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Giovanni Bianconi - 16 marzo 1978

Il racconto delle 24 ore che portano alla strage di Via Fani e al sequestro di Aldo Moro.

16 marzo 1978

16 marzo 1978: un giorno sbagliato. Un giorno che, destinato a entrare nella storia italiana come inizio di una nuova fase democratica, diventa improvvisamente tutt’altro: il giorno della violenza e della ‘geometrica potenza’ di fuoco delle armi.

Dall’abitazione di Aldo Moro, in via del Forte Trionfale, il covo brigatista di via Montalcini dista dodici chilometri. Un percorso quasi in linea retta da nord a sud della città, che i sequestratori hanno allungato per motivi di sicurezza, preferendo strade secondarie che hanno consentito loro di arrivare a destinazione senza incidenti né contrattempi. Lungo il percorso, subito dopo aver lasciato via Fani, hanno incrociato una volante che correva con la sirena accesa e la paletta fuori dal finestrino, ma andava nella direzione opposta e non s’è accorta di essere passata accanto ai terroristi in fuga con l’ostaggio.
Nell’appartamento acquistato da Anna Laura Braghetti – nome di battaglia «Camilla», una militante non ancora ricercata dalla polizia, che quindi ha potuto usare la propria identità per comprare quel centinaio di metri quadrati con annesso giardino e garage al prezzo di 50 milioni di lire, pagati in contanti con una parte del riscatto del sequestro dell’armatore Pietro Costa, avvenuto nel 1977 – Aldo Moro viene fatto uscire dalla cassa da Mario Moretti e Prospero Gallinari, incappucciati per evitare di farsi vedere in faccia. Di là ci sono la Braghetti e Germano Maccari, un militante scelto dall’organizzazione come finto marito di «Camilla», in modo da fornire un’adeguata copertura con gli inquilini del palazzo.
Al presidente della Dc viene consegnata una tuta da ginnastica da indossare al posto degli abiti con cui è uscito di casa, poi lo fanno entrare nel cunicolo-prigione costruito dietro la libreria. Appeso alla parete dietro il letto che occupa quasi tutto lo spazio a disposizione c’è un drappo rosso, con un stella gialla a cinque punte chiusa in un cerchio e la scritta «Brigate rosse». Quando la vede, l’ostaggio dice a Moretti: «Ah, siete voi. Lo immaginavo».
Il capo brigatista verifica che non sia ferito, gli chiede come si sente, si informa su eventuali malattie che richiedano cure specifiche. Moro risponde di non soffrire di patologie particolari, a parte sporadici cali di pressione affrontati con un sorso di whisky da una fiaschetta che tiene in tasca; aveva anche una borsa di medicinali, che i rapitori hanno preso e gli verranno somministrati in caso di necessità. Moretti s’informa sulle sue abitudini alimentari: «Poca carne, qualche formaggio, molte verdure», risponde il presidente prigioniero.
Quando torna di là, lasciato Moro nella cella, il brigatista si scioglie in un abbraccio con gli altri tre compagni. Sono contenti per l’operazione portata a termine con successo, nonostante le mitragliette si siano inceppate e i compagni abbiano dovuto usare le pistole; nessun militante è rimasto ucciso o ferito, e adesso è il momento di scaricare la tensione accumulata. Ma c’è pure la consapevolezza che, compiuta la strage e il sequestro che già rappresentano uno smacco per le istituzioni, la partita con lo Stato comincia adesso. E non sarà semplice.
Lo pensa anche Bruno Seghetti, che dopo aver lasciato Morucci è tornato nella base di Borgo Vittorio, vicino a San Pietro, dove lo raggiunge Barbara Balzerani. Non hanno ancora finito. Escono di nuovo, camminano lungo via Cola di Rienzo e piazza Risorgimento, fino alla strada intorno al mercato Trionfale dov’è parcheggiata una Fiat 127. Nel bagagliaio, dopo l’agguato, uno dei compagni in ritirata ha lasciato una borsa con le mitragliette e i giubbotti antiproiettile.
Stando attenti a non essere visti lo aprono, prendono la borsa e la mettono nel carrello della spesa che hanno portato con loro. Richiudono la macchina e tornano indietro, sempre a piedi per evitare controlli e posti di blocco. Intorno a loro c’è il silenzio irreale di una città che ha appena appreso, sgomenta e attonita, dell’eccidio e del rapimento del più importante uomo politico italiano. La gente parla sottovoce, in lontananza arrivano gli echi delle sirene, qualche altoparlante invita all’adesione allo sciopero generale, ma il cigolio delle ruote del carrello che stridono sull’asfalto e i sampietrini sembra più forte di tutto. E fa sentire osservati i due brigatisti, nonostante nessuno faccia caso al loro incedere guardingo; nessuno sguardo lascia trasparire il minimo sospetto di trovarsi di fronte due degli autori della strage.
Giunti al mercato di piazza dell’Unità comprano qualche verdura per coprire meglio le armi nascoste nel carrello, e proseguono indisturbati fino a casa. Pure per loro è un momento di sollievo perché tutto è andato secondo i piani, e non era affatto certo che ci sarebbero riusciti; ma anche di preoccupazione per quello che potrà accadere d’ora in avanti.
Sono le stesse sensazioni di Franco Bonisoli e Raffaele Fiore, mentre viaggiano a bordo di un treno diretto al nord, per rientrare nelle rispettive città di provenienza. Subito dopo la sparatoria sono fuggiti a bordo delle auto insieme ai compagni, poi hanno proseguito a piedi, scendendo una lunga scalinata che li ha portati a una fermata dell’autobus. Quando è arrivato il mezzo pubblico sono saliti come normali passeggeri, ma a differenza degli altri avevano ciascuno una pistola in tasca e si guardavano intorno pronti a reagire in caso di necessità. Non ce n’è stato bisogno, perché man mano che l’autobus proseguiva verso la stazione Termini, hanno visto le macchine della polizia e dei carabinieri che sfrecciavano nella direzione opposta, verso il luogo del delitto.
«Lo Stato va da una parte e noi dall’altra», s’è congratulato fra sé Bonisoli, mentre intorno a lui gli altri passeggeri si interrogavano su che cosa fosse successo per mobilitare tante forze dell’ordine.
Alla stazione, con i biglietti già fatti, sono saliti sul treno per Torino, hanno trovato posto in uno scompartimento vuoto. A ogni fermata controllano dai finestrini per vedere che non ci sia nulla di strano, ma tutto fila liscio. A Genova si separano: Fiore rimane sullo stesso treno, Bonisoli scende per prendere la coincidenza verso Milano. Nell’attesa acquista l’edizione straordinaria di un giornale, con le prime notizie sulla strage, i commenti sulla tecnica da specialisti e i killer dalla mira infallibile. Ripensa alle recriminazioni di Fiore per il mitra inceppato, il suo s’è bloccato dopo che ha inserito il secondo caricatore; ma c’è pure l’appagamento per un’azione che dall’esterno è risultata perfetta e malgrado qualche contrattempo è andata bene anche per gli stessi brigatisti. Si sente come i combattenti comunisti dopo gli agguati ai tedeschi durante la Resistenza, gli tornano alla mente i testi di Pietro Secchia e Giovanni Pesce sulla guerriglia partigiana che ha letto e riletto, lui che viene da Reggio Emilia ed è cresciuto con il mito della rivoluzione interrotta.
Rientrato a casa, nel covo di via Monte Nevoso, accende la tv e rivede le immagini della carneficina. I corpi dei poliziotti sui quali ha sparato, Rivera rimasto intrappolato nell’Alfetta e Iozzino sull’asfalto, ma il sangue provocato in questo momento viene rimosso. Se non c’è spazio né tempo per euforie o compiacimenti, non ce n’è neppure per domande e ripensamenti: compiuto il dovere che ha portato a conquistare la prima tappa di un cammino più lungo, bisogna pensare alla prossima.
È quello che ha in mente Valerio Morucci che, fatta la telefonata di rivendicazione, è tornato nella base di via Chiabrera, alle spalle della basilica di San Paolo.
La chiamata all’Ansa è stata l’ultimo atto dell’azione, altre ne seguiranno in altre città: Milano, Torino, Genova. Ma nel corso della giornata arriveranno molte telefonate di mitomani e buontemponi che si attribuiscono falsamente il rapimento di Moro. Uno, a Milano, è stato arrestato: ha chiamato il 113 qualificandosi come «vicecapo delle Brigate rosse»; l’operatore di polizia l’ha trattenuto al telefono finché i tecnici della polizia hanno individuato la cabina da cui stava parlando, una pattuglia è arrivata e l’ha fermato. È un radiotecnico di origine rumena di 53 anni, niente a che vedere con i terroristi; solo un esaltato un po’ disturbato.
Nell’appartamento di via Chiabrera Morucci trova Adriana Faranda, compagna di militanza e di vita, che la sera prima s’è attardata a cucire le mostrine dell’Alitalia sulle divise da aviere per lui e Bonisoli, e adesso ascolta il baracchino sintonizzato sulle frequenze radio di polizia e carabinieri, per verificarne le mosse.
«È stato un macello», le dice Morucci prima di raccontarle i dettagli della mattanza.



Giovanni Bianconi - 16 marzo 1978





Giovanni Bianconi è inviato speciale del “Corriere della Sera”, per il quale segue le più importanti vicende di cronaca giudiziaria, criminalità, terrorismo e politica della giustizia.

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