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Marcello Flores, Mimmo Franzinelli - Storia della Resistenza

Particolare di copertina
Storia della Resistenza

Storia della Resistenza


Questo libro ripercorre le varie fasi delle diverse 'Resistenze': dalle specificità della guerriglia urbana all’attestamento nelle regioni di montagna. Affianca alla lotta armata le varie forme di supporto fornito ai ‘banditi’ dalle popolazioni e la conflittualità interpartigiana, si addentra nella cosiddetta ‘zona grigia’, evidenzia la peculiarità delle deportazioni politiche e razziali.
Una ricostruzione originale in cui lo sguardo d’insieme si alterna costantemente con l’attenzione a vicende personali e collettive poco conosciute o inedite. 


Il 27 luglio 1943 Felice è a Imperia, dove ha uno studio in cui cura chiunque ne abbia bisogno ed è conosciuto da tutti come ‘u Megu’. Partecipa con tanti cittadini a una manifestazione di gioia per la caduta del regime, che si conclude con il discorso di un giovane antifascista sotto il monumento ai caduti. I carabinieri sciolgono l’assembramento e arrestano sei giovani, tra cui Felice, per adunata sediziosa. Nei venti giorni di carcere crea una scuola di partito e collabora al giornale «La Libertà» non più clandestino. Con l’8 settembre arriva la scelta, condivisa da molti giovani della zona, di andare in montagna e prendere le armi contro i tedeschi. Tra il 10 e l’11 molti giovani, che temono di venire arrestati, salgono sulle colline sopra Oneglia. Uno di questi gruppi, guidati da Aldo Gaggino, giunge in una casetta sopra Pontedassio e trova un uomo con la barba lunga, che viene riconosciuto malgrado l’oscurità:

“Io ti conosco, tu sei Cascione, u Megu.” Questi vorrebbe negare la sua identità, ma viene riconosciuto anche dagli altri. Spiega il perché si trova in quel luogo: aveva dovuto fuggire in fretta per non essere acciuffato dai fascisti.

Quando i giovani presenti manifestano l’intenzione di formare una banda armata per fare la guerriglia ai nazifascisti, Cascione risponde: “Allora siamo tutti qui per la stessa causa, mettiamoci insieme”. In quel momento giunge anche Nino Giacomelli, il compagno di Cascione, che era andato a compiere una ricognizione nei dintorni. In quel momento Felice Cascione viene acclamato capo della banda.

Il 15 settembre arriva a Imperia Gian Carlo Pajetta ‘Nullo’, per organizzare in zona le future brigate garibaldine, insieme alla moglie Letizia. Anni dopo ricorderà quell’incontro:

Anch’io e Letizia salimmo a trovare i partigiani. Era una formazione tipo quella di Barge. La comandava il dottore Cascione, un giovane intelligente che parlava in maniera pacata, aveva una faccia chiara con la barba un po’ risorgimentale e ispirava subito fiducia a chi lo conosceva, come la ispirava ai suoi uomini.

Oltre a guidare i suoi partigiani, a far loro leggere il Manifesto del partito comunista, ad addestrarli alle armi e a tenere puliti i mitra, Felice cura chiunque in zona abbia bisogno di un medico, e tiene gli uomini pronti a intervenire appena si presenti l’occasione. A metà dicembre avviene il battesimo del fuoco della banda. La legione fascista di Oneglia decide di punire il paese di Montegrazie perché un milite sorpreso a rubare è stato picchiato. All’arrivo delle cinque corriere che costituiscono la spedizione punitiva, parte una raffica di fucilate: un fascista viene ucciso, gli altri rientrano in caserma in cerca di aiuto. Il giorno dopo inizia un rastrellamento, e i partigiani accettano la battaglia; sebbene assai più numerosi, i miliziani sono disorganizzati e vengono colpiti a ripetizione da un mitragliatore ben piazzato in cima a una collina. Una ventina di fascisti rimangono sul terreno, gli altri vanno a chiedere aiuto al comando tedesco. Due di loro sono presi prigionieri e Cascione si ripromette di educarli e conquistarli alla causa della libertà, non a processarli e giustiziarli come capita di frequente in occasioni simili.

Nelle settimane di preparazione alla lotta la banda, riunita di sera attorno al fuoco attendendo che giunga l’ora dell’azione nel casone della Valle di Andora dove è rifugiata, canta e cerca sulle note e arie più celebri di trovare le parole per una ‘sua’ canzone. La scelta cade sulla musica di Katjuša, una melodia russa diventata famosa proprio durante la guerra, che Felice Cascione adatta con parole italiane aiutato dallo studente Silvano Alterisio, nome di battaglia ‘Vassili’. Il brano – che inizia con il verso ‘Soffia il vento, urla la bufera’ – viene cantato la prima volta la vigilia di Natale, nella chiesa di Curenna. C’è ancora tempo per qualche aggiustamento, e infine per accogliere le piccole correzioni fatte dalla maestra Maria, la madre di Felice che cambia la prima parola “soffia” con “fischia”. Il giorno dell’Epifania, sulla piazza della chiesa di Alto, la ballata viene cantata solennemente da tutta la banda. Il testo finale suona così:

Fischia il vento, urla la bufera
Scarpe rotte eppur bisogna ardir
A conquistar la rossa primavera
In cui sorge il sol dell’avvenir
Ogni contrada è patria dei ribelli
Ogni donna a noi dona un sospir
Nella notte ci guidano le stelle
Forte il cuore e il braccio nel colpir
Se ci coglie la crudele morte
Dura vendetta sarà del partigian
Ormai sicura è la bella sorte
Contro il vile che ognun cerchiam
Cessa il vento calma la bufera
Torna a casa il fiero partigian
Sventolando la rossa sua bandiera
Vittoriosi alfin liberi siam

I tedeschi sono da settimane alla ricerca della banda, ma non riescono a districarsi tra i viottoli, le stradine, i villaggi che si succedono e si intersecano in un paesaggio a loro sconosciuto. Intanto i partigiani, a piccoli gruppi, compiono sortite e azioni veloci che raggiungono le caserme dove sono acquartierati i tedeschi e i fascisti, ferendone e uccidendone diversi. Verso la fine di gennaio alla caserma di Albenga capita un evento carico di conseguenze: uno dei due prigionieri dei partigiani fugge e raggiunge i suoi ex commilitoni, descrivendo luoghi, armi, uomini che compongono la banda. Viene subito allestito un rastrellamento e il 27 circa 200 tedeschi accompagnati da fascisti individuano i partigiani. Inizia la battaglia e ‘u Megu’ vuole raggiungere il comando dove ha lo zaino con le attrezzature mediche ma una pallottola lo colpisce alla tibia, spezzandola. I suoi compagni corrono per aiutarlo sotto il fuoco, ma Felice li invita a spostarsi più in alto per combattere meglio e a fuggire.

I partigiani sono tutti oltre le rocce, dove c’è più neve ma si può scappare, i tedeschi non sparano più: hanno preso Cascione, la preda che volevano. E che è solo. È mezzogiorno. I tedeschi hanno iniziato a scendere di nuovo lungo il sentiero. Un gruppetto di camicie nere si avvicina a Felice. Lo trascinano a bordo del prato, sempre lungo il muretto. Uno lo schernisce, gli toglie l’orologio. E un altro gli punta la pistola alla fronte. Un solo colpo. Addio.

La banda nelle settimane successive si allarga, vi aderiscono decine e decine di giovani. Tra di loro, spinti anche dalla morte di Felice, vi è Italo Calvino, nome di battaglia ‘Santiago’ (era nato a Santiago de las Vegas, un sobborgo dell’Avana a Cuba), che nell’articolo Ricordo dei partigiani vivi e morti, apparso il 1° maggio 1945 sull’organo del CLN della zona «La voce della democrazia», commenterà: “Ricordo dei partigiani vivi e morti. Ma non fu vano il tuo sangue, Cascione, primo, più generoso e più valoroso di tutti i partigiani. Il tuo nome ora è leggendario, molti furono quelli che infiammati dal tuo esempio s’arruolarono sotto la tua bandiera”.


Marcello Flores - Mimmo Franzinelli, Storia della Resistenza



Marcello Flores ha insegnato Storia contemporanea e Storia comparata nell’Università di Siena e nell’Università di Trieste.
Mimmo Franzinelli, studioso del fascismo e dell’Italia repubblicana, è membro della Fondazione “Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini” di Firenze.

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