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Quante parole può nascondere un silenzio? Bice Mortara Garavelli


Quante parole può nascondere un silenzio?
Bice Mortara Garavelli


Silenzi d'autore

Il silenzio personificato come nell’Orlando furioso di Ariosto; il silenzio meravigliato del montanaro che – in una similitudine della Divina Commedia – ‘ammuta’ quando vede per la prima volta la città; il religioso silenzio di Chiara d’Assisi e quello ‘sfavillante’ che Elsa Morante coglie nello stupore infantile; il silenzio ‘di chiostro e di caserma’ di Gozzano e il silenzio ‘che tutto nega e tutto comprende’ di Lalla Romano. Il silenzio come reazione all’indicibile crudeltà in Primo Levi.

Quante parole può nascondere un silenzio? Moltissime, soprattutto quando è d’autore, carico di significati che vanno oltre quelli veicolati dalla lingua. Bice Mortara Garavelli in Silenzi d'autore attraversa le pagine letterarie più note sul silenzio, dalla classicità greco-latina fino alla letteratura dei nostri giorni, lungo un percorso che rivela ciò che l’assenza di parole può dire.


Eloquenza del silenzio

L’esperienza comune ci mostra che tacendo si può, in certe circostanze, dire di più e con più efficacia che parlando. Per documentare questa osservazione è vantaggioso ricorrere a testi letterari che forniscano elementi idonei a mettere in luce aspetti celati nelle pieghe più riposte dell’espressione verbale.

Seconda osservazione, che giustificheremo per prima con un esempio inappuntabile: al lettore giova indubbiamente la guida di interpretazioni critiche capaci di spiegare i ruoli e i sensi del ‘non detto’ che è parte integrante dei testi. Come campione di lettura esegetica proponiamo dunque il saggio I silenzi di Lisabetta, i silenzi del Boccaccio, ripubblicato nel primo volume della raccolta mondadoriana di fondamentali opere critiche di Cesare Segre. Nell’ultima sezione del saggio sono magistralmente delineate caratteristiche del silenzio che erano passate inosservate nelle più diffuse analisi della quinta novella della Giornata IV del Decameron. Trascrivo qui l’indicazione del contenuto premessa alla novella nel testo boccacciano:

I fratelli d’Ellisabetta uccidon l’amante di lei: egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato; ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di basilico, e quivi sú piagnendo ogni dí per una grande ora, i fratelli gliele tolgono e ella se ne muore di dolor poco appresso.

Come dimostra Segre, i silenzi sono la manifestazione dell’espressività che Lisabetta «non può estrinsecare verbalmente», e che perciò sono affidati al pianto:

Boccaccio ha dunque significativamente supplito, surrogato i discorsi che avrebbe potuto mettere in bocca a Lisabetta ma che a ragion veduta non le ha messo. Il silenzio di Lisabetta, trapunto di pianto, ha una sua repressa eloquenza (p. 1093).

Questo silenzio, continua Segre, «si scontra in modo sintomatico con l’opprimente silenzio dei fratelli», che «non vogliono convincere ma reprimere»:

Perciò il parlare dei fratelli è l’agire: prima uccidere Lorenzo, poi sottrarre il vaso di basilico. Il parlare di Lisabetta è piangere (p. 1094).

Le riflessioni sui significati del silenzio acquistano forza dall’interpretazione «metonimica» di due elementi qualificanti della novella: il fantasma di Lorenzo che appare in sogno a Lisabetta, «metonimia tra l’immagine che visita Lisabetta e Lorenzo ucciso»; e la coppia testa-testo, ove «il testo [...] è visto dall’esterno, come oggetto, dai fratelli, identificato con Lorenzo (perciò con la sua testa) dalla donna» (p. 1095).

L’importanza dell’esegesi critica di cui si è dato qui solo un breve resoconto parziale si può apprezzare unicamente dalla lettura delle puntuali individuazioni di ciò che rivela, nei comportamenti dei personaggi, «il gioco delle forze. I fratelli sono azione, Lisabetta è reazione psicologica» (p. 1089); il suo silenzio indica la soggezione. Le persuasive osservazioni sugli opposti atteggiamenti rivelati dai silenzi fanno sì che l’esemplare analisi strutturale del testo compiuta da Segre superi le aporie interpretative rilevate (alle pp. 1085-1087) in alcune delle precedenti letture critiche della novella.

Definitiva, nel penultimo capoverso del saggio, l’affermazione:

Maestro della parola, Boccaccio domina anche la più difficile eloquenza del silenzio (p. 1095).

Per riflettere sugli elementi impliciti che sono parte integrante di un testo e hanno un alto potere evocativo ricorriamo a pagine di Renato Serra e di Carlo Levi.

Nell’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra, consegnato alle stampe con la data «Cesena metà di marzo – fine di marzo 1915» e apparso nel periodico «La Voce» del 30 aprile 1915, isoleremo soltanto pochi momenti, nei quali il motivo del silenzio si intreccia con alcuni dei temi prediletti dall’autore.

Si veda, alle pagine 49-50, il seguente stralcio:

Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti ed i feriti, / i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?

Io non faccio il profeta. Guardo le cose come sono. Guardo questa terra che porta il colore disseccato dell’inverno. Il silenzio fuma in un vapore violetto dagli avanzi del mondo dimenticato al freddo degli spazi. Le nuvole dormono senza moto sopra le creste dei monti accavallati e ristretti; e sotto il cielo vuoto si sente solo la stanchezza delle vecchie strade bianche e consunte giacere in mezzo alla pianura fosca.

Non vedo le traccie degli uomini. Le case sono piccole e disperse come macerie; un verde opaco e muto ha uguagliato i solchi e i sentieri nella monotonia del campo: non c’è né voce né suono se non di caligine che cresce e di cielo che si abbassa, grigio (ms. cc. 15-16).

Raramente la tristezza che emana da un paesaggio invernale è stata espressa con altrettanta capacità evocativa nel descrivere con classica misura forme e colori (le «creste dei monti accavallati e ristretti», il «colore disseccato dell’inverno», le «vecchie strade bianche e consunte», le case «piccole e disperse come macerie») per culminare nell’immagine del «verde opaco e muto» che uniforma «i solchi e i sentieri nella monotonia del campo».

Ristrettezza di orizzonti e silenzio paiono dominare un’intera generazione, fino a soffocarne le possibilità di riscossa; che tuttavia non si potranno esaurire:

(p. 57) Certi problemi non possono rimaner legati al destino di una generazione; che può anche essere fiacca, pettegola, ottusa, cieca, vile; come questa sembra. Ma l’Italia è un’altra cosa. È una realtà. Pare che dorma, in questa distesa grigia, fra queste Alpi taciturne e questo mare scolorito, sotto il cielo basso e chiuso; con tutti i suoi uomini rintanati nel torpore e nello squallore delle piccole case, ognuno stretto fra i suoi muri, seduto alla cenere e al fumo del suo focolare, imprigionato nel suo buco, nel suo orizzonte, nei suoi interessi, nella sua meschinità (ms. c. 23).

La meditazione dello scrittore si intensifica, riandando a sentimenti provati già nell’infanzia all’impatto con la conoscenza delle vicende antiche di «popoli scomparsi senza colpa dalla scena del mondo»:

(pp. 61-62) Il mondo è pieno di cose senza compenso. Tale è la sua legge. / Penso che anch’io ho pianto fanciullo sulle corone antiche dei popoli scomparsi senza colpa dalla scena del mondo, su tutte le cose che si sono perdute e più di lor non si ragiona: ho letto con una lacrima negli occhi fissii denti stretti in silenzio, la storia delle conquiste e delle distruzioni, le vittorie dei Romani e dei barbari, le guerre degli Spagnuoli e le rivolte dei villani, le guerre dei trent’anni e le guerre di religione. Ero un fanciullo solo e non sapevo come avrei potuto continuare a vivere. Ma ho potuto continuare (ms. cc. 27-28).

Il silenzio e le lacrime con cui precocemente il fanciullo acquistava la consapevolezza della tragica immutabilità dei destini di intere popolazioni scomparse hanno avuto esiti vitali, non di rassegnata accettazione, ma di fermezza nel dominare le tappe del cammino della vita, in feconda comunione con gli altri:

(p. 82) Così, marciare e fermarsi, riposare e sorgere, faticare e tacere, insieme; file e file di uomini, che seguono la stessa traccia, che calcano la stessa terra; cara terra, dura, solida, eterna; ferma sotto i nostri piedi, buona per i nostri corpi. E tutto il resto che non si dice, perché bisogna esserci e allora si sente; in un modo, che le frasi diventano inutili (ms. c. 46).

Il «resto che non si dice» ha natura molteplice e conseguenze spesso imprevedibili. Non si tratta di cose indicibili: si tratta dell’inevitabile percezione dell’inutilità di parlare quando è la realtà stessa a reclamare la presenza attiva di chi affronta particolari condizioni di esistenza negli ambienti che le determinano.

Fra i testi che ritraggono dal vivo situazioni, atteggiamenti delle persone coinvolte, loro modi di agire, o di adattarsi senza reagire e con muta acquiescenza, si segnala una raccolta di prose alternate a testi poetici, a un livello di eccellenza letteraria notevole. Si tratta di lettere familiari e di poesie scritte da Carlo Levi durante l’esilio in Lucania, a Grassano dal 3 agosto al 20 settembre 1935, e in seguito a Aliano fino al 21 maggio 1936.

Scrive Maria Antonietta Grignani nel § 2 (pp. viii-ix) dell’Introduzione alla raccolta da lei intitolata L’invenzione della verità:

Il caso inconsueto di un pittore-poeta-scrittore che in un anno mette insieme più di sessanta tele, scrive innumerevoli lettere, stende giorno per giorno un vero diario in versi (le 52 poesie, 1935-36) e otto anni dopo utilizza coscientemente quelle memorie formalizzate come materiale da costruzione per un romanzo è per sé interessante e lo diventa ancor più quando si badi allo scrupolo di ‘verità’ del libro di Levi [...] dove [...], a detta dell’autore, «non c’era posto per ornamenti, esperimenti, letteratura: ma soltanto per la verità reale, nelle cose e al di là delle cose».

La disposizione dei testi attuata dalla curatrice ottiene l’importante risultato di mostrare che le composizioni poetiche, come le pitture e i disegni riprodotti nella raccolta, sono parte cospicua della fase avantestuale del romanzo. Questa constatazione è avallata anche dalla riflessione dello scrittore stesso sul proprio metodo di lavoro, che Maria Antonietta Grignani cita dalla lettera di Carlo Levi a Giulio Einaudi per la ristampa del ’63: «il Cristo si è fermato a Eboli fu dapprima esperienza, e pittura, e poesia, e poi teoria e gioia di verità [...] per divenire infine e apertamente racconto».

I criteri adottati nella scelta delle Lettere ai famigliari sono esposti da Valeria Barani e Maria Chiara Grignani nella Nota al testo (a p. xlii):

L’epistolario, per la sua natura di comunicazione privata, contiene molte notizie riguardanti episodi della vita quotidiana dell’autore; sullo sfondo si avverte la presenza di ambienti e personaggi della Lucania, particolarmente evidente in alcune lettere, che condividono con le poesie e il romanzo spunti tematici e dettagli narrativi. L’occorrenza di questi elementi ha costituito il criterio di scelta delle lettere qui pubblicate.

Nella sezione Poesie dal confino compare in pagine contigue l’attributo silenziosa, applicato (a p. 21) alla luna, nel verso 7 di «Eri esile, luna», e (a p. 20) alla luce lunare evocata in un contesto che ha un fascino non minore di quello dei versi a cui la prosa si affianca:

Eri esile, luna
nascevi quando son giunto,
poi sei cresciuta, piena
di contentezza serena
e già ti sfrangi.

Segnando il tempo consunto
silenziosa tu cangi

notturno contrappunto
d’indifferente fortuna.
Eri esile, luna (17 agosto 1935).

La luna riempiva il cielo e pareva si versasse sulla terra. Su una terra remota come la luna, bianca in quellaluce silenziosa [...] (Cristo si è fermato a Eboli, pp. 196-197).

Motivo ricorrente, il silenzio esprime una tragica condizione di vita. A p. 89:

In queste terre nascoste
Le tragedie non han palchi,
ma umilmente composte
si recitano in silenzio
(31 marzo 1936).

Nell’attigua p. 88 si legge la spiegazione dell’avvenimento che ha ispirato i versi:

Ogni anno [...] in questi primi giorni di quaresima, i contadini avevano l’usanza di recitare una loro commedia improvvisata [...] Era, quello schema classico, un ricordo di un’arte antica, ridotto al povero residuo dell’arte popolare, o uno spontaneo, originario rinascere, un linguaggio, naturale in queste terre, dove la vita è tutta una tragedia senza teatro? (Cristo si è fermato a Eboli, pp. 203-204).

Una «tragedia senza teatro» è condizione che altro non richiede se non pazienza e silenzio :

La vita non può essere, verso la sorte, che pazienza e silenzio. A che cosa valgono le parole? E che cosa si può fare? Niente (Cristo si è fermato a Eboli, p. 69).

Poco prima, nel romanzo, Levi aveva chiarito con un’interpretazione partecipe che cosa fosse e come si manifestasse la pazienza in quel mondo contadino di cui egli sperimentava sentimenti e abitudini:

Non importa ad essi sapere quali siano le opinioni dei confinati e perché siano venuti quaggiù: ma li guardano benigni, e li considerano come propri fratelli, perché sono anch’essi, per motivi misteriosi, vittime del loro stesso destino. [...] Questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religioso, ma naturale (Cristo si è fermato a Eboli, p. 68).

Il linguaggio «rassegnato e cauto» di chi ignora il sorriso e l’umana debolezza del piangere non può trasformarsi in canto (p. 23):

Col violino e col flauto
cercate serenate, e la chitarra,
ma non si leva il canto.
Questa terra soltanto
penata prosa narra
in suo linguaggio rassegnato e cauto:
troppo ignoto il sorriso e umano il pianto (5 settembre 1935).

All’arsura della terra e alla fissità del paesaggio montano si addice il vuoto del silenzio (p. 57); che, con la solitudine, tarpa come «muto ingombro» ogni volo del pensiero (p. 59):

Vuoto silenzio tiene
l’arsa terra corrosa
i monti uguali, fissi
sotto le antiche some (14 dicembre 1935).
ma il silenzio non favorisce
esami di coscienza.
Informe, muto ingombro
lega i pensieri e le ali (16 dicembre 1935).

Nell’aggettivo che esprime l’assenza della facoltà di parola si manifesta la forza della negatività, come nel già notato muto ingombro così nell’attributo muta applicato alla luna (p. 61) e all’aria «che non rende sorriso» (p. 65):

Muta la luna sparge velenoso
un incanto sottile
sopra i monti deserti (17 dicembre 1935).

Compagnia rovesciata dello specchio
del paziente Narciso
inghiotte la parola
o inutile la sparge all’aria muta
che non rende sorriso (20 dicembre 1935).

Nel mondo contadino il silenzio, il «nero silenzio», si identifica con il persistere di secolari sventure, di sofferenze vissute come immutabili:

Ripetersi dei giorni da un passato
eterno in fermi aspetti
in piogge già cadute, in già detti
pensieri, altrove e lontano.

Nell’attigua p. 52 la stessa condizione di vita è così descritta:

Parlavo con i contadini [...] mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale nei tempi più remoti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. Delle due Italie che vivono insieme sulla stessa terra, questa dei contadini è certamente quella più antica, che non si sa donde sia venuta, che forse c’è stata sempre. [...] Questa Italia si è svolta nel suo nero silenzio, come la terra, in un susseguirsi di stagioni uguali e di uguali sventure, e quello che di esterno è passato su di lei, non ha lasciato traccia, e non conta (Cristo si è fermato a Eboli, p. 123).

Nella penultima poesia si compongono in una sintesi conclusiva i motivi del silenzio, del vuoto e dell’inerzia, che pervadono il tempo e lo spazio in quel «mondo inverso» ove «il senso della vita si allontana»:

Un altro giorno perso
è passato sul calendario
come un pesce nell’acqua morta.
Silenziosa l’ora porta
il suo muto niente verso
un domani immaginario.
Anche la terra parla,
ma questa tace e prega
e ostinata rinnega
chi tenta di svegliarla (p. 99).

Dalle Lettere ai famigliari propongo qui due sole citazioni, notevoli per l’efficacia delle pennellate essenziali che evocano l’ambiente di cui le poesie e il romanzo danno testimonianze definitive:

Qui mi vado dimenticando dell’esistenza stessa della musica – i versi degli animali e il continuo fischio del vento non hanno nulla di musicale – e l’unico suono (se così si può chiamare) è il silenzio (Lettere ai famigliari, 18 dicembre [1935], p. 120).

Ho ritrovato queste terre zitte e solennemente silenziose con fraterno piacere, e mi pare davvero di essere diventato un lucano, fratello di quelli che zappano i poveri campi e faticano un pane che è solo pane, e senza lamentarsi trascorrono la vita con dignitosa saggezza (Lettere ai famigliari, 31/3/XIV [1936], p. 129).

Bice Mortara Garavelli, Silenzi d'autore


________________

Bice Mortara Garavelli, professore emerito di Grammatica italiana nell’Università di Torino, è Accademica della Crusca.

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