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L’Italia linguistica in cammino, Tullio De Mauro ne racconta la storia

Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia repubblicana

L’Italia linguistica in cammino
Tullio De Mauro ne racconta la storia

Storia linguistica dell'Italia repubblicana

Storia linguistica dell'Italia unita

In Storia linguistica dell’Italia repubblicana Tullio De Mauro si propone di continuare fino all’oggi la Storia linguistica dell’Italia unita dedicata agli anni dal 1861 al secondo dopoguerra.
Il libro racconta il quadro delle condizioni linguistiche e culturali del paese a metà Novecento: un paese contadino segnato da bassa scolarità, analfabetismo, predominio dei dialetti. Individua poi i mutamenti di natura economica, sociale, politica e le luci e le ombre di quel che è avvenuto nel linguaggio: largo uso dell’italiano nel parlare, ma continua disaffezione alla lettura, nuovo ruolo dei dialetti, scarsa consuetudine con le scienze, mediocri livelli di competenza della popolazione adulta, difficoltà della scuola. L’ultimo capitolo, infine, mostra come tutto ciò incida sui modi di adoperare la nostra lingua: sul vocabolario e la grammatica che usiamo, parlando in privato o in pubblico, o scrivendo testi giornalistici, amministrativi e burocratici, letterari o scientifici.


Auditorem varietas maxime delectat, la variazione è un vero godimento per chi ascolta, diceva l’antico retore latino in un trattato, la cosiddetta Rhetorica ad Herennium, che ha ispirato l’insegnamento dello stile elevato fin oltre le soglie dell’età moderna. In effetti, ipertrofie sinonimiche continuano a pesare nella prosa giornalistica e saggistica e nel linguaggio amministrativo, dove trionfano.

Scolastichese

Il principio variatio delectat, il gusto stilistico dellavariatio ereditato dalla tradizione scrittoria nazionale, ha a lungo trovato un rinforzo senza troppe opposizioni nell’educazione scolastica al bello scrivere in una scuola che era circondata, e si sentiva minacciata, dai dialetti. Ancora negli anni Sessanta e Settanta gli insegnanti di scuola secondaria – con poche inascoltate opposizioni – da un capo all’altro dell’Italia, per fuggire e far fuggire agli allievi il rischio della dialettalità, condannavano e spingevano a evitare nei componimenti ogni espressione che fosse viva nel parlare corrente e sospettabile quindi di dialettalità, e a far ricorso a sinonimi estranei al parlato e ai dialetti. Si è venuto così configurando quello stile che è stato chiamato “scolastichese”. Dunque non andare (specie di persone importanti o di figure storiche) ma recarsi, non dare passare un bicchiere, una posata ma porgere un bicchiere, una posata, non faccia (di nuovo, specie trattando di persone importanti, presidenti di qualcosa, papi, provveditori agli studi, santi, Madonna) ma viso (anche volto), non fare i compiti ma eseguire, svolgere i compiti, non passare un giorno, un mese, un certo tempo, le vacanze ma trascorrere, non portare qualcuno al cinema ma condurre, non rabbia maindignazione irritazione, non arrabbiarsi ma adirarsi o indignarsi.

Burocratese

Si deve poi soprattutto all’amministrazione, ma anche a giudici e avvocati, se forme fuori corso da un secolo nell’uso comune si affacciano ancora in testi che dovrebbero rivolgersi a tutti. Qualche esempio: all’uopo perperciòper questo; apporre una firma per mettere una firmafirmare; condizione ostativa per ostacoloimpedimentocongresso,concubito copula per rapporto sessuale; decesso trapasso per morte (ma persone addette a call centers di necrologie suggeriscono anche dipartita, che sarebbe “più carino”); depennare per cancellaredeporre il vero per dire la verità;detenere per possederetenereavere; di concerto con per d’accordo con; differimento per rinvio; differire per rinviare (cui semanticamente si connette soprassessorio, vocabolo restato misterioso anche per giuristi di chiara fama, poi registrato nel GRADIT 2007 data la sua diffusa presenza in atti e norme regionali); diniego per rifiuto; fare obbligo a chiunque di... per obbligare chiunque a... chiunque deve...fattispecie per caso; in ossequio ottemperanza a perobbedendo a seguendo; ingiunzione per ordine; istanza per richiesta; domandaoblazione per pagamento; nonché per e;ottemperare a per rispettareseguire (una norma).

La mediocre leggibilità e comprensibilità dei testi normativi e giuridici e delle comunicazioni di amministrazioni ed enti pubblici è stata ed è oggetto di continui e faticosi tentativi di correzione, cominciati con la preparazione di un Codice di stile delle pubbliche amministrazioni, diffuso nel 1993 dal ministro della Funzione pubblica Sabino Cassese, e continuati con analisi e tentativi di spingere le amministrazioni alla chiarezza. Ma le difficoltà sono profonde. Lo scolastichese e l’oscurità di norme e comunicazioni amministrative non avrebbero spazio se non facessero corpo con tradizioni radicate negli atteggiamenti della cultura intellettuale italiana.

Terrore semantico: l'antilingua

Siamo con ciò alle radici di quel “terrore semantico” che, come rilevava Italo Calvino negli anni Sessanta, ancora spingeva e forse spinge molti a evitare parole chiare, note, dirette, e a sostituirle con quei sinonimi meno chiari, meno noti, più ambigui evocati più su. È questo lo stile che Calvino chiamava antilingua.

L’antilingua non ha immediatamente a che fare col persistente forte radicamento dell’italiano nella sua tradizione scritta e colta. È vero: l’80% del vocabolario di base italiano è già in Dante, ma Dante parlava chiaro (quasi sempre, non sempre, come notò Carlo Cattaneo) nella Commedia ed è proprio la dominante chiarezza che, con la «larga memorabilità della terza rima» (Ignazio Baldelli), ne ha fatto fonte secolare e presente di lingua viva. Come nel 1966 disse concisamente Eugenio Garin, Dante era popolare, le celebrazioni del centenario no. E un difetto di popolarità corre in molta prosa e molto linguaggio formale italiano, eredità di un popolo che a lungo non ha parlato la stessa lingua che praticavano, almeno potenzialmente e nello scrivere, i ceti intellettuali e dirigenti.

Gli sforzi indubbi che si vanno compiendo per liberare lo scrivere e il parlato formale dall’antilingua e dal terrore semantico non sono stati ancora sufficienti. Si è qui cercato a mano a mano di indicare le ragioni e di dar conto del profilarsi e affermarsi di una più cordiale colloquialità anche nello scrivere e Lorenzo Renzi ha di recente raccolto molti segni di ciò.

Vocabolario rinnovato

Il vocabolario fondamentale si è rinnovato in una misura che, nel confronto con i dati generali disponibili nei dizionari di frequenza di altre lingue e fasi, si può ritenere rilevante. Sono circa 650 su 2.000 i lessemi usciti dal vocabolario fondamentale e discesi nella fascia di alto uso o ancora più in basso tra le decine di migliaia di lessemi di uso soltanto comune. Correlativamente sono oltre 600 le nuove entrate. In gran parte (circa 450) provengono da quello che nei testi anteriori al 1970 appartenevano già alla fascia di alto uso, circa 40 erano nella fascia dell’alta disponibilità, 130 appartenevano al vocabolario comune, 14 sono esotismi, 7 sono neologismi degli ultimi anni. Non siamo in presenza di un ciclone, ma certo di intensi moti convettivi.

Escono dal vocabolario fondamentale e vanno nelle fasce di minor uso, tutt’altro però che obsolete, parecchie parole con referenti naturali concreti: barbaginocchioerbafogliaramopozzonuvolasabbiaprato,pastoreruotatroncostalla. Delle cose precise, concrete, amate da Calvino, si parla di meno, ne scrive di meno la stampa o la prosa letteraria. Il vocabolario di significato più astratto e generale si fa strada.

Gli esotismi erano rari (per esempio bar sport) nel vocabolario fondamentale. Sono diventati un manipolo più consistente: ok okay (assenti però in letteratura e saggistica), designcopyrightsoftwaredesignergaysexy,hobbybandsharekillerslogan. Novità assolute nel NVdB rispetto al LIF del 1970 sono ovviamente parole apparse a fine Novecento, come euro “moneta”, webinternetpost “testo postato in internet”, digitale“numerico, discreto”, cliccarestyle. La penetrazione di esotismi attraverso tecnologie informatiche e della comunicazione si verifica anche nella fascia di alto uso, dove entrano offline (univerbato), CDfanfictiontag,chatgamenetworkfontspot, insieme a neologismi della comunicazione come tgdirettapostare.

Il linguista attento ai fatti morfologici strutturali noterà che molti vocaboli nuovi arrivati vanno a rafforzare la schiera dei sostantivi invariabili. Questa tendenza, già osservata (D’Achille, Thornton), si rafforza: foto eauto entrano tra i duemila fondamentali e il loro uso respinge a livelli di frequenza inferiori fotografia eautomobile.

Il trionfo della parolaccia

Entrano tra i lessemi del vocabolario fondamentale (presenti non solo nel parlato) parecchie male parole. Trionfano in spettacoli, parlato e stampa, in parte anche in letteratura (la saggistica per ora resiste). Eccole in ordine decrescente d’uso: cazzostronzocoglionecazzatacagare sfigato (entrambi i vocaboli dunque nella variante settentrionale sgradita a Nanni Moretti), minchiapisciarecacca e l’univerbato fanculo. Alcune di queste parole già si erano affacciate nel linguaggio della comunicazione politica a largo raggio agli albori dell’età della Repubblica con il movimento dell’Uq, l’Uomo qualunque, già evocato qui (cap. I), poi nel corso di aspri scontri negli anni Ottanta.

Dagli anni Novanta sono comparse anche in interventi pubblici di leader di importanti partiti, che hanno evocato pregi del loro apparato sessuale, qualificato come coglioni i dissenzienti o battezzato, con un innovativo anglo-volgarismo, vaffaday le adunate dei loro propri seguaci.

Il ricorso ostentato alle male parole non è certo la strada per arrivare a un linguaggio della comunicazione politica che sia nello stesso tempo preciso e però accessibile per il maggior numero di persone, comune e nello stesso tempo adeguato a un paese caratterizzato, come si è visto, da persistenti divari e differenze. Tuttavia, a modo suo, anch’esso testimonia della difficoltà dell’impresa di trovare il modo di comunicare ampiamente nelle condizioni linguistiche e culturali italiane. Muoversi nella direzione di una minore formalità, lasciare sempre più da parte formule stereotipate, servirsi in misura crescente del vocabolario di base: queste vie più produttive sono state percorse sempre più spesso, dagli anni Novanta in poi, almeno dai leader più significativi e più consapevoli di quelle difficoltà d’una buona comunicazione e d’una buona politica ricordate già negli anni Settanta da Aldo Moro nel suo ultimo articolo scritto poco prima del suo sequestro e assassinio.


Ipertrofia sinonimica

Negli anni Dieci del secolo XXI anche per l’uso della lingua il paese sembra in magno discrimine rerum. L’ipertrofia sinonimica da terrore semantico, da appiccicature scolastiche e burocratiche, ancora non è eliminata. Essa si intreccia al tradizionale gusto per la variatio lessicale presente in chi scrive in italiano, anche in chi si sforza di evitare il “neolalismo” sbeffeggiato e condannato da Antonio Gramsci. E forse soprattutto si intreccia a fatti di struttura, come l’oggettiva complessità dell’organizzazione semantico-derivazionale del lessico italiano. Questa continua a manifestarsi e perfino si rafforza in forme diverse. Si è già detto della persistente incidenza di strutture latine, preromanze. Ma c’è altro. Per esempio più che in altre lingue, per un canino “di, del cane” o marino “di, del mare”, molti aggettivi di relazione e verbi correlati a sostantivi esprimono la relazione ricorrendo non a suffissi comuni, ma ripescando latinismi e latino-grecismi spesso rari che cancellano o relegano in accezioni metaforiche o particolari i vocaboli trasparentemente collegati alla base. E durano nello standard coppie sinonimiche, quasi allotropi semantici, derivanti da strati diversi della latinità (e la diversità iniziale ancora risuona in qualche sfumatura dell’uso), come abile capaceassai molto,buttare gettarecadere cascaredare porgere(di)scendere calarefallire sbagliarefuggire scappareiniziare ecominciarepremere pigiarerestarerimaneretornareritornarevolgere voltaregirare. Sono parole a debole distinzione semantica ed egualmente presenti nell’uso come elementi del vocabolario di base e, spesso, fondamentale, coppie in cui il primo termine porta con sé una tonalità più neutra, pubblica se non elevata, mentre il secondo suona più popolare e familiare.

Gramsci, don Milani, Calvino non sono restati isolati nella loro richiesta di attenzione alla chiarezza espressiva anzitutto nel vocabolario. Ma la tentazione di ricorrere al sinonimo più colto o che suona tale pare tuttora scritta nel profondo stesso della lingua che usiamo.


A tutta velocità

Il cammino linguistico fatto nell’età della Repubblica perché l’intera popolazione acquistasse la capacità di intendersi con la stessa lingua nel parlare è stato grande e, mentre altrove l’analogo cammino si è compiuto attraverso secoli, l’Italia della Repubblica lo ha percorso in pochi decenni. Ma nel parlare, nello scrivere e nel comprendere è ancora privilegio di pochi il possesso degli strumenti di cultura necessari a mettere pienamente a frutto le ricche e complesse risorse del patrimonio linguistico comune.


Forti disparità

Sotto la superficie della ormai larga convergenza verso una stessa lingua, si celano linee di frattura profonde che non passano più attraverso differenze regionali o di reddito, ma attraverso altre forti disparità: il divario nel rapporto con lettura e scrittura, nella capacità di accesso a capire o comporre testi scritti; il conseguente divario nell’accesso alla rete; la difficoltà di padroneggiare concetti e ragionamenti di ordine statistico, matematico e scientifico; infine le diversità di reali competenze anche a parità di livelli formali di istruzione. È inevitabile che tali disparità si riflettano negli usi della lingua comune. Chi ritiene che, come del sabato dice il Vangelo (Mc. 2, 27), così le lingue siano fatte per gli uomini e non gli uomini per le lingue, chi ricorda, con l’antico Orazio (Ars poetica, vv. 68-69), che mortalia facta peribunt, nedum sermonis stet honos et gratia vivax, “morranno le opere dei mortali, né sopravvive la gloria e la viva grazia del parlare”, è portato coerentemente a preoccuparsi, più che di singole sciatterie linguistiche, delle difficoltà dei parlanti e, quindi, di queste fratture nella comunità italiana che impacciano per molti l’uso pienamente competente del linguaggio e non danno a tutte e tutti l’eguaglianza sostanziale richiesta dall’art. 3, comma 2 della Costituzione. Ma forse anche chi professa amore per la lingua italiana in sé dovrebbe intendere che essa tanto più e meglio si consolida nelle sue forme e regole quanto più si colmino e sanino le fratture che si sono qui ricordate e quanto più si rimuovano gli ostacoli che impediscono a troppi di padroneggiare con pienezza la lingua comune.

Fratture e ostacoli che si profilano negli anni recenti non sono insuperabili. Se essi si profilano ciò accade perché nei quasi settant’anni di vita l’Italia della Repubblica, cioè l’insieme della popolazione che la compone, ha superato quelle assai maggiori disparità che, come si è ricordato nei primi due capitoli, ne contrassegnavano la vita all’inizio del suo cammino: le rovine non solo materiali lasciate dall’età monarchica e fascista, dalla guerra perduta e dalla guerra civile, la bassa scolarità, l’estraneità di due terzi della popolazione all’uso attivo della lingua comune, l’orizzonte linguistico e culturale frantumato per la maggior parte nell’uso esclusivo di dialetti di raggio locale, il disprezzo per questi dialetti da parte di un ceto colto largamente chiuso in se stesso, nel suo dominante arroccamento oligarchico, e la conseguente prevalente lontananza dell’uso della lingua comune dai temi e dagli stili delle scienze, del pensiero e della cultura europei.

L’Italia linguistica della Repubblica ha saputo lasciarsi alle spalle quelle fratture e disparità. Vaste masse, prima escluse, si sono impadronite per il 95% dell’uso dell’italiano pur conservando al 60% l’uso alternativo e non più esclusivo di uno dei dialetti. Come si è già ricordato, le popolazioni vissute in Italia dalla protostoria fino alla metà del Novecento mai avevano conosciuto una simile convergenza verso una stessa lingua comune.


La forza attrattiva delli'italiano

La forza attrattiva dell’uso ormai dominante pare far presa anche sui gruppi di immigrati d’altra lingua, come già si è ricordato (cap. III, pp. 66-67). Ma gli stranieri immigrati non sono i soli ad accostarsi all’italiano per apprenderlo. A parte l’antica presenza di italiano e veneto nella Penisola balcanica e nell’Impero ottomano e l’uso già tardomedievale come “lingua franca” nell’area mediterranea orientale, nel vasto mercato delle lingue l’italiano come lingua straniera da apprendere e coltivare vanta una lunga tradizione. Rafforzata nel secolo post-unitario dalla presenza di milioni di oriundi italiani specialmente in Usa, Canada, Brasile, Argentina, dal Rinascimento a oggi è stata alimentata dal combinarsi di vari fattori. Uno, a lungo misconosciuto, è stato e ancora resta l’uso dell’italiano come effettiva lingua ufficiale della Chiesa cattolica romana, come lingua dei discorsi pubblici dei suoi pontefici, inclusi quelli di diversa lingua nativa, e lingua del suo clero sparso nel mondo. Altri fattori meglio conosciuti sono stati e sono fattori elitari: l’amore per la musica, specialmente il melodramma, per le arti fiorite in Italia, per il mondo antico e le sue vestigia concentrate su suolo italiano. Certo ha operato sulla lingua più affine e simile al latino anche il riverbero della diffusa conoscenza e, fino all’Ottocento, della pratica attiva dell’antica lingua di Roma tra le classi colte dell’intera Europa. A questi fattori tradizionali negli ultimi decenni se ne sono aggiunti altri, dal cinema alla moda e al design, all’interscambio economico, tutti direttamente o indirettamente connessi alla crescita e al consolidamento dell’uso dell’italiano da parte dell’intera comunità nazionale.

L'italiano sta bene, gli italiani meno

Non l’italiano, dunque, come lingua en soi-même sta male, come ogni tanto qualcuno ha detto, ma stanno male, quanto a diffuse capacità di cultura, troppi italiani che, comunque, finalmente lo parlano, anche se non dotati di strumentazione sufficiente. Rispetto alla metà del secolo XX, l’espansione della capacità d’uso dell’italiano e il suo largo impiego in ogni circostanza del vivere sono dati certi in questi decenni. E si intende dunque bene che, pur al prezzo di incompetenti sciatterie di molti, intorno al vocabolario fondamentale e di base d’antica tradizione il lessico italiano comune si sia arricchito e integrato e si sia esteso ad abbracciare nuovi domini. Gli italiani, in una misura prima ignota, si sono messi in grado di parlare con la loro lingua in modo univoco anche della quotidianità e anche, abbiamo visto, di tecnologie e di scienze. L’italiano ha mostrato e mostra oggi di poter essere lingua degna dell’uso che ne fecero in passato Leonardo, Galilei, Spallanzani e sono tornati a farne matematici e scienziati di rango internazionale nel corso degli ultimi decenni.

Nelle fabbriche e nei commerci, nelle industrie, nelle scuole, nei laboratori, nelle università, nelle redazioni di giornali e periodici seri, che pure vi sono, nelle case editrici, nelle imprese, nei centri di ricerca, mentre base economica, reddito e attività produttive si andavano spostando dall’agricoltura all’industria e poi, con gli anni Settanta, ai servizi di intermediazione tecnologicamente più evoluti, nell’Italia della Repubblica e delle istituzioni democratiche è stato fatto anno dopo anno un immenso lavoro non solo di impossessamento della lingua comune, diventata ormai veramente tale almeno nel suo nucleo, ma anche di accrescimento e ampliamento dei campi semantici e piani del contenuto dicibili e articolabili in buona lingua italiana, magari arricchendo di nuovi sensi le stesse parole di Dante, restate quasi tutte vive e comuni nel cuore del cuore del nostro parlare. L’uso dell’italiano si è esteso ad abbracciare da una parte la quotidianità e gli affetti, dall’altra i contenuti delle scienze e delle tecniche. E proprio questo ha certamente aiutato alcuni dei maggiori poeti e prosatori del secondo Novecento, Gadda e Montale, Sciascia, Primo Levi e Calvino, e gli altri studiati nel Primo tesoro, a saper portare nei loro testi contenuti e parole delle scienze e delle tecniche. Nell’undicesimo secolo della sua vita, l’italiano col suo lessico è tornato a offrirsi, a chi lo parla con consapevolezza, per essere utilizzato e utilizzabile anche nel colloquiare a tutto campo con il mondo tecnologico e industriale, scientifico, filosofico e civile moderno.


Percorsi per superare fratture e disparità

Fratture e disparità secolari sono state superate. Fratture e disparità oggi ancora evidenti potranno esserlo. Un innalzamento quantitativo e qualitativo dei livelli di istruzione delle giovani generazioni e degli adulti, la promozione della lettura e del bisogno di leggere e di informarsi in modo non effimero, lo sviluppo di stili di vita che favoriscano il bisogno e l’apprezzamento della cultura intellettuale, dei saperi, delle scienze: sono questi gli efficaci percorsi che altre società in Europa e nel mondo hanno imboccato e stanno seguendo per superare quegli ostacoli e quelle fratture. Ciò può diventare possibile anche in Italia. È un impegno più lungo e faticoso di qualche lamento o predica contro questo o quel malvezzo linguistico, ma è l’unica via per migliorare realmente la condizione linguistica di tutta la popolazione. Del resto, mettersi su questa via è un impegno che sta dinanzi al paese non solo per motivi linguistici e culturali. Linguaggio e cultura sono fattori primari nella vita di un paese. Nelle librerie, nelle biblioteche, nelle scuole, nei teatri, nei corsi per adulti, nel modo di fare e ricevere informazione si può combattere la buona battaglia per migliorare le condizioni linguistiche e non solo linguistiche dell’Italia.


Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana


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Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 1932) ha insegnato Filosofia del linguaggio e Linguistica generale nell’Università Sapienza di Roma, dove ora è professore emerito. Per Laterza è autore di molti volumi più volte ristampati, diversi tradotti in altre lingue. Per UTET ha pubblicato un Grande dizionario italiano dell’uso (8 voll.). Accademico della Crusca, socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei, è stato nominato doctor honoris causa in diverse università (Waseda Tokyo, Lovanio, École Normale Supérieure di Lione, Bucarest, Sorbonne Nouvelle, Siviglia, Ginevra). È presidente della Fondazione Bellonci e presidente onorario della Rete italiana di cultura popolare.




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