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Raffaele La Capria e Silvio Perrella - Di terra e mare

Silvio Perrella e Raffaele La Capria
DI TERRA E MARE
Un dialogo tra Raffaele La Capria e Silvio Perrella

Di terra e mare

Raffaele La Capria e Silvio Perrella intrecciano le loro voci sulla felicità e il rimpianto, sull’amore e il desiderio, sul perdersi e il ritrovarsi, sulle parole e i silenzi, sul mare e l’abbandono. Ne scaturisce un dialogo insieme ironico e malinconico. Eccone un assaggio. 


– Solo la perdita ha l’immensità del mare.

«Ad un tratto il filo gli sfuggì e il palloncino volò via. Salì oltre le cime degli alberi della villa, sempre più su, nel cielo profondo, si fece sempre più piccolo, diventò un puntino e sparì. Il bambino stette immobile e pensieroso a guardarlo. Poi si voltò verso la madre e disse: “Più...”».

– Ricordo, sì.

– Parli dell’esperienza della perdita in La neve del Vesuvio. Ad apertura di pagina, nel primo capitolo, Tonino, il giovane protagonista, perde il palloncino. Da quel giorno, più volte, fu costretto a dire «più», finché si chiese: «Ma dove vanno le cose che scompaiono? Ci sarà un posto in cui si nascondono, no?». Perché non c’è attimo che non si perda qualcosa. Ma non significa che tutto sia perduto. Per esempio i tuoi libri sono pieni di vita perduta e ritrovata sulla pagina con i nomi delle persone, dei luoghi, dei momenti trattenuti. Frasi sottomarine che si slanciano sintatticamente per forza di fiato, usando le virgole più dei punti e andando in avanscoperta con lo stupore della prima volta. In questi andirivieni sei riuscito ad essere te stesso fino in fondo e addirittura si è precisato il tuo profilo, che dai sessant’anni in poi ha preso la forma che conosciamo, simile ai ciottoli tanto amati levigati dal mare di Cala Ventroso, dove la risacca produce un suono che compari a quello del ghiaccio tritato...

– Mi viene in mente il modo in cui Proust si affida alle intermittenze del cuore, quelle invasioni improvvise che arrivano alla memoria e che violano la linearità del tempo con un continuo venire a te di cose che salgono a galla dalla vita, dai ricordi; però non allineati, ma come delle rivelazioni della memoria, che ti colgono all’improvviso, esattamente come le epifanie di Joyce.

– D’altra parte in Ferito a morte “i semini proustiani” erano stati piantati su un terreno napoletano: la giornata di Joyce, della Woolf, vengono addolcite da una napoletanità che ha nella sua storia Vico, gli illuministi e Croce.

– I pensieri sono cose molto complicate.

– I pensieri sono fatti di parole che spesso ci sfuggono. A volte, scrivendo, insegui un qualcosa, come tu inseguivi la tua spigola, e quel qualcosa si intana. La perdiamo. Mi chiedo, come Tonino, dove finiscono le cose che si perdono.

– Se si sono perse vuol dire che potevano perdersi. È più importante la cosa nuova e imprevista. E poi le cose perdute a volta possono anche tornare.

– Tornano. E tornano a dispetto della modernità, che concepisce il tempo come una freccia lanciata verso qualcosa che non torna mai indietro.

– Lo penso anch’io. Ancora una volta mi sento proustiano. Proust è all’interno del processo che descrivi, lo sente, lo conosce, lo sconta, e tuttavia compie un estremo tentativo di ricomposizione: riscatta la frantumazione del tempo con la sua idea di circolarità. Non ha forse scritto un grande romanzo circolare? Si parte in un modo, si fa un grande cerchio, e si ritorna. A tornare sono i nostri luoghi di origine...

– Ti ricordi i versi di Kavafis, «Né terre nuove troverai, né nuovi mari. / Ti verrà dietro la città»?

– È così. Pensa alla nostra città. Napoli è una città che ti segue; anzi, correggerei quei versi, dicendo che è una città che t’insegue. T’insegue perché te la porti nella mente.

– Alludi alle immagini primarie, a quelle immagini che nascono prima della coscienza?

– Sì, proprio quelle. Sono quelle che nascono in un luogo preciso del mondo e per me quel luogo è Napoli.

Napoli ha impresso una sua impronta indelebile sulla mia percezione del mondo, e questo è avvenuto attraverso le immagini primarie generate dal mare di Napoli e che attraverso la memoria si sono riprodotte dando vita senza soluzione di continuità ad altre immagini in una ininterrotta reazione a catena, di cui ho dimenticato persino il principio. E quali sono le tue?

– Una per tutte: quella di un ponte. Lo vedevo dal balcone della casa dove abitavo da bambino, a Palermo. Ci passava sotto il fiume Oreto che presto sarebbe sfociato nel mare. Ero al limitare della città e quell’immagine mi sarebbe venuta incontro come emblema di una connessione che porta con sé anche la sua fragilità. Ponte che congiunge e ponte che precipita, come in un frammento di Kafka.

Presto avrei lasciato Palermo e sarebbe cominciata l’altalena dei sentimenti, che sempre si mette in moto con il luogo d’origine. Esattamente come il tuo dichiarato rapporto odioamore con Napoli.

– Amore e odio spesso si confondono ed è la gelosia il sentimento che meglio esprime questa conflittualità delle emozioni. Sai quante volte, tornando a Napoli, mi sono sentito rimproverare di essere andato via, quasi la mia fosse una diserzione.

– Si sa, spesso i napoletani ingaggiano con la loro città un poetico litigio.

– Per farti capire le sensazioni contraddittorie che mi suscita Napoli ti devo raccontare di qualche tempo fa. Mi trovavo a Napoli di passaggio tra un impegno che avevo concluso e un treno che di lì a qualche ora mi avrebbe riportato a Roma. Davanti a me c’era un intervallo di tempo vuoto che non sapevo come riempire. Gravava sulla città un’aria ferma e pesante e pareva che avvolgesse tutte le cose in un’immobilità mortale. Anche i pensieri e l’animo ne erano oppressi, e mentre lentamente scendevo dalle vie del centro verso piazza Vittoria la vista del mare d’un grigio uniforme come il cielo non contribuì certo a risollevare il mio umore. Mi domandavo se questa immobilità non fosse un carattere proprio della mia città, sempre chiusa in se stessa nonostante la vivacità della gente, e se tutto quanto si diceva della sua rinascita e riconquistata dignità non fosse pura illusione.

Da quando, molti anni prima, ero partito per cercare con la fuga una via d’uscita e un lavoro a me congeniale, mi era rimasto impresso come un incubo il mio inutile andirivieni da un punto all’altro della città alla ricerca di qualcosa che rassomigliava alla libertà, senza che mai nulla di quel che speravo accadesse: le persone, i discorsi, i luoghi sempre uguali, e la mia faccia riflessa nelle vetrine dei negozi come quella di un pesce dietro il vetro di un acquario, e mai il segno di un cambiamento, mai una pur minima occasione per tirarsi fuori da quel giro maledetto. Poi ce l’avevo fatta, ero fuggito, avevo interrotto la circolarità del tempo immobile. Ma adesso, nell’intervallo vuoto che mi si apriva davanti, mi pareva all’improvviso di essere ripiombato nello stesso terribile andirivieni di allora. E anche questo entrava a far parte del mio stato d’animo.

La Villa Comunale era deserta a quell’ora, pareva solo abitata dalle statue degli dèi e degli eroi che biancheggiavano tra il verde silenzioso degli alberi. Mi avviai lungo il viale verso il chiosco floreale che scintillava di vetri gialli e verdi sulle sottili colonnine di ghisa. Mi piaceva la cupola a forma di cappellino cinese che pareva fatta per Turandot. Sotto quel magico baldacchino un’orchestra del Comune spargeva una volta le note dell’Aida e della Gazza ladra tra le mamme e le governanti che la domenica mattina dopo la messa accompagnavano i bambini a giocare.

Come in un film vidi per un attimo una di quelle domeniche e subito, con un invisibile telecomando, la feci sparire, infastidito. Ma i luoghi, il piccolo obelisco di granito, la fontana delle paperelle (ora asciutta), i quattro leoni accucciati come sfingi, quelli mi venivano incontro man mano che proseguivo la mia passeggiata, e non potevo non riconoscerli uno a uno. Erano i luoghi dei giochi a nascondino, delle corse a guardie e ladri, delle rincorse. Più forte del ricordo era però il senso di non-appartenenza che mi comunicavano, una non-appartenenza gradita, liberatoria.

– Sono sicuro che questo è solo un pezzo della storia del tuo rapporto con Napoli... 


Raffaele La Capria e Silvio Perrella, Di terra e mare


Raffaele La Capria (Napoli, 1922) esordisce come narratore nel 1952 con Un giorno d’impazienza. Il suo romanzo più celebre, Ferito a morte, ottiene il Premio Strega nel 1961.

Silvio Perrella (Palermo, 1959) ha pubblicato, tra l’altro: Giùnapoli (Neri Pozza 2006); Doppio scatto (Bompiani 2015); Addii, fischi nel buio, cenni (Neri Pozza 2016); Insperati incontri (Gaffi 2017). Collabora con “Il Mattino” e ha curato il Meridiano Mondadori dedicato a Raffaele La Capria.


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