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Carlo Greppi - 25 aprile 1945

25 aprile 1945
25 aprile 1945
Arrendersi o perire

25 aprile 1945

«Siamo a Milano, alla fine della giornata che segna l'alba di una nuova Italia.»  Carlo Greppi ricostruisce cosa avvenne il 25 aprile 1945 a partire da tre protagonisti di quelle fatidiche ore: Raffaele Cadorna, Ferruccio Parri, Luigi Longo. Con questo libro inauguriamo una nuova serie di Storia dedicata ai '10 giorni che hanno fatto l'Italia'.


“C’è poco da trattare: resa e consegna delle armi”.
Pochi minuti prima, gli uomini nella stanza erano nove. Tra loro, neanche un tedesco, anche se, pur essendo nato a Roma, il padrone di casa è di origini mezze bavaresi e mezze altoatesine. Ma il cardinale Schuster era almeno in apparenza sopra le parti: si era proposto come mediatore per una faccenda da risolvere – una faccenda tutta tra italiani. Perché in quella stanza, a colpi di sibilate nervose, di silenzi e di svelamenti veri o presunti, si è appena consumata una trattativa. O qualcosa del genere. Si sono fronteggiate due diverse idee di Italia: una, quella fascista, che sta irrimediabilmente franando e che sta per prendere la via della fuga in Valtellina, a due passi dalla Svizzera, forse per tentare un’ultima, disperata e feroce, difesa; l’altra che pare avere la vittoria in pugno. Perché, tra ordini di conferma e voci di disdetta, tutti sanno che è l’ora della resa dei conti. Siamo a Milano, alla fine della giornata che segna l’alba di una nuova Italia: sono le 19 e qualche minuto del 25 aprile 1945.

La morsa alleata si sta stringendo sulla Germania nazista e sui fascismi in tutto il continente, Benito Mussolini è appena uscito dalla stanza e il giorno prima è insorta Genova – il segno che tutti aspettavano, il segno che era giunta l’ora della liberazione dal nazifascismo, dopo venti mesi di occupazione nazista e di guerra civile.

All’alba del 24 aprile il Comitato di liberazione nazionale ligure ha deliberato l’insurrezione dopo aver rifiutato di scendere a patti con i tedeschi: “con i nazisti si combatte, non si tratta”, hanno decretato i leader della Resistenza.

Popolo genovese!

Con l’animo pieno di commozione, le tue nuove autorità democratiche ti dicono: Sei libero.

Comportati in queste ore tanto gravi e solenni in modo che tutto il mondo possa dire che tu sei degno di questa libertà.

Viva l’Italia democratica!

Cln Liguria

Le Sap – Squadre di azione patriottica – di fatto si erano attivate la notte precedente, puntando sull’effetto sorpresa, come racconta nel suo diario uno dei capi della Resistenza genovese, uomo di area cattolica e futuro ministro della Repubblica: Paolo Emilio Taviani. Nome di battaglia, comandante Pittaluga. “Alle quattro del mattino i primi colpi di fucile. Subito dopo, le raffiche di mitraglia. Alle cinque, sempre più frequenti, i colpi di cannone e di mortaio. Alle dieci, il palazzo del comune, la questura, le carceri di Marassi, i telefoni sono in mano del popolo in rivolta. Le Sap si sono moltiplicate. Ai predisposti quattro comandi di settore – Sestri Ponente, Val Polcevera, Genova Centro, Albaro Nervi – è un continuo affluire di nuove squadre che, lì per lì, si costituiscono con le armi tolte ai repubblichini”.

Circa tremila uomini delle Sap, a Genova, stanno affrontando le forze nazifasciste di almeno quattro volte superiori, guidate dal generale tedesco Gunther Meinhold. Ma i partigiani sono forti del  fiancheggiamento di molti cittadini. Ben oltre le previsioni.

Per liberare la città c’è bisogno di un’azione coordinata. Ci sono fabbriche da difendere dalle distruzioni dei tedeschi, caserme da occupare per neutralizzare i fascisti, edifici pubblici da conquistare. E serve una svolta che porti una rottura definitiva con il passato fascista, un reale rinnovamento democratico, “dal basso”. L’onda che arriva dalla Liguria parla un nuovo linguaggio: a Genova, Torino e Milano, nel cosiddetto “triangolo industriale”, la posta in gioco è “l’insurrezione perfetta” – è troppo alto il rischio che, nella fuga, i nazifascisti lascino una scia di sangue alle loro spalle. E si vuole provare a mettere gli Alleati di fronte al dato di fatto: l’Italia del Nord si libera da sola.

Il Cln ligure, riunito in permanenza, ha predisposto il sabotaggio delle comunicazioni e il blocco delle vie di fuga – strade e ferrovie – per impedire ai nemici di ripiegare a nord, come hanno già fatto il giorno prima i reparti SS e alcuni dei principali gerarchi fascisti, in direzione Milano: si vuole ostacolare a ogni costo la realizzazione del piano dei nazisti, e cioè di stabilire un’ultima “linea del fronte” sul fiume Po.

E mentre in Piemonte e in Lombardia arrivano le notizie del Cln ligure, proprio a Milano, dove ventisei anni prima nacque il fascismo e che ora è la “capitale” organizzativa della Resistenza, si esige che i fascisti si arrendano senza condizioni.

“C’è poco da trattare: resa e consegna delle armi”.

Il primo a cui si era rivolto il duce, l’uomo che sembra abbia ribadito questa manciata di parole non appena Mussolini ha lasciato la stanza, è il più alto in grado tra i rappresentanti della Resistenza che hanno varcato la soglia dell’Arcivescovado intorno alle 18, per l’incontro con i leader di Salò.


Carlo Greppi, 25 aprile 1945


Carlo Greppi, storico e scrittore, è dottore di ricerca in Studi storici.


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