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Giovanna Cosenza: SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare

Giovanna Cosenza, SpotPolitik

SpotPolitik: ma le donne? Dove stanno le donne?
di Giovanna Cosenza

SpotPolitik

Che cos'è la SpotPolitik? È la politica che pensa che per comunicare basti scegliere uno slogan generico, due colori e qualche foto. Quella che riduce la comunicazione a uno spot televisivo. Di SpotPolitik hanno peccato tutti i partiti italiani con pochissime eccezioni. Gli anni dal 2007 al 2011 sono stati i peggiori in questo senso, ma non illudiamoci che sia finita: la cattiva comunicazione potrebbe sommergerci ancora. Riflettere sugli errori del passato può essere utile ai politici, per non caderci ancora; e a tutti noi per scoprire come sia stato possibile accettare (e votare) quella roba.

Un capitolo del libro è interamente dedicato alle donne. Eccone un estratto.

Non hanno i numeri

[...] La politica italiana è fatta quasi esclusivamente da uomini, inutile raccontarsi frottole. Ancora più inutile camuffare dietro formule ipocrite il fatto nudo e crudo che in Italia, molto più che in altri paesi, quando si parla di leader si parla quasi esclusivamente di maschi. E allora tanto vale usare il maschile senza troppi complessi di colpa.

Ma no, ci sono tante eccezioni, obietterà qualche ottimista: Rosy Bindi ed Emma Bonino fanno eccezione da decenni, dal 2008 abbiamo avuto le ministre del governo Berlusconi e dal 2010 Susanna Camusso è segretaria generale della Cgil; e poi, dopo le amministrative del 2011, abbiamo le giunte comunali di città come Milano, Torino, Bologna che finalmente sono composte al 50% da donne, seguendo una tendenza che era già stata inaugurata dalla giunta regionale di Nichi Vendola in Puglia. Vero, tutto vero. Ma quante di queste donne ottengono lo stesso risalto mediatico degli uomini? Lo stesso numero di interventi nelle trasmissioni televisive, lo stesso tempo di parola? E a quante di loro pensiamo davvero come leader? Se siamo sinceri con noi stessi, scopriamo che a contarle basta una mano. E qualche dito pure avanza. Non a caso le chiamiamo eccezioni.

Per accorgersi che su questo tema c’è poco da scherzare e ancor meno da farsi illusioni, non occorre sforzare troppo l’immaginazione: basta spulciare alcuni dati ufficiali. Nella XVI legislatura italiana, cominciata nell’aprile 2008, siedono in Parlamento, complessivamente fra Camera e Senato, 945 parlamentari; fra loro, solo 191 sono donne, cioè il 20,2%. In effetti è la percentuale più alta di presenze femminili che la Repubblica italiana abbia mai registrato da quando è nata; inoltre dire 20,2% vuol dire ben 5 punti in più della percentuale di donne che sedevano in Parlamento nella legislatura precedente.

Siamo dunque di fronte a una tendenza positiva? Solo in apparenza.

Se infatti consideriamo il ruolo che le donne svolgono in concreto nel dirigere e orientare le decisioni del Parlamento, scopriamo che è immutato o persino diminuito. Un buon indicatore sono le commissioni permanenti di Camera e Senato. Se facciamo un po’ di conti lì dentro, vediamo subito che nella XVI legislatura il numero di presidenti o vicepresidenti donna alla Camera è invariato rispetto alla XV (due presidenti e sei vice), mentre in Senato è addirittura diminuito perché c’è una presidente in meno (le vice sono rimaste uguali). Fra l’altro le donne si raccolgono soprattutto in commissioni tradizionalmente ritenute più vicine agli interessi femminili, come gli affari sociali, l’istruzione e soprattutto la cultura, che nella XVI legislatura è la commissione con più donne sia alla Camera sia in Senato. Tutti settori che, vale la pena ricordarlo, negli ultimi anni sono stati i più penalizzati dai tagli per la crisi economica.

Anche col potere esecutivo le donne hanno poco da stare allegre: nel quarto governo Berlusconi, in carica dal 2008, su 65 fra ministri, viceministri e sottosegretari, solo 14 sono donne, cioè più o meno il 21%. Andava più o meno così anche nel governo Prodi precedente, dove su oltre 100 cariche ministeriali circa il 20% erano assegnate a donne. Inoltre, dei 23 ministri del quarto governo Berlusconi solo cinque sono donne (sei dopo le dimissioni di Andrea Ronchi), di cui solo due con portafoglio (Mariastella Gelmini all’Istruzione e Stefania Prestigiacomo all’Ambiente) e quattro senza: Mara Carfagna alle Pari opportunità, Giorgia Meloni alla Gioventù, Michela Vittoria Brambilla al Turismo e Anna Maria Bernini (arrivata per ultima il 27 luglio 2011) alle Politiche europee.

Se poi allarghiamo ancora lo sguardo, la situazione non migliora: nel 2011 in Italia nessun segretario di partito è donna; sono solo due le presidenti di regione (Renata Polverini in Lazio e Catiuscia Marini in Umbria); e se frughiamo infine nei comuni, siamo alle solite: dei circa 118 mila amministratori comunali, più o meno solo il 20% sono donne.

Fra l’altro queste percentuali sono abbastanza trasversali rispetto ai partiti. La sinistra, infatti, che si è sempre profusa in dichiarazioni di grande attenzione alle pari opportunità, di fatto coi numeri non è finora mai andata così lontana come con le parole. E se in effetti qualcosa sta cambiando nelle amministrazioni locali, dove nel 2011 diverse giunte di centrosinistra – come dicevo – si sono formate col criterio del fifty-fifty (50% donne e 50% uomini), nel Parlamento nazionale le donne sono ancora indietro anche a sinistra. Sempre nella XVI legislatura, alla Camera il Pd conta 206 deputati, di cui 61, cioè il 29,6%, sono donne, mentre al Senato ha 119 senatori di cui 39 sono donne, il che significa che in Senato la percentuale di donne è del 32,8%.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Mezzo pieno: in Parlamento il Pd supera di circa 10 punti la media nazionale, che si ferma attorno al 20%, e la cosa ovviamente gli fa onore. Mezzo vuoto: l’ideale sarebbe il 50%, ma siamo ancora lontani. Inoltre vale anche per il Pd, come per tutti i partiti, la domanda: anche se la percentuale di donne Pd in Parlamento è più alta, quante di loro hanno di fatto lo stesso potere decisionale e la stessa visibilità degli uomini? E guardando ai vertici: conta di più Bersani o Rosy Bindi? La risposta è scontata.

Per consolarci potremmo giocare anche un’ultima carta: diamo un’occhiata all’estero, che lì troviamo di sicuro paesi in cui le donne stanno peggio che da noi. Tutto è relativo, si sa, e c’è sempre chi sta peggio. Ma forse ci piacerebbe confrontarci con i paesi più ricchi e civili, invece che con il terzo e quarto mondo. E allora c’è poco da consolarsi.

Nel rapporto del 2011 sul Global Gender Gap stilato dal World Economic Forum, alla voce Political empowerment l’Italia sta infatti al 55° posto in una classifica che comprende 135 paesi di tutto il mondo e prima di noi vede non solo paesi che siamo abituati a considerare più avanzati e civili, come la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Germania, ma paesi da cui pregiudizialmente non ci aspetteremmo di essere superati, in tema di parità di genere nella rappresentanza politica, come lo Sri Lanka (al 7° posto), il Sud Africa (al 9°), il Nicaragua (al 21°), il Cile (al 22°). Per inciso, la graduatoria che riguarda il Political empowerment è calcolata tenendo conto del numero di donne che siedono in Parlamento, di quelle che occupano i ministeri, e del numero di anni, negli ultimi cinquanta, in cui una donna è stata capo dello Stato o del governo: due parametri su tre sono proprio quelli di cui stiamo qui parlando.

Né dobbiamo pensare, infine, che forse le italiane stiano peggio in politica che in altri settori. L’Italia sta infatti ancora più giù del 55° posto nella classifica più generale pubblicata dal Global Gender Gap Report, quella che tiene conto, oltre che di Political empowerment, anche di educazione, salute e opportunità economiche: nella classifica generale del 2011 stiamo infatti al 74° posto, cioè non solo veniamo dopo i paesi che ho già nominato ma ne seguiamo molti altri che difficilmente, stando ai luoghi comuni sulla raggiunta (crediamo) parità di genere nel Belpaese e la presunta inciviltà altrui, penseremmo come più avanzati di noi: dalla Macedonia (53° posto) all’Uruguay (58°), dalla Tanzania (59°) al Ghana (70°).

Insomma, comunque la si rigiri, in Italia di parità di genere ce n’è poca in tutti gli ambiti: in politica come in azienda, come in università ecc. E la comunicazione non può che rispecchiare questo stato di cose. Anche contribuendo ad alimentarlo.



Giovanna Cosenza, SpotPolitik. Perché la «casta» non sa comunicare, pp. 97-101


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Giovanna Cosenza è professore associato di Filosofia e teoria dei linguaggi all'Università di Bologna. Autrice di articoli e contributi per riviste e volumi collettanei. Dal 2008 scrive il blog Dis.amb.iguando.






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