Un libro che mi ha cambiato la vita | Diana Paradiso

George Orwell, 1984

Mi chiamo Diana e frequento l’Università del Restauro. Spesso trascorriamo ore ed ore concentrate (siamo tutte donne) su pezzi secolari, che richiedono puliture o ripristini meticolosi, lentissimi, e che impegnano un tempo infinito. Non mi ricordo di chi sia stata tra di noi all’inizio l’idea, ma è diventata una possibilità, per cui, a volte, decidiamo di ascoltare degli audiolibri (come sottofondo del laboratorio) che scegliamo noi stesse.

Ecco, ci sono: 1984 di George Orwell. Ovviamente ne avevo sentito parlare, ma davvero altra cosa è ascoltare le parole, sentire un racconto “distopico” che negli anni sembra aver anticipato il futuro, che è il mio presente.

Angosciante.

Apro gli occhi e leggo la mia realtà, a cui sono assuefatta, in maniera diversa.

Mi sento una vittima predestinata, il mio/nostro disinteresse per la politica (la condizione è comune anche tra la maggior parte dei miei coetanei), il mio/nostro modo di “non vivere”, il mio/nostro essere “eterodiretta”… Vedo troppe cose che di solito non vedo e neanche colgo e “mi gira la testa”.

Prima sensazione è il senso di angoscia.

Seconda, il rifiuto.

Terza, la gratitudine a questo autore e libro.

Mi ha cambiato la vita?

Certamente non me la lascia uguale.

Diana Paradiso, studente universitaria

Un libro che mi ha cambiato la vita | Paolo Comentale

Beppe Fenoglio, Una questione privata

Avevo 20 anni.

Una questione privata di Beppe Fenoglio mi capitò tra le mani un giorno d’estate.

La copertina bianca era senza immagini, il titolo in evidenza non mi diceva nulla ma fu un amico di mio fratello che esclamò: leggilo, è potentissimo!

E così fu, lo lessi d’un fiato. Vivevamo in un tempo attraversato da forti ideologie, eravamo abituati a vedere la realtà con colori netti, o bianco o nero, non esistevano sfumature.

Quel libro cambiò tutto entrando nella mia vita con la forza di un pugno. La storia è semplice: un perfetto triangolo amoroso dove c’è la forza dell’amicizia, il senso del dovere, il mistero dell’amore.

Ma c’è specialmente la Resistenza, descritta proprio com’era, serbata limpida dopo tanti anni con tutta intatta la sua forza morale.

Sono tornato periodicamente a leggerlo cercando le risposte alle tante domande che la vita man mano mi poneva. Quando sono nati i miei figli, rileggendo le disperate parole che il protagonista rivolge alla donna amata, temendo di perderla, ho capito una cosa importante: non siamo nulla se non siamo amati.

Paolo Comentale, burattinaio

 

Un libro che mi ha cambiato la vita | Michele Cicala

Fëdor Dostoevskij, L’idiota

Ricordo perfettamente quel giorno: il cielo si era tinto di una cinerea, greve coltre e le nuvole di albi fiocchi ammantavano il suolo; l’aria, pungente per il suo gelo, era quasi tagliente. Insomma, un dì particolarmente difforme dalle consuete giornate nel meridione d’Italia. Ebbene, nonostante il meteo non fosse nunzio di quiete, quantomeno le mura scolastiche fungevano da schermo contro quella buia mattinata; fu allora che la docente di inglese, in modo inatteso, si presentò in classe con un libro tra le mani e, leggendone le prime righe, riuscì a sottrarre la mia mente da quella uggiosa realtà. Il libro era L’idiota di Dostoevskij.

Finita la lezione, dunque, decisi di andare ad acquistare il testo, ancora ignaro di ciò che mi avrebbe atteso. Fin dall’inizio, le cupe e grigie descrizioni dei paesaggi della Russia avevano catturato la mia attenzione, ma fu il principe Myskin che mi fece innamorare del romanzo. Mai, prima d’allora, riuscii a imbattermi in un personaggio tanto affine al mio animo: da tempo, ormai, covavo in me il bisogno di veder prendere forma quel desiderio di genuina innocenza che, tacito e latente, albergava nel mio cuore. E, dunque, prima che potessi fare conoscenza del «principe», le mie azioni e il mio pensare erano guidati sotto il giogo della dedizione all’altrui giudizio; tutto ciò cui il mio spirito anelava veniva soffocato, non trovando riscontro alcuno nei miei coetanei. Ma ecco, allora, che, proprio nel momento di maggior necessità, questo romanzo si palesò dinnanzi a me, risollevandomi finalmente da quel peso che era riuscito a schiacciarmi fino a ridurmi a una figura bidimensionale.

Fu grazie al principe Myskin che compresi il senso dell’innocenza e della genuina gentilezza; compresi che la vera bontà prosegue oltre la folta coltre di perfidia e ostilità di cui l’uomo, spesso volontariamente o talvolta persino inavvertitamente, si riveste. Riuscii a trovare ne L’idiota l’esempio dal quale scaturì in me la forza di apprezzare la bellezza andando oltre ciò che è soltanto apparenza e di scorgere, nei dettagli, la beltà del quotidiano vivere: «Che importanza possono avere la mia afflizione e la mia sventura se ho la forza di essere felice? Sapete, io non capisco come si possa passare accanto a un albero e non essere felici per il solo fatto di vederlo! Oppure, parlare con una persona e non essere felici per il semplice fatto di amarla!»

Insomma, fu grazie a quest’opera di Dostoevskij che riuscii ad aprire il cuore all’umanità ma, prima ancora, a me stesso; e sarò a lui per sempre grato per aver acceso in me, in quel periodo, un lume di speranza che non credevo più di possedere.

Michele Cicala, studente al Liceo “Cagnazzi” di Altamura

Un libro che mi ha cambiato la vita | Vincenzo Camporini

Thomas Childers, Le ali del mattino

Per un aviatore le vicende dell’epopea del volo hanno un fascino forse non condiviso dalla massa dei lettori, ma quando queste vicende riguardano la vita di uomini e donne, l’interesse può ampliarsi.

Nel 1995 un amico mi regalò The Wings of Morning di T. Childers, storiografo, che narra dell’ultimo bombardiere americano abbattuto in Germania alla fine della guerra. Childers a casa della madre trovò le lettere che lo zio, marconista di quel B24 Liberator, aveva scritto durante il suo addestramento e il suo schieramento in Gran Bretagna, da cui partivano le ondate di bombardieri americani. Stimolato da quella lettura, Childers contattò le famiglie degli altri membri dell’equipaggio e ne ricostruì le vicende, con il rigore dello storico e la partecipazione di chi parlava di un membro di famiglia. Ne uscì un’opera che mi colpì.

Mia moglie Silvana era una lettrice compulsiva e mi avrebbe fatto piacere farglielo leggere; purtroppo non parlava inglese e allora le dissi: “Te lo traduco!”. Ci misi un anno e mezzo (i traduttori informatici erano ancora agli albori) e un pomeriggio, tornando a casa, la trovai sul divano, con quei fogli in mano e le lacrime agli occhi: “È troppo commovente!”, mi disse.

Qualche anno dopo il libro venne pubblicato in traduzione italiana con il titolo Le ali del mattino.

Decisamente un libro che ha significato qualcosa nella mia vita.

Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e della Difesa

Un libro che mi ha cambiato la vita | Franca Cavagnoli

Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn

Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain non mi ha cambiato la vita: mi ha iniziato alla vita. È stato il libro fondamentale della mia infanzia. Ad avvincermi non erano le avventure di Huck bensì il suo rapporto con Jim, lo schiavo nero: questo romanzo è un fermo atto d’accusa contro lo schiavismo.

Il suo viaggio sulla zattera lungo il Mississippi Huck lo fa con lo schiavo nero verso due idee diverse di libertà: Huck perché non vuole più essere rimandato a scuola, Jim perché la sera prima ha sentito che l’indomani all’asta venderanno lui a monte del fiume e la sua famiglia a valle, quindi scappa perché non vuole essere separato dalla famiglia.

Da bambina sono rimasta molto turbata da questa famiglia che veniva smembrata da chi aveva potere sulla loro vita. E crescendo ho compreso che ritornavo sempre lì: nel mio lavoro di traduttrice mi sono avvicinata alla letteratura africana e poi afroamericana e ho cominciato a tradurla (Toni Morrison e Jamaica Kincaid), e la questione del colonialismo è finita anche nel mio romanzo d’esordio, incentrato su una delle pagine più cupe del colonialismo italiano, ossia l’uso dei gas tossici in Etiopia nel 1935 (Una pioggia bruciante, Feltrinelli).

Franca Cavagnoli, traduttrice

Un libro che mi ha cambiato la vita | Sara Baroni

Naja Marie Aidt, Esercizi al buio

Uno dei libri che più ha tracciato una traiettoria nella mia vita è Esercizi al buio di Naja Marie Aidt. Mi è stato regalato dalla mia migliore amica in un momento particolare della mia storia personale ed è anche questo ad averlo reso speciale (sarà che sono un po’ fatalista).

Il libro racconta di una donna di mezza età che, una volta a settimana, incontra un terapista per attenuare un disturbo legato ad un evento traumatico da lei vissuto. Il suo dolore, che sembra essere la sua unica chiave di lettura, è attenuato da piccoli eventi quotidiani che la sollevano.

È stato importante perché mi ha restituito la capacità di stare dentro le cose che faccio con gioia, senza farmi annullare dalla bolla di oscurità e dolore che ognuno di noi ha.

Sara Baroni, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Diego Acqui

Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič

L’ho letto per la prima volta circa un mese fa. L’aspetto che più mi ha colpito è l’epilogo del libro: il momento della conversione di Ivan Il’ič. Egli, morendo, riuscì a guardare con occhi diversi suo figlio e sua moglie; finora li aveva visti soltanto come oggetto e strumenti del suo ego, della sua irreprensibile vita alto-borghese, legata a stereotipi ai quali, in forma quasi idolatrica, aveva votato tutta la sua vita. Adesso, mentre sta morendo, li vede quali esseri umani, capaci come lui di provare sentimenti, e di loro ha compassione; si avvede come la sua vita sia stata una continua finzione, riscopre la realtà di un essere-in-relazione, e pensa che il modo migliore di alleviare le loro sofferenze sia quello di farla finita. Da tale pensiero trae la forza di sconfiggere il terrore della morte, e muore nel conforto di una luce che lo abbraccia e lo rasserena.

Questo libro per me, giunto ormai sulla soglia del settimo decennio, è suonato come una sorta di monito: “Non cedere, Diego, nel restante ventennio che (forse) ti resta, ai falsi idoli che il mondo ti offre! Essi, nel momento in cui li invochi, ti tradiscono!” Da qui ad una riscoperta di Dio il passo è stato breve; alla Sua luce ora mi sento più vicino!

Diego Acqui, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Alessia Amante

Fred Uhlman, L’amico ritrovato

Il libro che mi ha cambiato la vita è L’amico ritrovato di F. Uhlman. È uno dei primi libri che ho letto; o meglio, che mi hanno letto. Ero in quinta elementare e avevo appena nove anni quando la maestra Natalia iniziò a leggere ad alta voce in classe un capitolo a settimana di quella triste storia sull’Olocausto.

Potrà sembrare assurdo ai più l’idea che una maestra legga un testo così intenso a dei bambini, ma quella pratica ci abituò alla lettura non silenziosa – quella originaria e primitiva – e ci immerse in un mondo che stavamo studiando sui libri, ovattato però dalla storia di un’amicizia senza tempo. Ci educò così al ricordo, alla memoria, alla consapevolezza del passato.

Appena ebbi conseguito la licenza elementare, la maestra Natalia volle farmi dono della sua personale copia del libro. Oggi, esattamente vent’anni dopo, posso affermare che fu quasi un passaggio di testimone.

I sussurri provenienti dal passato hanno continuato a ronzarmi nelle orecchie e a orientare le mie scelte di vita. La curiosità per ciò che fu, sempre viva in me, mi ha portato a iscrivermi a Lettere classiche e a conseguire un dottorato in Storiografia latina. Sono diventata un’insegnante, proprio come la maestra Natalia, e racconto storie dal mondo antico facendo divulgazione.

Forse è proprio questo il potere dei libri letti al momento giusto: continuano a parlarci per tutta la vita, finché non diventiamo, a nostra volta, voce per qualcun altro.

Alessia Amante, dottore di ricerca in Letteratura latina

Un libro che mi ha cambiato la vita | Qian Zhang

William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate

Dovevo essere ancora nei primi anni delle elementari in Cina. Abitavamo allora nel paese dei miei nonni, sospeso tra una città moderna di milioni di abitanti e una campagna quasi disabitata. Un giorno uscii da scuola — anzi, ne scappai — stanca della disciplina che vi regnava, e amareggiata dalle prese in giro pubbliche dei miei due cugini, che bersagliavano il mio corpo prosperoso e la mia intelligenza. Così corsi, corsi senza fermarmi, finché non raggiunsi la grande casa dei nonni.

Mi nascosi nella stanza meravigliosa di mio zio, dove c’erano la sua chitarra, gli occhiali da sole, le creme magiche per i capelli, il profumo e soprattutto, soprattutto una libreria. Quella volta, sfogliando i libri riposti sugli scaffali più bassi, trovai una serie di volumi dalla copertina bianca. Su uno lessi il titolo: Sogno di una notte di mezza estate — ah, che meraviglia! — Leggevo, leggevo e continuavo a leggere, sempre più convinta: sì, questo è il mondo a cui appartengo. — Perché io non sono, non sono qui. —

Quando rialzai gli occhi, quasi incantata, mi ritrovai già sotto casa. Dal grande balcone mi osservava mio padre. Poverino, era ancora giovanissimo, ma già direttore dell’unico ospedale pubblico del paese; sentiva spesso il bisogno di affermare la propria autorità anche tra le mura domestiche, talvolta con improvvisi scatti d’ira. Ma quella volta, incontrare il suo sguardo severo non mi mise a disagio. — Perché io non sono, non sono qui. —

La strada dove sorgeva la casa dei miei nonni fu trasformata, anni dopo, in una via commerciale, e quei libri bianchi non li vidi mai più. In seguito ebbi anch’io la mia collezione shakespeariana, ma non osai mai leggere un’altra traduzione di quel Sogno. Temevo di distruggere il mondo che avevo costruito allora, quell’otherland a cui ero destinata, come a una promessa.

Quattro anni fa assistetti a una messinscena contemporanea del Sogno di una notte di mezza estate al Teatro Carignano, e per la prima volta, le parole che mi vennero furono: ah, io, anch’io, sono qui.

Così va il mondo.

Qian Zhang, dottoranda presso l’Università di Torino

Un libro che mi ha cambiato la vita | Marco Baliani

Herman Melville, Moby Dick

L’isola di Quiqueg, Rokovoko, non è segnata su nessuna mappa, i luoghi veri non lo sono mai

Se fossi di stirpe nobiliare sullo stemma posto a frontespizio del mio castello ci sarebbe questa scritta e più sotto l’immagine di una nave in mezzo alla bufera. Quella nave è il Pequod in eterna caccia della bianca balena Moby Dick. Ma non aspirando a nessuna appartenenza nobiliare, quella frase resta comunque come il cartiglio ideale della mia esistenza.

Moby Dick, questo libro oceanico, mi ha insegnato fin da ragazzo che la Verità ha poco o niente a che fare con la Realtà, e mi ha permesso di sostituire la forza dell’immaginazione alla rendicontazione del vivere.

Quiqueg è stato il mio eroe e mentore per passare dall’infanzia alla adolescenza, poi è arrivato Achab a sostituirlo durante gli anni caldi dei ‘70, con quelle sue frasi arringanti che mi parevano tolte dal libretto rosso di Mao. Invecchiando ho poi compreso che io ero Ismaele, quello che resta a raccontare le vite degli altri.

Moby Dick ha segnato tutti i crocicchi della mia esistenza, è grazie a quelle pagine che ho conosciuto la mia compagna di vita nelle aule vocianti di Architettura, e in seguito ad un altro fatale incontro mi ha aiutato a comprendere che il sogno di Achab era destinato all’autodistruzione.

Nel mio giardino di borgata romana un giorno seppellii i miei più amati soldatini indiani, si chiamavano Quiqueg, Deggu, Tasthego, i selvaggi ramponieri del Pequod.

Quel giorno finiva la mia infanzia e mi imbarcavo anche io per salpare via da lì.

Marco Baliani, attore e autore