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Anna Foa - La famiglia F.

La famiglia F.
LISA E VITTORIO FOA, LA RESISTENZA

La famiglia F.

La storia della sinistra italiana è anche una storia di famiglia. È il caso di Anna Foa, del padre Vittorio e della madre Lisa. Una famiglia che ha attraversato la storia d’Italia da protagonista.


Mio padre della Resistenza ha raccontato pochissimo, anche se l’ha definita il punto alto della sua vita. Quando raccontava, erano soprattutto le storie che riguardavano Lisa; di sé e di quello che ha fatto non diceva quasi nulla. Anche per Lisa la Resistenza era stato un punto alto, ma lei ne parlava molto, sia a voce in famiglia sia poi, da vecchia, nella sua autobiografia. Erano in genere racconti più avventurosi che tragici, il più drammatico è quello dell’arresto in Val Pellice di Willy Jervis, nel marzo 1944. Dovevano incontrarsi e lo vide da lontano arrivare in motocicletta sulla strada. Stava per fargli un cenno quando si accorse che Jervis guardava fisso davanti a sé e vide sulla moto, dietro di lui, un SS che gli puntava una pistola alla nuca. L’SS non era un tedesco, ma un italiano del battaglione di SS italiane Debica. Jervis fu fucilato dopo mesi di torture, nella piazza di Villar Pellice.

Credo che mia madre sia stata molto segnata da quella morte. Nel suo libro scrive che nonostante il dolore, le persecuzioni e la morte erano state messe in conto e facevano parte della vita quotidiana. Eppure, la nonna diceva sempre che Lisetta con la guerra partigiana era molto cambiata e aveva perso la sua spensieratezza.

Mia madre sapeva sparare e nel dopoguerra ha avuto il titolo di «partigiana combattente», ma la sua Resistenza non è stata una resistenza armata. Ciclostile, trasporto di materiale clandestino, a volte anche di armi. Con Giorgio Spini smontavano e rimontavano mitra, me lo ha ricordato tutto felice lui ad un convegno. E sembra che dopo la mia nascita qualche arma sia anche stata trasportata nella mia carrozzina, sotto le mie copertine. Si muoveva, Lisa, tra Torino, Milano, e la Val Pellice. I suoi compiti erano di quelli che venivano affidati preferibilmente alle donne, che suscitavano meno sospetti degli uomini. E poi, il gioco dei ruoli, gli uomini combattevano, le donne aiutavano. Ma i rischi erano comunque altissimi. Una volta lei e una sua amica si fecero aiutare da un soldato tedesco che passò loro dal finestrino del treno una valigia pesantissima. Erano belle ragazze e poi mia madre parlava un po’ di tedesco. Ma cosa c’è in questa valigia?, domandò il tedesco mentre gliela passava. Pensava, immagino, alla borsa nera. «Armi, naturalmente», rispose mia madre. Grande risata del soldato e delle due ragazze. Ed armi infatti erano, sia pur smontate, e la valigia non era nemmeno chiusa a chiave. Credo che, in un suo modo tutto particolare e privo di retorica, mia madre amasse il rischio.

Nonostante la sua disinvoltura e il suo sangue freddo, Lisetta fu arrestata nell’agosto 1944. Era, all’epoca, incinta di me. Fu arrestata non dai nazisti, ma da una banda di fascisti irregolari, che avevano già agito a Roma e a Firenze: la banda Koch. A Milano si erano stabiliti in una villa, detta Villa Triste: là portavano i partigiani arrestati, là li torturavano, nelle cantine della villa. A Milano agivano alle dirette dipendenze di Mussolini, mentre a Roma erano stati agli ordini di Kappler. Mia madre non fu torturata, si prese solo uno schiaffone da Koch. Lei ne raccontava con calma, senza enfasi, ma la prigionia là dentro, con la prospettiva della deportazione, deve essere stata un’esperienza molto dura.

Ad un certo punto, la banda Koch mandò al CLN la proposta di scambiare le due donne incinte prigioniere, Lisa appunto ed una sua amica, Carla Badiali, con dei fascisti di Salò prigionieri della Resistenza. Il CLN decise per il no – si era deciso in casi del genere di non trattare – ed inviò Vittorio ad esprimere il rifiuto ai due prigionieri lasciati uscire da Villa Triste per avere la risposta, uno dei quali, blu dalle botte, era Nahmias, il marito di Carla Badiali. I due prigionieri tornarono a Villa Triste con una risposta negativa. A Lisetta e Carla si apriva la strada della deportazione. È assai probabile che, come donne, sarebbero state mandate nel lager femminile di Ravensbrück dove, se pure fossero sopravvissute, avrebbero comunque perso i due bambini, che non sarebbero nati oppure sarebbero stati lasciati morire di fame e di sete.

Vittorio era molto provato dal fatto di essere stato proprio lui a rifiutare lo scambio e a condannare implicitamente sua moglie incinta alla deportazione. Si fermò da un’amica partigiana, Lucia Corti, e le raccontò tutto. Lucia tacque, c’era poco da dire per consolarlo, ma mise sul grammofono l’Eroica di Beethoven. L’ascoltarono in silenzio. Per tentare comunque di salvare le due donne, il CLN si rivolse all’arcivescovo di Milano, il cardinal Schuster. Con ogni probabilità gli devo la vita. Schuster infatti segnalò alle autorità tedesche lo scandalo di questo centro di tortura gestito da irregolari. Un ufficiale medico tedesco andò a visitare le due donne e dichiarò che in tali condizioni non potevano restare là. Mia madre diceva sempre che era stato il primo volto umano che vedeva da quando era a Villa Triste. Più tardi la banda sarebbe stata sciolta dagli stessi fascisti, i loro prigionieri trasferiti a San Vittore e i membri della banda arrestati, e sia pure per pochi giorni detenuti là anche loro.

Lisetta e Carla Badiali furono trasferite dal carcere in una clinica. Là erano piantonate, ma un gruppo di partigiani armati le fece fuggire scalze e in camicia da notte. A ideare e organizzare la fuga era stata Gigliola Spinelli, più tardi moglie di Franco Venturi, una donna straordinaria e coraggiosa fino alla temerarietà. Sul treno per Torino, mia madre era travestita da crocerossina, ma si era messa male la cuffia e tutti la guardavano. Per fortuna, non ci furono conseguenze. Prima di partire per Milano, però, passarono la notte da Lucia Corti. Senza dire una parola, Lucia mise di nuovo sul grammofono l’Eroica. Ritorna, attraverso Beethoven, il filo conduttore dell’eroismo che mi ha accompagnata da bambina e da ragazza. Quando Lisa morì, la mattina in cui sapevo che sarebbe stata cremata ascoltai l’Eroica.


Anna Foa, La famiglia F.


Anna Foa ha insegnato Storia moderna all’Università di Roma La Sapienza. Si è occupata di storia della cultura nella prima età moderna, di storia della mentalità, di storia degli ebrei.


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