William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate
Dovevo essere ancora nei primi anni delle elementari in Cina. Abitavamo allora nel paese dei miei nonni, sospeso tra una città moderna di milioni di abitanti e una campagna quasi disabitata. Un giorno uscii da scuola — anzi, ne scappai — stanca della disciplina che vi regnava, e amareggiata dalle prese in giro pubbliche dei miei due cugini, che bersagliavano il mio corpo prosperoso e la mia intelligenza. Così corsi, corsi senza fermarmi, finché non raggiunsi la grande casa dei nonni.
Mi nascosi nella stanza meravigliosa di mio zio, dove c’erano la sua chitarra, gli occhiali da sole, le creme magiche per i capelli, il profumo e soprattutto, soprattutto una libreria. Quella volta, sfogliando i libri riposti sugli scaffali più bassi, trovai una serie di volumi dalla copertina bianca. Su uno lessi il titolo: Sogno di una notte di mezza estate — ah, che meraviglia! — Leggevo, leggevo e continuavo a leggere, sempre più convinta: sì, questo è il mondo a cui appartengo. — Perché io non sono, non sono qui. —
Quando rialzai gli occhi, quasi incantata, mi ritrovai già sotto casa. Dal grande balcone mi osservava mio padre. Poverino, era ancora giovanissimo, ma già direttore dell’unico ospedale pubblico del paese; sentiva spesso il bisogno di affermare la propria autorità anche tra le mura domestiche, talvolta con improvvisi scatti d’ira. Ma quella volta, incontrare il suo sguardo severo non mi mise a disagio. — Perché io non sono, non sono qui. —
La strada dove sorgeva la casa dei miei nonni fu trasformata, anni dopo, in una via commerciale, e quei libri bianchi non li vidi mai più. In seguito ebbi anch’io la mia collezione shakespeariana, ma non osai mai leggere un’altra traduzione di quel Sogno. Temevo di distruggere il mondo che avevo costruito allora, quell’otherland a cui ero destinata, come a una promessa.
Quattro anni fa assistetti a una messinscena contemporanea del Sogno di una notte di mezza estate al Teatro Carignano, e per la prima volta, le parole che mi vennero furono: ah, io, anch’io, sono qui.
Così va il mondo.
Qian Zhang, dottoranda presso l’Università di Torino