Un libro che mi ha cambiato la vita | Elena Intelligente

Franz Kafka, Lettera al padre

Spesso mi sopravvaluto, mi capita di credere di essere l’unica capace di soffrire in un certo modo, ridere in un certo modo, amare, sognare, che nessun altro possieda il mio gusto musicale, le mie conoscenze del cinema, o della fotografia. Per questo amo i libri, amo la loro capacità di prendermi i piedi e tirarmi giù per terra togliendomi la testa dalle nuvole.

Lettera a un padre in particolare ha cambiato completamente il rapporto con mio papà e di conseguenza la mia vita. Kafka nella sua lettera confessa rimorsi, dolori e rabbia, tanta rabbia repressa non sfogata che lo tormenta e non gli concede di perdonare ed essere liberato da un rancore ingombrante, un sottofondo costante in tutte le cose che vive. Io non voglio essere così. Spesso, molto spesso, mio papà non lo sopporto, sempre polemico, ogni cosa che faccio non va bene, sempre a lamentarsi. E spesso, molto spesso, il risultato sono scontri, spesso verbalmente violenti, che terminano in lacrime, urla e porte sbattute, senza considerare gli infiniti sensi di colpa che seguono.

Kafka provava una simile rabbia, quello che mi ha spaventata però e che io come lui possa portarmela dietro crescendo. Non voglio arrivare a trentasei anni e pensare ancora ai torti subiti da lui a sette, otto anni. Voglio crescere imparando dai nostri litigi nella speranza che ci si possa comprendere l’un l’altra e migliorarsi.

Elena Intelligente, studente al Liceo “Parini” di Milano

Un libro che mi ha cambiato la vita | Piero Martin

Kurt Tucholsky, Il castello di Gripsholm

Il 21 giugno inizia l’estate, con gli abiti leggeri, la scuola chiusa, gli amori, la birra serale in città che sa comunque di vacanze. Ma è anche la data dalla quale le giornate iniziano ad accorciarsi, quando la notte torna a erodere la luce del giorno.

Ho incontrato questa tensione ne Il castello di Gripsholm di Kurt Tucholsky. «Una piccola storia estiva», la definisce. Una fiaba per adulti che si dipana per quattro settimane – a cavallo tra giugno e luglio – lungo le rive del lago svedese di Mälaren. Una storia apparentemente leggera, una trama di cieli blu e corpi nudi sull’erba che si asciugano al sole dopo il bagno nel lago, di amori, amicizie e sesso poco convenzionale, del bene che vince sul male. Che si inserisce però su un ordito melanconico, specchio dell’autore. Kurt Tucholslky scrive il libro nel 1931, quando ormai gli era palese verso quale baratro stesse sprofondando la sua Germania. Morirà suicida nel 1935, dopo aver visto i suoi libri bruciati in piazza dai nazisti.

Ho letto Il castello di Gripsholm in un’età nella quale le fiabe si sono dimenticate, e mi ha fatto riscoprire il valore della leggerezza, quanto può aiutarci essere capaci di raccontare e vivere «piccole storie estive» anche nei nostri momenti più bui. E quanto la vita e le persone possano essere sorprendenti.

Piero Martin, professore ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Padova. Il suo ultimo libro con Laterza è Questo è quanto. La fisica quantistica in cinque idee (2025).

Un libro che mi ha cambiato la vita | Maria Teresa Gatto

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Ho letto Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia appena finita la seconda media. Non ricordo come mi arrivò quel libro, ma credo di averlo letto in tre giorni, rapita.

In quelle pagine riconoscevo le descrizioni del paese, gli abitanti, la piazza, la caserma dei Carabinieri di fronte alla quale io stessa abitavo. Avrei potuto cambiare i nomi e sostituirli con persone reali che vedevo, che conoscevo. Era la mia realtà. C’erano i mafiosi. Ma c’era anche lo Stato, quello sano, che si contrapponeva, con dignità, con superiorità morale.

Dopo quello, ho letto tutti i libri di Sciascia e anche qualche saggio per poter scrivere la tesina da portare agli esami di maturità classica. Perciò mi sono documentata sul fenomeno della criminalità organizzata, le cause, le ragioni storiche, il contesto sociale e soprattutto le connivenze politiche.

Non posso affermare che quel libro mi abbia cambiato la vita. Non ho seguito le orme del capitano Bellodi, né quelle dei tanti magistrati che gli assomigliano. Ma di certo è stato per me l’inizio di un percorso di formazione. Ho svolto studi giuridici e quando spiego ai miei studenti i fondamenti del diritto, della Costituzione, della giustizia provo convinzione e passione autentiche e immutate che forse devo anche a quella lontana lettura estiva.

Maria Teresa Gatto, docente in un Istituto di Istruzione Superiore di Torino

Un libro che mi ha cambiato la vita | Ada Caracuta

Carlo Ghidelli, Pregare con la Divina Commedia

Pregare con la Divina Commedia di Carlo Ghidelli non è stato per me soltanto un libro: è stato un incontro che ha cambiato il modo di guardare la vita, il dolore e persino me stessa.

Mi ha insegnato che la preghiera non è fatta solo di parole perfette, ma anche di silenzi, dubbi, cadute e desiderio di rialzarsi.

C’è un momento in cui la vita rompe gli argini della teoria e la “selva oscura” smette di essere una metafora letteraria per diventare la tua stanza, il tuo silenzio, il tuo isolamento.

Nel momento particolarmente doloroso della mia esistenza, quando il senso di smarrimento era così profondo da togliermi il respiro e la motivazione per andare avanti, ho preso in mano Pregare con la Divina Commedia di Carlo Ghidelli, ricevuto in dono da un mio alunno. Non l’ho letto con l’occhio del critico che cerca una nuova nota a piè di pagina. L’ho letto come un mendicante. E quel libro mi ha salvato la vita.

Il libro ha operato in me una rivoluzione copernicana: ha preso Dante dalla cattedra e lo ha calato dentro di me. Mi ha ricordato che il poema dantesco nasce anzitutto come itinerarium animae, come viaggio dell’uomo verso la verità e verso Dio. Ghidelli mi ha costretto a fare l’unica cosa che, da studiosa, non avevo mai fatto davvero: tacere e lasciarmi curare.

Questo libro non ha solo salvato me come persona; ha salvato e rinnovato il mio modo di insegnare. Oggi, quando entro in classe e apro la Divina Commedia, i miei studenti vedono una docente diversa, che è tornata da quel viaggio per dimostrare come quelle parole sono vive e hanno il potere reale, drammatico e meraviglioso di salvare la vita quando tutto intorno crolla. Grazie a questo libro sono tornata a guardare il cielo e, finalmente, «a riveder le stelle».

Ada Caracuta, docente di lettere in un liceo scientifico

Un libro che mi ha cambiato la vita | Federico Taddei

Bernard Malamud, Il migliore

La mia carriera universitaria si trovava in un punto morto, nel momento in cui mi sono imbattuto nel romanzo Il migliore di Bernard Malamud.

La mia laurea doveva rappresentare il riscatto verso chi non credeva che potessi riuscirci. Ciò pesava in me come un macigno, sentivo una pressione così forte che, complice anche una grande delusione d’amore, mi ha schiacciato.

A quel punto un forte malessere dentro di me si è manifestato. All’età di 20 anni non provavo più nulla, sapevo cosa era l’amore ma ero incapace di provarlo. Ho continuato a trascinarmi tra lezioni e libri, pensando che tutto questo non aveva senso, inchiodato dal terrore del vuoto in cui sarei caduto se mi fossi liberato da quella situazione.

È stato in questo momento che ho incontrato Roy, una ex promessa del baseball alle prese con la sua seconda chance. Ancora oggi, dopo vent’anni, è impresso dentro me il ricordo della possessione della lettura delle ultime pagine della sua storia, tra disperazione e lacrime vivevo il suo fallimento. Sentivo che mi riguardava perché come lui, scelta dopo scelta, errore dopo errore, sono scivolato nel fallimento.

In piena ebrezza liberatoria, avevo compreso che dietro al fallimento di una vita non c’era la parola fine. Alla cultura del successo in cui siamo immersi che chiede sempre di performare, di essere i migliori, ho rinunciato. Grazie a Roy ho capito che dietro la sconfitta più rovinosa si celava la mia storia, l’unica che ho e che per questo va vissuta fino in fondo.

Accettando la sconfitta ho abbandonato l’ossessione di fallire e ho ricominciato a vivere.

Federico Taddei, fabbro

Un libro che mi ha cambiato la vita | Alberto Riccadonna

George Orwell, 1984

Nessun libro, con l’eccezione del Vangelo, ha determinato la direzione della mia vita, però alcuni l’hanno aiutata a trovare le parole per esprimersi e questo è quasi come cambiare.

Vale l’opinione di Cesare Pavese (Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950) secondo cui “leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma; ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere spunti dietro di noi”.

Fra i titoli che mi hanno aiutato ad esprimermi, sono debitore al 1984 di George Orwell, che si occupa della libertà. Orwell affida la difesa della mia libertà alla conoscenza della storia e indica nell’ignoranza della storia il primo passo verso la mia schiavitù: “chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”.  Lo intuivo, forse tutti lo intuiamo, ma occorreva visualizzarlo: la libertà dipende dalla conoscenza del male accaduto e dalla memoria dei colpevoli che occorre isolare. Anche quando il colpevole sono io.

Alberto Riccadonna, direttore del settimanale “La Voce e Il Tempo” di Torino

Un libro che mi ha cambiato la vita | Marta Pellizzi

Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič

La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj è il libro che mi ha cambiato la vita. Dieci anni fa, in uno dei periodi più difficili della mia esistenza, mi imbattei in questo breve romanzo e non riuscii più a lasciarlo. Lo divorai in poche ore. È un testo che colpisce come un pugno allo stomaco, una di quelle opere che non si dimenticano facilmente e che sembrava scritta per me. La storia di Ivan Il’ič, un uomo apparentemente di successo che conduce una vita borghese fatta di convenzioni e carriera, mi ha toccata nel profondo. Solo di fronte alla malattia e alla morte imminente, Ivan si rende conto di quanto la sua esistenza sia stata vuota, ipocrita e priva di autentico significato.

Il grande insegnamento che ho tratto da questo libro è che la vita è una e una sola. Le futilità non hanno peso di fronte alla morte. Tolstoj descrive con una maestria incredibile il tema angosciante della fine, senza sconti e senza retorica, e proprio questa cruda onestà mi ha aiutato a esorcizzare la mia paura più grande: la morte, la mia morte. Di fronte alle sofferenze fisiche e morali di Ivan, mi sono ritrovata a riflettere sulla mia vita e su come alla morte io sia andata tanto vicina. Mi sono chiesta più volte: sto vivendo davvero?

Marta Pellizzi, dipendente Agenzia delle Dogane e dei Monopoli

Un libro che mi ha cambiato la vita | Diana Paradiso

George Orwell, 1984

Mi chiamo Diana e frequento l’Università del Restauro. Spesso trascorriamo ore ed ore concentrate (siamo tutte donne) su pezzi secolari, che richiedono puliture o ripristini meticolosi, lentissimi, e che impegnano un tempo infinito. Non mi ricordo di chi sia stata tra di noi all’inizio l’idea, ma è diventata una possibilità, per cui, a volte, decidiamo di ascoltare degli audiolibri (come sottofondo del laboratorio) che scegliamo noi stesse.

Ecco, ci sono: 1984 di George Orwell. Ovviamente ne avevo sentito parlare, ma davvero altra cosa è ascoltare le parole, sentire un racconto “distopico” che negli anni sembra aver anticipato il futuro, che è il mio presente.

Angosciante.

Apro gli occhi e leggo la mia realtà, a cui sono assuefatta, in maniera diversa.

Mi sento una vittima predestinata, il mio/nostro disinteresse per la politica (la condizione è comune anche tra la maggior parte dei miei coetanei), il mio/nostro modo di “non vivere”, il mio/nostro essere “eterodiretta”… Vedo troppe cose che di solito non vedo e neanche colgo e “mi gira la testa”.

Prima sensazione è il senso di angoscia.

Seconda, il rifiuto.

Terza, la gratitudine a questo autore e libro.

Mi ha cambiato la vita?

Certamente non me la lascia uguale.

Diana Paradiso, studente universitaria

Un libro che mi ha cambiato la vita | Paolo Comentale

Beppe Fenoglio, Una questione privata

Avevo 20 anni.

Una questione privata di Beppe Fenoglio mi capitò tra le mani un giorno d’estate.

La copertina bianca era senza immagini, il titolo in evidenza non mi diceva nulla ma fu un amico di mio fratello che esclamò: leggilo, è potentissimo!

E così fu, lo lessi d’un fiato. Vivevamo in un tempo attraversato da forti ideologie, eravamo abituati a vedere la realtà con colori netti, o bianco o nero, non esistevano sfumature.

Quel libro cambiò tutto entrando nella mia vita con la forza di un pugno. La storia è semplice: un perfetto triangolo amoroso dove c’è la forza dell’amicizia, il senso del dovere, il mistero dell’amore.

Ma c’è specialmente la Resistenza, descritta proprio com’era, serbata limpida dopo tanti anni con tutta intatta la sua forza morale.

Sono tornato periodicamente a leggerlo cercando le risposte alle tante domande che la vita man mano mi poneva. Quando sono nati i miei figli, rileggendo le disperate parole che il protagonista rivolge alla donna amata, temendo di perderla, ho capito una cosa importante: non siamo nulla se non siamo amati.

Paolo Comentale, burattinaio

 

Un libro che mi ha cambiato la vita | Michele Cicala

Fëdor Dostoevskij, L’idiota

Ricordo perfettamente quel giorno: il cielo si era tinto di una cinerea, greve coltre e le nuvole di albi fiocchi ammantavano il suolo; l’aria, pungente per il suo gelo, era quasi tagliente. Insomma, un dì particolarmente difforme dalle consuete giornate nel meridione d’Italia. Ebbene, nonostante il meteo non fosse nunzio di quiete, quantomeno le mura scolastiche fungevano da schermo contro quella buia mattinata; fu allora che la docente di inglese, in modo inatteso, si presentò in classe con un libro tra le mani e, leggendone le prime righe, riuscì a sottrarre la mia mente da quella uggiosa realtà. Il libro era L’idiota di Dostoevskij.

Finita la lezione, dunque, decisi di andare ad acquistare il testo, ancora ignaro di ciò che mi avrebbe atteso. Fin dall’inizio, le cupe e grigie descrizioni dei paesaggi della Russia avevano catturato la mia attenzione, ma fu il principe Myskin che mi fece innamorare del romanzo. Mai, prima d’allora, riuscii a imbattermi in un personaggio tanto affine al mio animo: da tempo, ormai, covavo in me il bisogno di veder prendere forma quel desiderio di genuina innocenza che, tacito e latente, albergava nel mio cuore. E, dunque, prima che potessi fare conoscenza del «principe», le mie azioni e il mio pensare erano guidati sotto il giogo della dedizione all’altrui giudizio; tutto ciò cui il mio spirito anelava veniva soffocato, non trovando riscontro alcuno nei miei coetanei. Ma ecco, allora, che, proprio nel momento di maggior necessità, questo romanzo si palesò dinnanzi a me, risollevandomi finalmente da quel peso che era riuscito a schiacciarmi fino a ridurmi a una figura bidimensionale.

Fu grazie al principe Myskin che compresi il senso dell’innocenza e della genuina gentilezza; compresi che la vera bontà prosegue oltre la folta coltre di perfidia e ostilità di cui l’uomo, spesso volontariamente o talvolta persino inavvertitamente, si riveste. Riuscii a trovare ne L’idiota l’esempio dal quale scaturì in me la forza di apprezzare la bellezza andando oltre ciò che è soltanto apparenza e di scorgere, nei dettagli, la beltà del quotidiano vivere: «Che importanza possono avere la mia afflizione e la mia sventura se ho la forza di essere felice? Sapete, io non capisco come si possa passare accanto a un albero e non essere felici per il solo fatto di vederlo! Oppure, parlare con una persona e non essere felici per il semplice fatto di amarla!»

Insomma, fu grazie a quest’opera di Dostoevskij che riuscii ad aprire il cuore all’umanità ma, prima ancora, a me stesso; e sarò a lui per sempre grato per aver acceso in me, in quel periodo, un lume di speranza che non credevo più di possedere.

Michele Cicala, studente al Liceo “Cagnazzi” di Altamura