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Iyad El-Baghdadi - Il triangolo vizioso. Tiranni, terroristi e l'Occidente


Le dinamiche di potere che tengono sotto scacco il Medio Oriente raccontate da uno dei protagonisti delle primavere arabe.

Il triangolo vizioso

«Nonostante si oppongano gli uni agli altri, RA tiranni e terroristi hanno una relazione simbiotica: i terroristi hanno bisogno dei tiranni per reclutare e radicalizzare; i tiranni hanno bisogno dei terroristi per legittimare il loro potere; i governi occidentali, invece, hanno bisogno sia degli uni che degli altri per giustificare i loro interventi militari e i conseguenti vantaggi economici e politici. Si tratta di un ‘triangolo vizioso’».

In un capitolo precedente abbiamo guardato alla storia moderna della regione come a una serie di contratti sociali infranti. I regimi arabi postcoloniali acquistano la loro legittimità tramite la lotta per l’indipendenza dall’egemonia occidentale e promettono unità e dignità per gli arabi, ma ottengono solo sconfitte, umiliazioni e conflitti intestini. Dopo il boom del petrolio, i regimi arabi promettono di emancipare le masse dalla povertà e dall’analfabetismo, ma affiancano a questo una espropriazione completa dei diritti politici. Di fronte a una crisi di legittimità, colgono l’occasione presentata dalla “guerra al terrore” americana, facendo della lotta al terrorismo il nuovo pilastro della loro legittimità interna e internazionale.
Quali sono le conseguenze di questo triste passato, in che stato si trova attualmente l’assetto regionale arabo?
Iniziamo con la performance economica. La regione araba è una delle più giovani del mondo: il 28% di tutti i cittadini ha un’età compresa tra i quindici e i ventiquattro anni. Attualmente 108 milioni di arabi stanno passando all’età adulta, il più alto numero mai toccato nella storia. Eppure la regione araba è leader al mondo per disoccupazione giovanile: si tratta di una tendenza comune a tutto il mondo arabo, compresi gli Stati del Golfo, ricchi di petrolio. 
Già nel 2010 si stimava che i paesi arabi avessero bisogno di creare cento milioni di posti di lavoro per mantenere sostenibile la situazione economica, ciò non è accaduto. Al momento della stesura di questo lavoro, si stimava che le economie arabe dovessero creare quattro-cinque milioni di posti di lavoro all’anno solo per tenere la testa fuori dall’acqua, ma i governi sembravano tragicamente incapaci di realizzare questo obiettivo.
Le economie arabe restano gracili. Messi insieme, gli Stati arabi aggregano una popolazione che si aggira attorno ai 430 milioni di persone, ma quando si assomma la produzione economica di tutti gli Stati arabi, compresa l’intera industria dei combustibili fossili, si finisce per constatare una dimensione equivalente all’economia di Israele sommata a quella italiana.
Cosa producono le economie arabe? Anche nei paesi che dovrebbero essere centri di produzione agricola, la principale voce di esportazione è ancora il petrolio. Parallelamente meno dell’1% dei prodotti esportati sono ad alta tecnologia. Non c’è da meravigliarsi se guidiamo il mondo nel campo della disoccupazione giovanile: dovremmo creare prodotti di cui il mondo ha bisogno, invece il nostro modello economico sembra basato sullo scavare buche nel terreno.
Il settore agricolo è ancora strutturalmente importante: fornisce il 30% di tutti i posti di lavoro. Ma anche qui siamo di fronte a una pericolosa deriva di insostenibilità: non solo la regione araba è tra le più sfruttate al mondo dal punto di vista idrico, ma si prevede anche che sarà una delle più colpite dall’aumento delle temperature a causa dei cambiamenti climatici.
Lo stato delle economie arabe e la dilagante repressione politica hanno contribuito a peggiorare il fenomeno della fuga dei cervelli. Nel 2010 è stato stimato che un milione di esperti arabi, altamente qualificati nel loro campo, lavora all’estero, nei paesi sviluppati. La maggior parte di loro non torna a casa. Dopo la primavera araba e la successiva crisi dei rifugiati, questa cifra è aumentata.
Che dire delle importazioni? È preoccupante che la regione araba sia il più grande importatore di armi al mondo. Per qualche motivo i nostri regimi riescono a importare più armi che in qualsiasi altra regione del mondo senza di fatto vincere alcuna guerra, tranne quella che combattono contro di noi, il popolo.
Distogliendo lo sguardo dall’economia e concentrandoci sulla politica, non ci troviamo di fronte a un’immagine così netta. La regione araba ha la media più bassa del mondo nel Democracy Index, un 3,35 (la media mondiale è di 5,48). È una cifra che nasconde un indice molto alto di brutalità, repressione, prigioni e luoghi di tortura.
Inoltre la regione, nel complesso, ha uno degli indici più bassi al mondo quanto alla libertà di espressione. La mancanza di libertà di espressione si riflette in una scena culturale debole e in un’industria editoriale debole. Come arabi, abbiamo maggiori possibilità di essere pubblicati in inglese che in arabo e, in effetti, scrivere in inglese piuttosto che nella propria lingua madre è per molti arabi una forma di autocensura. Il giro di vite sulla libertà di espressione significa che le idee cattive non possono essere affrontate apertamente. Le persecuzioni, d’altra parte, generano soprusi che possono spingere le persone all’estremismo.
Anche in paesi arabi il cui regime ha riconosciuto la necessità di una profonda riforma, coloro che hanno sostenuto le riforme l’hanno fatto in modo decisamente repressivo, assicurandosi che i cittadini non avessero voce in capitolo nel processo. In Arabia Saudita, ad esempio, il principe ereditario Mohammad bin Salman ha dichiarato un piano di trasformazione nazionale chiamato “Vision 2030” che richiede riforme economiche, religiose e sociali, ma ha imprigionato economisti, riformatori religiosi e attiviste per i diritti delle donne.
Nel 2016 «The Economist» ha riassunto la situazione usando queste parole: «Quasi ovunque una popolazione numerosa e giovane sarebbe considerata una benedizione dal punto di vista economico. Ma nel mondo arabo di oggi i giovani sono trattati per la maggior parte come una maledizione da sopprimere. La gioventù araba dovrebbe essere la risorsa primaria del mondo arabo. Ma di fronte all’oppressione e alla mancanza di opportunità molti di questi giovani si stanno buttando via».
Quella storia fatta di promesse non mantenute è stata causa di una disillusione di massa, ma è importante notare che la maggior parte dei cittadini dei paesi arabi non ha dubitato tanto delle promesse quanto della capacità dei governi di realizzarle. La maggior parte degli arabi oggi preferirebbe una più stretta integrazione sociale ed economica tra i paesi arabi, comprese le frontiere aperte, il coordinamento della politica estera e la difesa comune. Gli arabi credono ancora in larga misura che i loro governi debbano assicurare economie forti, salute e istruzione di qualità, continuano a credere che i loro governi debbano garantire sicurezza e combattere il terrorismo.
Ma queste promesse sembrano più lontane che mai. Per molti giovani arabi le rivoluzioni del 2011 hanno rappresentato la possibilità di un cambiamento significativo. La loro repressione ha comportato più oppressione e più instabilità. Se nasci arabo hai trenta volte più probabilità degli altri di ritrovarti a essere un rifugiato nell’arco della tua vita. Gli arabi rappresentano solo il 5% della popolazione del pianeta ma sono il 50% di tutti i rifugiati. È impossibile separare il fatto che il mondo arabo oggi sia una fabbrica di crisi dal fatto che il nostro assetto regionale sia dominato dalle dittature. Essere un arabo oggi significa essere a bordo del Titanic sapendo benissimo e in anticipo di essere diretti verso un iceberg. Saremmo più che capaci di stare al timone, di avere il controllo del nostro destino. Invece noi e le nostre famiglie siamo chiusi a chiave in gabbie sottocoperta.



Iyad El-Baghdadi - Il triangolo vizioso. Tiranni, terroristi e l'Occidente




Iyad El-Baghdadi, scrittore, è attivista per i diritti umani e consulente per startup.


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