Haruki Murakami, Norwegian Wood
Il libro che mi ha aiutato, in un momento particolarmente doloroso della mia vita, è stato Norwegian Wood di Haruki Murakami. Avevo vent’anni e tuttora mi sembra incredibile come certi libri ci arrivino esattamente nel momento in cui abbiamo bisogno di essere salvati. Vent’anni è l’età in cui si è biologicamente adulti ma emotivamente acerbi, sospesi tra l’adolescenza che ancora lusinga e un futuro che spaventa, nel mio caso, addirittura, terrorizzava poiché avevo, da pochi mesi, perso improvvisamente mio padre per un infarto fulminante. Ero al secondo anno di università e mi sentivo brillante, invincibile, proiettata verso una vita di successi. L’incontro brutale con la morte fu devastante. Mio fratello più piccolo, studente al liceo classico, aveva letto, su consiglio della sua docente di lettere, il romanzo in questione e me lo passò.
In Norwegian Wood Murakami affronta il dolore e il lutto in una maniera unica perché “normalizzante”. Toru Watanabe è un ragazzo ordinario, che vive immerso in un dolore silenzioso, la morte e la sofferenza, che incontra nel suo percorso di crescita, gli fanno comprendere che sopravvivere ai propri cari non significa dimenticare o superare il dolore, ma imparare a camminarci insieme. C’è una strana, immensa consolazione in questa forma di accettazione: scelgo di vivere perché è la morte che me lo permette e me lo chiede. Dopo quel libro, per me, è stato naturale immergermi nella lettura di Murakami e di altri autori giapponesi come Yoshimoto e Ishiguro, che hanno il dono di raccontare la malinconia, il dolore, la morte come fedeli e preziosi compagni dell’esistenza senza mai indulgere in toni banali, patetici o volgari.
Cecilia Toma, docente di Lettere al Liceo “Leonardo da Vinci” di Maglie.