Un libro che mi ha cambiato la vita | Angelica De Cupis

C. S. Lewis, Le cronache di Narnia

Ricordo ancora la sensazione che provavo da bambina quando, immersa nel silenzio dei miei pomeriggi d’infanzia, mi perdevo nella visione del film Le cronache di Narnia: il mondo che conoscevo e che mi circondava si dissolveva magicamente e, al suo posto, appariva una realtà fantastica, surreale, ma che percepivo come vera, ancor più vera del televisore che proiettava le immagini del film.

Il primo incontro con Il leone, la strega e l’armadio non fu per me una semplice visione, ma una vera e propria trasmigrazione dell’anima: per ore, quella vecchia porta di legno diventò la soglia tra la mia realtà e un “altrove” dove il coraggio aveva il volto di un leone e regnava la promessa di una giustizia antica.

Crescendo, il bisogno di varcare quella soglia non è svanito, si è solo fatto più consapevole. Sentivo il desiderio di toccare quel mondo, di possederne la materia, di custodirlo tra gli scaffali come un segreto prezioso. È per questo che, quando per la prima volta ho stretto tra le mani la mia edizione rilegata, ho sentito di aver finalmente riportato a casa un frammento di eternità.

Sfogliavo le pagine avidamente alla ricerca del senso più profondo della vita, dell’amicizia, dell’amore incondizionato: leggere quelle cronache è diventato, per me, un itinerario per giungere all’incontro con la mia anima.

C.S. Lewis non ha solo scritto una storia fantastica; l’autore è stato capace di ordire una mappa per chi, come me, cerca un modo di vivere l’insondabile senza perdere la meraviglia dei bambini.

Dietro ad ogni personaggio, dietro ad ogni vicenda, si cela una metafora che è la metafora della vita e della imperitura lotta tra il bene e il male. E così in Aslan ho riconosciuto il volto di un amore che non giudica, ma redime; in Peter ho ammirato l’audacia e la forza propria di chi combatte con lealtà e fedeltà ogni prova della vita; in Susan ho ritrovato l’emblema della saggezza e della prudenza, mentre in Lucy quello della purezza, simbolo di chi riesce a vedere “oltre”, perché il suo sguardo è limpido e cristallino; nel tradimento di Edmund ho rivisto lo specchio delle nostre fragilità umane e, nel perdono, la prova che la luce è sempre in agguato, pronta a riscrivere la storia.

C’è un passaggio che custodisco gelosamente, una verità che risuona nel mio intimo ogni volta che apro il libro: la rivelazione che Aslan stesso concede ai suoi amici “umani” ovvero che, nel nostro mondo, Lui ha “un altro nome” con cui dobbiamo imparare a conoscerlo. È in questo scarto tra la finzione e la realtà che trovo la mia pace.

Narnia mi ha insegnato che non servono spiegazioni per riconoscere ciò che è sacro; a volte, basta saper leggere la propria vita con la purezza di chi sa che, dietro ogni porta apparentemente chiusa, si nasconde un richiamo che ci attende da sempre, che sa di infinito ed eterno. Una consapevolezza che non ha paura di essere fanciullesca, ma che proprio in questa semplicità ritrova il senso più autentico del viaggio della vita.

Angelica De Cupis, studente al liceo “Pellecchia” di Cassino