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Gli italiani all’ombra del Big Ben - Enrico Franceschini

Collage di Immagini da 'Italian Kingdom'

LA LITTLE ITALY DI LONDRA
Chi sono gli abitanti della quinta città italiana al mondo 


Londra Italia

Il lupo della City e la stella dei tabloid, il venditore di caramelle (digitali) e gli editori da Oscar, il ragazzo prodigio del “Financial Times” e la mezzobusto degli arabi, l’uomo dei telefonini e l’uomo delle stelle. E poi studenti, professori, medici, avvocati, broker, banchieri, cuochi, baristi, barbieri, giornalisti, artisti, perfino qualche politico e una libraia. Tutti insieme fanno almeno mezzo milione di italiani, la “Little Italy” di Londra che da sola è la quinta città italiana al mondo per dimensioni. Loro ce l’hanno fatta, hanno trovato un loro posto. A raccontarci le loro storie è Enrico Franceschini, corrispondente di "Repubblica" e londoner a tutti gli effetti. 
 

La fatina di Chelsea

In una casetta di una stradina del quartiere di Chelsea abita una fatina. Mi viene da iniziare così perché è quello che ho pensato arrivandoci davanti. La fatina evidentemente è italiana: sul cancello d’ingresso c’è un cartello, in italiano, che dice suonare lato giardino. Sarà per me, suppongo. Poi scoprirò che la fatina abita nella metà della casa che dà sul giardino, mentre suo figlio, con moglie e bambini, abita nell’altra metà. Casetta, in verità, è riduttivo: è una di quelle case che i londinesi potevano comprare trenta o quarant’anni fa in un quartiere come Chelsea anche senza ereditare una fortuna da uno zio d’America o vincere la lotteria, le due condizioni oggi necessarie a un acquisto simile – a meno di essere un banchiere o un calciatore di successo. Ma eccomi dunque al lato giardino. Sto per suonare, quando vengo raggiunto da due operai in salopette fosforescente e casco giallo. Anche loro, pur non capendo il messaggio in italiano sul cartello, sono diretti dalla fatina.


“Vedi cosa mi hanno combinato?”, dice Gaia Servadio un attimo dopo che ho suonato il campanello. La fatina è lei. Veste come una fata, a strati di abiti colorati e sgargianti, come se li avesse messi su a caso sollevandoli da una pila accanto al letto, appena sveglia, eppure le stanno benissimo. Quello che le hanno combinato è il finimondo. La casetta sta crollando. Cadono i quadri dai chiodi. Si aprono crepe nelle pareti. Trema tutto. Colpa dell’emiro del Qatar, o della società di investimenti del suo paese che sta comprando un pezzo per volta tutta Londra e che, nello specifico, ha comprato per qualche miliardo di sterline Chelsea Barracks, la caserma in disuso proprio dietro la casa di Gaia, ha tirato giù tutto e adesso sta costruendo al suo posto appartamenti di lusso e uno shopping centre, in modo da diventare ancora più ricco. Ruspe e trivelle minacciano la casetta della fatina. La quale ha scritto lettere, fatto telefonate, minacciato articoli di giornale, e adesso ha in casa due operai del cantiere dell’emiro. Altri due ne arriveranno fra poco. Alla fine sono in sei, compresi un ingegnere e una segretaria: trattano Gaia con deferenza. “Vedi che in questo paese c’è ancora rispetto per una giornalista?”, dice con una strizzata d’occhio.


Mentre loro ispezionano le crepe, lei mi fa vedere la casa, dove ero stato solo una volta, di sera, a cena, accompagnando la sua grande amica Inge Feltrinelli. È davvero come la casa della Fata Turchina, il colore predominante degli strati che Gaia indossa oggi: stanze che si aprono su altre stanze, scale, dislivelli, tappeti, vecchi cassettoni, librerie, libri, libri, libri, sculture, quadri, lampadari, pezzi di pane e piatti sporchi dimenticati qui e là, carrelli ingombri di bottiglie, vasi di fiori, tubetti di colori a olio, giornali, taccuini e fogli sparsi di appunti, appunti, appunti. Sul tavolo da cucina, mentre sul fuoco bollono tre o quattro pentole con il lunch che ha preparato per me, c’è un computer portatile con accanto altri appunti. È il materiale dell’ultimo libro che Gaia sta scrivendo: I viaggi di Dio, un reportage storico sulle città sull’Eufrate, crocicchio di religioni, dove lei naturalmente è stata più volte. E dov’è che non è stata? Dovreste leggere la sua bellissima autobiografia, Raccogliamo le vele, perché è lunga quattrocento pagine e non posso riassumerla in un capitolo per raccontarvi tutti i posti in cui è stata, tutte le persone famose che ha incontrato e quelle famosissime che ha fatto innamorare... Gaia, come qualcun altro degli italiani di Londra, non merita un capitolo ma un libro a parte. La sua autobiografia è stata recensita con entusiasmo dal “Times Literary Supplement”, la rivista letteraria più raffinata d’Inghilterra, pur essendo uscita (per ora) soltanto in italiano – un onore rarissimo, giusto per dare una misura della considerazione di cui Gaia gode a Londra.


Oggi l’italiana più famosa in città sarà anche Nancy Dell’Olio, regina dei tabloid, ma ieri, di italiani famosi residenti a Londra, gli inglesi ne conoscevano soltanto una: Gaia Servadio. È stata dappertutto, dalla Siberia alle Americhe, dal Medio all’Estremo Oriente. Ha scritto e scrive per un sacco di giornali. Ha pubblicato una montagna di libri, dai romanzi alla saggistica, alcuni dei quali ora vengono ripubblicati e riscoperti come chicche letterarie. Ha avuto... be’, magari non si dovrebbe dire, ma lo ha raccontato lei stessa nel suo libro: ha avuto molti uomini, inclusi – se non ho perso il conto – due mariti, tra cui l’attuale, uno splendido gentiluomo inglese. È stata una ragazza bellissima, una donna bellissima, ed è bellissima per conto mio anche ora che ha la casa piena di nipoti. È anche una cuoca straordinaria. Mi serve il lunch: zuppa di ceci, pesce al vapore, composta di frutta, vino rosso e acqua di rubinetto in caraffa di cristallo. Piatti sbeccati ma preziosi, posate d’argento, tovaglioli di carta e gli operai che vanno e vengono per rimediare alle crepe causate dall’emiro.


“A Londra sono arrivata da ragazza. È la mia città. È il posto dove ancora oggi incontro gente interessante. L’altro giorno sono andata al mio club e c’erano John le Carré e un’altra mezza dozzina di scrittori. Altrove non è la stessa cosa, né incontri la stessa gente, è tutto più noioso... L’Italia? A Roma francamente preferisco Milano, c’è più vita, ci sono più cose, non solo la politica come nella capitale. Sono stata in un salotto romano il mese scorso: soltanto politici. Che noia”. Con lei, viceversa, non ci si annoia mai. Nel suo, di salotto, passa tutta la Londra che conta. In particolare, inglesi. Qualche italiano. Compresa la sua amica Inge, che l’ha appena invitata a fare i fanghi a Ischia per una settimana. Come è cambiata Londra, dalla Thatcher a Blair, a oggi? “Una volta c’erano l’aristocrazia e una vasta classe media, oggi mi pare che ci siano solo i ricchi e i poveri. Contano soltanto i soldi. Questo non mi piace”. Non piace a molti di noi: eppure, siamo lo stesso tutti qui.


Cambiamo argomento, scegliendone uno che appassiona quanto e più dei soldi: avrebbe consigli da dare in amore? Ride. “Alla mia età!”. Osservo che con lei ci si diverte troppo per ricordare quanti anni ha. “Un consiglio è conquistare gli uomini anche in cucina, non solo con la bellezza. A me piace cucinare”. Concordo: dopo quel pranzo squisito sono già suo schiavo. Ed eccola estrarre due deliziosi cucchiaini da caffè da un cassetto dove sono mischiate quelle che mi sembrano almeno duecento posate di tutte le forme e dimensioni, e poi la zuccheriera da un profondo armadio dove sono impilate una miriade di tazze e tazzine in colonne e colonnine pericolanti. Gaia serve il liquido nero, bollente, in due tazzine spaiate. Poi mi porta a vedere il suo studio, in una specie di torretta. È come essere saliti sul pennone di una nave: un guscio pieno di ritagli, chiusi in faldoni, ciascuno con un’etichetta, articoli non pubblicati – ecco, lì dentro mi piacerebbe frugare –, idee, bellezza, contratti, in una confusione così bella che sembra creata ad arte da un’arredatrice. Invece è realmente tutto alla rinfusa. Tornando giù, nella stiva della casa-nave, parliamo della Russia, dove è stata tante volte, e ci diciamo qualche parola nella lingua di Tolstoj. “Mi sentivo più a casa in Russia che in America”, confessa. Anch’io.


Nel frattempo sono tornati l’ingegnere e gli operai a farle rapporto. Vogliono mostrarle il piano del restauro. La trattano con la deferenza che si riserva a una regina. O a una fatina. La lascio che distribuisce allegramente ordini. E loro le obbediscono felici.


Enrico Franceschini, Londra Italia



Enrico Franceschini è da oltre un decennio il corrispondente da Londra del quotidiano “la Repubblica”, per il quale ha ricoperto in precedenza le sedi di New York, Washington, Mosca e Gerusalemme. Il suo ultimo romanzo è L’uomo della Città Vecchia (2013). Per Laterza è autore di Londra Babilonia (2011).

Con Laterza ha pubblicato:

Londra Babilonia

Londra Babilonia 
Edizione: 2012
Collana: Economica Laterza


L'immagine è un collage di foto tratte dall'account Instagram di 'Italian Kingdom': www.italiankingdom.it


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