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Lucy Riall, La Rivolta. Bronte 1860

Lucy Riall, La rivolta. Bronte 1860

Bronte 1860. Il mito di una rivolta
L'indagine di Lucy Riall su un episodio emblematico del nostro Risorgimento

La rivolta

Lucy Riall, La Rivolta. Bronte 1860
La rivolta di Bronte dura non più di sei giorni ma la sua fama è sopravvissuta a lungo. Le è stato attribuito un grande valore simbolico ed è stata narrata in libri, articoli, romanzi, sceneggiati, perfino un film. Eppure ancora non la si conosce veramente. «Se consideriamo quanto profondamente Bronte sia collegata ai miti e ai contromiti di Giuseppe Garibaldi e dell’ammiraglio Nelson, al Risorgimento italiano, alla questione meridionale e all’Impero britannico, stupisce che la sua storia non sia stata oggetto di analisi più approfondite»: Bronte ha ancora molto da dire sulla Sicilia, sull’Italia e sul resto del mondo.


Prologo.1860
Il 1860 fu il momento culminante del Risorgimento. La sconfitta dell’Austria in Italia settentrionale nella guerra del 1859 trovò una conferma nell’incapacità dei sovrani asburgici di restaurare il potere dei loro alleati nei ducati nell’Italia centrale e d’impedire al papa di perdere il controllo della Romagna. Nel marzo del 1860, dopo una serie di plebisciti, i ducati e la Romagna furono annessi al Piemonte, andando a formare quel regno dell’Alta Italia previsto dagli accordi di Plombières. Così, nell’Italia centro-settentrionale, al potere austriaco subentrò quello di un unico Stato. Ma in quegli stessi mesi le evidenti vittorie del movimento nazionale italiano furono duramente intaccate dalla cessione delle province italiane di Nizza e della Savoia alla Francia.

Questi importanti eventi, in parte paradossali, furono seguiti da una serie di vertiginosi sviluppi nel Meridione. Nel maggio del 1860, il più famoso protagonista del movimento nazionale italiano, Giuseppe Garibaldi, sferrò un temerario attacco contro la Sicilia, partendo da Genova con mille rivoluzionari, deciso a rovesciare la monarchia borbonica, e contro ogni previsione riuscì nell’impresa. Il suo piccolo esercito di volontari scompaginò in breve tempo le forze governative e conquistò Palermo, e a luglio ed agosto non fece che consolidare le proprie conquiste. A metà agosto, l’esercito attraversò lo stretto di Messina; una volta sbarcato sul continente, risalì combattendo la penisola e all’inizio di settembre raggiunse Napoli, capitale del regno delle Due Sicilie. L’unificazione dell’Italia, proclamata nel marzo del 1861, fu una diretta conseguenza delle acclamate vittorie nella parte meridionale del paese.

Pochi altri episodi possono eguagliare il fascino avventuroso della storia dei «Mille» di Garibaldi. In poco più di quattro mesi, un gruppo di volontari scarsamente addestrati pose fine a uno Stato oppressivo e ben difeso da truppe regolari. Avendo dalla sua poco più di un ardente entusiasmo, Garibaldi conquistò un regno, quello delle Due Sicilie, e al suo posto ne creò uno nuovo, l’Italia. Fu un’avventura epica, che fece sensazione sui mezzi d’informazione del tempo e secondo il corrispondente del «Times», Nandor Eber, fu «un tale trionfo da sembrare quasi troppo per un solo uomo». Sebbene in privato molti democratici italiani, Garibaldi compreso, rimanessero delusi dalla rinuncia a fare di Roma la capitale del nuovo regno, a quell’epoca il sentimento prevalente fu quello di aver realizzato un trionfo nazionale. L’unificazione italiana non solo rappresentò una vittoria politica per i liberali di ogni parte del mondo, ma fu vissuta dagli esponenti del movimento nazionale italiano come un passo decisivo nel processo di riconquista dell’orgoglio e dell’onore della nazione, dopo secoli di dichiarata decadenza e di declino.

La rivolta contadina di Bronte guasta questa atmosfera di lieto fine. Nella cittadina siciliana la violenza cominciò nei giorni dell’arrivo di Garibaldi nell’isola. All’origine della vicenda c’erano lotte politiche e conflitti sociali, da cui erano sorte fazioni nemiche, ognuna delle quali rivendicava il controllo della città. Un ristretto gruppo di «comunisti» (così chiamati perché difendevano i diritti dei contadini sulle terre comuni), capeggiato dall’avvocato Nicolò Lombardo, che si vide perdente, cominciò a fomentare l’agitazione popolare, concentrandosi in particolare sulla mancata attuazione da parte della nuova amministrazione di quelle riforme agrarie e fiscali che lo stesso Garibaldi aveva promesso ai contadini.

La notte del 1° agosto 1860, i contadini di Bronte dettero avvio alla rivolta. Una folla ebbra e inferocita si scatenò per le strade, e cominciò a saccheggiare uffici e abitazioni gridando «Viva l’Italia!». Gli insorti dettero fuoco a tutto quello che incontrarono, e nei tre giorni successivi ogni forma di autorità venne travolta, in mezzo al fumo degli incendi. I proprietari vennero trascinati fuori dalle loro case, torturati, uccisi e gettati nel fuoco. Altri furono fatti marciare fino alla forca, poi uccisi e fatti a pezzi. Chi riuscì a scappare si nascose per giorni interi nelle latrine o nei sotterranei, oppure si travestì da donna, o ancora tentò di mettersi in salvo fuggendo da Bronte, mentre per tutta la durata degli eventi i capi dei contadini assistevano impotenti, paralizzati dalla paura, torcendosi le mani per la disperazione.

I rapporti dell’epoca parlano di 10.000 insorti, e riferiscono di episodi di cannibalismo (peraltro controversi e mai confermati). Nel complesso furono uccise diciassette persone, in quella che uno storico ha definito un’«orgia di terrore». Le reazioni di chi era sul posto furono altrettanto nette: «Nerone nell’eccidio di Roma non poteva far di peggio», scrisse un funzionario governativo, e vi fu chi paragonò la violenza alle terribili scene dei dipinti di Goya, e la folla a dei «torrenti di lava» che scorrevano incontrollati verso «nuovi saccheggi [...] nuovi incendi».

Questa terrificante rivolta contadina scatenò una reazione brutale. Il primo tentativo, da parte di una milizia locale, di fare cessare le violenze non approdò a niente, e il comandante del corpo fu costretto a rimanere a guardare mentre le uccisioni continuavano. Il governo inviò quindi dei rinforzi armati, che furono fatti entrare a Bronte, ma la pace raggiunta si rivelò fragile, e i militari lasciarono scappare in campagna molti dei capi della rivolta. Il 6 agosto Nino Bixio, il più fidato generale garibaldino, arrivò in città alla testa di una colonna di soldati, incaricato da Garibaldi di porre fine agli scontri. Arrestò l’avvocato Lombardo e i suoi compagni, li sottopose a processo e pochi giorni dopo presenziò alla loro esecuzione pubblica. Lombardo, che si protestò innocente, fu messo a morte con altri quattro uomini. Negli stessi frangenti, più di cento persone furono catturate e lasciate languire in carcere a Catania in attesa del processo.

La rivolta di Bronte durò non più di sei giorni, dal 1° al 6 agosto 1860, ma la sua fama le sopravvisse molto a lungo. All’epoca, l’intervento di Bixio venne da molte parti applaudito, e la sua determinazione nello «schiacciare» quella che un osservatore definì «una piccola scintilla di comunismo che era stata accesa a Bronte» venne salutata con favore3. Ma le generazioni successive videro le cose in modo assai diverso. Infatti, a causa di quella triste vicenda, avvenuta in un momento altrimenti caratterizzato dal trionfo dei progressi liberali, Bronte acquisì un peculiare rilievo nel contesto di una narrazione antieroica dell’unificazione italiana, nella quale a Nino Bixio spettava il ruolo di protagonista negativo.

«Viva la libertà!», urla la folla nella novella Libertà di Giovanni Verga (1883), il testo che ha avuto un ruolo fondativo nell’attribuire ai fatti di Bronte il crisma di «antistoria» italiana. La novella è basata direttamente sull’episodio di Bronte, per 7quanto non vi siano mai nominati né il luogo né Bixio. Libertà rappresenta infatti l’eterna disperazione dei contadini di ogni luogo, la cui rabbia trova espressione in un «pazzo carnevale» di sangue, prima di essere travolti dalla terribile repressione. Nel 1910 uno storico locale, Benedetto Radice, pubblicò il primo approfondito resoconto della rivolta, intitolato Nino Bixio a Bronte. Basato su una scrupolosa ricerca d’archivio, il saggio forniva prove esaurienti delle violenze commesse contro i proprietari di Bronte e dell’altrettanto violenta repressione che venne attuata, e nel rappresentare gli eventi attingeva ampiamente alla novella di Verga. Ancora oggi, rimane il punto di riferimento fondamentale per ogni storico. La novella di Verga e la ricerca di Radice contribuirono a dar vita a una contro-narrazione della «favola armoniosa» del Risorgimento italiano, di sicura presa sull’immaginazione e basata in modo apparentemente inconfutabile sui fatti storici.

Un secolo più tardi, durante le lotte politiche dell’Italia del secondo dopoguerra, gli eventi di Bronte sembrarono aver sancito l’atto di morte della promessa dell’unificazione nazionale. Per lo storico inglese Denis Mack Smith, Bronte aveva rappresentato per i contadini siciliani il segno che malgrado «la loro fiducia in Garibaldi», i liberatori del 1860 «non erano affatto dei ‘livellatori’» egualitari. Anche in Italia, vari storici marxisti elaborarono teoricamente questa posizione, e videro in Bronte la più evidente manifestazione di quel «terrore» controrivoluzionario che rivelava l’atteggiamento conservatore dei democratici italiani e anticipava la repressione militare che sarebbe stata attuata in Italia meridionale nei primi anni dopo l’Unità. In questa prospettiva, i contadini di Bronte apparivano vittime di una guerra di classe orchestrata da Bixio in combutta con i possidenti locali, e il capo del movimento contadino, Nicolò Lombardo, veniva conseguentemente elevato al rango di primo «Cristo comunista».

Ai nostri giorni, mentre emergono nuove controversie sull’impatto prodotto dall’Unità sull’Italia meridionale, la vicenda di Bronte si è caricata di un significato ancora più sinistro. Nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’unificazione, sia vari articoli di quotidiani sia alcune pubblicazioni a carattere storico destinate al grande pubblico hanno ampiamente condannato la spedizione di Garibaldi, lamentandone le conseguenze, e facendo dell’episodio di Bronte uno strumento da utilizzare nell’odierno conflitto sul passato dell’Italia, nel quale il Sud (e il regno delle Due Sicilie) diventa una vittima della violenza degli esponenti del movimento nazionale. Quel che avvenne a Bronte viene presentato come prova che alla base dell’unificazione italiana vi fu un brutale atto di conquista, e non una vicenda di liberazione politica.

Secondo Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, dal «Corriere della Sera», la repressione attuata a Bronte simboleggia la «fine della grande illusione garibaldina». Bronte è «la perdita dell’innocenza»: «non è solo il luogo fisico dove si spezza un certo sogno unitario. È anche il luogo simbolo del tradimento delle plebi meridionali da parte di troppi poteri: la Chiesa, i Borboni, i garibaldini pressati dalla Gran Bretagna, i Savoia, lo Stato italiano»6. Spingendo ancora più a fondo questa disamina della disillusione, alcuni storici e giornalisti e vari gruppi di destra e neoborbonici hanno sostituito al concetto di guerra di classe l’idea di una guerra civile fra il Nord e il Sud, sostenendo che i veri eventi dell’unificazione italiana e le sofferenze del Sud sono stati «volutamente rimossi nella retorica dell’unificazione».

Il caso di Bronte ha una portata che va oltre il tema del tradimento o della congiura del silenzio. La soppressione della rivolta è legata anche al problema della permanenza in Italia della dominazione straniera, una dominazione che i patrioti del Risorgimento, Bixio e Garibaldi compresi, avevano giurato di voler rovesciare. Il maggior proprietario terriero di Bronte, infatti, possessore di circa 16.000 ettari, era un inglese, e i rappresentanti britannici in Sicilia avevano fatto pressioni sul nuovo governo perché contenesse la violenza e i disordini in atto nell’isola. E per di più, questo inglese non era un proprietario terriero qualsiasi, ma un nobile, discendente del più grande eroe navale britannico, l’ammiraglio Lord Horatio Nelson. Sua era la ducea di Bronte, che il re borbonico gli aveva concesso personalmente nel 1799. La ducea era il premio accordato a Nelson per il suo contributo alla repressione di un’altra rivoluzione, quella della Repubblica Partenopea, nella quale si diceva che egli avesse tradito i capi giacobini condannandoli a una morte violenta.

La tesi di Benedetto Radice, il primo storico della rivolta, era che tutti i problemi di Bronte furono causati dalla presenza degli inglesi. La sua tesi divenne in seguito una sorta di indiscutibile ortodossia. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore, pittore e attivista politico Carlo Levi visitò la Sicilia, mosso dalla volontà di illustrare la povertà dei contadini meridionali, e di dare rilievo alla loro disperata lotta per la terra. Egli scrisse pagine commoventi sulla grave situazione che trovò a Bronte, descrivendo «lo spettacolo della più estrema miseria contadina», «i bambini dagli splendidi visi di angeli, [che] hanno le pance gonfie per la malaria», e attribuì la colpa di tutto ciò alla presenza della ducea, che per i contadini era «il centro dei loro pensieri, l’origine delle loro miserie». Era un giudizio che molti avrebbero poi ripreso. Se la rivolta di Bronte del 1860 costituiva un esempio di repressione di classe, allora la ducea, secondo uno storico, era l’ultimo residuo del feudalesimo medievale: un emblema concreto della «prepotenza» feudale e dell’oppressione straniera. La sua storia era «maledetta» fin dall’inizio, «perché macchiata dal sangue di un tradimento», quello perpetrato da Nelson nel 17999.

Al linguaggio formulato in termini di classe e di conflitto civile si connette l’immagine del potere imperiale. Ai nostri giorni, per descrivere la ducea di Bronte molti si richiamano ai temi e ai concetti dell’imperialismo. Essa, secondo un presentatore (scozzese) della BBC, con il suo «parco squisitamente inglese», suscita nel visitatore una speciale forma di «sbalordimento», paragonabile a quella di chi trovasse «una stazione ferroviaria dell’Inghilterra vittoriana a Calcutta».

Per raggiungere «questo tipo di grandezza», aggiunge, gli inglesi si appropriarono delle risorse «di tutte le altre famiglie che vivevano nel posto», e trasformarono la ducea in un «parco di piacere», «utilizzato per il diletto di una famiglia di colonialisti». Ancora Rizzo e Stella dal «Corriere della Sera» accusano gli amministratori della ducea, e in particolare la «tignosissima famiglia», di aver trattato la proprietà alla stregua di un possedimento coloniale, «come avrebbero potuto trattare un bananeto in Rhodesia». «Sappiamo come andò», scrive un’altra giornalista su «Ulisse», la rivista dei voli Alitalia: «Gli inglesi non andavano disturbati, e nessuno li disturbò». Qui, Bronte viene presentata non solo come una vittima dei difetti della realtà italiana, ma anche come un residuo negativo del dominio britannico10.

Bronte rappresenta un importante luogo della memoria, un simbolo dei fallimenti del Risorgimento e dei problemi del Mezzogiorno italiano. La vicenda di Bronte, come il suo rapporto con lo Stato italiano moderno, è stata narrata in studi a carattere accademico, testi scolastici, conferenze, articoli di giornale, romanzi e documentari radiofonici e televisivi, nonché in un lungometraggio diretto da Florestano Vancini e uscito nel 1972. Nella stessa Bronte, nel 1985, nel corso di un convegno sugli eventi del 1860, fra manifestazioni di emotività del pubblico, si svolse un «processo» postumo a Nino Bixio. La rivolta di Bronte compare come episodio di rilievo in due recenti romanzi, Il cimitero di Praga di Umberto Eco e I traditori di Giancarlo De Cataldo, entrambi del 2010. Oggi esistono anche tre siti internet ricchi di materiali che narrano la storia di Bronte e della sua rivolta in modo alquanto analitico. Nel frattempo, è emersa una nuova ortodossia di pensiero, con i suoi cattivi e le sue vittime, la quale, come ha scritto lo storico siciliano Salvatore Lupo, ha prodotto una nuova «vulgata non meno caramellosa della retorica patriottarda che avrebbe inteso ribaltare».

Lucy Riall, La Rivolta. Bronte 1860. pp. 3-10


__________________

Lucy Riall insegna Storia all’Istituto Universitario Europeo di Firenze e al Birkbeck College dell’Università di Londra. È stata visiting professor, tra l’altro, all’École normale supérieure di Parigi, all’Università di Friburgo e alla University of California di Berkeley.





 


Commenti  

 
+1 # 22-11-2012 14:53
Gradirei, se possibile, ricevere un indirizzo di posta elettronica dell'autrice, per poterle inviare un articolo dello storico Giarrizzo e alcune mie osservazioni in merito. Grazie
 

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