Il divo Lombroso

Il saggio di Livio Sansone svela la popolarità che ebbero le sue teorie in tutto il continente americano. E non solo nella parte latina 

Maurizio Crosetti | Robinson | 14 maggio 2022

Lombroso la star. Lombroso, inquietante richiamo. L’inaccettabile Lombroso tra fascino e orrore. L’aggettivo “lombrosiano”. Lombroso l’ombroso, ma anche il magnetico. Impossibile immaginare una figura più contraddittoria e divisiva, eppure Cesare Lombroso continua a essere citatissimo (più che letto, ma è così da sempre), nonostante le sue teorie non abbiano alcuna credibilità né riscontro scientifico, dalle idee sull’atavismo e sul marchio fisiognomico dell’uomo (e della donna) criminale, per tacere della fossetta occipitale. E se il Museo Lombroso di Torino resta un luogo magnifico e sinistro per il visitatore, uno spaccato di storia umana e non solo di criminologia e antropologia, ecco che un interessante saggio scritto da Livio Sansone per Laterza, La Galassia Lombroso, ci svela la portata di Cesare Lombroso nella cultura sudamericana e la sua elaborazione nel tempo.

Anche se Lombroso non mise mai piede in Brasile o in Argentina, nei primi anni del Novecento i suoi più stretti collaboratori ci andarono eccome, cominciando dalla figlia Gina e dal genero Guglielmo Ferrero. Vennero accolti come stelle della cultura, e quasi dello spettacolo. Firmavano autografi tenevano conferenze a pagamento, erano portati in giro per l’America Latina per mesi, a spese degli Stati ospitanti, avevano a disposizione treni interi e «orchestre da trenta professori». Quando la figlia di Lombroso scendeva dal piroscafo, l’attendevano giornalisti e fotografi. Gli impresari teatrali riempivano le platee. E dopo le esibizioni, perché di questo si trattava (l’oratore Enrico Ferri curava la voce come un tenore, capricci compresi), erano cene “alla francese” con i migliori cibi e grandi vini.

Ma come? Tutto questo per la figlia e il genero di colui che sosteneva che briganti si nasce? Per colui che scrisse che con i piedi piatti, o da mancini, è più facile darsi al crimine? Le cose sono assai più complesse, e Livio Sansone lo spiega con storica puntualità. La clamorosa, trionfale ricezione di Lombroso in Sudamerica va infatti collocata nel dibattito ottocentesco su razza e diversità umana, sull’opportunità delle colonie e della fine della schiavitù. Argomenti come atavismo, degenerazione, ipnosi, fisiognomica ma anche alcolismo, cretinismo, genio e follia, per non parlare dello spiritismo che permeò gli ultimi anni e gli studi conclusivi del professore veronese (di nascita, ma per tutto il resto torinese), ebbero una presa incredibile su pensatori e popolazioni d’oltre oceano. Tra la fine del “lungo Ottocento” e il primo decennio del secolo nuovo, Cesare Lombroso era l’intellettuale italiano più famoso al mondo, influenzando giganti come Tolstoj, Zola e Conrad. Il suo ritratto a olio accanto a quello di Garibaldi non poteva mancare sul palco dove la figlia, il genero e gli altri collaboratori discettavano di argomenti tra loro diversissimi, con notevole foga oratoria e, non raramente, con altrettanta approssimazione. Ma quegli spettacoli piacevano da impazzire e crearono una moda, anche se non fu soltanto suggestione teatrale: Argentina e Brasile si ispirarono alle teorie lombrosiane per realizzare carceri e manicomi, nonché per riscrivere il codice penale. La questione di fondo restava quella delle classi pericolose, e dell’arginarle dopo averle classificate. Come se le persone, anche le più turpi, fossero farfalle o piante.

Tra nazionalismi e modernità, la Galassia Lombroso si allargò presto in Francia, Germania e Olanda, ricevendo però notevole freddezza, prima di ottenere interessato ascolto in Spagna e Portogallo, e quel grandioso successo in America Latina. Anche il presidente Roosevelt volle conoscere Gina Lombroso e il marito Guglielmo, invitandoli alla Casa Bianca. I lombrosiani riempivano pagine di giornali e riviste con articoli assai ben pagati, e il “maestro” finì con l’influenzare le politiche sociali di numerosi Stati. Il fascino effimero ma potente del positivismo fece il resto, e comunque non sarebbe giusto liquidare Cesare Lombroso limitandosi agli aspetti più folcloristici e intollerabili del suo pensiero: si tratta pur sempre dell’inventore dell’antropologia criminale. Sul suo esempio sono sorti, in mezzo mondo, musei del crimine e della polizia, imitando il “collezionatore nato” (così lo definiva la figlia Gina) di oggetti carcerari, crani, ossa, calchi del viso di delinquenti giustiziati e brandelli di pelle tatuata. Possiamo voltare lo sguardo ma Cesare Lombroso resta, e ancora ci parla. Al netto del fascino macabro, meglio non confondere l’errore e l’orrore.

Nuovo cinema classico (da Hawks a Godard)

Dodici pellicole di un biennio fondamentale (1959-1960). Parte da qui Alberto Crespi per raccontare mille storie di dodici grandi. Buñuel, Hitchcock, Mordicela Disney, Fellini, Wilder… Lo spettacolo sta per cominciare, spegnete i cellulari…

Paolo Mereghetti | la Lettura | 22 maggio 2022

Alla fine vorresti che non finisse mai, che questo viaggio tra film e registi, storie e aneddoti, dive e comprimari proseguisse ancora, aggiungendo piacere al piacere, quello per un cinema che, nonostante gli anni grami che sembra vivere adesso, contagiato anche lui da qualche forma di Covid-19, continua a rinascere dalle sue ceneri ogni volta che una storia prende forma sullo schermo. Perché quando chiudi le 400 pagine di Short Cuts (Laterza) ti porti dietro l’impressione, davvero rinfrancante, che le storie di cinema che ti hanno accompagnato fin lì ne nascondano molte altre, quasi innescassero una reazione a catena. Merito della ricchezza inesauribile della storia del cinema, certo, ma merito soprattutto di Alberto Crespi, che ha abbandonato il suo abituale ruolo di critico cinematografico (lo è stato per «l’Unità», prendendo il posto che fu di Ugo Casiraghi, e lo è tutt’ora, dai microfoni di HoIlywood Party su RadioTre) per prendere quello, qui davvero azzeccato, di cantastorie. Come lui stesso si autodefinisce.

L’idea è semplice e curiosa insieme: prendere un biennio fondamentale della storia del cinema — il 1959-1960 — e attraverso dodici film ripercorrere uno dei momenti nodali della cinematografia, il passaggio dal cinema «classico» al cinema «moderno». Ma non come farebbe un diligente studioso della materia, magari aspirante accademico, che finirebbe per perdersi tra teorie e interpretazioni, tra sfoggio di cultura e dimostrazioni (magari presunte) di genialità. No, Crespi vuole solo raccontare. Raccontare le tante cose che ha scoperto e imparato in tanti anni di amore per il cinema, fatto di amicizie e di interviste, di ricerche e di letture, e naturalmente di visioni. Come ha imparato a fare dai registi “classici” che inchiodavano lo spettatore con le loro storie, ma anche con la libertà dei registi «moderni», capaci di mandare a quel paese le regole e inventare un nuovo modo di raccontare. Tra Hawks e Godard, si potrebbe dire, prendendo spunto dal primo e dall’ultimo dei dodici film che compongono l’ossatura del libro.

Il cinema in 12 storie, dice il sottotitolo del libro, tutte contenute in quei due anni, il 1959 e il 1960 del secolo scorso. Ma che storie signora mia, verrebbe da aggiungere. Si comincia con Un dollaro d’onore di Howard Hawks e si prosegue con La dolce vita di Fellini, L’appartamento di Billy Wilder, La grande guerra di Monicelli, Nazarìn di Buñuel, Il mondo di Apu di Satyajit Ray, I magnifici sette di John Sturges, Psyco di Alfred Hitchcock, La bella addormentata nel bosco di Walt Disney, Historias de la revolución di Tomás Gutiérrez Alea, Sabato sera, domenica mattina di Karel Reisz e si finisce con Fino all’ultimo respiro di Jean-Lue Godard.

Dodici capolavori, dodici film che hanno segnato la storia del cinema, ma Crespi non si ferma ad esaltarne le qualità, lo dà (giustamente) per scontato. Quello che gli interessa è metterne in evidenza una caratteristica, una specificità o anche solo un dettaglio laterale, per esempio la reazione di Buñuel che alla notizia del premio e del successo avuto da Nazarìn a Cannes si lamentava perché «se i miei film cominciano a fare soldi, sarà la fine del mio prestigio come regista. È terribile». E da lì trovare lo spunto per parlare d’altro, per raccontare di un altro film o di un altro regista, per incastrare un’altra storia, lontanissima magari a rigor di logica, ma che in quel momento s’incastra perfettamente. E così da Buñuel si passa alla «nuova Greta Garbo» sovietica Lauis Septiko e poi al maliano Souleymane Cissé, all’hong-konghese Tsui Hark (intervistato alle otto di mattina di un giorno di Pasqua) per arrivare agli «800 eroi» di Shanghai. E di ognuno il «cantastorie» Crespi racconta un aneddoto, illustra una scelta di stile, sottolinea un’assonanza o una differenza con chi viene prima o dopo. Finendo per fare dei dodici film selezionati altrettanti ami con cui pescare mille altre storie.

E che storie! La lezione di Billy Wilder sul Lubitsch touch vale l’imbarazzo di Stravinskij quando scopre la sua sagra della primavera «riadattata» da Disney (e Stokowski) in Fantasia; come De Sica evitò di diventare un regista della Repubblica di Salò sta sullo stesso piano dell’invenzione del gatto in Il lungo addio; il ritratto di Ruan Lingyu (la più grande diva del cinema cinese degli anni Trenta) fa il paio con quello di Dino Risi e la sua erre arrotata; l’elogio dei film muti di Lois Weber (la prima regista di Hollywood) appassiona come il racconto del film mai fatto da Luigi Magni in Etiopia. E si potrebbe non fermarsi più, tanti sono i nomi e i fatti che stanno dentro Short Cuts. Abbiamo detto prima che per questo libro l’autore mette da parte la sua preparazione da critico, ma della sua assidua frequentazione cinematografica una cosa ha conservato, e lo dimostra quando parla di Howard Hawks e del suo Dollaro d’onore: per spiegare la semplicità ma anche la fluidità di quel modo di raccontare (dopo avere illustrato scena per scena i primi 3 minuti e 8 secondi di quel capolavoro western, dove non si pronuncia una parola ma si capisce benissimo che film sarà e che personaggi incontreremo) Crespi spiega come Hawks legava le scene una dietro l’altra: «Taglia sempre sul movimento e il pubblico non se ne accorgerà». Ecco, anche per questo libro Crespi ha tagliato sempre le sue storie «sul movimento». Non lascia mai che diventino troppo lunghe: taglia anche lui in movimento e passa alla prossima storia. E così non ne hai mai abbastanza, anche dopo averlo letto tutto.

Vanessa Roghi racconta “Il passero coraggioso”

Generazioni di lettori di tutte le età si sono innamorate della storia di Cipì, il passero coraggioso inventato negli anni Cinquanta da Mario Lodi e i suoi bambini. Pochi però ne conoscono la storia. Nel centenario della nascita di Mario Lodi, ripartiamo da Cipì – con Vanessa Roghi e Il passero coraggioso – per ricostruire la grande avventura della didattica democratica, una pratica che ha cambiato il nostro Paese.

 

 

Il libro:

Anche la Storia ha un ego

Da Primo Levi a Cercas, lo studioso Enzo Traverso racconta come la prima persona influenzi la riflessione sul passato

Marco Belpoliti | Robinson – la Repubblica | 21 maggio 2022

L’io ha invaso anche i libri di storia. La soggettività, il grande totem della contemporaneità in cui siamo immersi, ha cominciato a smantellare i quadri sociali della memoria, su cui poggiava la nostra comprensione del passato. Questa in buona sostanza la tesi di Enzo Traverso ne La tirannide dell’io (Laterza 181), il cui sottotitolo è: Scrivere il passato in prima persona.

Cos’è accaduto? Dopo l’avvento del «Narciso romanziere», figura che la modernità ha prodotto in modo copioso, è ora la volta del «Narciso storico», o meglio: della fusione di queste due figure. I nomi che Traverso fa nel suo saggio sono quelli di Sebald, Cercas, Jablonka, Luzzatto, Scurati. Per diventare più interessanti e per trovare lettori sarebbero nate le finzioni innestate nella storia, così da creare quello che l’autore chiama il “presentismo”. Con la fine del naturalismo e del realismo in arte e in letteratura al principio del Novecento, la soggettività degli autori ha potuto esprimersi a fianco dei propri personaggi (Proust, Kafka, Conrad, Svevo, Pirandello). Le cose sono poi andate avanti sconvolgendo lo stesso rapporto tra storia e memoria con la cosiddetta «ego-storia» (Pierre Nora). Il soggetto, o meglio l’individuo, è tornato prepotentemente alla ribalta reclamando i propri diritti.

Non hanno forse un ego anche gli storici? Si sono succedute nei decenni passati ondate di auto biografie di storici, poi i loro successori hanno introdotto sé stessi nelle storie che raccontavano. Si sono fatti scrittori senza abdicare alla volontà di fare storia. Traverso dedica un’attenzione quasi lenticolare a questo fenomeno e da storico ne valuta pagina dopo pagina gli apporti positivi e insieme i problemi che solleva. Esiste una “verità letteraria” accanto alla “verità storica”? Che rapporto intrattengono le due?

Nel dibattito che si è aperto in Spagna dopo la pubblicazione de Il sovrano delle ombre (Guanda), dedicato allo zio falangista dell’autore, morto nella guerra civile, Cercas ha sostenuto, citando Aristotele, che la «verità letteraria» si assimila alla «verità morale». Traverso risponde che il suo non è un romanzo storico, bensì un «romanzo del presente», dove le scelte politiche dell’autore orientano e pervadono la propria opera. Dove è finita la distanza, lo sguardo esterno e la narrazione impersonale degli storici, che garantiva la possibilità di ricostruire il passato in modo oggettivo seguendo documenti e prove? Da tempo gli storici hanno inserito nella narrazione storica la dimensione emotiva, la stessa che domina nella comunicazione individuale e sociale, palesandosi come dei protagonisti di quello che raccontano, fino al punto di non far rivivere la storia, «bensì di trasmettere il vissuto dello scrittore e dello storico che, nel presente, raccontano la storia».

Ad esempio Claude Lanzmann, scrive Traverso, con Shoah (1985) ha introdotto nella storia dello sterminio ebraico la rappresentazione «lacrimale» modificando in modo sostanziale il rapporto tra storia e memoria nella sfera pubblica come nelle scienze sociali. Il conflitto tra storici e testimoni, che ha segnato nel passato alcuni punti notevoli d’attrito si vedano le frasi di Primo Levi ne I sommersi e i salvati dove, parlando della testimonianza dei singoli, scrive: «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace» sembra ora superato da quanto accade nella letteratura come nella storiografia.

Il problema è ovviamente complesso e Traverso non ha la pretesa di risolvere i problemi che si pongono a chi fa storia oggi, tuttavia nella parte finale definisce il quadro entro cui si svolge questo cambio di paradigma: il neoliberismo. La scrittura soggettivistica non può essere scissa dall’avvento dell’individualismo, uno dei tratti fondamentali del nuovo ordine del mondo. Individualismo non va confuso con egoismo, come spiegava Friedrich von Hayek, che vedeva la società e la storia come il prodotto di «atti individuali». Il neoliberismo non ha solo un valore ideologico, ma performativo. L’individualismo è un vero e proprio modello antropologico: «Oggi il mondo si guarda nello schermo di uno smartphone che lo trasforma in selfie», scrive icasticamente Traverso. Presentismo significa che viviamo senza futuro, immersi nel presente, e la memoria tende a depositarsi solo nella sfera individuale. Il passato non genera più immaginazioni utopiche, come il pensiero ebraico aveva insegnato all’Occidente negli ultimi dieci secoli. L’immaginario, a partire da quello sociale, è privatizzato; il futuro risulta perciò un progetto di riuscita individuale.

Abbiamo dimenticato che l’individuo non precede e determina la società, ma è invece il prodotto dei rapporti sociali stessi. Per questo se si accetta l’idea che la storia è «una letteratura contemporanea», essa diventa prima di tutto lo specchio della propria epoca, in questo simile alla creazione letteraria. Il dibattito, prevedibilmente, proseguirà.

Il giovane Enrico, il capo e la lotta

Il capo del circolo del Pci ha 22 anni e finisce in cella per 100 giorni per aver partecipato a una tumultuosa protesta contro la penuria di generi alimentari e contro il prefetto fascista

Vindice Lecis | Il Fatto Quotidiano |  15 maggio 2022

Alla domanda “Sappiamo che lei è un tifoso juventino”, Berlinguer secco rispondeva: “No, io tifo la Torres!”. Pur apprezzando moltissimo anche il Cagliari il segretario comunista, anche durante le sue trasferte politiche all’estero, non mancava mai di far telefonare alla sede romana dell’Unità: “Chiedi che cosa ha fatto la Torres” ha ricordato il responsabile Esteri del Pci dell’epoca, Antonio Rubbi.

La Torres è la squadra di calcio di Sassari. Ma Berlinguer restò legato sempre alla sua città natale, incubatrice decisiva della formazione della sua personalità e nella politica. In un’intervista alla Nuova Sardegna del 15 gennaio 1984 al direttore Alberto Statera, a proposito dei moti del pane del gennaio 1944, Berlinguer spiegava che si trattò “di una forte e tumultuosa protesta della parte più povera della città, provocata soprattutto dalla penuria dei generi alimentari di prima necessità ma anche dalla permanenza in molti posti di comando di gerarchi fascisti, nonostante da mesi fosse caduto il regime e la Sardegna fosse stata liberata”. Aggiungeva che “la massa principale era di donne e giovani dei quartieri popolari, che allora erano il centro di Sassari”. A questo proposito ricordava “bene anche la montatura imbastita da molti capi della polizia, che inventando di sana pianta reati gravissimi mai commessi cercarono di scompaginare la forte organizzazione giovanile comunista che si era formata nei mesi precedenti nella nostra città”.

Il sindacalista Nino Manca, in un libro curato da Tore Patatu (edito nel 1993 dalla Libreria Dessì) tratteggiò in modo vivace la poverissima Sassari e quanto accadde nei “moti del pane” all’indomani della caduta del fascismo in una città stretta tra fame e inquietudine. Eravamo, scrive Manca, una “massa di persone in età giovanile, assolutamente inesperta nell’organizzare manifestazioni o dimostrazioni di qualsiasi natura, e ancora più incapace di organizzare e gestire manifestazioni così dure e così aggressive come furono quelle di allora”.

Enrico Berlinguer era il capo del circolo giovanile comunista in via San Sisto, descritto da Giuseppe Fiori nella sua Vita di Berlinguer (Laterza, 1989) come “un budello fradicio con odore di cavoli e lardo aspina sul Corso”. In quella sede la sera del 12 gennaio una ventina di ragazzi dei rioni popolari ascoltano il segretario del circolo. Berlinguer è uno studente di 22 anni, prossimo alla laurea in legge, figlio di Mario, uno dei leader del Partito d’azione e nipote di Enrico, che fu esponente di una famiglia di piccola nobiltà agraria e avvocato repubblicano garibaldino, deputato dell’Unione amendoliana e fondatore della Nuova Sardegna.

Quei giovani comunisti – tra cui Nino Manca, Nino Pinna, Pietro Carta, Giuseppe Cossu, Paolo Achenza e molti altri – discutono della manifestazione dell’indomani 13 gennaio. E si dividono i compiti, compreso quello di mostrare- e sarebbe stata la prima volta dopo il fascismo – un grande drappo rosso confezionato da un certo Ricci abitante in via Alghero. La notte diluvia, ma l’indomani molte centinaia di manifestanti percorrono in corteo la città. Chiedono la distribuzione di pane, pasta e olio. Sassari è stremata, povera, affamata Nel descrivere lo spettacolo di miseria di molte zone, Nino Manca racconta che in vicolo Sant’Elena, la famiglia di Pietro Francesco Conti, ogni notte doveva tirare su con una carrucola il tavolo da pranzo che rimaneva così sospeso per aria durante tutta la notte, muto spettatore della miseria imperante. In quell’unico vano di 25 metri quadrati vi abitavano in dodici: nonna nonno, padre e madre, cinque figlie femmine e tre maschi.

Torniamo al corteo che arriva in piazza d’Italia che invoca tra le urla la rimozione del prefetto considerato fascista. La polizia carica e i manifestanti si dirigono allora verso la sede della Commissione Alleata. Berlinguer li guida. Il corteo si scioglie tra le tensioni.

La sera, durante una riunione urgente nel circolo in via San Sisto 4, i dirigenti del Pci degli “adulti” appena rinato – diretto da uomini che avevano fatto carcere e confino come Andrea Lentini che nel 1920 era stato sindaco di Gonnesa – critica duramente l’avventurismo dei giovani compagni che partecipando a queste manifestazioni, ammoniscono, fanno il gioco dei fascisti, nascosti e sempre presenti.

Ma il giorno dopo le manifestazioni riprendono. Gli scontri più duri, questa volta con l’impegno dell’esercito con cani armati leggeri, mitraglie, fucili, moschetti che occupano tutta l’area del centro da piazza Castello a piazza Municipio fino a porta Sant’Antonio. Il corteo con il drappo rosso con falce e martello, arriva invia Mercato e in via Rosello, segue un’irruzione al mercato del pesce dove il direttore dottor Marras venne colpito con un cestello. “Il poco che trovano – ricostruisce Peppino Fiori – semola, pasta, zucchero e carbone è immediatamente distribuito”. Un primo scontro avviene al corso Vittorio Emanuele con i primi feriti e alcuni arresti. Due giovani sono liberati da tal Mario Usai, che se li fa consegnare senza colpo ferire dai militari, fuggiti a gambe levate.

Durante un’incursione al panificio della ditta Arru-Fadda in via Capo d’oro vengono sottratti cinque quintali di pane. L’assalto si ripete al mulino Farbo-Naseddu e al magazzino Fara. Un concentramento si forma in piazza Santa Caterina dove ci sono gli uffici annonari, spostandosi in piazza Municipale presidiata dall’esercito. I manifestanti ricorda Nino Manca “superando la barriera delle mitragliatrici la occupano, trovandosi a contatto fisico con i soldati che si trovano mescolati con la folla dei dimostranti senza che nulla di grave accada”.

Per i giovani comunisti sarà un duro risveglio il giorno dopo. Criticati dal partito, sconfessati dalla Concentrazione antifascista, sono oggetto anche di una repressione poliziesca. In galera finiscono molti di loro tra i 43 arrestati. Tra questi appunto Enrico Berlinguer portato in manette la mattina del 17 gennaio 1944 nella caserma dedicata al suo antenato Gerolamo Berlinguer che nel 1835 aveva sbaragliato la banda del fuorilegge Battista Canu.

“Comunista convinto, studioso delle teorie leniniste, dopo la caduta del fascio fu uno dei promotore fondatore del Partito comunista a Sassari – scrive in un rapporto il questore Dino Fabris, già funzionario della famigerata e occhiuta Ovra. Nominato segretario della sezione giovanile, si assunse il compito di spiegare le nuove idealità alla massa impartendo periodiche lezioni di comunismo un certo numero di gregari… Fanatico dell’idea, credette giunto il momento di applicare alla pratica le teorie più spinte del partito”.

Berlinguer e i suoi compagni restano in carcere a San Sebastiano cento lunghi giorni. Ne usciranno domenica 23 aprile 1944. Due mesi dopo Berlinguer è già a Salerno col padre Mario dove conosce Palmiro Togliatti, appena rientrato dal lungo esilio e dalla esperienza alla guida del Comintern.

In tanti anni continentali Berlinguer però non smise mai di coltivare i suoi rapporti con la Sardegna e con Sassari. Ritornò più volte per partecipare a iniziative politiche – l’inaugurazione della federazione di via Mazzini nel 1973 e diversi comizi in piazza, l’ultimo nel 1982 – e occasioni private. Come per assistere alla Faradda (la secolare festa dei candelieri) de114 agosto, trascorrere le sue vacanze a Stintino o passeggiare quasi intimidito dalla gente che lo saluta tra piazza d’Italia, via Giorgio Asproni e viale Dante dove in una casa presa in affitto era nato alle 3 del 25 maggio 1922. Così vicina alla chiesa di San Giuseppe che il 30 giugno dell’anno prima aveva visto il padre Mario sposare Mariuccia Loriga, figlia di Giuseppina Satta-Branca. E dove venne battezzato il 9 luglio con il nome di Enrico, come il nonno repubblicano.

 

Cinquant’anni dopo Peteano

‘Il presidente dell’ufficio istruzione mi disse: “Come primo fascicolo prendi questo. Guarda: roba vecchia di dieci anni, la puoi chiudere subito”. Io in realtà ero ancora formalmente uditore e sbirciai la copertina del mio primo fascicolo come aspirante giudice istruttore. C’era scritto “Peteano”.’

Felice Casson, Venezia, aprile 2021; intervista a cura di Ugo Dinello.

Ugo Dinello, La via delle armi

 

 

Una pietra massiccia alta grosso modo un metro, circondata da basse aiuole, riporta questa scritta: «Qui addì 31 maggio 1972 alle ore 23.15 mano omicida in vile attentato spegneva tre giovani vite». Poi i nomi: «brigadiere Antonio Ferraro – carabiniere Donato Poveromo – carabiniere Franco Dongiovanni». E infine: «La cittadinanza di Sagrado ad imperituro ricordo – ottobre 1972». […] Riparti con una strana sensazione: perché davvero non ti capaciti di come qualcuno possa avere pensato e realizzato una strage qui, non in una banca o in una piazza di una città, o su un treno, bensì alla periferia di tutto, di notte in una stradina sterrata nascosta dalla vegetazione, lungo una provinciale che corre tra un fiume e una ferrovia, nell’estremo nord-est d’Italia a una dozzina di chilometri dal confine oggi sloveno e allora jugoslavo. E sarà anche per tutto questo che il sangue di quei tre giovani carabinieri è sempre passato in secondo piano rispetto a quello di tante altre vittime degli anni di piombo. Ma anche perché, di tutte le stragi del terrorismo neofascista, questa è l’unica per la quale esiste un reo confesso: Vincenzo Vinciguerra. […] Sono trascorsi cinquant’anni da quando tutto iniziò, un’ora dopo il termine della finale di Coppa dei Campioni a Rotterdam in cui l’Inter di Invernizzi si arrese all’Ajax e alla doppietta di Johan Cruijff. E sarà pure ormai storia del secolo scorso, ma ancora oggi a ripercorrerla non ci si crede.

Paolo Morando, L’ergastolano

 

 

#CasaLaterza: Mimmo Franzinelli dialoga con Carlo Greppi

In tanti sostengono che il fascismo abbia una data di morte precisa e definitiva. Ma è davvero così?
E allora come spieghiamo le molte continuità tra il regime e la Repubblica? Le bombe, i pellegrinaggi a Predappio e le continue violenze?

Ne abbiamo parlato per Casa Laterza con gli storici Carlo Greppi e Mimmo Franzinelli, autore del libro Il fascismo è finito il 25 aprile del 1945.

 

 

 

 

 

 

La Sinistra e il popolo tradito

«Perché i concetti di “popolo” e “sovranità” fondanti della Costituzione si sono trasformati in concetti denigratori?», si chiede Luciano Canfora. L’autore del pamphlet La democrazia dei signori analizza l’attuale periodo storico, dall’avvento di Draghi al ruolo geopolitico dell’Europa

Carlo Crosato | Left | 10 marzo 2022

«Abbiamo sotto i nostri occhi un fenomeno macroscopico – afferma Luciano Canfora la denigrazione del popolo, un disdegno per di più riservato al popolo da parte della Sinistra – o ci ciò che ne resta –, la quale usa la parola “populismo” come accusa contro i propri avversari, rei di amoreggiare con il popolo». Questo il punto di partenza del suo ultimo libro, pubblicato da Laterza, La democrazia dei signori: un pamphlet puntuto, in cui la più stringente attualità è posta sotto una lente critica spietata. «È evidente che la democrazia che hanno in mente le élite dominanti è una democrazia di persone che si distaccano dal popolo e si considerano superiori a esso».

Non solo “populismo”. Spesso si muove anche l’accusa di sovranismo.

L’ordinamento costituzionale italiano si fonda, fin dal suo primo articolo, sul concetto che la sovranità appartiene al popolo: com’è potuto accadere che i concetti di “popolo” e “sovranità” presenti nell’articolo fondante della Costituzione italiana si siano trasformati in concetti denigratori? Oltre alla separazione fra popolo ed élite, c’è un altro elemento: la ex-Sinistra non ha più alcuna idealità connessa alla sua origine di movimento dei lavoratori. L’ex-Sinistra ha in testa un’unica idea: l’europeismo, ossia la delega di gran parte del potere decisionale a organismi per nulla elettivi e soprattutto separati, lontani e onnipotenti. A partire da tale delega, la sovranità è divenuta un ingombro e chi si richiama a essa è considerato un avversario. La Destra italiana, con le sue idee ripugnanti, ha buon gioco a richiamarsi alla sovranità e a reclamare il tradimento del popolo da parte della ex-Sinistra.

Chiedendo la fiducia al Senato, Draghi ha affermato: «Nelle aree definite dalla debolezza degli Stati nazionali, essi cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa». Questa della sovranità condivisa non è un’espressione ossimorica?

È un gioco di parole che nasconde un’evidenza ormai consolidata: le leve del potere sono altrove; i Parlamenti nazionali contano poco o nulla potendo solo ratificare e non legiferare; i governi legiferano ma, di fatto, sono rinchiusi nella gabbia d’acciaio dei regolamenti europei. Se questo scenario venisse ammesso in maniera esplicita, susciterebbe sconcerto. Con questa espressione fumosa, “sovranità condivisa”, si può far accettare una dura realtà, che probabilmente si sclerotizzerà fino a produrre ordinamenti nuovi, i quali sostituiranno completamente quelli vigenti.

All’origine della democrazia dei signori, lei colloca le pressioni che l’Ue opera sui propri Paesi membri. L’Italia, essendo membro fondatore, non può essere maltrattata come la Grecia: serve un autorevole intervento dall’interno e da molto in alto. Lei cita, come complice dell’istituzione della democrazia dei signori, la presidenza della Repubblica, nei casi Monti e Draghi.

I due presidenti, fra loro molto diversi come storia personale, cultura, provenienza politica, che si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, Napolitano e Mattarella, si sono trovati sotto una forte pressione alla quale hanno prestato assenso. Quando fu cacciato Berlusconi, reso pressoché indifendibile dai suoi errori, l’azione fu viziata dalla nota lettera di Draghi e Trichet. Monti fu nominato senatore a vita e, dopo poche ore, gli fu affidato il compito di comporre un governo. Napolitano ordinò a Bersani, allora segretario del Pd, di sostenere il governo Monti assieme all’avversario Forza Italia. Nacque un governo che, a ben vedere, fu la causa della fioritura del Movimento 5 Stelle, il quale catalizzò lo scontento di tutti coloro che erano rimasti sconcertati da queste manovre di palazzo. Conosciamo la storia successiva: le elezioni del 2018, il risultato apparentemente inconciliabile di tre blocchi che si equivalevano come peso elettorale. Poi i governi Conte e, infine, nel gennaio 2021, l’appello con il quale il presidente Mattarella superava i poteri e lo stile riservati al capo dello Stato. Se si legge l’articolo della Costituzione, che elenca i poteri e le prerogative della presidenza della Repubblica, quello di rivolgere un appello ai partiti perché formino un governo secondo i suoi desiderata non si trova. Giuseppe Conte era riuscito a ottenere un cospicuo aiuto economico dall’Europa, i famosi 209 miliardi di euro. Dall’Europa, però, non ci si fidava di un governo come quello allora vigente: si ritenne doveroso avere come gestore di questi aiuti un uomo di fiducia. L’ex presidente della Bce era l’uomo giusto. Sono cose arcinote: messe tutte in fila, delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.

Lei pone la seguente domanda: «Il nostro Paese sta forse ricevendo un trattamento di favore in cambio della promozione di Draghi a presidente del Consiglio?». È così?

È una domanda che contiene in sé la risposta. Mario Monti, nel luglio 2020, scrisse sul Corriere della Sera che i soldi che arrivavano dall’Europa non andavano considerati come un dono. Si doveva passare attraverso una serie di controlli e vagli. È un caso che nel caso del Pnrr di Draghi questi passaggi siano stati fluidificati e le prime quote di aiuti siano già arrivate?

Considerata la debolezza del pensiero di Sinistra che abbiamo detto prima, che ne è dello Stato sociale dentro il Pnrr e cosa ne sarà quando i soldi dell’Europa per l’emergenza sanitaria finiranno? Sono problemi che lei affronta anche in un altro libro, che vorrei segnalare: Europa: gigante incatenato pubblicato da Dedalo.

Lo Stato sociale è un oggetto delicato: nacque in Europa come risposta del mondo occidentale al fenomeno della Rivoluzione comunista, che rappresentava un punto di attrazione molto forte per le masse lavoratrici. Lo Stato sociale era lo strumento per evitare la rivoluzione tout court. Oggi la situazione è cambiata per molte ragioni: i parametri di Maastricht hanno indotto una situazione in cui il precariato è un’alternativa di gran lunga preferibile al padronato. Lo Stato sociale, di fronte al dilagare del precariato, sembra un fossile. Lo Stato sociale, così come lo Statuto dei lavoratori, sono considerati affari d’altri tempi. Il potere contrattuale dei sindacati è ridotto perché non hanno alcuna sponda politica e lo stesso dicastero che si dovrebbe occupare di simili questioni è impotente.

Come si può ristabilire una sana conflittualità sociale, se sul suolo nazionale i partiti si amalgamano in un partito unico, e se sempre di più ci si riferisce a direttive extranazionali impossibili da contestare.

Non è facile rispondere. Io credo che una delle grandi difficoltà delle organizzazioni sindacali sia di avere un interlocutore solo apparente sul territorio nazionale, e un interlocutore vero e decisivo in una dimensione in cui nessuna trattativa è davvero possibile. Dal punto di vista della ripresa di una sana conflittualità sociale, la situazione è fra le peggiori. E credo che questo possa avere conseguenze profonde e di lunga durata: un ribellismo inconsulto, mera manifestazione di disperazione, e cinismo e repressione come risposta. Si dovrebbero mobilitare le energie di un profondo ripensamento degli ordinamenti europei. Lo stesso Draghi più volte ha lasciato intendere che, durando lui al governo, si porrà la condizione di rifondare l’Unione europea. Lo prendo sulla parola: chissà se ne avrà le risorse. D’altra parte il nuovo governo tedesco ha nella sua maggioranza una forza, i liberali, che spingono per proseguire sulla linea del rigore. Nella partita del rinnovamento così aperta le forze sociali organizzate, se ancora ce ne sono, devono far sentire la propria voce.

Le chiedo provocatoriamente: lei auspica un’uscita dell’Italia dell’Europa?

No! Io auspico una trasformazione radicale dell’Unione europea, la quale è nata male, tutta centrata sulla moneta unica e conservando la sudditanza dell’Unione alla Nato e agli Usa. L’Europa ha una forza economica notevolissima e un drammatico nanismo dal punto di vista politico e militare. Questa Unione europea, che unione non è, deve trasformarsi profondamente al proprio interno, magari partendo dall’abolizione dei pesanti debiti dei Paesi membri, come richiesto da David Sassoli. Se l’Unione europea vuole contare, deve divincolarsi da questa sudditanza rispetto agli Stati Uniti, per cui magari un domani ci ritroviamo a far la guerra alla Russia.

Come vede il ruolo dell’Europa nella crisi innescata dall’attacco russo all’Ucraina? Come si sta comportando e come dovrebbe operare, a suo avviso, per sottrarsi alla storica subordinazione rispetto a Usa e Nato?

Nessuno di noi conosce le segrete cose e nessuno può pretendere di fornire ricette definitive. E di tutta evidenza che le sanzioni fanno più male all’Europa che le infligge che non alla Russia, che eventualmente le subisce. Chi rimane totalmente indenne dalle sanzioni sono gli Stati Uniti d’America. L’attualità conferma la diagnosi di sudditanza dell’Europa, priva di una propria linea politica chiara e autonoma. L’Europa: un grande continente pieno di cultura, di risorse, di intelligenza, ma totalmente eteronomo, cioè tutt’altro che autonomo. Difficile rispondere alla domanda su come altrimenti dovrebbe comportarsi: le automobili non si riparano in corsa, ma da ferme; e ora la corsa è frenetica e si assiste solo a un “si salvi chi può”. Per tutelare l’Europa, sarebbe bene che la Germania mettesse in funzione il gasdotto, cosiddetto North Stream 2: un gasdotto che è stato costruito come alternativa a quello che attraversa l’Ucraina e che proprio ora ritroverebbe il proprio senso. Abbiamo voluto badare ai nostri interessi ai danni dell’Ucraina e ora fingiamo di piangerne le sorti e, per di più, blocchiamo quel gasdotto a danno di noi stessi. È una politica delirante.

 

 

#CasaLaterza: Livio Sansone dialoga con Guido Barbujani

Cesare Lombroso è stato senza dubbio uno degli intellettuali italiani che hanno esercitato maggiore influenza sulle politiche sociali in tutto il mondo. A che cosa fu dovuta la fortuna delle sue idee, e che impatto ebbero fuori dai confini italiani?

Livio Sansone ne ha parlato per Casa Laterza a partire dal suo libro La galassia Lombroso, in dialogo con Guido Barbujani, genetista e scrittore.