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Marco Politi - La solitudine di Francesco



Il più noto vaticanista italiano fa il punto sul pontificato di Francesco nella sua stagione più difficile.

La solitudine di Francesco

Dallo scandalo della pedofilia al dibattito aperto sul ruolo delle donne nella chiesa, dai rapporti con l’America di Trump a quelli con il governo italiano per tutte le questioni sensibili - una per tutte l’accoglienza dei migranti -, fino ad arrivare ai rapporti con la Curia.

«La casa sta bruciando», avverte il gesuita americano Tom Reese. Ogni mese porta notizie funeste. Il 2019 era appena cominciato e già si diffondeva la notizia che in Vaticano era stata aperta un’istruttoria per accuse di abusi e cattiva amministrazione contro un vescovo argentino conoscente personale del papa, Gustavo Óscar Zanchetta, da lui chiamato in Vaticano nel dicembre 2017 a occupare l’incarico di “assessore” dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica): un ruolo apicale creato sul momento.
L’incrostazione omertosa o la prassi minimizzatrice in curia è fortissima. Alla congregazione per la Dottrina della fede ha continuato per anni a occupare il posto di capo ufficio un sacerdote che ha tentato a più riprese di convincere in confessione una suora ad avere una relazione con lui, e alla fine ha provato a baciarla. La suora, Doris Wagner – ormai uscita dall’istituto “Famiglia spirituale l’Opera” a cui era affiliata –, racconta che il prete molestatore era stato confessore del sacerdote che l’aveva violentata pochi mesi dopo aver pronunciato i voti solenni. Doris Wagner ha reso nota la sua vicenda in una conferenza alla stampa estera a Roma. Nel 2012 ha denunciato il molestatore, Hermann Geissler. Secondo la legge ecclesiastica si tratta del delitto gravissimo di crimen sollicitationis: delitto di adescamento. Il codice di diritto canonico è severo: «Il sacerdote che, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione sacramentale, sollecita il penitente al peccato contro il sesto precetto del Decalogo, a seconda della gravità del delitto, sia punito con la sospensione, con divieti, privazioni e, nei casi più gravi, sia dimesso dallo stato clericale» (canone 1387).
Al termine dell’esame interno, condotto quando il cardinale Müller era prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, è stato comunicato che il prete aveva chiesto perdono ed era stato «ammonito e... istruito a essere vigile e prudente in futuro». Soltanto all’inizio del 2019 il molestatore ha lasciato il suo ruolo direttivo nella congregazione più importante della Santa Sede, che ha la missione di «promuovere e tutelare la dottrina sulla fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico». Il prete accusato di stupro, invece, era stato allontanato dalla “Famiglia spirituale l’Opera” e spedito a lavorare alla Segreteria di Stato: un tipico ricollocamento invece della immediata denuncia a norma del diritto canonico (solo nel 2012 don Burkhard F. è stato allontanato dalla curia).
Non sono abusi su minori, ma crimini egualmente gravi per la Chiesa cattolica e la società. Valentina Alazraki, giornalista di lungo corso dell’informazione vaticana, ha dichiarato di fronte a papa e cardinali che «siamo sulla soglia di un altro scandalo, quello delle suore e delle religiose vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti e vescovi». Non è un problema emerso dal nulla. Già dalla metà degli anni Novanta il Vaticano era in possesso di rapporti circostanziati. Su incarico dell’allora prefetto per la congregazione dei Religiosi, cardinale Eduardo Martínez Somalo, un gruppo di lavoro coordinato da suor Maria O’Donohue aveva descritto la realtà di suore sfruttate sessualmente, sedotte e spesso violentate da preti e missionari. Abusi diffusi. Candidate alla vita religiosa stuprate dalle loro guide spirituali, medici cattolici testimoni dell’attività di preti che «portavano ad abortire suore ed altre giovani donne». Le denunce provenivano da ventitré paesi del mondo: dal Burundi al Brasile, dalla Colombia all’India, dall’Irlanda all’Italia, dalla Nuova Guinea alle Filippine, agli Stati Uniti.
Grida nel deserto per decenni. Nel novembre 2018 l’Unione internazionale delle superiori degli ordini religiosi femminili (Uisg) ha esortato le suore abusate a segnalare senza esitazione i fatti sia alle autorità ecclesiastiche che alle autorità civili. «Donne, Chiesa, Mondo», l’inserto dell’«Osservatore Romano» dedicato alla questione femminile in ambito ecclesiale, ha dedicato di conseguenza un numero speciale alle suore religiose usate sessualmente. Il papa, tornando nel febbraio 2019 dagli Emirati Arabi, ha riconosciuto l’esistenza della piaga. «Ci stiamo lavorando», ha ammesso. Gli abusi di ogni tipo sono una bomba ad orologeria specie in quelle nazioni in cui la legge dell’omertà è stata la regola.
La Chiesa italiana non si illuda, ammonisce il gesuita Hans Zollner, membro della commissione per la tutela dei minori. Quanto è successo in altre nazioni può venire alla luce anche in Italia: «Meglio rischiare una brutta figura adesso che farla tra qualche anno ed essere travolti dagli scandali». La Cei, sotto la guida del cardinale Bassetti, ha compiuto un primo, parziale passo all’assemblea del novembre 2018 creando un Servizio nazionale per la tutela dei minori che prevede équipes regionali e responsabili diocesani.
Eppure, dopo sei anni di pontificato bergogliano, la consapevolezza dell’urgenza di una svolta radicale nelle pratiche di contrasto alla pedofilia non è realmente diffusa nelle strutture vaticane e nella maggioranza degli episcopati nazionali. Non si vogliono neanche ricercare i crimini passati. Un cardinale curia, sinceramente fautore della linea riformista di Francesco, sostiene ancora oggi: «Si sta esagerando. La Chiesa è sotto attacco. È chiaro che se c’è anche un solo abuso, bisogna punire. Ma c’è anche altro di cui occuparsi!».
Parecchi vescovi sono terrorizzati dal diffondersi di un’ondata #metoo all’interno della Chiesa. Intanto negli ambienti curiali è tornata a circolare la tesi che in fondo gli abusi, pur deprecabili, riguarderebbero soltanto il 2, al massimo il 4-5 per cento del clero. Più preoccupante ancora, al sinodo dei giovani svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2018 il documento finale non contiene una sola parola sulla “tolleranza zero”. Il termine è stato anzi eliminato nella fase di redazione del testo, sostituito dal concetto più rassicurante di “prevenzione”.
È una sottovalutazione che non tiene conto dei mutamenti di umore nell’opinione pubblica, dove è emersa la percezione che dichiarazioni, mea culpa e incontri con le vittime abbiano esaurito la loro carica simbolica e appartengano ormai al passato. Pressato dagli eventi, Francesco ha deciso dopo il viaggio in Irlanda di convocare in Vaticano nel febbraio 2019 una riunione straordinaria dei presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per decidere regole di azione comune. Ma anche questa mossa ha sollevato problemi. La conferenza episcopale americana aveva già programmato per il novembre 2018 la discussione su alcune misure concrete: una carta d’impegno per ogni vescovo, uno “sportello” per ricevere le denunce sugli abusi di clero e vescovi gestito da personalità esterne alla Chiesa, un primo organo di esame composto metà da laici e metà da ecclesiastici. Dal Vaticano è arrivato lo stop per non pregiudicare la riunione internazionale dei vertici ecclesiastici decisa da Bergoglio. La frenata ha provocato tra i vescovi americani un malumore che neanche una successiva lettera del papa è riuscita a smorzare. Si sono sentiti bloccati nella loro autonomia dopo che per anni Francesco aveva parlato dell’opportunità di un sano decentramento.





Marco Politi è a livello internazionale uno dei maggiori esperti di questioni vaticane. Vaticanista de “la Repubblica” per quasi un ventennio, poi editorialista de “il Fatto Quotidiano”, collabora con Abc, Cnn, Nbc, Bbc, Rai, Zdf, France 2 e “The Tablet”.

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