Capitolo 6.
L’utopia concreta
del reddito di base garantito
1. Due modelli di reddito di base garantito.
tre fondamenti
L’esplosione della disuguaglianza e la crescita della povertà e della disoccupazione
di cui si è detto all’inizio del capitolo 3 stanno oggi minacciando, nei paesi poveri
ma anche in quelli di economia avanzata, la sopravvivenza delle persone. Torna perciò
a riproporsi, in maniera sempre più urgente e drammatica, la questione del diritto
alla vita, sulla cui garanzia si basa, fin dal modello hobbesiano della modernità,
la ragion d’essere dello Stato e delle pubbliche istituzioni.
È precisamente il diritto alla vita che richiede oggi, quale sua essenziale garanzia,
l’introduzione di un reddito minimo di base. Di questa garanzia vitale di livelli
minimi di sussistenza e perciò di uguaglianza sostanziale, idonei a garantire a tutti
la sopravvivenza, esistono molte versioni, differenti quanto all’estensione dei beneficiari
e quanto ai loro presupposti. Per tutti, o solo per i disoccupati, o per i soli disoccupati
disposti a lavorare? Per tutti o solo per i più poveri? Per tutti o per determinate
fasce d’età? Per l’individuo o per la famiglia? Per una durata illimitata o solo per
periodi di tempo determinati? Per i soli cittadini o per tutti i residenti? Sottoposto
a controprestazioni – per esempio a qualche tipo di attività utile o all’accettazione
di un qualsiasi lavoro – oppure incondizionato? Questo reddito di base, infine, deve
essere una variabile indipendente o una variabile dipendente dall’economia? Dovrebbe
essere comunque garantito – e in quale misura? –, oppure la sua garanzia deve dipendere
dalla sua fattibilità economica? E cosa deve intendersi per “fattibilità economica”?
Si possono quindi distinguere, schematicamente, due tipi di reddito di base garantito:
il reddito minimo garantito ai soli bisognosi, previo accertamento della mancanza
di un reddito sufficiente a sopravvivere e/o di altre condizioni, e quello invece
conferito a tutti quale oggetto di un diritto fondamentale, e perciò universale, recuperato
poi dalle persone abbienti con un adeguato prelievo fiscale.
La prima ipotesi è quella più largamente sperimentata in Europa. Con presupposti differenti,
per importi diversi, talora sotto forma di integrazioni, essa è stata realizzata in
Austria, in Belgio, nella Repubblica Ceca, in Germania, in Danimarca, nel Regno Unito,
in Spagna, in Francia, in Finlandia, nel Lussemburgo, in Irlanda, in Olanda, in Portogallo,
in Romania, in Slovenia, in Svezia e perfino, pur se in misura assai ridotta, in Slovacchia
e in Polonia. Fanno eccezione la Grecia e l’Italia, dove sono previste, come si vedrà
più oltre, solo misure frammentarie, regionali o limitate ad alcune categorie sociali.
La seconda ipotesi è quella ben più radicale e ambiziosa del reddito di base incondizionato.
Essa comporta l’attribuzione del reddito minimo a tutti, dalla maggiore età in poi,
finanziata mediante adeguate imposte sui redditi. Sganciato dal lavoro, il reddito
base non sarebbe legato a condizioni o a controprestazioni, ma verrebbe corrisposto
a tutti, a garanzia della dignità personale. Sarebbe un istituto che cambierebbe la
natura della democrazia e anche del lavoro, garantendo, più d’ogni altra prestazione
sociale, la riduzione delle disuguaglianze sostanziali. Secondo un luogo comune diffuso
in gran parte del mondo politico, una simile garanzia di carattere universale sarebbe
un’utopia, un sogno, una proposta suggestiva ma irrealistica. Altri, invece, la propongono
come possibile, ma accompagnano la sua proposta con l’accettazione dell’odierna flessibilità
del lavoro, o peggio di una riduzione del welfare e delle garanzie degli altri diritti
sociali. Si tratta invece, come cercherò di mostrare, di un istituto concretamente
realizzabile, la cui funzione garantista della vita e della dignità personale è strettamente
connessa alla sua introduzione non certo in alternativa, bensì in aggiunta all’intero
sistema delle garanzie dei diritti sociali e del lavoro, che come si è detto nei capitoli
che precedono andrebbero restaurate e rafforzate, in particolare con il vincolo della
gratuità delle prestazioni sanitarie e di quelle scolastiche. Non solo. Nelle condizioni
di precarietà che come si è visto caratterizzano, in forme sempre più drammatiche,
il lavoro e la vita di masse crescenti di persone e soprattutto di giovani, il reddito
di base garantito a tutti, unitamente a riforme fiscali in senso realmente progressivo,
è la sola misura in grado, realisticamente, di fronteggiare la crisi sociale ed economica
in atto e la sola alternativa a un futuro di disuguaglianze crescenti, di crescente
povertà e di tensioni e conflitti sociali insolubili e distruttivi.
Nelle pagine che seguono indicherò tre fondamenti o ragioni di questa garanzia vitale
di un reddito di base: a) il fondamento etico-politico, b) il fondamento giuridico e costituzionale, c) il fondamento economico e sociale. Argomenterò poi le molte ragioni che fanno della
sua forma universale e incondizionata un fattore non soltanto di effettiva garanzia
dell’uguaglianza sostanziale e delle condizioni minime della sopravvivenza, ma anche
di rifondazione della dignità del lavoro.
2. a) Il fondamento etico-politico: il diritto alla vita
Qual è, innanzitutto, il fondamento assiologico, morale e filosofico-politico di questo
nuovo diritto fondamentale che è il diritto a un reddito minimo vitale? La risposta
a questa domanda è la medesima che fu data da Hobbes, alle origini della modernità
giuridica, alla questione della ragion d’essere di quell’artificio che è lo Stato:
questo fondamento è la garanzia della vita – del diritto fondamentale alla vita –
contro la libertà selvaggia e violenta che è propria di quello specifico stato di
natura che è oggi il mercato.
Si pone qui una questione teorica di fondo. Alle origini della modernità il diritto
alla vita fu concepito come una libertà negativa, cioè come la semplice immunità da
aggressioni altrui; mentre la sopravvivenza veniva concepita come un fatto naturale,
affidato all’iniziativa individuale. Fu così che John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, poté fondare la sopravvivenza sull’autonomia dell’individuo: sul suo lavoro, e perciò
sulla proprietà che del lavoro è il frutto, e quindi sulla sua libera e responsabile
iniziativa; in breve, sulla volontà di lavorare. Giacché sarà sempre possibile purché
lo si voglia, argomentava Locke, andare a coltivare nuove terre «senza pregiudicare
nessuno, perché vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio di abitanti»,
se non altro emigrando «in qualche parte interna e deserta dell’America». Fu su questa base che il primo liberalismo poté teorizzare un nesso forte tra libertà,
lavoro, proprietà e vita, alla cui mutua conservazione è finalizzato il contratto
sociale; un nesso, peraltro, integrato dallo ius migrandi che già Francisco de Vitoria, come si vedrà nel prossimo capitolo, aveva teorizzato
un secolo e mezzo prima come fondamento della conquista spagnola del nuovo mondo.
Oggi quel nesso tra autonomia, lavoro, proprietà e sussistenza, formulato da Locke
come il fondamento etico-politico così dello Stato come del mercato capitalista, si
è rotto, essendo radicalmente mutati i rapporti tra l’uomo e la natura e tra l’uomo
e la società. Si è rotto, in primo luogo, il rapporto tra autonomia individuale e
sopravvivenza, assicurato dallo scambio – ingiusto quanto si vuole, ma in passato
ritenuto accessibile a tutti – tra lavoro e sussistenza, essendo venuta meno la possibilità
per tutti di trovare un lavoro. Si è rotto, in secondo luogo, il rapporto tra ius migrandi e lavoro quale condizione sia pure estrema di sopravvivenza, essendo stato quel diritto
negato e trasformato nel suo contrario non appena i flussi migratorii si sono invertiti:
non più, come in passato, dai nostri paesi avanzati al resto del mondo, a fini di
conquista e colonizzazione, ma dal resto del mondo impoverito ai nostri paesi. E si
è rotto, in terzo luogo, il rapporto storico tra occupazione e produzione di beni:
a seguito dello sviluppo tecnologico, e in particolare delle tecnologie informatiche
ed elettroniche, la tendenza odierna, non reversibile ma anzi destinata a crescere,
è infatti quella all’aumento della produzione simultaneo alla diminuzione dell’occupazione
e alla crescente svalutazione del lavoro.
Non basta più, perciò, la volontà di lavorare, e neppure quella di emigrare per trovare
un’occupazione. Non è più vero che il lavoro è accessibile a tutti, purché lo si cerchi
e lo si voglia cercare. Il lavoro umano è sempre più fungibile, e non ci sono più
campagne cui fare ritorno né nuovi mondi nei quali emigrare. Oggi è perciò diventato
impossibile ciò che in passato era possibile: l’accesso al lavoro e più ancora l’emigrazione. Può darsi che questi presupposti
elementari della legittimazione del capitalismo siano sempre stati, di fatto, largamente
illusori e ideologici. Ciò che è certo è che essi, oggi, hanno cessato di esistere,
e che la tradizionale legittimazione dell’ordine esistente – sia del diritto che del
potere politico – sulla base della sua funzione di tutela della vita è duramente smentita
dalla realtà.
Del resto, quanto più cresce il processo di integrazione sociale, tanto più l’uomo
si allontana dalle risorse e dalle condizioni naturali di vita e tanto maggiore diventa
perciò la dipendenza dalla società della sua sopravvivenza. «L’uomo civilizzato»,
scriveva già Tocqueville, «è infinitamente più esposto alle vicissitudini del destino
dell’uomo selvaggio»: più esposto, prima di tutto, alla mancanza dei mezzi di sussistenza e degli apporti
del lavoro altrui. Giacché il progresso e più in generale il processo di civilizzazione
sono avvenuti simultaneamente all’allontanamento crescente dell’uomo dalla natura,
allo sviluppo della divisione del lavoro e perciò alla perdita progressiva di autosufficienza
delle persone e alla crescita della loro interdipendenza sociale.
A questa crescente interdipendenza sociale si è aggiunto oggi un processo parimenti
crescente di espulsione del lavoro dai processi produttivi. Secondo il rapporto McKinsey
del 2016, il 49% dei lavori attuali è destinato, nei prossimi dieci anni, ad essere
sostituito dalle macchine e dalle tecniche digitali, che trasferiscono sugli acquirenti
o sugli utenti gran parte del lavoro richiesto dalle prestazioni di beni e servizi.
È insomma in atto una rivoluzione di enorme portata nelle forme e nei rapporti di
produzione che renderà sempre più marginale il lavoro umano: una rivoluzione che sarà
un fattore di progresso anziché di regresso, di liberazione e di crescita civile anziché
di crescita della povertà e della precarietà di vita, soltanto se sarà accompagnata
da ingenti riduzioni degli orari di lavoro, equa redistribuzione dell’occupazione,
abbassamenti dei prezzi, ripensamento delle forme di lotta e di organizzazione sindacale,
massima socializzazione della produzione della ricchezza e, soprattutto, forme di
solidarietà sociale e sicure garanzie della sussistenza indipendenti dal lavoro.
La disoccupazione crescente e strutturale, che una pur doverosa politica del lavoro
può contenere ma certo non eliminare, sta insomma ponendo in crisi la legittimità dell’intero sistema politico ed economico;
il quale non può più limitarsi alla garanzia negativa della vita contro gli omicidii,
ma richiede altresì le garanzie positive delle condizioni materiali e sociali della
sopravvivenza. Dobbiamo finalmente prendere atto che nelle società odierne, caratterizzate
da un alto grado di interdipendenza e di sviluppo tecnologico, anche la sopravvivenza,
non meno della difesa della vita da indebite aggressioni, è sempre meno un fenomeno
naturale ed è sempre più un fenomeno artificiale e sociale. Ben più che in passato,
tutte le condizioni della sopravvivenza dell’uomo – dal lavoro all’emigrazione, dall’abitazione
alla salute e all’alimentazione di base – sono affidate alla sua integrazione sociale,
cioè a condizioni materiali e a circostanze giuridiche e sociali di vita che vanno
ben al di là della sua libera iniziativa. Di qui la trasformazione del diritto a sopravvivere
in un corollario del classico diritto alla vita, cioè a non essere uccisi: in un diritto
fondamentale all’esistenza, che al pari della vecchia immunità da aggressioni esterne richiede, in presenza
di quella che è ormai una disoccupazione strutturale, di essere garantito dalla sfera
pubblica attraverso quella sola garanzia possibile che è precisamente il reddito di
base.
3. b) Il fondamento costituzionale
Il secondo fondamento del reddito di base è quello giuridico, e specificamente costituzionale,
indebitamente leso in Italia, che come si è detto è tra i pochi paesi europei nei
quali questa garanzia non esiste. Hanno infatti un fondamento costituzionale entrambe
le versioni del reddito di base: quella condizionata e quella incondizionata e universalistica.
Ha un esplicito fondamento costituzionale, innanzitutto, il reddito di base nella
sua prima versione, quella che lo lega allo stato di bisogno, e che tuttavia in Italia
non esiste. Si tratta di due norme, disposte entrambe dall’articolo 38 della Costituzione,
il quale nel 1° comma conferisce il «diritto al mantenimento e all’assistenza sociale»
ad «ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere»,
e nel 2° comma stabilisce che «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati
mezzi adeguati alle loro esigenze di vita» non solo «in caso di infortunio, malattia,
invalidità e vecchiaia», ma anche in caso di «disoccupazione involontaria».
Ebbene, a parte qualche limitata esperienza locale, nessuna di queste due norme è stata in Italia seriamente attuata. Una modesta attuazione
della prima è stata operata con la legge n. 114 del 16.4.1974, la quale ha introdotto
la cosiddetta “pensione sociale” (nella misura attuale di 492 euro) per chi abbia
superato i 65 anni di età e sia al di sotto di una soglia minima di reddito, anche
se non ha prestato attività lavorative e non ha perciò contribuito all’assicurazione
obbligatoria.
Al presupposto della «disoccupazione involontaria» previsto dalla seconda delle norme
suddette è invece riconducibile l’istituzione della cassa integrazione guadagni –
quella ordinaria creata dal decreto legislativo n. 788 del 9.11.1945 e quella straordinaria
introdotta dalla legge n. 1115 del 5.11.1968 e riformata dalla legge n. 164 del 20.5.1975
– che comporta, per determinati periodi di tempo, un’indennità, decisa discrezionalmente
dal governo, a favore dei lavoratori sospesi o a orario ridotto, a causa di crisi
industriali o comunque non dipendenti dalla loro volontà.
È chiaro che nessuna di queste misure – i cosiddetti “ammortizzatori sociali” – integra
il reddito minimo garantito previsto dell’articolo 38 sopra citato: nessun reddito
di base è stato infatti introdotto né per i poverissimi che non abbiano raggiunto
i 65 anni di età, né per i casi di «disoccupazione involontaria», come quelli della
disoccupazione giovanile, non conseguenti alla perdita del lavoro.
Neppure corrisponde alla garanzia voluta dall’articolo 38 della Costituzione il cosiddetto
“reddito di inclusione”, introdotto da un decreto legislativo del 2017 e consistente
– in sostituzione di altre due misure più o meno del medesimo importo, il Sostegno
all’inclusione attiva (Sia) e l’Assegno sociale di disoccupazione (Asdi) – in un assegno
mensile oscillante tra i 190 euro (per le persone singole) e i 485 euro (per le famiglie)
e concesso, per un periodo massimo di 18 mesi, a chi abbia redditi inferiori a 6.000
euro l’anno e si impegni a svolgere determinate attività o servizi (in totale a circa
400 o 500 mila famiglie, non più di un quarto delle persone in condizioni di povertà
assoluta). 190 o 485 euro, infatti, non bastano certo «al mantenimento» o ai «mezzi
adeguati alle esigenze di vita» di cui parla l’articolo 38. Inoltre questo cosiddetto
reddito di inclusione, a rigore, non è neppure un reddito, bensì un beneficio rateizzato
in 18 mesi che può essere rinnovato, con le stesse complicazioni burocratiche, dopo
che siano trascorsi almeno sei mesi dall’ultima erogazione. Continua quindi a persistere,
come una vistosa e illegittima lacuna, la mancata attuazione di questo essenziale
principio costituzionale.
C’è poi, nella Costituzione italiana, un altro fondamento del reddito di base in entrambe
le sue versioni, quella universalistica e incondizionata e quella condizionata alla
mancanza di lavoro o allo stato di bisogno. Esso fu identificato molti anni fa da
Massimo Severo Giannini nell’articolo 42, quello dedicato alla proprietà privata,
che nel suo 2° comma stabilisce che la legge «determina i modi di acquisto, di godimento
e i limiti» della proprietà «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla
accessibile a tutti». Dunque la legge deve rendere possibile a tutti l’accesso alla proprietà. Si tratta, scrisse Giannini, di una norma che può essere
intesa non solo come un corollario del principio di uguaglianza formale in ordine
alla capacità d’agire e ai diritti civili, ma anche, sulla base dell’associazione
a «proprietà privata» del predicato «accessibile a tutti», come un’enunciazione «interamente
esplicativa del principio di costituzione materiale di uguaglianza sostanziale». Deve insomma risultare accessibile a tutti, secondo questa autorevole interpretazione,
una qualche forma di proprietà: quanto meno dei beni elementari necessari alla sussistenza.
Ma è lo spirito stesso della Costituzione – dai principi di uguaglianza e dignità
stabiliti dall’articolo 3 ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica
e sociale» previsti dall’articolo 2 – che impone una simile misura. Si aggiungano
le norme del diritto sovrastatale: la Carta dei diritti dell’Unione Europea, il cui
articolo 34 stabilisce che «ai fini di lottare contro l’esclusione sociale e la povertà,
l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa
volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse
sufficienti»; la Dichiarazione universale del 1948, che nell’articolo 25 stabilisce
che «ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute
e il benessere proprio e della sua famiglia»; i Patti sui diritti economici del 1966
sul diritto di ciascuno, stabilito dall’articolo 11, «a un livello di vita adeguato
per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario ed alloggio». Sono
insomma tutte le carte dei diritti, nazionali e sovranazionali, che impongono questa
elementare garanzia della sopravvivenza, sempre più essenziale e vitale in presenza
dei mutamenti crescenti delle forme della produzione.
4. c) Il fondamento economico e sociale
Il terzo fondamento del diritto a un reddito minimo di base è quello di carattere
economico e sociale. Non parlerò del fondamento sociale di tale diritto nella sua
versione condizionata, che è il medesimo di tutti gli altri diritti sociali: la garanzia
della sopravvivenza e la riduzione delle eccessive disuguaglianze, quali condizioni
della coesione e della pace sociale. Parlerò invece del suo fondamento economico,
essendo precisamente il costo economico la principale obiezione alla proposta della
sua introduzione, tanto più se in forma universale e incondizionata.
Certamente questo diritto costa, come costano tutti i diritti sociali. Ma l’idea che
il costo di tale diritto sia antieconomico è un luogo comune da sfatare. Costa molto
di più, anche sul piano economico, lo stato di indigenza provocato dalla sua mancata
garanzia. Come si è detto in via generale nel § 3.4 del capitolo 3 a proposito del
nesso tra sviluppo economico e garanzia dei diritti sociali, anche la garanzia di
quel diritto vitale per antonomasia che è il diritto a un reddito di base rappresenta
un investimento primario, essendo in grado non solo di assicurare la sopravvivenza
e di aumentare il benessere delle persone, ma anche di accrescere le loro capacità
produttive.
Sono cose sotto gli occhi di tutti. I paesi europei sono più ricchi rispetto agli
altri paesi e al loro stesso passato perché, almeno fino a ieri, hanno garantito,
sia pure imperfettamente, i minimi vitali. Al contrario, dove i diritti sociali non
sono soddisfatti – dove mancano l’istruzione pubblica, la garanzia dell’assistenza
sanitaria, le tutele del lavoro, l’organizzazione sindacale dei lavoratori e, soprattutto,
le garanzie della sussistenza – non solo crescono la povertà e le disuguaglianze,
ma vengono meno la produttività individuale e quella collettiva e con esse la produzione
della ricchezza. Non a caso, in Italia, il boom economico nei primi decenni della
Repubblica è avvenuto simultaneamente alla costruzione del diritto del lavoro, allo
sviluppo dell’istruzione di massa e al rafforzamento della sanità pubblica. La crisi
recessiva è iniziata quando sono stati tagliati i finanziamenti alla scuola, è stato
aggredito il Servizio sanitario nazionale universale e gratuito e il diritto del lavoro
è stato distrutto. Precarietà del lavoro e assenza di garanzie di sussistenza generano
solo insicurezza, panico sociale, angoscia, frustrazioni, sprechi di competenze e
di saperi, cioè altrettanti fattori di recessione e di riduzione della ricchezza.
E sono altresì all’origine di gran parte della delinquenza di strada e di sussistenza.
C’è poi un altro ordine di considerazioni, che riguarda specificamente la garanzia
del reddito minimo di base. L’attuale crisi economica colpisce soprattutto le giovani
generazioni, che sono le più penalizzate dalla precarizzazione di massa, dalla disoccupazione
e dalla sottoccupazione. Essa mette in pericolo il futuro dei giovani, che equivale
al futuro in generale, accentuando in maniera esponenziale le disuguaglianze. Oggi,
in Italia, un giovane su due non trova lavoro e in 100.000 ogni anno sono costretti
a emigrare. Negli ultimi 20 anni, inoltre, secondo un’indagine della Banca d’Italia, il reddito
degli anziani è aumentato del 20% rispetto al 1995, mentre quello dei giovani tra
i 19 e i 34 anni è diminuito di oltre il 10%. Sono quindi soprattutto i giovani che
trarrebbero giovamento dal reddito di base garantito. Anche per questo tale misura
sarebbe un sicuro fattore di sviluppo e di riconciliazione della società con la democrazia:
perché l’assenza di crescita o la bassissima crescita sono anche l’effetto dell’assenza
di opportunità e di prospettive per i giovani, che equivale, ripeto, all’assenza di
prospettive per il futuro di tutti. Di tutto questo i giovani, come attestano le loro
rivolte in tutto il mondo, sono perfettamente consapevoli. I soli che non ne sono
consapevoli o che comunque di tutto questo non si occupano né si preoccupano sono
quanti hanno responsabilità di governo.
5. Sette ragioni a sostegno del reddito di base universale e incondizionato
I tre fondamenti sopra illustrati del reddito minimo di base – quello morale, quello
giuridico e quello economico e sociale – sono comuni a entrambe le sue possibili versioni:
a quella universalistica e incondizionata e a quella condizionata allo stato di disoccupazione
e/o di bisogno. Intendo ora argomentare le ragioni assiologiche, giuridiche e sociali
che a mio parere giustificano il reddito di base nella sua versione universalistica,
cioè quale reddito minimo attribuito a tutti – ricchi e poveri, occupati e disoccupati,
giovani e anziani – senza condizioni né corrispettivi; in una misura evidentemente
non troppo bassa, dovendo essere sufficiente ad assicurare una vita decorosa, ma neppure
troppo alta, per non demotivare la ricerca di un’occupazione; erogato a tutti, dalla
maggiore età in poi (con adeguate maggiorazioni per chi ha figli minori), senza neppure
l’accertamento dello stato di bisogno, e recuperato dai non bisognosi mediante il
prelievo fiscale. Presente oggi solo in Alaska e progettata e discussa in Finlandia,
in Olanda e in Francia, questa misura è destinata a diventare la garanzia sociale
del futuro, quando la popolazione sarà ulteriormente aumentata e l’occupazione ancor
più ridotta. Indicherò sette ragioni a suo sostegno.
In primo luogo questo modello è quello che meglio si accorda con il costituzionalismo
profondo delle nostre democrazie e che più di tutti garantirebbe la sicura e automatica
formalizzazione del diritto all’esistenza. Ben più del modello condizionato, esso
è infatti quello che meglio riflette l’universalismo dei diritti fondamentali e perciò
il principio di uguaglianza in entrambe le dimensioni qui distinte: ovviamente il
principio della riduzione delle disuguaglianze materiali, ma anche il principio dell’uguale
valore delle differenze, dato che, proprio per il suo carattere universale, il reddito
di base non sarebbe ancorato alle differenti (e disagiate) «condizioni personali e
sociali», secondo le parole del più volte citato articolo 3, dei suoi beneficiari.
In secondo luogo si eviterebbero molti svantaggi e ingiustizie connesse al reddito
di base condizionato: la selettività imperfetta, a causa della quale persone appena
al di sopra della soglia di povertà verrebbero ad avere un reddito inferiore a quello
percepito da quanti si trovano immediatamente al di sotto delle medesima soglia; l’enorme
complessità delle indagini, l’opinabilità dei mezzi di prova e la discrezionalità
dei criteri di accertamento e valutazione; l’inevitabile ruolo di controllo disciplinare
e perciò di limitazione della libertà dei beneficiari che verrebbe assunto da un reddito
minimo condizionato; la natura punitiva che proverrebbe dalla valutazione negativa
di taluno dei suoi presupposti come per esempio la mancata attivazione nella ricerca
di un lavoro. Sono tutti connotati che fanno di tale reddito minimo una misura assai
più in consonanza con lo Stato sociale burocratico che con lo Stato costituzionale
di diritto.
In terzo luogo, e conseguentemente, risulterebbero esclusi dalla sua forma universale
qualunque connotato caritatevole o assistenziale del tipo associato al modello condizionato
e in generale agli odierni ammortizzatori, e quindi lo stigma sociale e la connessa
discriminazione che conseguirebbero da un’indennità legata al non-lavoro e alla povertà.
È questo connotato che forma di solito uno degli argomenti portati contro il reddito
di base soprattutto dai suoi critici di sinistra. La sua attribuzione a tutti, quale
diritto universale, oltre a farne la garanzia primaria più efficace del diritto alla
sopravvivenza, varrebbe al contrario a configurarla come un fattore dell’identità
e della dignità dell’individuo in quanto persona o cittadino.
In quarto luogo il modello universalistico, ope legis, di tale reddito di base varrebbe a ridurre la mediazione burocratica richiesta invece,
nel modello condizionato, dall’accertamento dell’esistenza di altri redditi o dello
stato di disoccupazione involontaria o dei diversi tipi di stato di bisogno; che è
una fonte inevitabile di costi, di inefficienze, di possibili iniquità, di privilegi
e discriminazioni e, insieme, di abusi, di arbìtri, di corruzioni, delle limitazioni
di libertà e delle mortificazioni della dignità della persona derivanti inevitabilmente
dalle schedature e dai controlli disciplinari sui bisognosi. Si tratterebbe di una
radicale soppressione di poteri in tema di diritti, a garanzia della libertà oltre
che dell’uguaglianza delle persone.
In quinto luogo questa misura di tipo universalistico è la sola che, assicurando i
minimi vitali, sottrarrebbe i lavoratori al ricatto del massimo sfruttamento e ne
rafforzerebbe il potere contrattuale e la forza necessaria a far valere i loro diritti
nei confronti dei datori di lavoro. Eviterebbe infatti i danni e i costi della cosiddetta
“flessicurezza” (flexicurity), cioè della combinazione della flessibilità del lavoro, che ne risulterebbe legittimata,
e del reddito di base condizionato, che comporterebbe altresì il costo della mediazione
burocratica necessaria all’accertamento delle sue condizioni. Si tratterebbe, perciò,
di una garanzia essenziale non solo, come è ovvio, di chi non ha lavoro, ma anche
di chi ha lavoro.
In sesto luogo la forma universale e incondizionata del reddito di base avvantaggerebbe
soprattutto i soggetti più deboli, a cominciare dai giovani e dalle donne, perché
ne favorirebbe la liberazione da vincoli domestici. Le donne vedrebbero accresciuta
la loro autonomia da padri e mariti. I giovani, a loro volta, potrebbero, grazie ad
essa, emanciparsi più precocemente dalle famiglie e progettare assai più liberamente
il loro futuro perché sottratti al ricatto della sopravvivenza. Ne risulterebbero
accresciute la coesione sociale, la sicurezza e il senso generale di appartenenza
alla comunità politica.
In settimo luogo, infine, il reddito di base universale equivarrebbe a un’equa redistribuzione
del reddito nazionale che varrebbe a compensare in piccola parte, proprio perché a
favore di tutti, la sua iniqua distribuzione a favore di pochissimi ad opera del mercato
capitalistico. È questo un argomento sul quale ha di recente richiamato l’attenzione
Elena Granaglia: una simile misura incondizionata non sarebbe resa ingiusta, come
talora si obietta, dalla mancanza di qualunque controprestazione. Essa equivarrebbe,
al contrario, alla «restituzione di risorse comuni» a tutti, giustificata dal fatto
che «il mercato non distribuisce equamente il valore aggiunto in esso prodotto, permettendo
ad alcuni di appropriarsi di risorse che sono di tutti e che, di conseguenza, dovrebbero
fra tutti essere ripartite».
Il reddito di base universale, unitamente alla gratuità delle garanzie dei diritti
sociali, provocherebbe insomma una profonda riforma del welfare, sviluppatosi fino
ad oggi in forme prevalentemente burocratiche e assistenziali, all’insegna della trasparenza,
dell’uguaglianza, dell’universalismo dei diritti e della loro garanzia automatica
ex lege. Varrebbe ad accrescere, insieme alla maggior sicurezza del futuro, la produttività
e la qualità del lavoro. Incrementerebbe la domanda e perciò i consumi, le produzioni
e gli investimenti. Ridurrebbe infine le tensioni e i conflitti tra capitale e lavoro,
attenuando la tragedia della perdita del lavoro. Ovviamente i costi di una simile
misura andrebbero recuperati dal prelievo fiscale, che dovrebbe essere riformato,
come si è detto nel § 5 del capitolo 3, sulla base di un’effettiva progressività del
sistema tributario: con aliquote massime ben superiori a quella del 43% che attualmente,
in Italia, accomuna chi ha un reddito lordo di poco superiore ai 75.000 euro l’anno
e chi, come i grandi manager, guadagna centinaia di volte di più.
Al contrario, il cosiddetto «reddito di cittadinanza» progettato dal governo Salvini-Di
Maio – in realtà un sussidio ultraselettivo per i poverissimi –, essendo accompagnato
da una fitta rete di adempimenti, restrizioni nei consumi e condizionamenti burocratici
di stampo disciplinare, dalla minaccia di pene draconiane (6 anni di reclusione) per
i beneficiari fraudolenti e dall’abbassamento anziché da un adeguato innalzamento
delle imposte sui ricchi – la cosiddetta “flat tax” –, equivale a una misura demagogica
e paternalistica, i cui principali effetti rischiano di essere da un lato il controllo
panottico e la lesione della dignità dei destinatari e, dall’altro, l’incremento del
debito pubblico, l’aumento dei tassi di interesse e lo scontro irresponsabile, fino
alla rottura, con l’Unione Europea.
6. Il reddito di base quale garanzia del lavoro, oltre che del non lavoro
Purtroppo l’introduzione del reddito di base garantito è stata finora osteggiata,
anche da sinistra, sulla base di una sorta di ideologia lavoristica: come se essa potesse andare a scapito del valore e delle garanzie del lavoro. Ebbene,
questa ipotesi va radicalmente ribaltata. Tale reddito non è affatto in contrasto
con il valore associato al lavoro dall’articolo 1 della Costituzione italiana. Non
è affatto in opposizione al diritto al lavoro. Anthony B. Atkinson ha addirittura
ipotizzato, in aggiunta alla sua proposta di un reddito universale di base da lui
chiamato «reddito di partecipazione», una garanzia di tale diritto consistente nell’obbligo
per la sfera pubblica di offrire un impiego ai disoccupati in cerca di lavoro. Nelle pagine che seguono sosterrò che il reddito di base vale a garantire e a rafforzare,
anziché a svalutare, il valore del lavoro. Per due ragioni: perché non è alternativo,
ma al contrario funzionale al rafforzamento di tutte le garanzie del lavoro, e perché
rappresenta esso stesso un’essenziale garanzia della qualità e della dignità del lavoro.
Non è vero, anzitutto, che il basic income sia un’alternativa alle garanzie dei diritti dei lavoratori. È vero il contrario.
La garanzia di un reddito minimo di sussistenza, sottraendo i lavoratori al ricatto
padronale della disoccupazione e perciò della non sopravvivenza, non solo non esclude
ma favorisce, grazie alla mutazione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro a
favore dei lavoratori, la lotta alla precarietà e la restaurazione delle garanzie
del lavoro, in Italia dissolte in questi ultimi 20 anni da una legislazione che ha
fatto del lavoro precario non più l’eccezione ma la regola. Con la precarietà senza
alternative di vita, infatti, tutte le garanzie del diritto del lavoro sono crollate,
prima fra tutte quella di un’equa retribuzione prevista dall’articolo 36 della Costituzione,
giacché non può certo lottare per i propri diritti chi ha un rapporto di lavoro che
si rinnova di mese in mese. Di fronte all’impossibilità, altrimenti, di sopravvivere,
chiunque è disposto ad accettare qualsiasi condizione di lavoro, anche le più miserabili,
come nei call center. Per questo il diritto a un reddito minimo di base non è soltanto
un corollario dell’assenza strutturale di garanzie positive del diritto al lavoro,
cioè di una sicura occupazione. Nella misura in cui quest’ultimo diritto non può essere,
in una società capitalistica, garantito a tutti, il reddito di cittadinanza, oltre
che una garanzia elementare della sopravvivenza, è anche un essenziale fattore della
forza contrattuale dei lavoratori, non costretti a sottostare a qualunque forma di
sfruttamento ma in grado di negoziare le condizioni del lavoro e soprattutto di pretendere
il rispetto dei loro diritti. Per questo il progetto ambizioso del reddito di base,
soprattutto nella sua forma universale, è oggi la sola risposta che almeno i paesi
ricchi come l’Italia possono permettersi al dramma sociale della precarietà strutturale
del lavoro. Per questo è necessario un rinnovamento strategico e culturale della sinistra
e dei sindacati. Oggi non sono più sufficienti la rappresentanza e la tutela sindacale
dei soli lavoratori garantiti, ammesso che esistano ancora lavoratori garantiti. La
tutela di chi ha lavoro passa necessariamente attraverso la tutela e il rafforzamento
di chi non ha lavoro, quale solo può provenire da un reddito di base in grado di garantire,
tanto più se universale, l’autonomia negoziale dei lavoratori, la forza necessaria
a difendere i loro diritti e la valorizzazione del lavoro e della sua dignità.
È precisamente la dignità del lavoro la seconda ragione che fa del reddito di base
garantito un fattore di tutela dei lavoratori, cioè una misura che non solo non è
in contrasto, ma è in attuazione del principio che fa del lavoro un fondamento della
Repubblica. Domandiamoci infatti: su quale lavoro deve fondarsi la Repubblica? Non
certo sul lavoro come merce, bensì sul lavoro come autodeterminazione e sviluppo della
persona, e perciò come espressione delle sue capacità e fattore di realizzazione personale
e sociale. È in questa valorizzazione del lavoro come frutto di libera scelta che risiede il
carattere intrinsecamente liberale del basic income. Un simile diritto è ovviamente un diritto sociale, a prestazioni positive. Tuttavia
la sua valenza è anche intrinsecamente liberale. Garantendo la sussistenza, esso è
infatti anche un meta-diritto, che opera come condizione dell’effettività di tutti
gli altri diritti dei lavoratori, e perciò come presupposto della stessa democrazia.
Soprattutto se associato alla garanzia del diritto del lavoratore, previsto dal già
ricordato articolo 36, a un salario minimo «sufficiente ad assicurare a sé e alla
famiglia un’esistenza libera e dignitosa», il reddito di base è perciò una misura
che garantisce non solo la sussistenza di chi non lavora, ma anche la dignità e l’amor
proprio di chi lavora. La sua funzione liberatoria è insomma duplice: liberazione
dal lavoro e liberazione del lavoro; liberazione dai bisogni elementari della sopravvivenza, ma anche rafforzamento
della libertà contrattuale e della dignità di tutti i lavoratori. Soprattutto nella
sua forma universalistica e incondizionata sarebbe un’innovazione dirompente. Cambierebbero,
grazie ad esso, il rapporto tra capitale e lavoro, risultandone fortemente ridotto
il carattere coercitivo e ricattatorio, nonché la natura del lavoro, non più esposto
al massimo sfruttamento e alla massima fungibilità come una qualsiasi merce, ma frutto
di autodeterminazione e fattore di affermazione e realizzazione sociale.
Certamente il reddito di base, soprattutto se di tipo universalistico e incondizionato,
favorirebbe la formazione di masse di oziosi che rinuncerebbero a cercare un lavoro.
È questo il principale argomento contro la sua introduzione: la paura e lo scandalo,
suscitati dal moralismo lavorista dei benpensanti, che una simile misura comporterebbe
il costo della riduzione della disponibilità a lavorare di quanti guadagnano, con
il lavoro, salari miserabili. Ma tutte le garanzie – dalle garanzie penali e processuali
a quelle della gratuità delle prestazioni sociali – hanno un costo. In questo caso
il “costo” del reddito di base, per chi ritenga che sia tale, è che la disponibilità
a lavorare di quei possibili oziosi dovrà essere incentivata da salari più elevati
(per esempio da un salario minimo che sia il doppio del reddito di base). Aggiungo
che questo moralismo lavorista e disciplinare, con le sue ossessive distinzioni e
contrapposizioni tra poveri zelanti e poveri sfaccendati, tra bisognosi meritevoli
e bisognosi immeritevoli, è clamorosamente di parte. Parassiti, in base ad esso, sarebbero
solo i poveri beneficiari del reddito di base, e non quanti accumulano ricchezze sterminate
con il solo “lavoro” consistente nella speculazione finanziaria e nell’evasione fiscale.
È poi evidente che la battaglia per il reddito di base garantito deve essere allargata,
per essere vinta, a livello europeo, fino alla rivendicazione della sua erogazione,
in misura uguale per tutti, da parte della stessa Unione Europea. Essendo diretta
ad accrescere l’uguaglianza e con essa i presupposti della solidarietà e dell’integrazione
sociale, essa può inoltre diventare un motore per tutte le lotte sociali. Il precariato
infatti, insieme al popolo dei migranti di cui parlerò nel prossimo capitolo, rappresenta
oggi, in tutta Europa, la nuova classe degli sfruttati e degli oppressi. È perciò
soprattutto dalla sua mobilitazione e dalle sue lotte che dipende la crescita civile
e democratica dei nostri paesi. In Europa ci sono 80 milioni di poveri. Il basic income varrebbe a evitarne l’esclusione dalla società civile e la possibile inclusione nelle
società incivili delle bande giovanili e delle organizzazioni criminali. Varrebbe,
soprattutto, a non abbassare il costo del lavoro al di sotto, come purtroppo sta avvenendo,
dei minimi vitali. Una battaglia a suo sostegno può perciò divenire una grande battaglia
di civiltà, in grado di unire lavoratori garantiti e lavoratori non garantiti, occupati
e disoccupati, e di coniugare effettivamente la difesa delle garanzie del lavoro con
le garanzie del diritto alla vita.