Thomas Mann, La montagna incantata
Chi come è me è nato nel mezzo della tragedia del secolo scorso, ha radici nel mondo mediterraneo e in quello germanico e rifugge dalle distinzioni manichee fra buoni e cattivi, non può non domandarsi cosa nella società europea abbia potuto condurre a una delle più grandi produzioni scientifiche e filosofiche, ma anche al più grande orrore.
Il bildungsroman di Mann mi ha aiutato a pormi le domande, a tentare le risposte e anche a concludere che alcune resteranno sospese. Le prime domande riguardano il rapporto con la malattia e la morte. Poi c’è la progressiva la ricerca dell’amore, ma soprattutto del senso della vita. Fino alle ultime drammatiche pagine.
Hans Castorp abbandona il Berghof e scende “laggiù” per raggiungere l’orrore. Salutandolo, Settembrini gli augura di sopravvivere, ma allo stesso tempo ammette per sé stesso, per Hans e anche per me, i limiti del suo illuminismo. Alla fine, troviamo Hans che corre con il suo fucile disperatamente nel fango, presumibilmente verso la morte e cantando le prime strofe di Der Lindenbaum; una splendida canzone d’amore di Schubert che rappresenta un tema nel senso wagneriano di tutto il romanzo. Una conclusione che sublima il precedente passaggio durante la tempesta che lo aveva colto da solo e in cui, fra oniriche immagini diaboliche e sereni paesaggi mediterranei gli era apparsa la verità. Un insegnamento che ho poi accolto anch’io: “L’uomo non deve, in nome della bontà e dell’amore, concedere alla morte nessun dominio sui propri pensieri”.
Riccardo Perissich, ex DG Commissione Europea, senior fellow LEAP LUISS