Un libro che mi ha cambiato la vita | Federica Martellini

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

I libri che, in modo diverso, hanno lasciato un segno duraturo in me sono molti. Nella mia formazione accademica forse su tutti Apologia della storia di Marc Bloch e Le vene aperte dell’America Latina di Eduardo Galeano, nel mio incontro con la letteratura probabilmente prima e con più forza di altri L’opera al nero di Marguerite Yourcenar.

Se dovessi individuare però un unico libro che ha modificato il mio sguardo e la mia prospettiva sul viaggio della vita allora scelgo di indicare Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani. È un libro che ho letto ormai molti anni fa, in un momento travagliato della vita, ma alle cui pagine torno ogni volta che “la visione del mondo si rimpicciolisce” per ricordarmi di essere parte “dell’eterno arrovellarsi dell’uomo”. Dalla penna di uno dei più grandi maestri del reportage, un’indagine intima sulla cura (preziosissima per il nostro tempo così forzatamente performante) in cui ogni volta ritrovo la bussola, per cercare una via, per perdermi sul confine delle cose.

Federica Martellini, bibliotecaria

Un libro che mi ha cambiato la vita | Angelica De Cupis

C. S. Lewis, Le cronache di Narnia

Ricordo ancora la sensazione che provavo da bambina quando, immersa nel silenzio dei miei pomeriggi d’infanzia, mi perdevo nella visione del film Le cronache di Narnia: il mondo che conoscevo e che mi circondava si dissolveva magicamente e, al suo posto, appariva una realtà fantastica, surreale, ma che percepivo come vera, ancor più vera del televisore che proiettava le immagini del film.

Il primo incontro con Il leone, la strega e l’armadio non fu per me una semplice visione, ma una vera e propria trasmigrazione dell’anima: per ore, quella vecchia porta di legno diventò la soglia tra la mia realtà e un “altrove” dove il coraggio aveva il volto di un leone e regnava la promessa di una giustizia antica.

Crescendo, il bisogno di varcare quella soglia non è svanito, si è solo fatto più consapevole. Sentivo il desiderio di toccare quel mondo, di possederne la materia, di custodirlo tra gli scaffali come un segreto prezioso. È per questo che, quando per la prima volta ho stretto tra le mani la mia edizione rilegata, ho sentito di aver finalmente riportato a casa un frammento di eternità.

Sfogliavo le pagine avidamente alla ricerca del senso più profondo della vita, dell’amicizia, dell’amore incondizionato: leggere quelle cronache è diventato, per me, un itinerario per giungere all’incontro con la mia anima.

C.S. Lewis non ha solo scritto una storia fantastica; l’autore è stato capace di ordire una mappa per chi, come me, cerca un modo di vivere l’insondabile senza perdere la meraviglia dei bambini.

Dietro ad ogni personaggio, dietro ad ogni vicenda, si cela una metafora che è la metafora della vita e della imperitura lotta tra il bene e il male. E così in Aslan ho riconosciuto il volto di un amore che non giudica, ma redime; in Peter ho ammirato l’audacia e la forza propria di chi combatte con lealtà e fedeltà ogni prova della vita; in Susan ho ritrovato l’emblema della saggezza e della prudenza, mentre in Lucy quello della purezza, simbolo di chi riesce a vedere “oltre”, perché il suo sguardo è limpido e cristallino; nel tradimento di Edmund ho rivisto lo specchio delle nostre fragilità umane e, nel perdono, la prova che la luce è sempre in agguato, pronta a riscrivere la storia.

C’è un passaggio che custodisco gelosamente, una verità che risuona nel mio intimo ogni volta che apro il libro: la rivelazione che Aslan stesso concede ai suoi amici “umani” ovvero che, nel nostro mondo, Lui ha “un altro nome” con cui dobbiamo imparare a conoscerlo. È in questo scarto tra la finzione e la realtà che trovo la mia pace.

Narnia mi ha insegnato che non servono spiegazioni per riconoscere ciò che è sacro; a volte, basta saper leggere la propria vita con la purezza di chi sa che, dietro ogni porta apparentemente chiusa, si nasconde un richiamo che ci attende da sempre, che sa di infinito ed eterno. Una consapevolezza che non ha paura di essere fanciullesca, ma che proprio in questa semplicità ritrova il senso più autentico del viaggio della vita.

Angelica De Cupis, studente al liceo “Pellecchia” di Cassino

Un libro che mi ha cambiato la vita | Verdiana De Biasio

Maria Susanna Cummins, Il lampionaio

Il lampionaio di Maria Susanna Cummins è il libro che ha cambiato la mia vita da lettrice, permettendomi di cominciare a sentirmi tale. È stata mia madre a suggerirmelo, promettendomi che ne sarebbe valsa la pena e che, come lei, mi sarei affezionata a quei personaggi, soprattutto ad uno: l’anziano lampionaio.

Così mi sono ritrovata a leggerlo tutto d’un fiato, con un sorriso che si è fatto sempre più salato, alimentato dalla vana speranza che il mio lampionaio, perché ciò era divenuto, non morisse, abbandonandomi. Concluso il libro, ricordo di averlo stretto a me, non volevo lasciarlo andare.

Dunque, questo libro è stato per la me bambina il battesimo alla lettura vera, quella che ti avvolge, ti fa soffrire e può lasciarti un vuoto dentro che non sempre si può colmare ed è questo che la rende insostituibile.

Verdiana De Biasio, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

 

 

 

Stefano Mancuso sugere arrancar asfalto e transformar ruas em rios de árvores

Euler de França Belém on Fitopolis, by Stefano Mancuso. Full article here.

O neurobiólogo italiano, autor de “Fitópolis, sugere que mulheres jovens, sensíveis e perceptivas, tomem o poder e promovam mudanças para “salvar” todos, não apenas os humanos

Que humanismo é este que, em nome da defesa intransigente dos seres humanos — que têm espaço demasiado na Terra —, justifica a destruição dos ditos “animais irracionais” e árvores? Em nome do “progréssio”, vale tudo? O que diriam o compositor e cantor Adoniram Barbosa e o filósofo John Gray? Dariam um tiro no “álvaro”? Não. Claro que não. Talvez pegassem o trem das 11h direto para Marte.

O “progréssio” significa destruição — “criativa”, dirão — para todos, exceto para os humanos. Então, em nome das vidas humanas — as únicas que importam —, matemos quase tudo. O fim dos seres humanos talvez resulte de sua ocupação abusiva de todos os espaços na Terra.

Um parêntese para um caso particular. Nasci para plantar e admirar a natureza, com seus pássaros e outros bichos e árvores (há algo mais bendito do que pés de escorrega macaco e jacarandá em flor?). O “progréssio” não me assusta, mas não me oferece prazeres. Não há uma palavra minha, em quase 40 anos de jornalismo, a respeito de que, em nome das vidas humanas, deve-se arrancar árvores e matar bichos.

O “progréssio” é, a rigor, um “retárdio”. Talvez a motosserra simbolize mais o homem do que a razão. Uma razão irracional. O iluminismo, potencializado pelo marxismo, matou Deus e criou outro deus — o ser humano. Laico ou não, sempre destruidor.

Romã, jabuticaba, manacá e dama da noite

Na porta de nossa casa, há um espaço exíguo. Assim como nas demais casas, que são quase idênticas. No pedaço de terra, alguns vizinhos plantaram cimento, aumentando o estacionamento da garagem. Pragmáticos. Realistas. Antenados. “Mudernos”.

Ao contrário, optei por plantar romã, uvaia, jabuticaba, pitanga, dama da noite (uma com flores pequenas e outra com flores grandes), cereja, murta (falam mal de murta, mas aprecio o cheiro de suas flores brancas), manacá.

À noite, quando chego em casa, sinto o cheiro do manacá e da dama da noite. É um festival de odores. A natureza parece em festa. Sinto uma frescura no lugar. Da janela do quarto no qual escrevo este texto, sinto as “cores” da noite espraiadas pelo olor das plantas.

As jabuticabas são comidas pelas pequenas cambacicas, com aquelas listas simpáticas na cabeça, como se fossem pinturas. Fico com a impressão de que, bicando, “vão” bebendo a fruta.

Aqui e acolá, quando falta fruta no quintal, periquitos — verdadeira infantaria verde —, deliciam-se com romãs. Eu nem sabia que tais pássaros — que se deleitam com manga, goiaba, banana e mamão — comiam romã.

Cultivei mamão só para a festança dos pássaros, como sanhaços (que, quando morava no interior, chamava de pipira; penitencio-me por ter sido, menino, um atleta do estilingue).

Um pé de insulina, que havia plantado num vaso, espalhou-se pela micro floresta. Encanta-me olhar sua energia. Parece ter cavado um buraco no chão e se espalhou por cima das árvores. É uma poderosa chefinha.

Havia um pé de manacá, mas agora há vários. O desenvolvimento parece que ocorre pela raiz. Quando as lagartas aparecem, hesito: retiro-as ou não? Acabo por afastá-las da árvore para evitar que devorem todas as folhas. Mas, antes, fico a olhá-las. São magníficas em sua variedade de cores — de tons azulados, esverdeados e laranjas. Nunca bato veneno. Mas ninguém é perfeito: tenho uma implicância especial com caramujos.

Ao lado da florestinha, eu e Candice, minha companhara de tantas décadas, cultivamos rosas, íris (uma flor delicada e bela, que dura pouco), comigo-ninguém-pode, avenca, espada de São Jorge.

Dei o pé de uvaia de presente para uma vizinha, Isis, de 7 anos. Alguém já deu uma árvore de presente? É provável que vários. Isis adora uvaia. Curiosamente, talvez por não ser regional, os pássaros não se interessam pela fruta. Tampouco vejo abelhas em suas flores. As formigas cortadeiras, assim como as lagartas, passam ao largo.

No quintal, já tivemos árvores encantadoras. O pé de lima da pérsia nos deu frutas ao longo de vários anos. Até secar, possivelmente por causa de uma “mosca”.

Há uma curiosidade sobre o pé de lima. Um dia, faz tempo, eu disse ao então deputado Roberto Balestra, produtor de laranja na região de Inhumas, que o pé, plantado havia anos, não dava frutos. Ele sugeriu um enxerto.

Porém, certo dia, um jardineiro sugeriu cortá-lo. Então, dias depois, as flores apareceram, cheirosas, e logo tínhamos frutos — praticamente o ano inteiro. A árvore parece ter ouvido a ameaça do jovem “ceifador”.

De Porangatu, trouxe um pé de marmelo (presente de minha mãe, Zinha), que nunca deu frutos. Mas o mantive pela beleza da árvore e das folhas, sempre bem verdinhas, e pelo fato de que se tornou espaço para ninhos de rolinhas, pombas do bando, sabiás, cambacicas e fim-fim.

Porém, um dia, uma chuva forte rachou o pé de marmelo (cupins fizeram sua parte). Um jardineiro foi chamado para cortá-lo. Ao vê-lo amputado, meu cérebro chorou de vergonha por meus olhos não terem lacrimejado.

Nosso pé de caju durou cerca de 20 anos. Mas, envelhecido, com galhos caídos — “ameaçando” o muro do vizinho —, acabou tendo de ser cortado. Nunca me doeu tanto desprender-me deste cajueiro, que plantei com as próprias mãos. Pela vizinhança, há pelo dois ou três de seus “filhos”, felizmente.

Agora, no quintal, há um pé de uvaia — já espalhei mais três pelo condomínio — e um de pitanga.

Nós temos também sabugueiro, que nos dá um chá delicioso, dama da noite (aquela que dá uma flor grande e cheirosa), murta (que dizem prejudicar cítricos), boldo (onde encontro famílias de maria-fedida), hortelã gordo, anador, pimentas, rúcula, almeirão, manjericão, orquídea, eventualmente tomates, brinco de princesa, ora-pro-nóbis (plantei para Candice, que é, por uma questão ética, vegetariana), alecrim, erva cidreira (aprecio demais o seu cheiro, assim como do manjericão; ao cozinhar arroz, quanto está quase pronto, coloco folhas de manjericão por cima. O cheiro, ah, o cheiro…).

De manhã, a primeira coisa que faço é colocar frutas — mamão e banana — e água para os pássaros. Uma infinidade deles aparecem: sabiá laranjeira, sabiá do campo (o único que enfrenta o exército de periquitos, sempre desordeiros), cambacica, udu coroado (some e reaparece), pica-pau (de cabeça vermelha e penas de múltiplas cores), sanhaço azuis e sanhaços do coqueiro, fim-fim, saí azul, saíra amarela, choquinha barrada (a fêmea é marrom e o macho pedrês). Há outros, mas esqueci os nomes. Uma vez, no pé de mamão, flagrei um pica-pau branco. Dos grandes.

Sinto-me bem cuidando das plantas e dos pássaros. Porque sei, inconscientemente, que eles, à sua maneira, cuidam de mim. De minha saúde física e mental. Candice é minha parceira nos cuidados com os seres verdes e os voadores.

Gosto de aguar as plantas com um vasilhame relativamente pequeno. Para ter contato, por mais tempo, com elas. Para verificar se, ao colocar água, não estou destruindo uma pequena e sensível muda. E, claro, gosto de me movimentar um pouco, pois sou relativamente sedentário.

O neurobiólogo Stefano Mancuso

Ocorreu-me falar das árvores de nossa casa ao ler uma reportagem da “Folha de S. Paulo”, assinada por Mariana Grasso, a respeito do neurobiólogo italiano Stefano Mancuso, autor dos livros “Fitópolis”, “Revolução das Plantas”, “A Planta do Mundo”, “A Incrível Viagem das Plantas” e “A Nação das Plantas”.

O pesquisador é apontado pela revista “New Yorker”, a mais sofisticada intelectualmente dos Estados Unidos — sua similar brasileira é a “Piauí” — “como um dos transformadores do mundo da década”.

Stefano Mancuso, cientista que admiro, sempre tem algo interessável a dizer sobre aquilo que precisamos saber, mas às vezes não queremos. Vivemos num mundo controlado pelo consumo e, por isso, pela destruição em massa de quase tudo o que parece não importar, como bichos — onças, cobras, antas, pacas, lobos, raposas, cutias, tatus — e árvores.

O cientista postula que “nossa biologia é a mesma há mais de 20 mil anos, quando éramos caçadores-coletores. Nosso corpo foi construído para viver nas árvores”.

O pesquisador da terra de Dante e Natalia Ginzburg assinala que o contato com o verde tem efeitos terapêuticos.

“Quando entramos em contato com as plantas, todos os nossos parâmetros de estresse diminuem em menos de 10 segundos. O batimento cardíaco, a pressão e o nível de cortisol despencam. Não há nenhuma razão lógica para isso, exceto que nosso corpo detecta que está voltando para casa”, sublinha Stefano Mancuso.

“Fitópolis”, registra a “Folha”, “discute como a organização do universal vegetal pode inspirar uma nova forma de conceber cidades”.

Não se trata de uma questão romântica, ou de “malucos verdes”. Stefano Mancuso aponta que muitas pessoas estão morrendo na Europa por causa do calor. Milhares morreram “por calor na Europa durante o verão de 2023 e 2024”.

Remover asfalto e plantar árvores

É possível mudar uma cidade como Goiânia, Brasília e São Paulo, a capital do concreto — e da poesia concreta?

Stefano Mancuso sugere que sim: “Peguem o prefeito de São Paulo e digam a ele: nós precisamos fechar 20% das ruas da cidade. Precisamos apagar 20% das ruas, remover o asfalto e plantar árvores no lugar. O resultado seria incrível: transformar essas vias no que eu chamo de rios de árvores”.

Mostrando-se atento às cousas do Brasil, Stefano Mancuso citou o arquiteto Jaime Lerner que, quando prefeito de Curitiba, “fechou o tráfego de automóveis na Rua XV de Novembro e a transformou em um calçadão exclusivo para pedestres, chamado Rua das Flores”.

Em Barcelona, quando prefeita, Ada Colay fechou “uma das avenidas mais importantes, com cerca de 15 quilômetros de extensão. Substituiu o asfalto por árvores”.

No início, a irritação foi geral . Depois, o projeto caiu nas graças do povo catalão. Stefano Mancuso “diz que os comércios daquela rua dobraram o faturamento e hoje as ruas vizinhas pedem para o novo prefeito fazer o mesmo”.

(Quando vou a Campinas, em Goiânia, onde tenho uma sala na qual guardo livros e revistas, fico com a impressão de que estou numa estufa — tal o calor concentrado, digamos. Quando vou ao Parque Lagoa Vargem Bonita, para fotografar pássaros — quase sempre ao lado de Candice e do jovelho amigo e companharo Sinésio Dioliveira — e ver árvores, sinto que respiro melhor e uma calma apodera-se do meu ser. Sinto que já conheço algumas árvores e até os socós e garças.)

Se há uma sanha redobrada em cortar árvores — quase sempre em nome de vidas humanas —, com a desculpa de aumentar a segurança e reforçar o “progréssio”, há escassa vontade em cuidar das que são plantadas. Eu gostaria de ver um inventário das árvores plantadas que sobreviveram. Não basta plantar. É preciso cuidar.

É necessário formar jardineiros que saibam realmente lidar com plantas. Porque, de jardineiros motosserras, a cidade está cheia. É preciso ensiná-los que podar não equivale a praticamente matar as árvores.

Há podas tão drásticas que retiram o “equilíbrio” das árvores. Por causa das chuvas e ventos, sem galhos circulares, elas acabam caindo.

Stefano Mancuso frisa que o mundo “precisa de prefeitas jovens, mulheres e corajosas. ‘Hoje temos exatamente o oposto: homens, velhos e nada corajosos’”.

De fato, percebo que as mulheres são muito mais sensíveis às plantas. Tanto que sabem cuidar de flores, que são delicadas e precisam de tratos especiais. De mãos zelosas.

Talvez seja possível sustentar que parte substancial dos homens, ainda que adeptos da vanguarda do atraso, se consideram como adictos do “progréssio”. Aquele que destrói e adota como norma a República do Asfalto.

Um mundo mais delicado, menos bruto, talvez seja a solução para que os humanos sobrevivam. Porque, ao retirar o espaço de sobrevivência de bichos e árvores, vão acabar ficando sem nada.

Os seres humanos estão ferrando os bichos e árvores, ocupando quase todos os espaços, sem perceber que, amanhã, estarão ferrados.

Un libro che mi ha cambiato la vita | Cecilia Toma

Haruki Murakami, Norwegian Wood

Il libro che mi ha aiutato, in un momento particolarmente doloroso della mia vita, è stato Norwegian Wood di Haruki Murakami. Avevo vent’anni e tuttora mi sembra incredibile come certi libri ci arrivino esattamente nel momento in cui abbiamo bisogno di essere salvati. Vent’anni è l’età in cui si è biologicamente adulti ma emotivamente acerbi, sospesi tra l’adolescenza che ancora lusinga e un futuro che spaventa, nel mio caso, addirittura, terrorizzava poiché avevo, da pochi mesi, perso improvvisamente mio padre per un infarto fulminante. Ero al secondo anno di università e mi sentivo brillante, invincibile, proiettata verso una vita di successi. L’incontro brutale con la morte fu devastante. Mio fratello più piccolo, studente al liceo classico, aveva letto, su consiglio della sua docente di lettere, il romanzo in questione e me lo passò.

In Norwegian Wood Murakami affronta il dolore e il lutto in una maniera unica perché “normalizzante”. Toru Watanabe è un ragazzo ordinario, che vive immerso in un dolore silenzioso, la morte e la sofferenza, che incontra nel suo percorso di crescita, gli fanno comprendere che sopravvivere ai propri cari non significa dimenticare o superare il dolore, ma imparare a camminarci insieme. C’è una strana, immensa consolazione in questa forma di accettazione: scelgo di vivere perché è la morte che me lo permette e me lo chiede. Dopo quel libro, per me, è stato naturale immergermi nella lettura di Murakami e di altri autori giapponesi come Yoshimoto e Ishiguro, che hanno il dono di raccontare la malinconia, il dolore, la morte come fedeli e preziosi compagni dell’esistenza senza mai indulgere in toni banali, patetici o volgari.

Cecilia Toma, docente di Lettere al Liceo “Leonardo da Vinci” di Maglie.

Un libro che mi ha cambiato la vita | Camilla Mignogna

Christelle Dabos, Fidanzati dell’inverno

Un libro che mi ha veramente cambiata è Fidanzati dell’inverno di Christelle Dabos, edizioni e/o. Ho amato questo libro e in generale tutta la saga perché con il suo ritmo mi ha aiutata a scoprire la bellezza della tranquillità. Fino a quel momento mi ero sempre buttata su libri (e non solo, anche musica, film) carichi di adrenalina; questo libro ha trasformato il mio modo di vivere e i miei gusti, ma anche la ricerca del bello. E poi la protagonista, Ofelia, è diventata il mio personaggio letterario preferito di sempre: è semplice, non un’eroina, la sua quotidianità non è meno interessante delle sue avventure. Prima di leggere di lei ho sempre pensato che una vita piena e degna dovesse essere carica di azione al limite del fantastico. Se altri libri mi servivano per evadere dalla mia realtà monotona, l’Attraversaspecchi mi ha aiutato ad accettare e vivere pienamente la mia quotidianità.

Camilla Mignogna, studente di Archivistica e biblioteconomia all’Università “La Sapienza” di Roma.

Un libro che mi ha cambiato la vita | Anna Foa

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Ero giovanissima, non avevo ancora vent’anni, e passavo un’estate tranquilla in montagna, in Val d’Aosta. Stavo molto sdraiata in giardino a leggere e in autunno sarebbe nato mio figlio. Mi ero portata il primo volume dell’edizione della Pléiade della Recherche, che non avevo letto, e mi ripromettevo di colmare almeno in parte quella grave lacuna nella mia educazione.

Fu così che mi imbattei nella memoria. Dico mi imbattei perché non ci avevo mai pensato prima. Anche il titolo dell’opera di Proust non mi era mai sembrato alludere alla memoria del passato, avrebbe forse dovuto, ma invece il profumo delle madeleines mi sembrò svelarmi un mondo sconosciuto. Ricordo l’ora di quel disvelamento, la controra, pesante anche a 1500 metri col sole. Ricordo il brusio degli insetti.

Dopo di allora, alla memoria continuai a girarci intorno, ora misurandola sulla storia, ora immergendomici, ora criticandola. Ma quelle pagine, allora, cambiarono forse non la mia vita, ma il mio modo di vederla, il modo in cui mi percepii dopo.

Anna Foa, storica. Il suo ultimo libro con Laterza è Mai più.

Un libro che mi ha cambiato la vita | Angelica Cozzolino

Louisa May Alcott, Piccole donne

Il libro che mi ha cambiato la vita è Piccole donne di Louisa May Alcott e per un motivo molto semplice: è stato il primo libro che ho letto. Non saprei riassumerne la trama, non ricordo granché, solo forse di essermi dispiaciuta per la morte di Beth; avevo sette anni, andavo in prima elementare e questo sicuramente non è un libro adeguato a una bambina di quell’età. A sette anni, nonostante parlassi da quando avevo un anno più o meno un anno, mi mancavano le parole; la mia maestra Anna Maria, nel primo colloquio con le famiglie, disse a mia madre che il mio lessico era povero, scarno, e che c’era solo un rimedio: leggere. Ho iniziato dopo questo consiglio e non ho più smesso.

Non ho mai più riletto Piccole donne perché ho voluto mantenere puro quel ricordo, sarà per sempre solo il libro che mi ha insegnato a leggere e a fare mie le parole scritte sulle pagine. Tutt’oggi ringrazio la mia maestra, per aver visto in me del potenziale, e mia madre, per avermi accompagnato in biblioteca per la prima volta e per tutte le successive.

Angelica Cozzolino, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Rachele Bauco

José Saramago, Cecità

Il libro che mi ha cambiato la vita è Cecità di José Saramago.

A mio parere un libro per entrare a far parte dei libri che ti cambiano la vita deve essere: dissacrante, distruttivo, odioso e solo alla fine ricostruttivo.

Cecità è stato questo per me: ha demistificato completamente l’illusione di una società benevola, ricordandomi quanto delle nostre “buone maniere” siano solo frutto della vergogna di esser visti; ha fatto emergere la convenzionalità di ciò che noi definiamo comportamento, cultura o legge; si è fatto odiare perché mi ha costretto ad aprire gli occhi anche quando l’unico desidero era chiuderli e mi ha turbato, perché è sconvolgente che un libro che parla di un mondo che smette di vedere ti faccia vedere così tanto.

Solo alla fine, ha ricostruito un mio modo di vedere il mondo obbligandomi a farmi delle domande: chi sarei se sapessi di non essere vista? Preferirei aprire gli occhi e vedere la verità o essere cieca di fronte a ciò che accade?

A molte domande non ho trovato risposta, ma forse a tutti capita di essere talvolta cieco tra i ciechi e altre volte sentirsi l’unico che vede veramente.

Rachele Bauco, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Tommaso De Luca

Primo Levi, I sommersi e i salvati

Il libro che mi ha cambiato la vita è I sommersi e i salvati di Primo Levi. È un libro che continuo a leggere, a quarant’anni dalla prima volta, trovandovi sempre qualcosa di nuovo a giudicare anche dalle sottolineature che si moltiplicano e finiranno a breve per evidenziare ogni parola del testo; allora dovrò cominciare da capo.

Il libro è uscito nel 1986, la mia copia riporta nel risguardo una mia noticina a penna che la data 16 giugno 1987; l’11 aprile dello stesso anno Primo Levi si era tolto la vita e può darsi che io mi sia deciso a comprare il libro alla notizia clamorosa della morte dell’autore, ma mi piace pensare che le date si tengano per una ragione più segreta che non so spiegare, non ancora.

Due cose, fra le molte, voglio ricordare qui. La prima è che l’offesa non guarisce mai e la memoria del male fatto o subito continua a tormentare chi lo fa e chi lo subisce. La seconda è sulla testimonianza del male: se ne vede una parte, solo una parte e chi ha toccato il fondo, “ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto”.

Da questo deriva che la storia insegna eccome – e perciò tanti vogliono riscriverla – ma non trova allievi che vogliano imparare.

Tommaso De Luca, dirigente scolastico in pensione