesi – prendiamo la Germania, ad esempio – durante la guerra furono distrutti capitali significativi, ma le competenze furono mantenute, come la capacità di organizzare la produzione. Ciò significava che in realtà avevi un’enorme quantità di capitale umano e manodopera che doveva essere utilizzata. E nelle giuste condizioni, effettivamente, aveva l’effetto di generare crescita.

Quando si tratta della riduzione della diseguaglianza, penso che abbia giocato un ruolo la consapevolezza da parte della classe capitalista – o di quello che viene chiamato il blocco dei partiti borghesi – che bisognava stare molto attenti, per non essere rovesciati. La gente dovrebbe ricordare che, ad esempio, nel 1947 i comunisti francesi erano al governo. Erano un partito piuttosto potente, e la stessa cosa accadeva in Belgio. In Italia nel 1973, i comunisti diventarono il più grande partito del paese. Tutto ciò induceva i partiti di destra o borghesi a essere molto più concilianti, perché volevano preservare il capitalismo dalle minacce.

E poi, allo stesso modo, c’era un’opposizione molto forte dei partiti socialisti e comunisti, che erano collegati ai sindacati. Inoltre, c’era un sistema di produzione fordista in cui si potevano effettivamente organizzare i lavoratori nei luoghi di produzione. Essenzialmente, tutti questi fattori rendevano la classe capitalista più propensa a prendere in considerazione le idee della socialdemocrazia e dello stato sociale. Sto ovviamente parlando di Germania, Francia, Italia, ma processi simili, anche se non esattamente gli stessi, sono avvenuti nei paesi nordici.

Poi, per rispondere all’altra tua domanda, è arrivata la svolta neoliberista. Ciò è accaduto per la crescente insoddisfazione per il ruolo dello stato sociale e in particolare per il rallentamento della crescita dopo la crisi petrolifera del 1973. Penso che Margaret Thatcher abbia davvero catturato lo stato d’animo essenzialmente dicendo: «Vogliamo crescere più velocemente, dobbiamo sbarazzarci di tutto ciò che lo impedisce».

Così lo stato sociale, che era stato percepito molto favorevolmente negli anni Sessanta, iniziò a essere visto come un freno alla crescita economica alla fine degli anni Settanta. È stato un cambiamento radicale, anche se forse leggermente più drammatico nel linguaggio che nella realtà. Se si confrontano le dimensioni dello stato sociale oggi e allora, in realtà non è cambiato molto. Di sicuro è diventato meno redistributivo. Ma il neoliberismo non è stato in grado di ribaltare lo stato sociale come dicono di aver fatto.

Secondo molti lo stato sociale era guidato da motivazioni politiche, vale a dire che serviva ad arginare il fascino del socialismo. In Capitalismo contro capitalismo, sostieni che il socialismo è servito principalmente a promuovere lo sviluppo nelle società povere, arretrate e colonizzate: la Cina è l’esempio principale di questo processo. Quella strada per lo sviluppo è ancora aperta? Oppure la globalizzazione ha cancellato questa possibilità?

Per quanto riguarda il ruolo storico generale o globale del comunismo, la mia argomentazione è che si è trattato di un processo storico che le persone non avevano previsto, né quelli contrari al comunismo, né quelli che avevano partecipato al movimento comunista. In realtà penso che i partiti comunisti fossero in una posizione privilegiata per incrociare due rivoluzioni. Una riguardava la liberazione dei paesi dall’ingerenza straniera, la decolonizzazione. Anche un paese come la Cina, che non era formalmente colonizzato, aveva dazi doganali che venivano riscossi dagli stranieri e, in sostanza, la politica economica era dettata dagli stranieri, c’era extraterritorialità per i cittadini stranieri, e così via.

La seconda rivoluzione consisteva nel porre fine ad alcune pratiche pseudo, o quasi, o anche concretamente feudali: il ruolo dei proprietari terrieri, la pratica dell’usura, la misera situazione delle donne, l’educazione del popolo e così via. Il movimento comunista in questi paesi ha posto le basi per una trasformazione sociale che assomiglia a quella che la borghesia aveva realizzato in Occidente. Naturalmente, la differenza era che in Occidente non c’erano movimenti di liberazione poiché questi erano stati indipendenti.

Nel mio libro discuto di circa dodici paesi – Cina, Vietnam, Algeria, Etiopia e così via – nei quali è possibile osservare questa combinazione tra movimenti di indipendenza nazionale e movimenti che lottavano per l’eliminazione degli ostacoli feudali alla crescita. Quindi penso che i movimenti comunisti hanno posto a loro insaputa le basi per lo sviluppo del capitalismo indigeno, come è successo in Cina e Vietnam. Naturalmente l’argomento è molto più complicato di così, nel mio libro discuto anche del ruolo del Comintern negli anni Venti e della decisione insolita di formare alleanze con i partiti borghesi nei paesi colonizzati, cosa che non era prevista dall’ortodossia marxista.

Quanto al fatto che quel percorso rimanga aperto, non credo. E il motivo è che i due fattori chiave – feudalesimo e colonizzazione – non esistono più. Non abbiamo più queste condizioni: potrebbero esistere relazioni di tipo feudale da qualche parte ai margini del mondo sviluppato, ma solo di questo si tratta. D’altra parte, non abbiamo colonie formali o addirittura informali. Ovviamente ci sono paesi che dipendono da istituti di credito stranieri o da organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale, ma non siamo di fronte a una relazione coloniale in senso classico.

Ci sono alcune scuole di pensiero in America Latina, penso in particolare alla teoria della dipendenza, che potrebbero contestare ciò che stai argomentando. Discuti la teoria della dipendenza nel tuo libro ti chiedo di dircene qualcosa di più.

Gli strutturalisti latinoamericani sono un caso interessante. Naturalmente, a questa domanda possono rispondere meglio coloro che hanno più familiarità con quella scuola, ma penso che quello che è successo, come dico nel mio libro, è che erano ritardatari. Quello che voglio dire è che se fossero arrivati prima, diciamo negli anni Venti, in realtà sarebbero andati molto più a sinistra. Ma sono apparsi negli anni Sessanta, quando c’era già disincanto per l’esperimento socialista e nei confronti del sistema socialista a causa dello stalinismo e degli enormi costi umani che erano chiaramente sostenuti dalle persone in quei paesi. Inoltre, il percorso anticoloniale di cui parlavo prima – l’intreccio delle lotte contro il colonialismo e il feudalesimo – non era lo stesso perché l’America Latina era divenuta indipendente nel 1820. Quindi non potevano ripetere negli anni Sessanta quello che era successo centocinquanta anni prima.

Penso che questa domanda sollevi una questione separata ma correlata. Molte persone mi hanno chiesto se la Turchia, ad esempio, potesse seguire questa strada. E penso che la risposta sia no, perché la Turchia non è stata colonizzata. Sebbene ci fossero alcuni indizi, risalenti a quando la Turchia nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale era nel suo momento di massima debolezza, che il paese occupasse effettivamente una posizione coloniale, nonostante il fatto che la Turchia stessa fosse un paese colonizzatore in Medio Oriente. La Turchia sotto Atatürk adottò un movimento politico molto forte, un po’ di sinistra, che non era poi così diverso dal Kuomintang in Cina.

All’inizio di Capitalismo contro capitalismo, scrivi che il successo del capitalismo è dipeso in gran parte dall’aver creato la convinzione che i suoi obiettivi generali fossero in linea con i desideri e i valori della gente comune. Perché il capitalismo ha avuto così tanto successo?

Affinché un sistema si affermi è necessario che ci sia coincidenza o concordanza tra le sue esigenze e i valori delle persone. Ciò risale persino a Platone quando parla dei quattro diversi sistemi imperfetti: democrazia, tirannia, oligarchia e timocrazia. Lo stesso vale per il capitalismo: hai bisogno del profitto, perché senza il profitto non avrai crescita. Ma anche, a livello personale, devi instillare un sistema di valori che metta l’acquisizione di ricchezza in cima all’agenda, perché è solo attraverso l’acquisizione di ricchezza come valore supremo che uno può diventare un consumatore, o un investitore, o un lavoratore, tutto converge verso il fine di promuovere gli obiettivi del sistema.

La vera grande domanda è: perché ha avuto così tanto successo? Ci sono due possibilità. Una è accettare che il capitalismo sia un sistema naturale, perché ci sono innati desideri umani di ricchezza e dominio. Secondo questa corrente di pensiero, il capitalismo è il riflesso più vicino alla natura umana. Io non sono d’accordo, penso che il capitalismo, come ogni altro sistema, sia un sistema storico. Penso che sia stato in grado di sovrapporsi alle nostre attuali esigenze storiche. Ovviamente quando parlo di bisogni intendo quei bisogni che sono creati socialmente, in questo senso si può anche dire che ci sentiamo abbastanza a nostro agio con il capitalismo. Ma ciò non significa che i nostri bisogni non possano essere modificati: si può immaginare un sistema diverso, una diversa organizzazione della produzione, una maggiore abbondanza di merci, forse più tempo libero, dove il lavoro diventi un fattore dominante della produzione. nel senso che sia il lavoro a essere scarso e il capitale abbondante.

In una delle parti più interessanti del tuo libro ti occupi della relazione tra capitalismo e democrazia liberale. Qui si definiscono due diversi tipi di capitalismo: capitalismo meritocratico liberale, da un lato, e capitalismo politico, dall’altro. In che modo queste due versioni del capitalismo si differenziano?

Penso che il risultato della macchina della propaganda capitalista degli ultimi trent’anni, è che le persone fondamentalmente identificano il capitalismo con un sistema politico liberale. Ma se si scorre la storia dei regimi capitalisti e si redige un bilancio delle società capitaliste democratiche e non democratiche, probabilmente si scoprirà che dal 1815 in poi meno della metà dei paesi capitalisti sono stati effettivamente democratici. E nel caso delle società capitaliste democratiche, dobbiamo ricordare l’esempio di quelle come gli Stati uniti, dove accade che il 13 per cento della popolazione possiede l’intero paese e – messo da parte il diritto di voto – quelli che fanno parte del resto della popolazione vengono fondamentalmente trattati come macchine.

Se fai l’esercizio mentale che sto descrivendo, ti rendi presto conto che non esiste alcuna associazione necessaria tra capitalismo e democrazia politica. Quel legame è un’idea di epoca abbastanza recente, e anche allora molti dei paesi che ora sono democratici non lo erano più di sessant’anni fa. Basti pensare a tutte le dittature militari in America Latina – Argentina, Brasile, Cile – per non parlare, ancora una volta, del Portogallo, della Turchia, della Spagna e di tutta una serie di altri paesi. Prendiamo l’Indonesia, un paese che era chiaramente capitalista ma era anche una dittatura. Possiamo continuare a citare altri paesi: Thailandia, Germania, Giappone prima della Seconda guerra mondiale, stiamo parlando di alcuni dei più grandi paesi capitalisti, che non erano democratici.

Puoi spiegare cosa intendi quando distingui tra capitalismo politico e capitalismo meritocratico liberale?

Mettiamola così: una delle cose che mi ha spinto a scrivere il libro è che mi sentivo molto anti-Fukuyama. Di nuovo, inizio rifiutando l’idea che il capitalismo e la democrazia liberale abbiano qualsiasi tipo di relazione necessaria. In secondo luogo, devi quindi considerare un potente paese capitalista come la Cina, o altri paesi capitalisti simili che divergono dai normali modelli politici che siamo arrivati ad associare al capitalismo. Se prendiamo solo la Cina contemporanea, possiamo dire con una certa sicurezza che il futuro non sarà dominato da un unico modello politico. In parte, il mondo è troppo complicato per essere dominato da un unico modello economico e politico.

La domanda quindi diventa, in che modo differiscono questi paesi? Si differenziano per il fatto che, in ambito politico, non c’è democrazia in Cina. Hai un sistema monopartitico e il ruolo dello stato è così predominante che sembrerebbe immune dall’essere catturato da interessi privati. Mi spiego con un esempio solo: di recente, quella che sarebbe stata la più grande Ipo (offerta pubblica iniziale) nella storia del mondo – Jack Ma e la sua società Amd – è stata cancellata dal governo cinese. In realtà era ancora più interessante; l’incontro in cui ciò è accaduto è stato tra Jack Ma, una delle persone più ricche del mondo, e funzionari del governo cinese di livello relativamente medio della commissione di regolamentazione. Ciò evidenzia chiaramente il potere dello stato in Cina. Sarebbe molto più difficile fare qualcosa del genere negli Stati uniti. Immagina se incontrassero Elon Musk o qualcuno del genere e mandassero funzionari di medio livello del dipartimento del commercio per dirgli di ritirare la sua offerta.

Una delle idee principali nel tuo libro ha a che fare con il modo in cui, se restringiamo la nostra attenzione ai super ricchi, osserviamo che la composizione del capitale e del lavoro in quella classe è cambiata molto negli ultimi trent’anni. Puoi spiegare questa idea?

Risale al concetto di omoplutia di cui parlavo prima: abbiamo persone in cima alla distribuzione del reddito che sono sia ricche di capitale che di reddito da lavoro. Questo è un nuovo sviluppo. Mettiamola così: chiunque abbia studiato economia classica o si sia interessato – anche sociologicamente – a ciò che hanno scritto Smith, Ricardo e Marx, saprà che questi pensatori fondamentalmente concepivano il mondo come diviso in classi.

In Ricardo ci sono proprietari terrieri, i capitalisti ei lavoratori, e queste tre classi erano praticamente non sovrapposte. Ciò non significa che non c’è mai stato un lavoratore che avesse più ricchezza di qualcuno con un capitale, e ovviamente c’erano differenze tra i lavoratori. Ma in generale, c’erano alcuni capitalisti che stavano effettivamente sorpassando i proprietari terrieri nel 1817, e non c’erano lavoratori che, in virtù del loro reddito, stavano sorpassando i capitalisti. Quindi, in realtà, la distribuzione del reddito funzionale determina la tua posizione nella distribuzione del reddito interpersonale.

Tutto ciò è cambiato con l’evoluzione del carattere del capitalismo nel ventesimo secolo. Ora scopriamo che in cima alla distribuzione del reddito ci sono persone con salari molto alti. E non sto parlando di persone che ottengono, ad esempio, diverse stock option. Sto solo parlando di persone che hanno redditi salariali elevati: potrebbero essere amministratori delegati, oppure potrebbero essere medici di grande successo, lavoratori dell’Information technology, ingegneri o altro. E d’altra parte, ci sono persone che accumulano grandi redditi e poi usano quel reddito per risparmiare e investire, o forse hanno effettivamente ereditato molta ricchezza dai loro genitori. In ogni caso, finiscono per avere grandi risorse, che in realtà consentono loro di guadagnare un bel po’ di soldi quando investono. Queste stesse persone sono anche altamente qualificate, il che gli fornisce anche un importante reddito da lavoro.

Ancora una volta, siamo davanti un fenomeno inedito. Nei dati degli Stati uniti, vediamo che dal 1980 a oggi, se si prende il 10% più ricco della fascia di reddito, circa un terzo di queste persone è sia nel 10% più ricco per reddito da lavoro che nel 10% più alto per reddito da capitale. Non accadeva in passato. Negli anni Settanta solo il 15% delle persone erano nel decimo percentile sia per il reddito da lavoro che per il reddito da capitale; quella cifra è ora raddoppiata. Questo è il caso di diversi paesi. Non tutti ovviamente: in America Latina, Messico e Brasile, ad esempio, non c’è questa sovrapposizione, perché questi sono paesi capitalisti più standard con capitalisti di successo che non lavorano.

Ora, la domanda interessante relativa a tutti questi dati è: cosa succede? Vale a dire, cosa succede quando quasi il 100 per cento delle persone che si trova nel decimo percentile massimo del reddito da lavoro è anche in quello massimo dei grandi proprietari capitalisti? Ancora una volta, questa è una situazione totalmente nuova nella storia. In una certa misura, si può dire che è un miglioramento, perché non abbiamo un’associazione automatica tra capitale e ricchezza e lavoro e povertà. Ma d’altra parte, diventa una società in cui tutti i beni sono nelle mani di un gruppo di persone. E quel gruppo di persone trasmette queste risorse alla generazione successiva. Quindi penso che sia molto interessante chiedersi se le tendenze attuali potrebbero portare a una società ancora più segmentata e stratificata di quella che abbiamo ora.

Di recente hai messo in dubbio la tendenza del Premio Nobel a trascurare gli economisti che lavorano al di fuori del canone della teoria economica accettata. Puoi dire qualcosa sulla professione e la disciplina dell’economia? Chi sono gli economisti che non hanno avuto il giusto ascolto nell’analisi economica mainstream?

Quella discussione è iniziata con un piccolo tweet, e poi ovviamente è esplosa. Di recente ho letto un libro eccellente di Avner Offer e Gabriel Söderberg, The Nobel Factor, che ripercorre tutta la storia del Premio Nobel. È come leggere la storia di famiglie ricche: in fondo tutto inizia con il crimine e il saccheggio. Il Premio Nobel – che in origine non era il Premio Nobel – era assegnato dalla Banca Centrale Svedese. L’idea alla base del premio era che avrebbe rafforzato l’indipendenza della Banca centrale contro la governance socialdemocratica. Non c’è mai stata questa idea del Premio Nobel per come lo conosciamo: era fondamentalmente un premio di destra che avrebbe dovuto rafforzare quella posizione politica contro il governo. Alla fine, la Banca nazionale svedese ha concesso al Comitato Nazionale Nobel il permesso di investire in alcuni strumenti finanziari. Per farla breve, il Comitato Nazionale è stato corrotto.

Ma lasciando da parte l’origine del Premio Nobel, se si guarda ai grandi e significativi sviluppi a cui stiamo attualmente assistendo, tutto rimanda alla Cina. Dopo la rivoluzione industriale, pure includendo il grande periodo di espansione economica statunitense, non c’è mai stato un evento di rilevanza economica come l’ascesa della Cina. Parliamo di più di un miliardo di persone che crescono al ritmo dell’8 per cento in quarant’anni. Il punto è che, mentre assistiamo a quell’evento, non abbiamo nessun vincitore del Premio Nobel che sia stato in grado di capire cosa sta succedendo. Nessuno studia davvero la Cina.

È un po’ come se, alla nascita della rivoluzione industriale inglese, avessi trascurato Adam Smith, che stava discutendo della nascita della società commerciale e della crescita del capitalismo. Questo è ciò che sta accadendo oggi nei dipartimenti di economia rispetto alla Cina. Se hai la visione del mondo che il capitalismo coincide con l’economia, e tutto il resto non ha a che fare con la disciplina, significa che non pensi sia rilevante comprendere il sistema feudale, o il sistema romano, bizantino o greco e, per estensione, non ti importa della Cina prima del 1978. L’unica cosa che ti interessa è l’Occidente degli ultimi trenta o quarant’anni. Qualsiasi altra cosa riguardante la storia economica, o diversi sistemi economici, è meglio rimuoverla.

La riduzione globale della diseguaglianza è essenzialmente il prodotto dell’ascesa dell’Asia, non solo della Cina, ma anche dell’India, dell’Indonesia e così via. Questa tendenza è in un certo senso l’immagine speculare di ciò che è accaduto durante la prima rivoluzione industriale, quando la diseguaglianza era aumentata perché l’Occidente era diventato molto più ricco del resto del mondo e l’aveva fatta crescere per tutto il diciannovesimo secolo. Con l’ascesa dell’Asia, abbiamo quasi un’immagine speculare di quegli eventi mondiali: un’intera regione che è iniziata con livelli di reddito molto bassi diventando più ricca sta riducendo la diseguaglianza globale.

Volevo proseguire ponendo una questione politica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente polarizzazione politica in molti paesi occidentali: con i Gilets Jaunes in Francia, Donald Trump negli Stati uniti e Jair Bolsonaro in Brasile; e a sinistra: con l’ascesa di Bernie Sanders e Podemos, la rivolta sociale nei paesi andini, soprattutto in Ecuador e Cile. Come dici tu, il mondo è diventato globalmente meno diseguale, ma aggiungi anche che sta diventando sempre più diseguale in Occidente. Qual è la relazione tra la crescente diseguaglianza in Occidente e la polarizzazione politica?

Non c’è dubbio che l’aumento della diseguaglianza, e certamente la stagnazione dei redditi della classe media, abbia a che fare con questa polarizzazione. Lo abbiamo visto molto chiaramente nelle ultime elezioni statunitensi: la gente considerava Trump un rottame, ma ha raccolto più di 70 milioni di voti – non è stato tanto rottamato. E quando guardi da dove provengono i voti, provengono da persone insoddisfatte, molte delle quali sono arrabbiate perché hanno visto l’1% più ricco o il 10% più ricco diventare sempre più ricco.

Come ho sostenuto in più occasioni, siamo di fronte a un processo di «disarticolazione» che si sposta verso nord. Stiamo scoprendo che in paesi come la Francia – dove la gente ha iniziato a scrivere sul fenomeno della disarticolazione negli anni Settanta – esiste una classe d’élite che è molto ben integrata nella globalizzazione e che in realtà non si preoccupa molto di quello che avviene nell’entroterra. A mio avviso, una cosa simile sta accadendo negli Stati uniti: è diventata una lotta tra la classe superiore e l’entroterra.

Quindi, penso che questa polarizzazione politica sia il risultato della maggiore diseguaglianza, della globalizzazione e della mancanza di interesse da parte dell’élite per ciò che sta accadendo alla classe media. Le soluzioni, purtroppo, non sono immediate, ma penso che ci siano alcune politiche che la sinistra può perseguire nel tentativo di non continuare a perdere terreno rispetto alla destra e alle tendenze plutocratiche dei Trump del mondo.

Ciò porta alla mia prossima domanda, che riguarda la globalizzazione e le sovranità frammentate. Hai affermato che invece di cercare di tornare agli anni d’oro dell’era di Bretton Woods, la sinistra dovrebbe lavorare per formare un nuovo tipo di internazionalismo che fornisca una risposta efficace alla globalizzazione. Come pensi che sia possibile? Quello che voglio dire è, al di là della retorica della solidarietà internazionale, qual è il concetto di sovranità alla base della tua visione?

Questa è forse la grande domanda e non so se posso renderle giustizia. Inizierei rispondendo in senso negativo: credo che questo struggimento per l’età d’oro del capitalismo o per Les Trente Glorieuses sia totalmente sbagliato, perché le condizioni oggi sono completamente diverse. Penso anche che sia abbastanza chiaro a tutti che quel periodo non può tornare. Ma ancora, troviamo persone di sinistra che in realtà sono a favore della limitazione dell’immigrazione o a limitare il deflusso di capitali, il che è difficile perché entrambi implicano un ridimensionamento della globalizzazione, il che avrebbe l’effetto di ridurre i redditi globali. Penso che queste misure reazionarie siano dannose e dobbiamo guardarci da un certo impulso anti-internazionalista.

Finché ci sarà un’enorme differenza di salari tra i ricchi paesi occidentali e quelli in Asia o in Africa, le forze di fondo del capitalismo saranno sempre dalla parte della globalizzazione. Penso che la difficoltà fondamentale qui sia che la sinistra si è sentita molto a suo agio, per ragioni storiche, nel lavorare entro i parametri dello stato nazionale, proclamando anche una sorta di solidarietà retorica con altri popoli. Ma ora abbiamo un problema in cui i poveri vogliono trasferirsi nelle nazioni in cui esiste uno stato sociale, e così facendo potenzialmente minano la posizione dei lavoratori autoctoni.

Quindi c’è un vero conflitto: chi rappresenti e come puoi conciliare queste due cose? Uno dei punti del mio libro attuale riguarda il modo in cui affrontiamo la questione della migrazione. Suggerisco di provare a trovare una sorta di soluzione di mezzo: consentire ai migranti stranieri di entrare nel paese ma non dare loro un percorso diretto verso la cittadinanza. Ciò ridurrebbe l’opposizione della destra alla manodopera straniera, perché vedrebbero il loro ingresso come una misura temporanea. Dovremmo davvero iniziare a considerare diverse opzioni con la migrazione, quelle che a volte vengono chiamate «forme graduali di cittadinanza», che sostanzialmente equivale ad avere diversi livelli di cittadinanza.

Oltre a ciò, alla fine del mio libro fornisco una serie di raccomandazioni: dobbiamo smantellare la proprietà del capitale, cosa che non può essere fatta in un giorno. Il punto è questo: potremmo prendere molti dei vantaggi di cui godono ora i proprietari di grandi asset e darli a persone con asset molto modesti. Ciò includerebbe detrazioni fiscali o aliquote fiscali inferiori per i piccoli investitori, piani di partecipazione azionaria dei dipendenti, che potrebbero effettivamente essere collegati a una minore tassazione delle società fintanto che avremo più lavoratori coinvolti come azionisti della società.

Una seconda parte della mia proposta ha a che fare con l’eliminazione dell’istruzione estremamente costosa, che serve solo a mantenere e riprodurre le diseguaglianze sociali. Ciò può essere fatto dando molti più soldi alle scuole pubbliche e tassando le scuole private e le loro dotazioni. Infine, ci sono le classiche campagne sul lavoro: aumentare il salario minimo, cosa che molte città e stati negli Stati uniti hanno già fatto, creare diritti dei lavoratori molto più forti, inclusi i diritti sindacali, e così via. Queste sono tutte misure che credo attirerebbero anche la classe media.

Ci saranno ancora problemi: avremo ancora il deflusso di posti di lavoro, perché le forze della globalizzazione sono ancora molto forti. Se possono assumere qualcuno in Laos a un decimo dello stipendio degli Stati uniti, rimarrà un problema. Ma possiamo iniziare a lavorare per migliorare la vita delle generazioni future. Per la generazione che sta invecchiando adesso, possiamo iniziare a fornire sicurezza sociale e assistenza sanitaria adeguate in modo che possano vivere una vita ragionevole. Poi i loro figli non rischierebbero di far parte di una sorta di sottoclasse crescente come negli Stati uniti. Questo, credo, è il vero pericolo che dobbiamo affrontare: che in futuro avremo tre generazioni di persone senza un’istruzione sufficiente, senza un lavoro stabile e così via.

Hai detto che la globalizzazione rimane più forte che mai. Alcuni sostengono che nell’era del Coronavirus stiamo assistendo a un’inversione delle economie globali integrate e delle catene del valore.

Non sono d’accordo. Molte persone dicono che la pandemia significherà una completa inversione delle catene del valore globali. Ovviamente, dobbiamo rivedere un po’ la nostra comprensione del mondo, perché il modello attuale non tiene conto del tipo di shock esterni al sistema rappresentati dal Coronavirus. Ma bisogna fare attenzione. Anche se guardiamo al conflitto tra Cina e Stati uniti, gli investimenti in Cina sono stati effettivamente più alti rispetto a prima della pandemia. Il motivo è ovviamente che la Cina si è ripresa molto più velocemente di tutti gli altri.

Tuttavia penso che le forze alla base della globalizzazione siano così potenti che non possono essere semplicemente annullate da un giorno all’altro. Finché ci sarà un’enorme differenza di salari tra i ricchi paesi occidentali e quelli in Asia o in Africa, le forze alla base del capitalismo saranno sempre dalla parte della globalizzazione. L’unica cosa che potrebbe annullare questa tendenza sarebbe una convergenza globale dei redditi in cui scompare il vantaggio del lavoro all’estero a buon mercato. Ma ci vorrà molto tempo prima che ciò accada.

 

 

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Ogni lezione sarà online a partire dalla data indicata fino al 30 giugno 2021.

Informazione per gli abbonati alle Lezioni di Storia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – stagione 2019-2020:
Fondazione Musica per Roma renderà i voucher degli abbonati spendibili per l’acquisto delle Lezioni di Storia in streaming La presa del potere. Invierà presto via email una comunicazione con le relative istruzioni.

 

Per un decalogo del gastronomo

La disparità degli apprezzamenti sui vari stili di cucina e quindi i diversi giudizi sui ristoranti non sono dovuti solo – come ovvio – a una diversità di gusti e di sensibilità gastronomica, ma anche a diversi modi di concepire i princìpi di quella particolare forma di attività con la quale l’uomo trasforma prodotti naturali in prodotti culturali destinati al piacere della tavola (non quindi alla nutrizione, che risponde a una necessità biologica, in comune con le altre specie animali).

Senza pretendere di attingere alcuna universalità, sarebbe forse bene che chi fa cucina (intesa come manipolazione di prodotti e arte del convitare), e soprattutto chi ne scrive sulle varie guide e rubriche, indicasse sempre i princìpi che considera regolativi nell’esercizio della propria attività e ai quali si ispira nel fare, nel gustare, nel giudicare. Questo permetterebbe anche di comprendere la diversità di scuole e di giudizi. Per tentare solo di aprire un dialogo in questa prospettiva, dirò preliminarmente che considero il far cucina una scienza e un’arte: come scienza, essa ha regole certe e condivise, è un sapere normativo; come arte, essa ammette margini di «creatività», tenendo presente che questa è una dote assai rara, come nelle altre arti (il «creativo», l’artista vero, e non l’improvvisatore, compare raramente nella storia).

Per quanto attiene alla cucina – e all’arte del convitare – come scienza, cioè come attività retta da regole, possiamo tentare di proporne alcune: si tratta di princìpi regolativi e formali, che prescindono da singole preparazioni, ma dovrebbero indirizzare e orientare tanto la  manipolazione delle vivande quando i modi della loro presentazione.

 

Ogni cucina è legata al territorio:

essa deve quindi rispecchiare anzitutto le caratteristiche, le tradizioni, i prodotti, i modi del fare del luogo, storicamente e climaticamente determinati.

 

I cosiddetti piatti «mari e monti», la «cucina internazionale», la «cucina esotica», per ricordare solo alcune «mode», non appartengono alla scienza della cucina.

 

Le tecnologie moderne – di grande utilità – non possono sostituire i modi del fare tradizionale quando questi sono essenziali per la riuscita di una preparazione:

così il pesto genovese non può essere realizzato con il frullatore, ma con il mortaio (altrimenti la salsa dovrebbe chiamarsi «frullato» e non pesto); una purea di fagioli andrà passata al setaccio e non fatta con il frullino a immersione che non elimina le scorie; il forno a microonde non può sostituire le lunghe cotture; la chimica non sostituisce la natura: per esempio, il risotto alla milanese richiede zafferano in pistilli e non in polvere.

 

Ogni cucina ha i suoi grassi:

olio, lardo, strutto, burro (in alcuni casi midollo di bue): quindi in un sartù napoletano andrà usato lo strutto, per la cotoletta di vitello alla milanese il burro.

 

L’uso dei formaggi in alcuni primi piatti della cucina italiana deve rispettare le tradizioni di origine dei piatti stessi:

come nessuno userebbe il pecorino per delle fettuccine al burro, così non è ammesso il parmigiano reggiano sulla pasta con le melanzane alla siciliana o sugli spaghetti al pomodoro e basilico.

 

Il cuoco non è un medico né un farmacista:

non è suo compito preparare delle diete (a meno che non dedichi a queste un apposito menù), ma preparare piatti secondo norme che prescindono dal contenuto calorico e dai consigli dei dietologi.

 

In un ristorante il cliente è il soggetto non l’oggetto:

ciò significa che sarà sempre il cliente a determinare non solo la struttura del proprio menù, ma anche la misura delle porzioni. Ciò vale anche nei cosiddetti menù degustazione che possono suggerire scelte, non porzioni. Ne consegue che, salvo i casi in cui la preparazione di un piatto è necessariamente legata a un singolo pezzo (una spigola, un filetto di bue, di cui comunque andranno chiesti al cliente la dimensione e il peso), la porzione dovrà rispondere alla richiesta del cliente: per esempio un roast beef non sarà presentato in fettine sul piatto, ma intero in tavola e trinciato secondo lo spessore indicato dal cliente. Più in generale, quando è possibile (dagli antipasti ai contorni e ai dolci), il servizio dovrà presentare in tavola piatti da portata, non porzioni preconfezionate. Peraltro anche nel caso di un pezzo preparato singolarmente, come un pesce, dovrà essere chiesto al cliente se lo preferisce intero o sfilettato; non dovrà mai essere presentato sfilettato, perché al cliente potrebbe piacere la testa. Al contrario, il ristoratore dovrà rifiutare di servire tagli non rispondenti al dettato della scienza gastronomica: per esempio, nel caso in cui il cliente richiedesse una bistecca alla fiorentina sottile e ben cotta.

 

I piatti (da portata e individuali) di una preparazione calda devono essere rigorosamente caldi (in qualsiasi stagione), di temperatura non inferiore a quella della preparazione servita.

Se il piatto da portata presenta una preparazione calda, sarà appoggiato su uno scaldavivande.

 

Per i vini, non esiste la cosiddetta temperatura ambiente

(in ragione della quale un ristorante con stella Michelin mi ha servito a Milano nel mese di giugno un Lagrein a 25 gradi): ogni vino ha la sua temperatura, secondo tipologia e annata.

 

Salumi e formaggi hanno una loro temperatura ideale che non è mai quella del frigorifero;

i salumi, salvo eccezioni come per il culatello di Parma, devono essere tagliati a mano e non con l’affettatrice.

 

Le portate devono essere immediatamente riconoscibili e tali quindi da non richiedere la noiosa esegesi del cameriere.

Parimenti, il lessico del menù deve essere intelligibile a prima lettura: contro l’uso retorico e immaginifico di invertire i rapporti sintattici tradizionali, dando nomi di dessert a primi piatti o usando termini destinati al pesce per le carni e viceversa.

 

Altre norme e princìpi regolativi potrebbero essere indicati: ma tanto forse per ora basta. Ovviamente questi princìpi riguardano anzitutto i ristoranti e quanti formulano giudizi sui ristoranti stessi; ma possono essere validi anche per una cucina domestica, non di quotidiano sostentamento, ma pensata come un momento di piacere della tavola e del convito.

 

[«Grand Gourmet», 84, gennaio-febbraio 2001]

 

Scopri il libro:

Interregno: Informazione

 

Come si informano oggi i giovani?

Si è perso qualcosa rispetto al ‘vecchio modo’ di aggiornarsi sulle notizie?

In un mondo di notizie online dove tutto sembra gratuito, quali sono i modelli di business possibili?

Cosa si rischia ad affidare all’audience e a degli algoritmi la scelta dei temi da trattare e seguire?

 

 

Appuntamento mercoledì 17 febbraio alle 19.00 in diretta streaming sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale Youtube.

Insieme alla giornalista Silvia Boccardi, che modererà l’incontro, avremo con noi:
Marta Bernardi (coordinatrice editoriale Scomodo Torino)
Alessandro Tommasi (co-founder e CEO Will Media)
Giorgio Zanchini
 (giornalista e conduttore radiofonico)

 

Marta Bernardi, 21 anni, Studentessa universitaria di Scienze Internazionali a Torino e coordinatrice editoriale di Scomodomensile cartaceo distribuito gratuitamente a RomaMilano e Torino nelle scuole, nelle facoltà e nelle librerie indipendenti aderenti abbonate.
Si tratta di fatto del progetto editoriale under 25 più grande d’Italia. 

 

 

Classe 1985, Alessandro Tommasi si è laureato in Relazioni Internazionali a Milano, dove ha anche poi fatto il master Ispi in Diplomacy. Ha lavorato al Parlamento Europeo, in Confindustria, è stato in Airbnb e Lime. Da gennaio 2020 è il cofondatore di Will, startup d’informazione che su Instagram conta più di 700mila follower (90 mila solo nella prima settimana di go live).

 

 

Giorgio Zanchini è nato a Roma nel 1967. Giornalista e saggista, attualmente conduce Radio anch’io su Rai Radio 1 e Quante storie su Rai 3. Dal 2010 al 2014 ha condotto Tutta la città ne parla su Rai Radio 3.

 

 

 

Hai perso il primo incontro?

Abbiamo parlato di emergenza climatica con Maria Virginia Bagnoli, Enrico Giovannini e Sofia Pasotto.

Lezioni di Storia – “La presa del potere”

Sono tanti i modi attraverso cui gli uomini hanno preso il potere: con la violenza o con la persuasione, in gruppi di pari o con la prevalenza di un leader, in nome di un ideale o per discendenza familiare, in un giorno o nell’arco di anni… In questa serie di dieci lezioni si ripercorrono i momenti decisivi in cui i protagonisti della storia sono arrivati al governo nelle più diverse latitudini, dall’Europa all’America Latina, dal Nord Africa alla Cina. Scopri di più.

La presa del potere è il nuovo ciclo di Lezioni di Storia, un’edizione interamente on line in programma dal 7 marzo al 16 maggio sulla nuova piattaforma AuditoriumPlus, dieci lezioni trasmesse da dieci teatri italiani, la domenica alle 18:00, introdotte da Paolo Di Paolo.

Un progetto ideato dagli Editori Laterza in coproduzione con la Fondazione Musica per Roma e in collaborazione con i teatri: Carcano di Milano, Regio di Torino, Grande di Brescia, Bellini di Napoli, Petruzzelli di Bari, Verdi di Firenze, Verdi di Padova – Comune di Padova, Arena del Sole di Bologna, Storchi di Modena.

Le lezioni sono realizzate grazie al contributo di UniCredit e Gruppo Unipol. Sponsor tecnico Agorà.

Video realizzato dalla Fondazione Musica per Roma.

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Info e costi

Pay per view: 5 euro per singola lezione, 40 euro per l’intera stagione 2021.

Acquista sulla piattaforma streaming www.auditoriumplus.com  accedendo alla sezione “Masterclass” o cliccando su “Lezioni  di Storia – La presa del potere” nell’home page dove potrai  visualizzare l’elenco delle lezioni.

Per acquistare clicca su una qualsiasi lezione, scegli se acquistare l’intera stagione o una singola lezione, registrati e procedi con il pagamento (al momento del pagamento clicca su “Paga con carta”).

Ogni lezione sarà online a partire dalla data indicata fino al 30 giugno 2021.

Informazione per gli abbonati alle Lezioni di Storia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – stagione 2019-2020:
Fondazione Musica per Roma renderà i voucher degli abbonati spendibili per l’acquisto delle Lezioni di Storia in streaming La presa del potere. Invierà presto via email una comunicazione con le relative istruzioni.

La presa del potere

LA PRESA DEL POTERE

Lezioni di Storia in streaming

dal 7 marzo al 16 maggio 2021 su AuditoriumPlus

#LezionidiStoria

 

La presa del potere è il nuovo ciclo di Lezioni di Storia, un’edizione interamente on line in programma dal 7 marzo al 16 maggio sulla nuova piattaforma AuditoriumPlus, dieci lezioni trasmesse da dieci teatri italiani, la domenica a partire dalle 8:00, introdotte da Paolo Di Paolo.

Ogni Lezione sarà online a partire dalla data indicata fino al 30 giugno 2021.

 

Sono tanti i modi attraverso cui gli uomini hanno preso il potere: con la violenza o con la persuasione, in gruppi di pari o con la prevalenza di un leader, in nome di un ideale o per discendenza familiare, in un giorno o nell’arco di anni… In questa serie di dieci lezioni si ripercorrono i momenti decisivi in cui i protagonisti della storia sono arrivati al governo nelle più diverse latitudini, dall’Europa all’America Latina, dal Nord Africa alla Cina.

Un progetto ideato dagli Editori Laterza in coproduzione con la Fondazione Musica per Roma e in collaborazione con i teatri: Carcano di Milano, Regio di Torino, Grande di Brescia, Bellini di Napoli, Petruzzelli di Bari, Verdi di Firenze, Verdi di Padova – Comune di Padova, Arena del Sole di Bologna, Storchi di Modena.

Le lezioni sono realizzate grazie al contributo di UniCredit e Gruppo Unipol. Sponsor tecnico Agorà.

 

Il Programma

 

Domenica 7 marzo, a partire dalle ore 8:00

MILANO – Teatro Carcano

Zeus alla conquista dell’Olimpo                   

Laura Pepe

Zeus dovette combattere a lungo per occupare il trono degli dei. Attraverso il suo mito i greci si interrogarono sulle origini di tutto: del cosmo, degli dei, degli esseri viventi.

Laura Pepe insegna Diritto greco antico all’Università degli Studi di Milano.

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Domenica 14 marzo, a partire dalle ore 8:00

ROMA – Auditorium Parco della Musica

Agrippina, una donna al comando     

Andrea Carandini

Contro ogni regola, una donna desidera, conquista, esercita e dà il potere. Attraverso gli uomini, come il marito Claudio, da lei avvelenato, e il figlio Nerone che finirà per ucciderla.

Andrea Carandini è Professore emerito di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana presso l’università di Roma la Sapienza.

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Domenica 21 marzo, a partire dalle ore 8:00

TORINO – Teatro Regio

Guelfi e Ghibellini, una guerra civile italiana

Alessandro Barbero

Il colpo di stato del 1301 in cui i guelfi ‘neri’ conquistano il governo di Firenze – ed esiliano Dante – è un esempio da manuale di come già nell’Italia medievale le spaccature tra ‘partiti’ erano crude e difficili da ricucire.

Alessandro Barbero insegna Storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale di Vercelli.

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Domenica 28 marzo, a partire dalle ore 8:00

BRESCIA – Teatro Grande

Maometto II e l’assedio di Costantinopoli

Alessandro Vanoli

All’alba del 29 maggio 1453 i soldati ottomani, guidati da Maometto II, dopo un lungo assedio, entrano nella capitale dell’Impero d’Oriente. E la storia del mondo cambia.

 Alessandro Vanoli, storico e scrittore, è esperto di storia mediterranea.

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Domenica 11 aprile, a partire dalle ore 8:00

NAPOLI – Teatro Bellini

Cortés contro Montezuma

Luigi Mascilli Migliorini

Sbarcando sulle coste del Messico, Cortés e i suoi seicento uomini non hanno nulla da perdere. Mentre Montezuma e gli aztechi si affannano a difendere memorie e tradizioni, che verranno spazzate via.

Luigi Mascilli Migliorini insegna Storia moderna presso l’Università di Napoli l’Orientale.

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Domenica 18 aprile, a partire dalle ore 8:00

BARI – Teatro Petruzzelli

La rivoluzione giacobina

Luciano Canfora

Il 2 giugno 1793, dopo tre giorni di assedio del parlamento da parte dei dimostranti, i deputati girondini vengono arrestati. Inizia così la dittatura giacobina, che salva la Francia dall’aggressione esterna e instaura il Grande Terrore.

Luciano Canfora è Professore emerito dell’Università di Bari.

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Domenica 25 aprile, a partire dalle ore 8:00

FIRENZE – Teatro Verdi

La Repubblica Romana, sogno e realtà        

Alberto Mario Banti

Tra la fine del 1848 e gli inizi del 1849 prende forma un sogno: Mazzini, Garibaldi e un gruppo di giovani animati da forti passioni instaurano a Roma un governo repubblicano. Una esperienza straordinaria, destinata a durare poco.

Alberto Mario Banti insegna Storia contemporanea presso l’Università di Pisa.

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Domenica 2 maggio, a partire dalle ore 8:00

PADOVA – Teatro Verdi

Mao Zedong, dalla Lunga Marcia all’egemonia comunista          

Guido Samarani

Tra l’inizio della Lunga Marcia nel 1934 e la proclamazione della Repubblica popolare cinese il 1° ottobre del 1949 avviene un profondo rivolgimento nel sistema politico ed economico della Cina, che ha un leader indiscusso in Mao Zedong.

Guido Samarani insegna Storia della Cina e Storia e Istituzioni dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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Domenica 9 maggio, a partire dalle ore 8:00

BOLOGNA – Arena del Sole

Gamal Abdel Nasser e il colpo di Stato modello

Marcella Emiliani

Tutti i militari arabi – da Mu’ammar Gheddafi in Libia a Saddam Hussein in Iraq –  hanno tentato di imitarlo. L’ascesa al potere egiziano di Nasser con il colpo di Stato del 1952 ancora oggi, nel suo genere, rimane un modello.

Marcella Emiliani ha insegnato Storia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo, Sviluppo politico del Medio Oriente e Media & Conflict-Medio Oriente presso l’Università di Bologna.

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Domenica 16 maggio, a partire dalle ore 8:00

MODENA – Teatro Storchi

Fidel Castro e la rivoluzione cubana             

Loris Zanatta

All’alba del 2 dicembre 1956 Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e un drappello di giovani ‘barbudos’ sbarca sulle coste di Cuba. È l’inizio di un’avventura che gli stessi ribelli trasformeranno in leggenda.

Loris Zanatta insegna Storia dell’America Latina all’Università di Bologna.

 

Info e costi

Pay per view: 5 euro per singola lezione, 40 euro per l’intera stagione 2021.

Acquista sulla piattaforma streaming www.auditoriumplus.com  accedendo alla sezione “Masterclass” o cliccando su “Lezioni  di Storia – La presa del potere” nell’home page dove potrai  visualizzare l’elenco delle lezioni.

Per acquistare clicca su una qualsiasi lezione, scegli se acquistare l’intera stagione o una singola lezione, registrati e procedi con il pagamento.

Una volta arrivati sulla schermata di pagamento è sufficiente cliccare sul pulsante giallo “Check out with PayPal” in basso a sinistra, anche se non si ha un account PayPal. A quel punto, nella schermata successiva dovrete cliccare sul pulsante “Paga con carta” e vi verrà data la possibilità di inserire i dati della carta per il pagamento e si completerà l’acquisto

Gli abbonati alle Lezioni di Storia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – stagione 2019-2020 possono contattare il botteghino della Fondazione Musica per Roma per ricevere informazioni relative ai voucher.

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Pietro Spirito racconta “Gente di Trieste”

«Trieste, questo puntino all’estremità nordorientale del Mediterraneo, questo frammento di terra che è un po’ Europa e un po’ no, imbrigliato fra tre confini, incuneato nell’ansa di un piccolo golfo che non lo protegge né lo ha mai protetto dalle intemperie della Storia. Trieste città di mare, di meandri carsici, di montagne e di confine, e di persone – avventurieri, artisti, intellettuali, scienziati ed eroi.»

Pietro Spirito ci accompagna sul bordo del mare Adriatico, al molo audace di Trieste, per raccontarci il suo nuovo libro, Gente di Trieste.

 

 

Scopri il libro:

Climate change: cosa hai fatto quest’anno per il pianeta?

Siamo abituati a credere che modificare i nostri comportamenti individuali non abbia un impatto significativo sul riscaldamento globale. Ma la scienza ci dice esattamente il contrario: azioni semplici fanno la differenza.

E tu, cosa hai scelto di fare nell’ultimo anno per modificare il tuo impatto sul nostro pianeta?  

Ecco una sintesi delle idee contenute in SOS. Cosa puoi fare tu contro il riscaldamento globale di Seth Wynes: utilizza questa piccola, pratica checklist e scopri cosa puoi fare di più.

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Scopri il libro:

 

“Gente di Trieste”: tre polaroid

Joseph Ressel

Il punto è che a Trieste le macerie, le tracce, i reperti, sono così mischiati e confusi che non è facile ricavarne un ordine lineare, per non dire pacificato. Ogni pezzetto di storia rimanda a un’altra storia, che spesso contraddice la prima, o costringe a ripensare il percorso che ha portato fino a lì. Pochi posti, come Trieste, esibiscono tante verità sfuggenti.  […]  Trieste è piena di personaggi che in qualche modo hanno avuto in sorte la sfortuna di rimanere imbrigliati in questi ingranaggi. Gente che grazie alle opportunità offerte da questa terra liminare avrebbe potuto avere un’esistenza brillante come un fuoco d’artificio, e che invece ha bagnato le sue polveri nelle pozze di una realtà sfuggente e contraddittoria.

Uno di questi signori ce l’ho davanti adesso, ritratto in una vetrina del Museo del Mare che espone una serie di prototipi di eliche per la propulsione navale. È Josef Ressel, lo sfortunato inventore che diede un contributo fondamentale alla realizzazione della prima elica navale.

[…] È dal 1857 che a Trieste si parla di erigere un monumento a Josef Ressel. […] Ma mentre scrivo queste righe ancora non c’è. Se ne parla seriamente da più di un secolo, ma niente da fare. Una statua di Ressel si trova già a Vienna, opera dello scultore Antonio Fernkorn, eretta con fondi raccolti a Trieste e inaugurata il 18 gennaio del 1863, davanti al Politecnico della capitale austriaca, alla presenza dell’imperatore in persona. Il Consiglio municipale di Trieste, invece, allora bocciò la proposta di erigere in città una statua dedicata a Ressel, con il pretesto che la paternità dell’elica in effetti non era chiara. In realtà la ragione era politica: in pieno fermento irredentista la municipalità a maggioranza italofona non aveva nessuna voglia di erigere un monumento a un tedesco. Il problema di Ressel, come di tanti altri triestini, in fondo è e rimane questo: figlio di una terra ibrida, si può considerare un senza patria. […] In più Josef Ressel ha incarnato in sé una di quelle contraddizioni tipiche delle terre segnate dalla modernità: lo stare in bilico tra passato e futuro. […] E questa specie di schizofrenia socio-esistenziale, a Trieste in particolare, era, e forse in parte lo è ancora, più diffusa di quanto si possa pensare.

[…] Se potesse uscire dal quadro, sono sicuro che quest’uomo mi prenderebbe a calci, deluso com’è da tutto e da tutti.

 

 

Alice Zeriali

Conobbi Alice Zeriali, o meglio ciò che rimaneva della sua memoria, il 2 marzo del 1993. Fu l’architetto Marianna Accerboni a telefonare in redazione per avvisare che era appena deceduta, all’età di 83 anni, una pittrice che era stata tra i protagonisti forse minori della grande stagione artistica del Novecento a Trieste, ma comunque una delle ultime testimoni di quel periodo.

Ma poi, chi era Alice Zeriali? […] Alice Elisabetta Luigia Zeriali nasce a Trieste l’11 dicembre del 1909. […] Nel 1928, a 19 anni, Alice prende la licenza alla Regia Scuola di tirocinio del Regio Istituto industriale, con una votazione di novantacinque punti su cento, ed entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Gli anni della formazione vedono sfilare anche i primi amori. […] Ma il rapporto più importante, anche per la sua fame di crescita intellettuale, è quello che la giovane Alice avvia dal 1926 con un suo coetaneo e compagno di scuola destinato a una lunga fama, Lionello Zorn Giorni, in arte Savioli. […] Il futuro pittore, sceneggiatore e critico, nonché futuro marito di Linuccia Saba, l’inquieta figlia del poeta Umberto Saba, ha studiato anche lui al Regio Istituto industriale e anche lui si iscriverà al liceo artistico di Venezia.

[…] Intanto, negli anni in cui intreccia la corrispondenza con Lionello Zorn Giorni, a Trieste Alice Zeriali si sta facendo conoscere. […] Per lei sono i primi timidi passi nel titolato mondo dell’arte. Nel 1931 Alice si iscrive all’Associazione delle Belle Arti di Trieste, e nello stesso anno partecipa con una natura morta, Pittura decorativa su panno lenci, alla sua prima mostra permanente. Allo stesso tempo inizia un’intensa attività di illustratrice: nel 1935 realizza scenari e bozzetti per il teatro del Circolo artistico di Trieste, e fra il ’34 e il ’35 illustra il giornale per ragazzi «Mastro Remo». Scrive e pubblica poesie su «Il Popolo di Trieste» e sulla rivista «Il Sagittario». […]  Il lavoro di illustratrice le permette di non perdere di vista il mondo dell’arte. Anzi, proprio grazie alla sua fama di brava disegnatrice entra in contatto con il gruppo culturale istriano d’avanguardia Domani, presieduto dal futurista Marinetti, che le offre un lavoro per la realizzazione di «bozzetti per mode femminili», pagati dieci lire l’uno.

[…] Nel 1937 la giovane pittrice ottiene il diploma di maturità artistica e, nel 1940, il diploma di disegno che la abilita all’insegnamento negli istituti medi. Poi, con altro concorso pubblico, nel 1947 riceve il diploma per l’insegnamento negli istituti classici. Sì, perché l’arte è l’arte, ma bisogna pur lavorare. E già dal 1938 Alice è impegnata come supplente nelle scuole medie. E continuerà a insegnare, entrando tardi in ruolo, per tutta la vita. Durante la seconda guerra mondiale Alice rimane al suo posto di lavoro come insegnante. […]

[…] Fra gli anni Settanta e Ottanta continua in sordina la sua attività di pittrice, pur raccogliendo premi e consensi, dal medaglione bronzeo del Sindacato artisti pittori, scultori e incisori del 1973 fino alla Coppa Premio della Provincia di Trieste del 1985. Schiva e appartata, cauta di fronte alle tendenze trainanti in atto, l’ormai anziana Alice Zeriali continua a seguire una strada in cui quello che il critico Renato Ambrosi ha definito «il tono spirituale di una devozione lieta» diventa – nel sorrisetto dei suoi fantasmini dipinti – la speranza di qualcosa che può ancora arrivare. Nel quadro di segno informale intitolato Canto della prigioniera, una figura di donna, o il suo ectoplasma, sembra costretta in un vaso che la racchiude e la stringe dalla vita in giù. Tuttavia l’espressione della donna dai capelli riccioluti è lieta, quasi ironica. Coraggio, sembra dire, forse il meglio deve ancora venire, la tua vita non è stata facile, questa città non ti ha aiutato, forse hai perso qualche occasione ma c’è ancora tempo per essere liberi e felici.

«La mia testa – si legge in un quadernetto dei primi anni Venti alle cui pagine una giovanissima Alice affidava poesiole e pensieri – è una giostra irrefrenabile, il mio cervello una ruota che sorpassa l’attrito». Senza dubbio, e fino all’ultimo.

 

 

Gli argonauti patrioti

Oggi Trieste guarda al mare con crescente simpatia, lo considera un luogo di salvifica ricreazione e un possibile trampolino di crescita economica sulla scia dei nuovi traffici transeuropei. Quindi il mare disegna sempre con le sue correnti un progetto di rilancio, e la Barcolana, che per una settimana mette la città sotto gli occhi di mezzo mondo, ricorda alla gente di Trieste quanto il mare possa essere fonte di riscatto. Ne era certo anche Glauco Gaber, quando venne a trovarmi per farsi intervistare nel lontano 1988, a quarant’anni dal varo di quel progetto che per lui doveva essere la grande occasione di riscatto di Trieste e dei triestini di fronte alle conseguenze del secondo dopoguerra. Allora Glauco Gaber mi regalò la foto incorniciata della barchetta battezzata Trieste-Italia, ritratta in navigazione nella Baia di Guanabara, davanti a Rio de Janeiro, al termine dell’impresa che avrebbe dovuto far conoscere al mondo intero quanto era ingiusto il Trattato di Pace che toglieva a Trieste e all’Italia le sue terre più preziose per darle alla Jugoslavia del maresciallo Tito.

Ricordo questo signore settantenne, energico, dai modi cortesi, mentre, nel salottino della redazione del quotidiano «Il Piccolo» dove lavoro, mi raccontava la sua avventura, la traversata dell’Atlantico su una piccola scialuppa a vela e a motore assieme ad altri tre compagni. Impresa effettuata nell’arco di due anni, con partenza da Trieste la notte del 16 dicembre 1948, alle 23.30, dal Molo Audace, e arrivo a Buenos Aires la mattina del 24 maggio 1950, dopo un viaggio di 8469 miglia e 1752 ore di effettiva navigazione.

[…] Questo signore adesso mi stava davanti per raccontarmi la sua storia, con quell’aria un po’ fiera e un po’ perplessa di chi pensa di aver lasciato una traccia forse esile ma profonda, una solida memoria, e invece nessuno se lo fila più, la Storia cammina guardando avanti, e ciò che sembrava importante ieri oggi non lo è più né forse tornerà mai ad esserlo.

 

Scopri il libro:

 

 

Il lato violento dell’Italia

Dalla Grande guerra alle torture del G8, David Forgacs analizza il modo in cui la ferocia di Stato è usata come messaggio

Benedetta Tobagi, Robinson, 30 gennaio 2021

La violenza si intensifica quando il potere viene meno: questa massima, formulata da Hannah Arendt nel 1969, è la chiave di lettura principale attraverso cui David Forgacs, decano dei cultural studies, scandaglia corsi e ricorsi della violenza in Italia dall’Unità ai nostri giorni. Attraverso dodici capitoli, dalle esecuzioni dei disertori durante la Grande guerra alle squadracce fasciste, dalle atrocità coloniali alla guerra civile, dagli stupri di guerra alla violenza diffusa degli anni Settanta, dalle torture di polizia del G8 alle recenti aggressioni a sfondo razziale, Messaggi di sangue (Laterza) analizza il modo in cui gli atti di violenza pubblica sono usati come messaggi, come i mezzi di comunicazione li abbiano trattati e quale impronta abbiano lasciato nella memoria collettiva, lavorando, come nel precedente Margini d’Italia, su una vasta gamma di fonti tra cui spiccano fotografie, filmati, canzoni popolari, opere letterarie e cinematografiche.

Forgacs si concentra soprattutto sulle forme di violenza agite dallo Stato, dai suoi rappresentanti o con la sua connivenza, data la particolare frequenza e gravità con cui si sono manifestate nella nostra storia, rispetto ad altri Paesi europei. Pensiamo al terrorismo, per esempio: omologhi delle Brigate rosse sono apparsi anche altrove, mentre lo stragismo con coperture istituzionali resta una tragica specialità nostrana. La scarsa legittimazione dei poteri governativi ha radici profonde nel circolo vizioso ricorso per cui violenza è spesso la risposta a una debolezza del potere (come fu la repressione del banditismo nel Sud postunitario), ma l’abuso di potere alimenta la sfiducia, erodendo ulteriormente la legittimazione, Weber docet.

Il contesto “significa” le immagini e determina l’impatto che hanno sul pubblico. L’esibizione sulle prime pagine dell’Ora di Palermo degli scatti di Letizia Battaglia sulla scena dei delitti mafiosi alimenta l’empatia per le vittime e lo sdegno verso Cosa Nostra, di cui mette a nudo la natura feroce, contro ogni mitizzazione romantica: una dinamica del tutto diversa rispetto al voyeurismo morboso che caratterizzava la pubblicazione di immagini analoghe nella cronaca nera statunitense negli anni Quaranta.

La propaganda per immagini diventa anch’essa terreno di battaglia. Nel 1865, alle cartoline della fiera brigantessa Michelina Di Cesare in costume tradizionale che brandisce il fucile (antesignana dell’affascinante dirottatrice palestinese Leila Khaled in kefiah e mitra), il Regno rispose diffondendo dopo la cattura immagini degradanti del suo cadavere martoriato a seno nudo. Questa lotta si serve anche della “risignificazione” delle immagini diffuse dal nemico: quando il regime espone i cadaveri degli antifascisti, allo scopo di degradarli e insieme incutere terrore, la stampa clandestina li trasforma in martiri.

L’ampiezza dell’arco temporale consente di mettere in evidenza analogie tra eventi lontani, per esempio tra gli eccessi nella gestione dell’ordine pubblico a Genova nel 2001 e la repressione cruenta dei moti di piazza milanesi nel 1898, in cui, tra l’altro, si osservano all’opera le prime embrionali forme di “controinformazione” e di reportage fotografico di denuncia sociale.

Forgacs gestisce una materia vasta e complessa con grande chiarezza argomentativa e concettuale. Inoltre, nella migliore tradizione della storiografia anglosassone, scrive in modo limpido e insieme coinvolgente. Dato la centralità della dimensione comunicativa, il libro si chiude con una nota sulla pericolosità dei nuovi strumenti informatici, che ampliano a dismisura la possibilità di diffondere e amplificare i “messaggi di sangue” a costo zero. E in verità, seguendo il dipanarsi di alcuni fili nel lungo periodo, sono molte le riflessioni su temi d’attualità, non solo italiana, stimolate da questo saggio. L’ondata di azioni contro statue e monumenti, per esempio, mostra come, sebbene spesso ci voglia molto tempo perché ingiustizie e abusi di potere siano riconosciuti come tali, un potente bisogno di riconoscimento, seppur tardivo, del significato e delle implicazioni di ciò che è accaduto sopravviva intatto. La violenza è culturalmente variabile, nello spazio e nel tempo, ma ciò non deve impedire di riconoscerla comunque come tale, a posteriori (triste leitmotiv, agli abusi di norma segue invece un lungo oblio, e lo Stato non chiede mai scusa, né tantomeno si assume le responsabilità).

L’enfasi sul nesso tra perdita di potere e ricorso alla violenza, infine, invita a guardare da una diversa prospettiva fatti come il recente assalto a Capitol Hill. Senza sminuirne la gravità, questa poderosa fiammata è un’implicita manifestazione di debolezza, che non deve distoglierci dall’osservare con speranza le poderose, pacifiche mobilitazioni democratiche in Georgia e nel resto del Paese. Perché, come insegnava Gandhi, la non violenza non ha nulla a che vedere con l’impotenza, bensì è la suprema virtù del coraggioso.

 

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