Fëdor Dostoevskij, L’idiota
Ricordo perfettamente quel giorno: il cielo si era tinto di una cinerea, greve coltre e le nuvole di albi fiocchi ammantavano il suolo; l’aria, pungente per il suo gelo, era quasi tagliente. Insomma, un dì particolarmente difforme dalle consuete giornate nel meridione d’Italia. Ebbene, nonostante il meteo non fosse nunzio di quiete, quantomeno le mura scolastiche fungevano da schermo contro quella buia mattinata; fu allora che la docente di inglese, in modo inatteso, si presentò in classe con un libro tra le mani e, leggendone le prime righe, riuscì a sottrarre la mia mente da quella uggiosa realtà. Il libro era L’idiota di Dostoevskij.
Finita la lezione, dunque, decisi di andare ad acquistare il testo, ancora ignaro di ciò che mi avrebbe atteso. Fin dall’inizio, le cupe e grigie descrizioni dei paesaggi della Russia avevano catturato la mia attenzione, ma fu il principe Myskin che mi fece innamorare del romanzo. Mai, prima d’allora, riuscii a imbattermi in un personaggio tanto affine al mio animo: da tempo, ormai, covavo in me il bisogno di veder prendere forma quel desiderio di genuina innocenza che, tacito e latente, albergava nel mio cuore. E, dunque, prima che potessi fare conoscenza del «principe», le mie azioni e il mio pensare erano guidati sotto il giogo della dedizione all’altrui giudizio; tutto ciò cui il mio spirito anelava veniva soffocato, non trovando riscontro alcuno nei miei coetanei. Ma ecco, allora, che, proprio nel momento di maggior necessità, questo romanzo si palesò dinnanzi a me, risollevandomi finalmente da quel peso che era riuscito a schiacciarmi fino a ridurmi a una figura bidimensionale.
Fu grazie al principe Myskin che compresi il senso dell’innocenza e della genuina gentilezza; compresi che la vera bontà prosegue oltre la folta coltre di perfidia e ostilità di cui l’uomo, spesso volontariamente o talvolta persino inavvertitamente, si riveste. Riuscii a trovare ne L’idiota l’esempio dal quale scaturì in me la forza di apprezzare la bellezza andando oltre ciò che è soltanto apparenza e di scorgere, nei dettagli, la beltà del quotidiano vivere: «Che importanza possono avere la mia afflizione e la mia sventura se ho la forza di essere felice? Sapete, io non capisco come si possa passare accanto a un albero e non essere felici per il solo fatto di vederlo! Oppure, parlare con una persona e non essere felici per il semplice fatto di amarla!»
Insomma, fu grazie a quest’opera di Dostoevskij che riuscii ad aprire il cuore all’umanità ma, prima ancora, a me stesso; e sarò a lui per sempre grato per aver acceso in me, in quel periodo, un lume di speranza che non credevo più di possedere.
Michele Cicala, studente al Liceo “Cagnazzi” di Altamura