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Il Dio personale

Il Dio personale
Il Dio personale
La nascita della religiosità secolare
trad. di S. Franchini
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Anticorpi [7]
ISBN: 9788842088875
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Saggistica politica, Sociologia della cultura

In breve

Solo quando le religioni dei vari ‘Dèi unici’ si impegneranno a fondo per incivilire se stesse e cesseranno di evocare la violenza come mezzo di missione, il mondo avrà un’opportunità. Ma non si tratta forse di una speranza assolutamente ridicola?

Nelle società occidentali ogni persona crea con sempre maggiore indipendenza quelle narrazioni religiose – il ‘Dio personale’ – che meglio si adattano alla propria vita ‘personale’ e al proprio ‘personale’ orizzonte di esperienza. Al contrario delle Chiese e delle sette, il Dio personale non conosce infedeli, perché non conosce verità assolute, né gerarchie, eretici, pagani o atei. Nel politeismo soggettivo del Dio personale trovano posto molte divinità. In esso viene messo in pratica quello che le religioni e le Chiese, vincolate alla loro pretesa veritativa, ritengono non solo moralmente riprovevole, ma anche logicamente impensabile: nella loro ricerca nomade della trascendenza religiosa, gli individui sono sia credenti sia non credenti.

Indice

Ringraziamenti

I. Il diario del «Dio personale»: Etty Hillesum. Un’introduzione non sociologica

1. Etty Hillesum - 2. Vita personale, spazio personale e Dio personale

II. Il ritorno degli dèi e la crisi della modernità europea. Introduzione sociologica

1. La differenza tra le religioni e l’incivilimento della società globale - 1.1. Addio alla secolarizzazione? - 1.2. Pluralità tramite rafforzamento delle religioni non cristiane - 1.3. Religione e mass media: il fenomeno «Benedetto» - 1.4. Modernità multipla, secolarizzazione multipla - 2. Nuove forme di coesistenza e di conflitto delle religioni universali: la questione dell’incivilimento dei conflitti religiosi - 2.1. «Imagined communities» di una socializzazione globale religiosamente connotata - 2.2. Lo shock di dover riconoscere la non-universalità del modello europeo-occidentale di modernità - 2.3. Il problema dell’incivilimento dei conflitti tra le religioni universali - 2.4. L’astuzia delle conseguenze collaterali provocate dall’individualizzazione delle religioni - 2.5. Una tolleranza che non punta alla verità, ma alla pace

III. Tolleranza e violenza: i due volti delle religioni

1. Che cosa significa religione? - 1.1. Religione, religioso - 1.2. Fin dall’inizio religione significa globalizzazione - 1.3. Caratteristiche chiave della religione: confondere confini, oltrepassare confini, istituire confini - 1.4. Tre esempi: colonialismo, matrimoni misti e cosmopolitismo cattolico - 1.5. Come è possibile una separazione dei poteri nella sfera dell’assoluto? - 2. Individualizzazione e cosmopoliticizzazione: la religione nel quadro della modernizzazione riflessiva - 2.1. La teoria della modernizzazione riflessiva - 2.2. Differenza tra cosmopoliticizzazione e globalizzazione - 2.3. Individualizzazione della religione - 2.4. Rapporto tra cosmopoliticizzazione e individualizzazione - 2.5. Dieci tesi fondamentali

IV. L’eresia ovvero l’invenzione del «Dio personale»

1. Il fraintendimento individualistico dell’individualizzazione - 2. Eresia e ortodossia: impossibilità storica della libertà religiosa - 2.1. Rapporto dialettico tra principi fondamentali e istituzioni nel cristianesimo - 2.2. Individualizzazione atto primo. L’«invenzione» del Dio personale: Martin Lutero - 2.3. La critica cristiana dell’eresia: Sebastian Castellio - 2.4. Il modello di tolleranza proposto da John Locke - 3. Individualizzazione atto secondo: il «welfare state» - 3.1. Oltre la famiglia normale - 3.2. «Individualizzazione riflessiva» ovvero «individualismo manipolato» e «privatismo anomico» - 3.3. Oltre la religione normale: il meticciato dei nuovi movimenti religiosi - 4. Rapporto tra religione e anti-modernità, post-modernità e Seconda modernità - 4.1. Fondamentalismo anti-moderno - 4.2. Religiosità post-moderna - 4.3. Religiosità deutero-moderna

V. L’astuzia degli effetti collaterali: cinque modelli di incivilimento dei conflitti religiosi

1. Individualizzazione delle religioni e «spirito» della società globale - 1.1. Teoria dell’impurità delle culture - 1.2. Religione e morale - 1.3. Disobbedienza civile religiosamente motivata: Henry D. Thoreau - 1.4. Da chi è rappresentata l’alterità culturale per il cosmopolitismo? - 2. Il modello del mercato: la mercificazione di Dio - 3. Il modello dello Stato costituzionale neutrale rispetto alle religioni: Jürgen Habermas - 4. Il modello dell’etica mondiale: Hans Küng - 5. Conversione metodologica: il Mahatma Gandhi - 6. Rivoluzione?

VI. Pace anziché verità? Scenari futuri delle religioni nella società globale del rischio

1. Introduzione: «clash of universalisms» - 2. Vittoria dei fondamentalismi o svolta cosmopolitica? - 2.1. Fondamentalismi riflessivi - 2.2. Che cosa significa cosmopolitismo normativo delle religioni? - 2.3. Mutamento di prospettiva sociologica: la religione come fattore indispensabile nella costruzione della modernità - 3. Nazionalizzazione della religione e nazionalismo metodologico delle scienze storiche - 3.1. La nazionalizzazione di Dio radica intolleranza e violenza nella natura - 3.2. Il nazionalismo metodologico delle scienze storiche - 4. Sostituzione della verità con la pace: la religione come agente di modernizzazione nella società globale del rischio - 4.1. Pace anziché verità - 4.2. Le voci delle religioni nell’opinione pubblica mondiale, ovvero: come è possibile incivilire la civiltà?

Bibliografia

Leggi un brano


Il Dio personale non è il Dio onnipotente, ma colui che nella catastrofe escatologica è impotente e senza patria: il Dio che, per non affondare, ha bisogno degli uomini che lo hanno rifiutato. Perché Dio ha creato l’uomo? Perché, afferma il Corano (ma non solo il Corano), voleva essere riconosciuto. Forse bisognerebbe aggiungere: perché l’uomo impotente deve serbare e salvare dentro di sé il Dio impotente.

Beati i rassegnati, che hanno scordato la possibilità di vivere diversamente. «La felicità balena dove non c’è più alcuna speranza». «Non può non esserci qualcos’altro: infatti la coscienza non potrebbe disperare per le orrende tenebre, se non serbasse il concetto di un diverso colore, la cui traccia dispersa non manca nella totalità negativa, come dice Adorno». Gli uomini non soffrono perché hanno perso la speranza, bensì perché non possono perderla. È appunto chi spera che viene tormentato. Malgrado la sua semplicità, il diario di Etty Hillesum è un documento che attesta un grido disperato e un gigantesco atto d’accusa, non da ultimo perché la sua vita, stando comunque ai dati di fatto, termina nel più assoluto sconforto. Secondo una relazione della Croce Rossa, Etty Hillesum venne uccisa ad Auschwitz il 30 novembre 1943. Si spense la fede nel buon Dio. «Se un Dio ha creato questo mondo», scrive Schopenhauer, «non vorrei essere quel Dio: il Suo strazio mi spezzerebbe il cuore».

Il diario di Etty Hillesum è il luogo immaginario nel quale si dispiega l’orrore della storia umana. Chi accoglie dentro di sé il terrore escatologico, rigetta una dialettica positiva della storia in tutte le sue svariate declinazioni e difende invece il rifiuto di conferire un senso alla vita. Etty Hillesum però non si lamenta né accusa. Nemmeno i suoi carnefici. Trova consolazione e dignità (non però sicurezza!) nell’intimità del Dio personale e impotente, una dimensione nella quale Dio stesso diventa interrogante e incapace di risposte. Una teologia del Dio personale (che non sarei in grado di scrivere né intendo farlo) dovrebbe porre al centro questo legame tra il sapere riguardante il Sé umano e il sapere riguardante la presenza di Dio nella propria vita, nonché il legame tra l’amore per l’altro – inteso in senso sia «religioso» sia «nazionale», sia in quanto «prossimo» sia in quanto «nemico» – e l’amore verso Dio, e infine il legame del Sé impotente con l’impotente Dio personale. Ne deriva che la religiosità poggia sul fatto che entrambi (il Dio personale e la propria vita) costituiscono un mistero incomprensibile: di durevole c’è solamente l’elemento tragico.

«Camminando per le strade ho da riflettere molto sul tuo mondo; ‘riflettere’ non è la parola giusta, è piuttosto un cercare di approfondire le cose con un nuovo organo o senso. Spesso ho la sensazione di vedere questo tempo in prospettiva, come una fase della storia di cui conosco già l’inizio e la fine e che posso inquadrare nel tutto. Sono riconoscente di non provare nessun odio o amarezza, ma di avere una così gran calma che non è rassegnazione – e anche una sorta di comprensione per questo tempo, per quanto strano ciò possa sembrare! [...] La cosa più deprimente è sapere che quasi mai, nelle persone con cui lavoro, l’orizzonte interiore si amplia per queste esperienze. Non soffrono neppure in profondità. Odiano, e sono ciecamente ottimisti se si tratta della loro piccola persona, e sono ancora ambiziosi per il loro piccolo impiego; è una gran porcheria e ci sono dei momenti in cui mi perdo completamente di coraggio e vorrei abbandonare la testa sulla mia macchina da scrivere e dire: non posso più andare avanti così. Ma poi vado avanti, e imparo sempre qualcosa sugli uomini».

Com’è possibile non rispondere a quell’odio con odio, a quella violenza con violenza, a quell’aggressione con un’altra aggressione? Quello che Etty Hillesum mette in luce nei suoi appunti di diario, nella sua ricerca della «grande semplicità» e della «più profonda umanità», dipende certamente dai suoi tratti individuali di carattere, dalle sue specificità. Ma in realtà Etty Hillesum trae la sua dignità da una fonte superiore, che ella ha in comune con il resto degli esseri umani. In quello che dice e fa si mostra un frammento di umanità. Ciò che i suoi diari esprimono è il legame tra la sua esistenza particolare e quella dell’individuo universale, dell’universale Dio personale. È l’umanità espressa dalla sua voce e dalla sua esperienza a essere degna di venerazione e santa. Questo esemplare individualismo religioso confuta ogni sospetto di un culto dell’ego, poiché oltrepassa se stesso.

Cara Etty, Lei non può immaginare che cosa ha combinato, Lei e tutti coloro che rimettono la propria vita nelle mani del loro Dio personale. Il «Dio personale» è qualcosa che si può mettere in pratica, vivere, in cui si può sperare, che si può richiamare alla mente, solamente quando Dio diventa «proprio», vale a dire quando Dio, mondo e uomo non vengono più pensati soltanto come unità, e dunque quando l’«elemento religioso» viene sottratto alla sfera pubblica e rivolto verso l’interno. Lei ha radicalizzato questa separazione, che marca la differenza tra religione e religiosità, Lei ha preso Dio nelle sue stesse mani. Prima infatti si era cattolici, protestanti o ebrei (oppure atei o eretici). Si nasceva all’interno di una «Chiesa ufficiale», si votava secondo i dettami della religione, si mettevano al mondo figli e li si educava nello spirito della religione nella quale si era cresciuti. Si entrava in guerra con armamenti benedetti, perfino se tra le file nemiche combattevano altri cattolici, ebrei o protestanti. Proprio in un mondo moralmente devastato dalla follia del terrore, Lei è giunta all’idea di volere qualcosa in più rispetto a questa religiosità collettiva che predica arrendevolezza: come se si potesse prendere in mano da soli la propria vita, compresa la sua dimensione religiosa. Un’idea estremamente rischiosa e ricca di conseguenze! L’Io (nel senso di Fichte e Sartre) nella sua completa, spietata libertà e responsabilità, e il Dio personale. Da questa unione dovrebbe derivare una piccola infinità, capace di garantire, anche quando l’umanità si disgrega, speranza, amore e vita. Ciò rovescia gli ordinamenti religiosi, rimasti in vigore per millenni attraverso tutti gli sconvolgimenti della storia. L’individuo che decide e dubita diventa Chiesa, diventa custode di Dio e della fede, mentre la Chiesa si trasforma in eresia.

In tutte le religioni è esistito il dialogo del devoto con il «proprio» Dio personale. E anche il tema del viaggio spirituale alla ricerca di Dio si ritrova in tutta la letteratura universale. Si pensi alla Divina commedia di Dante, al Libro delle avversità di Attar, al Paradiso perduto di Milton, al Faust di Goethe, alla descrizione del viaggio spirituale di Giuseppe offertaci da Thomas Mann oppure al Grande sogno di Gerhart Hauptmann. In questi casi si mostra, allo sguardo dello storico della letteratura o delle religioni, una totalità fatta di interconnessioni, fatta persino di contrapposte immagini collegate una all’altra, per così dire una meta commedia dei viaggi spirituali alla bramosa ricerca di Dio, compiuti dagli uomini attraverso il tempo, i linguaggi, gli immaginari e le religioni. Certo è che il racconto del Dio personale ha infranto il potere ecclesiastico che lo teneva in balia di dogmi, liturgie ed esegesi, trovando nell’intimo dialogo quotidiano con il proprio Dio una forma espressiva individuale e nel contempo standardizzata, poggiante in un certo senso sulla reciprocità, democratica forse e tuttavia imperscrutabile. Quello che in precedenza veniva (e viene tuttora) predicato e consacrato come insanabile antitesi, è ora messo al servizio di un vel vel inclusivo. Non esiste più un codice della sfera religiosa, con il quale si poteva guardare dietro tutti gli specchi del Dio personale. Naturalmente viene sollevata inesorabilmente la domanda: qual è il proprium specifico del «proprio» Dio personale? E il Dio personale è davvero «Dio», oppure è solamente idolo del proprio Sé? Anzitutto il Dio personale è definito da molte «negazioni»: non è un’etichetta né un passaporto per derelitti né una convenzione basata su una doppia morale, ma soprattutto non è un qualcosa di permanente, un assoluto. Il Dio personale è divisibile e componibile come l’individuo stesso, garante dell’indipendenza dell’individuo e dell’indipendenza di Dio.

Recensioni

P. Martini su: Stte - Corriere della Sera (16/09/2016)

C'è un rosa sulla montagna incantata

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Giovanni Santambrogio su: Il Sole - 24 ore (11/10/2009)


Si assiste a un fenomeno nuovo e interessante. Il Novecento sociologico e filosofico ha lavorato alla consacrazione del comandamento nicciano sulla morte di Dio. Jean Paul Sartre ne è stato il solerte cantore dell'esistenza desertificata ne La nausea. Dove poi il marxismo è diventato pensiero di governo ha proclamato l'ateismo di Stato e punito con il lager qualsiasi deviazione. In Occidente, dopo gli anni 50, è stata teorizzata l'eclissi del sacro con la civiltà industriale che bruciava le tradizioni di quella contadina, è seguita la lunga stagione della secolarizzazione dove la modernità portava in soffitta quanto era rimasto di religioso. Altri valori subentravano, primo fra tutti un'ambigua laicità. Cos'è successo per assistere ora alla costruzione di un ponte verso l'orizzonte religioso? Ulrich Beck, docente alla London School of Economics, scrive che «la religione è globalizzazione, può e potrebbe diventare da oggetto e vittima del disincanto a protagonista di una modernizzazione riflessiva nella società globale del rischio». E ancora più insolita è l'accoglienza di Benedetto XVI come interlocutore intellettuale. Non s'era mai visto e a farlo è un autore progressista.

Beck sostiene che la costruzione della seconda modernità necessita del pilastro religioso. La fede appartiene all'identità della persona, è ineliminabile. Occorre però chiarire. Il Dio sepolto da Nietzsche risuscita come «Dio personale», non un Dio unico, non una fede istituzionalizzata ma un politeismo soggettivo dove le relazioni tra le diversità sono regolate da una «tolleranza sincretista». Che tradotto significa: nella società globale si riduce lo spazio del credo monoteista e prende forma il meticciato religioso. La fede perde i connotati storici e prende il volto dei sentimenti condivisi, dove il sacro ha un suo spazio fondativo della convivenza. Beck ne è convinto o quanto meno lo spera perché il Dio unico è stato troppo a lungo portatore di aut-aut, ovvero di conflitti e intolleranze fondamentaliste. Ma se cade l'albero maestro del credere come è pensabile la nuova religiosità? Il sociologo tedesco elenca dieci tesi fondamentali, ma soprattutto fa scaturire le sue idee da una personalissima lettura di Etty Hillesum, la giovane ebrea morta ad Auschwitz e autrice di Diario 1941-1943 (Adelphi). Il Dio personale sarebbe una proprietà, un'intimità, una esclusività che cancella i dogmi e infrange il potere ecclesiastico. Interpretazione curiosa della Hillesum da molti letta all'opposto come una moderna mistica. E i mistici da Caterina da Siena a Teresa d'Avila, a Teresina di Lisieux hanno tutti un intimo rapporto con Dio. Un Dio personale, ma non per questo fonte di individualismi. Forse Beck ha rimosso secoli di storia della Chiesa e si compiace di introdurre la parola "eresia".

Vito Mancuso su: La Repubblica (21/11/2009)

Il potere ecclesiastico lo si lascia volentieri a chi lo detiene, e nella vita concreta si fa ciò che indica la luce della coscienza al fine di produrre il massimo di bene e di giustizia, senza per questo cessare di ritenersi cattolici, anzi pensando così di esserlo veramente. Né il potere papale ha la possibilità di impedirlo, come avveniva nel passato con il ricorso alla violenza. Ulrich Beck, docente di sociologia a Monaco di Baviera e a Londra, nel libro Il Dio personale (Laterza) descrive una ricerca spirituale strettamente individuale che attraversa con vivacità tutta l’Europa. Un Dio “fai da te” quindi, un sincretismo che si crea un credo e una morale a proprio uso e consumo? C’è molto di più. C’è soprattutto, scrive Beck, «una religione nella quale l’uomo è sia credente sia Dio». Non siamo lontani dal dispiegamento dell’idea teologica principale di Gesù: non c’è amore per Dio se non come amore per l’uomo. Oggi non è più concepibile una mano che si alzi per colpire nel nome di Dio, neppure se il papa, com’è avvenuto in passato, dovesse assicurare che “Dio lo vuole”. E diventa sempre meno concepibile una mano che nel nome di Dio si rifiuta di curare i sofferenti con tutti i possibili strumenti, per esempio impedendo la ricerca sulle staminali embrionali o boicottando l’uso del preservativo. Oggi l’unico Dio accettabile è il Dio che sta totalmente e concretamente dalla parte dell’uomo. E con ciò non siamo lontani dal centro del cristianesimo: l’incarnazione di Dio. Forse sarebbe opportuno che qualcuno nei sacri palazzi iniziasse a leggere con più attenzione e con più amore ciò che Gesù chiamava “segni dei tempi”.

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