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Emilio Gentile - Mussolini contro Lenin

Particolare di copertina
MUSSOLINI CONTRO LENIN
Una nuova radicale interpretazione firmata da Emilio Gentile

Mussolini contro Lenin


Emilio Gentile rovescia i giudizi correnti nella storiografia italiana e straniera sui rapporti fra Lenin e Mussolini e getta nuova luce sui due primi capi rivoluzionari del ventesimo secolo, artefici dei primi regimi totalitari, l’uno contro l’altro armati per imprimere il proprio modello sulla civiltà moderna.



Dopo aver ridicolizzato la credulità dell’armento tesserato socialista, e la leggenda del “paradiso leninista”, il razionalista e iconoclasta duce del fascismo trionfante si accinse a inventare la leggenda del fascismo salvatore dell’Italia dal bolscevismo, rivendicando ai fascisti, e quindi a sé come loro duce, il merito di aver impedito “al proletariato italiano di ripetere in Italia l’esperimento che si era rivelato già disastroso in Russia, in Ungheria ed in Baviera”, come disse a Milano il 14 maggio 1921. Un mese dopo, il 18 giugno, al fascismo salvatore d’Italia attribuiva la qualità del coraggio audace, perché “quando la tirannia bolscevica imperversava – si era nei mesi estivi e autunnali del 1919 con inchiesta su Caporetto e amnistia ai disertori”, nessuno, “proprio nessuno, aveva avuto il coraggio civile di affrontare le moltitudini che una propaganda di illusioni aveva fanatizzate e imbestiate”, tranne il “manipolo fascista”. Poi si era creduto che “esaurito il suo compito nella lotta anti-bolscevica, il fascismo si sarebbe volatilizzato, mentre, invece, si afferma sempre più solidamente in ogni parte d’Italia”. E ancora, un mese dopo, il 2 luglio, al culmine dell’offensiva condotta dallo squadrismo fascista nella guerra civile contro i “nemici interni” dell’Italia, cioè contro le organizzazioni del proletariato e i partiti avversari del fascismo, che ormai pretendeva di incarnare l’Italia, Mussolini poteva atteggiarsi a duce vittorioso e generoso, agitando il ramoscello d’ulivo, e affermando “che la guerriglia civile si avvia all’epilogo e che non è lontano il giorno in cui sarà scritta la parola ‘fine’ a questo capitolo della nostra storia”:

La guerriglia civile non può, non deve divenire una specie di caratteristica della vita italiana poiché, se così fosse, l’Italia non avrebbe dinnanzi a sé il glorioso avvenire di grandezza che noi vagheggiamo e prepariamo, ma un avvenire di tenebra e di sangue.
D’altra parte il fascismo ha compiuto quella che sarà chiamata dagli storici una vera e propria “rivoluzione nazionale”.
Il bolscevismo alla russa è liquidato. Una o due, o anche altre sette possono dedicarsi a predicarlo, ma ormai il mito leninista è scomparso dall’orizzonte della coscienza proletaria. I segni abbondano.
L’Italia del 1921 è fondamentalmente diversa da quella del 1919. Lo si è detto e dimostrato mille volte. Non bisogna che il fascismo abbia l’aria di voler monopolizzare esclusivamente per sé il diritto di questo profondo rivolgimento nazionale: basta annoverare il fascismo fra le forze più potenti e disciplinate che hanno operato in quella direzione. Così delimitato il nostro merito, nessun uomo di nessun partito può contestarcelo. [...]
Dire che un pericolo “bolscevico” esiste ancora in Italia, significa scambiare per realtà certe oblique paure. Il bolscevismo è vinto. Di più: è stato rinnegato dai capi e dalle masse.

Il duce dimenticava, però, che lui stesso aveva già dichiarato liquidato il bolscevismo almeno un anno prima dell’irruzione squadrista che accompagnò l’esplosiva crescita del fascismo da manipolo a movimento di massa. Come pure dimenticava che il declino del predominio socialista era stato da lui stesso constatato nell’autunno del 1920, quando i fascisti erano ancora “gli zingari della politica” e il partito socialista si andava avviando sulla china delle scissioni, prima dello scatenarsi dell’offensiva squadrista, tanto che lo stesso Mussolini, nell’articolo del 2 luglio, affermava che il partito socialista era “ridotto di forze, sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo”, doveva perciò “segnare il passo”, ed egli acutamente prevedeva che “si dividerà ancora. Ci saranno fra pochi mesi ben tre partiti socialisti, e quattro anzi, se si mette nel mucchio anche il socialismo bissolatiano”. Ma il duce del fascismo salvatore ometteva di aggiungere che nessuna di queste scissioni era stata provocata dal fascismo.

Alla fine del 1921, superata una grave crisi interna al fascismo stesso – provocata dalla rivolta della massa squadrista contro il patto di pacificazione col partito socialista voluto da Mussolini, che pensava anche a una smilitarizzazione del fascismo e alla sua trasformazione in partito parlamentare –, sedata la rivolta e ricomposta l’unità del fascismo con la sua trasformazione in partito milizia, Mussolini il 29 dicembre poteva chiudere l’anno dichiarandosi ottimista sulla situazione italiana nella prospettiva del 1922:

La situazione generale italiana, dal punto di vista politico, è migliorata. Per quanto lo Stato non sia ancora riuscito a ristabilire del tutto la sua autorità morale e politica, è certo che l’ordine pubblico non ha subito nel 1921 scosse troppo violente. Non c’è stato niente nel 1921 che ricordi l’agitazione contro il caroviveri del luglio del 1919 o l’occupazione delle fabbriche del settembre del 1920. Col luglio, sono cessate le grandi spedizioni fasciste. Purtroppo la guerriglia non è finita, ma va spogliandosi a poco a poco di ogni bellezza o grandezza politica. Si tratta oramai di agguati o di risse da osteria, talché ci si domanda se invece delle solite grida contro il porto d’armi, non sarebbe più efficace chiudere le osterie e le sale da ballo nei giorni di sabato e domenica.
Comunque, noi pensiamo che, nonostante le sinistre sobillazioni socialiste, anche questi sporadici residui della guerriglia civile dovranno una buona volta avere termine.
La situazione politica è migliorata per ciò che riguarda la rappresentanza parlamentare. La Camera attuale è molto più “nazionale” della precedente. [...]
Durante tutto il 1921, la classe operaia italiana ha dato prova, in complesso, di un grande spirito di moderazione e di una grande saggezza. [...] Riassumendo, si può affermare che la situazione accenna a migliorare. [...] Attraversiamo uno dei periodi più delicati della nostra convalescenza. Bisogna non abbandonarsi. Vigilare attentamente sul decorso della crisi. E mettersi al lavoro. [...] Se il fascismo perdesse il senso di questa suprema necessità di disciplina, di ordine, di lavoro, la sua missione nazionale sarebbe fallita.

Di tale consuntivo positivo il duce del fascismo era così convinto che volle ripeterlo il 1° gennaio 1922, ribadendo che “ci sono anche molti segni di speranza. Noi pensiamo che il peggio sia passato. Esaminammo l’altro giorno la situazione generale italiana per concludere in senso ottimista, ottimismo che manteniamo, specie nei riguardi dell’Italia, che non sta meglio ma non sta nemmeno peggio di molte altre e vicine e lontane e neutrali nazioni d’Europa”. Fra i motivi di ottimismo, Mussolini annoverava il progresso della tesi “dell’unità europea sul terreno della ricostruzione economica”, che “ha guadagnato molto terreno in questi ultimi tempi. Basta considerare che la Russia non è più isolata dal famoso ferro di filo spinato inventato da Clemenceau. Trattati di commercio sono stati conclusi fra Russia e Inghilterra, fra Russia e Italia, fra Russia e Germania e altre nazioni. La stessa Francia non è più nei confronti della Russia nella posizione di assoluta intransigenza in cui s’irrigidiva un anno fa. La Russia dunque è rientrata nella famiglia economica europea”.

Un mese dopo, nel secondo numero della sua nuova rivista “Gerarchia”, il 25 febbraio 1922, facendo una panoramica retrospettiva delle vicende politiche del dopoguerra, ponendosi la domanda “da che parte va il mondo?”, Mussolini rispondeva che l’Europa era andata a sinistra sino alla fine del 1920, ma “nei quindici mesi intercorsi da allora ad oggi, la situazione è cambiata. Il pendolo volge ora a destra. Dopo l’ondata della rivoluzione, ecco l’ondata della reazione; dopo il periodo rosso (l’ora rossa), ecco l’ora bianca”:

Come sempre accade, la nazione che più violentemente scartò a sinistra, è quella che da qualche tempo, cammina più velocemente verso destra: la Russia. Il “mito” russo è già tramontato. La luce non viene più dall’oriente. Dall’oriente russo vengono terribili notizie di fame e di morte; da Pietrogrado giungono appelli disperati di socialisti e di anarchici contro la reazione di Lenin. Il professore Uljanov è oggi uno zar, che segue a puntino – all’interno e all’estero – la politica dei Romanoff. Forse l’ex-professore di Basilea non credeva che la sua carriera avrebbe sboccato nella reazione; ma evidentemente, i Governi devono adeguarsi ai popoli e il popolo russo – enorme armento umano, paziente, rassegnato, fatalista, orientale – è incapace di vivere in libertà; ha bisogno di un tiranno; come del resto tutti i popoli, anche quelli dell’occidente, muovono ansiosi, oggi più che mai, alla ricerca di istituzioni, di idee, di uomini che rappresentino dei punti fermi nella vita, che siano porti sicuri, in cui ancorare – per qualche tempo – l’anima stanca di aver troppo errato.

Il punto più interessante dell’analisi mussoliniana riguardava però l’attribuzione del merito di aver arginato e bloccato l’espansione della rivoluzione bolscevica: il duce, in un impeto di sincerità, non l’attribuiva al fascismo ma alla Germania, riconoscendole “il maggior merito in questa virata a destra del mondo sociale contemporaneo” perché il bolscevismo non era “riuscito ad infettare il movimento operaio tedesco”, così che, affermava Mussolini, la Germania “è stata poi la grande barriera che ha salvato il mondo occidentale dalle mortifere infezioni del bolscevismo russo”:

Dopo la Germania, la nazione che più rapidamente si è riscattata dall’ossessione del mito russo, è l’Italia, grazie all’irrompere del fascismo. L’esame dell’Europa contemporanea potrebbe estendersi alle altre nazioni, ma non è necessario. Le tre nazioni che recano in grembo le più grandi possibilità di sviluppo e di avvenire, sono attualmente in Europa la Russia, la Germania e l’Italia; ed è appunto in queste tre nazioni che il movimento sociale e spirituale va indubbiamente a destra.

Alla fine del 1921, dunque, in Italia non c’era più un pericolo bolscevico, come Mussolini aveva affermato già nel luglio di quell’anno. Indifferente alle contraddizioni, anche se a distanza ravvicinata, il duce del fascismo trionfante smentiva così in anticipo la leggenda del fascismo salvatore dell’Italia dal bolscevismo che lui stesso cominciò a costruire nel corso del 1921, e che sarebbe stata accreditata e diffusa, in Italia e all’estero, dopo la “marcia su Roma”.  Ma la leggenda servì a Mussolini per giustificare e legittimare la sua conversione dal fascismo libertario e antistatalista, al nuovo fascismo antidemocratico e statalista, avvenuta nel corso del 1921 e invocata come necessità, imposta dai tempi nuovi, per rafforzare l’autorità dello Stato contro le tendenze disgregatrici non più del bolscevismo, ma addirittura della democrazia che lui stesso, contro la tirannia di Lenin,
aveva difeso ed esaltato.


Emilio Gentile, Mussolini contro Lenin


Emilio Gentile, storico di fama internazionale, è professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza e socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei.


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