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Umberto Orsini - Sold out


Il più famoso attore italiano rimette in ordine le tessere della propria storia.


Sold out

Dalle campagne novaresi ai palcoscenici dei maggiori teatri italiani, dal ‘rischio’ di diventare notaio in provincia, ai film di Luchino Visconti e alle partite di tennis con Rod Steiger. Orsini toglie la maschera e si racconta, lasciandoci entrare nella sua officina. A cura di Paolo di Paolo.

Ecco, mi torna alla mente la prima sala cinematografica che mio fratello gestì. Era a Oleggio, a una trentina di chilometri da Novara. Negli anni gli ho visto fare lavori diversi: impiegato di banca, rappresentante di prodotti medicinali, e appunto gestore di sale cinematografiche. Lui e sua moglie avevano deciso di abitare nel retro del palco e lì avevano messo su un appartamento piuttosto bizzarro, ricavando da diversi camerini una cucina, una camera da letto, un salottino in cui si pranzava e si ascoltava la radio. Quando passavo del tempo con loro, mi destinavano una stanza che si affacciava sul palco come su un cortile. Il mio primo palcoscenico. La sera mi addormentavo con un sottofondo di risate, di frasi d’amore, di lamenti disperati. “Heathcliff! Heathcliff!”: quante volte ho sentito quel lamento di Cime tempestose, che fu uno dei più grandi successi del Cinema Sociale di Oleggio programmato dal venerdì alla domenica con tre spettacoli quotidiani! Spesso vedevo i film dalla cabina di proiezione, dove una grande macchina con due rulli dominava la stanza. Il proiezionista e io sentivamo di avere il mondo ai nostri piedi e di poter distribuire quelle storie a nostro piacimento, come dei maghi. Pareva un sogno anche questo.
Quando mio fratello prese in gestione un’altra sala a Romagnano Sesia, a una ventina di chilometri da Novara, mia madre si mise alla cassa. Il cinema era aperto da mercoledì alla domenica e si proiettava lo stesso film per due giorni e poi un altro – quello che garantiva maggiori incassi – il venerdì, il sabato e la domenica. Io mi occupavo della pubblicità, vale a dire dell’esposizione delle locandine e della distribuzione delle stesse negli esercizi pubblici, che poi erano il mio barbiere, il mio fornaio, il mio macellaio e il mio fruttivendolo. Punti strategici! Con mio fratello, che si occupava anche dell’altro cinema a Oleggio, avevo in comune il gusto della comunicazione. Lui divenne più tardi uno dei più bravi e importanti pubblicitari di quegli anni, e non a caso. Quanto a me, mi davo da fare escogitando piccoli espedienti che allora erano perlomeno anomali e un po’ esagerati in un paese piccolo come Romagnano, cinque o seimila abitanti, sulle rive del fiume Sesia, con un potenziale di mille spettatori a settimana. Avevo reclutato un paio di ragazzi e avevo fatto costruire un piccolo apparato di legno compensato che potevano reggere a tracolla. In cambio degli ingressi gratuiti, li mandavo in giro a mezzogiorno con affissi i manifesti dei film che davamo quella sera. Lo avevo visto fare nei film ambientati a New York e introdussi in quel piccolo paese i primi uomini sandwich. Da New York a Romagnano Sesia!

Devo ammettere che, nella mia famiglia, il solo che avesse una predisposizione a fare l’attore era proprio mio fratello. Recitava in una piccola compagnia amatoriale prima che la guerra finisse. In quella compagnia aveva conosciuto la ragazza che poi sarebbe diventata sua moglie. Molto più tardi venni a conoscenza del fatto che proprio in quella compagnia capitò per caso – non ho mai saputo come, perché e da dove – un giovane che si chiamava Strehler. Sì, proprio lui, Giorgio, che fece con loro quella che viene considerata la sua prima regia. Un testo di Pirandello che, se non sbaglio, era All’uscita. Non è un dato riportato nelle biografie del grande regista, ma è sicuro che si trattasse proprio di lui.
Quanto a me, da spettatore puro, mi appassionava un comico torinese, Erminio Macario. Avevo adorato un suo film che si intitolava Imputato, alzatevi!. Mi faceva ridere soprattutto la situazione richiamata nel titolo: il giudice diceva, rivolto al personaggio interpretato da Macario, “Imputato, alzatevi!”. E Macario, che era piccolo di statura, rispondeva: “Sono già in piedi!”. E poi c’era un’altra scena del film che trovavo esilarante, quella in cui Macario cercava di afferrare un pezzo di gorgonzola e non ci riusciva perché il formaggio, pieno di vermetti, gli scappava dalle mani, come spostandosi in avanti. Non ho più rivisto quel film perché temo che quelle scene non mi facciano più ridere. Mio fratello poi, quando voleva strapparmi una risata a colpo sicuro, si pettinava come Macario che sulla fronte aveva un piccolo ricciolo, una specie di punto interrogativo che gli spuntava dal cappello.
Negli anni successivi, in un viaggio a Milano, ospite di una zia, sorella di mia madre, sposata a un siciliano (aveva, non posso scordarlo, l’unghia del mignolo destro più lunga delle altre e la domenica la infilava nel fiocco del pacchetto di cannoli che per tradizione comprava in pasticceria!), in una di quelle visite dico, forse la prima in una Milano ancora ferita dai bombardamenti, i miei zii mi portarono al Teatro Lirico per una rivista di Macario, Macario e le sue donnine, e dalla balconata di quel teatro lo vidi dal vivo, finalmente, lui e le sue soubrette. C’era anche Isa Barzizza, che credo provocò il primo brivido erotico della mia vita. Quel teatro mi faceva sognare e la passerella finale era una delle cose più esaltanti alle quali io abbia mai assistito. Mi sento un privilegiato.


Umberto Orsini - Sold out


Umberto Orsini nasce a Novara e a ventidue anni debutta in teatro con la Compagnia dei Giovani per poi lavorare sotto la guida dei maggiori registi italiani, da Franco Zeffirelli a Luca Ronconi.

Paolo Di Paolo è autore, tra gli altri, del romanzo Mandami tanta vita (2013, finalista Premio Strega).

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