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Il radicalismo azzurro di Margaret Thatcher (Dahrendorf 1984) e il culto del privato (Judt 2010)

Margaret Thatcher

Il radicalismo azzurro di Margaret Thatcher (Ralf Dahrendorf 1984)
e
il culto del privato (Tony Judt 2010)

Margaret Thatcher, spentasi a Londra all'età di 87 anni, è stata la prima e unica donna a ricoprire la carica di primo ministro nel Regno Unito e ha governato dal 1979 al 1990.

Proponiamo qui due brani di commento alla politica economica della "Lady di ferro" tratti da altrettanti volumi da noi pubblicati in epoche molto diverse:

Il primo è del 1984 ed è tratto da libro di  Ralf Dahrendorf, Al di là della crisi  (ormai esaurito).

Il secondo brano è invece estrapolato dal libro di Tony Judt, Guasto è il mondo.


Il radicalismo azzurro di Margareth Thatcher

[da Ralf Dahrendorf, Al di là della crisi, Laterza, 1984]

Al di là della crisiL’azzurro è almeno in Inghilterrra il colore dei conservatori. Al più tardi a partire dal governo Mac-Millan dei primi anni Sessanta i conservatori si misero in larga misura sul terreno degli assunti socialdemocratici, che fino a non molto tempo fa dominavano il mondo dell’Ocse.  Ben presto però si fece strada una linea di opposizione. Agli inizi del governo Heath nel 1970, si cominciarono a sentire nuove musiche, che in seguito, con il governo Thatcher dal 1979, si sono sviluppate in un'opera sinfonica su registri nuovi. Incontriamo qui una posizione veramente radicale, che coscientemente e con decisione non fa conto sul consenso degli ultimi decenni. La signora Thatcher lo ha affermato senza mezzi termini: «Se i profeti del Vecchio Testamento si fossero recati tra la gente e avessero detto ' Gente, vogliamo il vostro consenso', non sarebbero andati molto lontano».

La signora Thatcher, allo stesso modo del presidente Reagan negli Stati Uniti e l'ex primo ministro e candidato alla presidenza in Francia Chirac, non ricerca più il consenso. Per costoro la ragione socialdemocratica è soltanto un pretesto per l'immobilismo. Essi sono, invece, per una politica più decisa.

Nel nocciolo di questa politica c'è un'etica economica che non si discosta molto dall'«etica protestante» di Max Weber e dallo spirito del capitalismo da essa ispirato. La gente è diventata pigra e indolente, e in pratica si aspetta sempre la pappa pronta dallo Stato, oppure è scoraggiata per via delle tasse e della regolamentazione. Noi abbiamo bisogno soprattutto di crescere. E la crescita da una parte richiede un duro impegno di lavoro con salari reali fermi se non addirittura ridotti. Dall’altra parte esige che si incoraggino gli investimenti attraverso una politica economica orientata verso l'offerta, cioè con riduzioni di imposte, de-regolamentazione, controllo dell'inflazione, incremento dei profitti e discorsi favorevoli agli imprenditori. Per portare avanti una politica del genere si accetta di pagare qualche prezzo, se addirittura non è sollecitato esplicitamente. La diseguaglianza assume qui i connotati di manifestazione naturale delle diverse capacità umane, ed anche di stimolo a una più forte pressione lavorativa. Lo Stato sociale è considerato un errore gigantesco; deve essere ridotto al minimo. Le organizzazioni degli occupati sono temute come le responsabili principali degli elevati salari reali; le loro possibilità d'azione devono essere imbrigliate. Lo Stato, certo, non viene espressamente esaltato; anzi: si parla spesso di «meno Stato»; in realtà, invece, nasce uno Stato più duro, che ostentatamente rinuncia a guadagnarsi simpatie, non solo in questioni di assistenza sociale, ma anche di diritto e di ordine. Non di rado questa posizione si congiunge con una propensione alle prediche moralistiche, con l'appello alla «verità morale». Qualche tratto nazionalistico alberga qui di buon grado, e in ogni caso si dà fiato con insistenza alla necessità di un'efficace politica di difesa. Probabilmente si dovrebbe dire piuttosto che si insiste su una costosa politica di difesa, dal momento che, per una buona metà, questa politica ha un valore più che altro simbolico: quanto più costa, tanto meglio è. Che una posizione del genere sia capace di maggioranza, lo mostrano Ie vittorie elettorali della signora Thatcher e di Reagan. C’è un nuovo ceto medio frustrato, di agenti immobiliari e dirigenti di agenzie di viaggio, ma anche di programmatori di computer e di lavoratori specializzati in camice bianco, che trova attraente il radicalismo azzurro. E non si tratta di un gruppo con una propria coscienza di sé, quanto piuttosto di un gruppo che trasforma la propria paura in rabbia. E poiché i conservatori più anziani, più pragmatici e misurati non sono attivisti e insieme non hanno alternative politiche, bisogna fare attenzione a non sottovalutare la forza d'urto di questa posizione.

La sua incisività operativa, anzi, è tremenda. Prima di tutto sul piano concreto. La politica economica orientata all'offerta deve ancora dare una prova della sua efficacia. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rientrano oggi addirittura nel gruppo dei bambini terribili del mondo dell'Ocse. È difficile che una politica così fortemente radicalizzata possa produrre un clima di fiducia. L'incompatibilità aritmetica fra la riduzione delle tasse e gli onerosi impegni per la difesa non fa che peggiorare ulteriormente il quadro. Dato poi che i primi effetti di questa politica consistono in un aumento della disoccupazione, e in un forte incremento del numero di aziende che falliscono, si producono nuovi costi, che mal si accordano con la contemporanea restrizione dello Stato sociale.

Ma al di là del fallimento della sua politica economica, a rendere a molti insopportabile il radicalismo azzurro è anche un altro fatto, e cioè il suo caldeggiare il ritorno a un passato lontano. Sappiamo benissimo che si tratta di uno sforzo destinato a rimanere senza effetto, ma questo non lo rende meno odioso. Non sono molti quelli che sognano un ritorno alla regola della sopravvivenza del più forte di stampo social-darwinistico, neanche se si presenta sotto la veste più accettabile di «società del rendimento». Non sono affatto molti quelli che vogliono che sia percorsa una strada di ritorno. Il cambiamento di tendenza ricorda ai più come gli andava male nel passato, quanta fatica è costato all'epoca il riconoscimento dei diritti di cui godono oggi, quanto scarse erano le chances di vita che avevano allora. Il radicalismo azzurro è uno dei grandi avversari dei liberali.



Guasto è il mondo

Il culto del privato

[da Tony Judt, Guasto è il mondo. Laterza 2010]

 L’idea, ragionevole, era che se un’impresa passava dal pubblico al privato, se non altro, sarebbe stata sicuramente gestita con un occhio agli investimenti a lungo termine e la fissazione di un prezzo adeguato.

Questo in teoria. La pratica è stata ben diversa. Con l’avvento dello Stato moderno (specialmente nel secolo scorso), i trasporti, gli ospedali, le scuole, le poste, gli eserciti, le carceri, le forze di polizia e l’accesso alla cultura (servizi fondamentali, difficilmente conciliabili con esigenze di profitto) sono stati sottoposti alla regolamentazione o al controllo del settore pubblico. Ora li stiamo rimettendo nelle mani di imprenditori privati.

Quello a cui abbiamo assistito è stato un costante trasferimento di responsabilità pubbliche al settore privato senza alcun vantaggio evidente per la collettività. Contrariamente alla teoria economica e al mito popolare, la privatizzazione è inefficiente. Quasi tutte le cose che il governo giudicava idonee al trasferimento al settore privato operavano in perdita: che si tratti di compagnie ferroviarie, miniere di carbone, servizi postali o compagnie elettriche, i costi di esercizio e di mantenimento sono maggiori degli introiti che si può sperare di attirare. Di conseguenza, tali beni pubblici risultavano poco attraenti per i compratori privati, a meno di venderli a prezzi 82superscontati.

Ma se lo Stato vende a prezzi di sconto, per la collettività è una perdita. È stato calcolato che nelle privatizzazioni realizzate in Gran Bretagna nel corso dell’era Thatcher, il prezzo deliberatamente basso fissato dallo Stato per vendere al settore privato attività che deteneva da lungo tempo si è tradotto in un trasferimento netto di 14 miliardi di sterline dai contribuenti agli azionisti e agli altri investitori. A questa perdita vanno aggiunti altri 3 miliardi di sterline di commissioni finite nelle tasche dei banchieri che hanno fatto da intermediari per le privatizzazioni. Dunque lo Stato, di fatto, ha pagato al settore privato 17 miliardi di sterline per facilitare la vendita di attività che nessuno altrimenti avrebbe voluto. Sono cifre importanti, equivalenti più o meno, ad esempio, ai fondi di cui dispone l’Università di Harvard, o al prodotto interno lordo del Paraguay o della Bosnia-Erzegovina. Difficile spacciare un risultato del genere come uso efficiente delle risorse pubbliche.

Il fatto che le privatizzazioni in Gran Bretagna sembrano (ingannevolmente) aver rappresentato un beneficio trova una spiegazione nell’essere coincise con la fine di decenni di declino della Gran Bretagna rispetto ai suoi concorrenti europei. Ma quel risultato è dovuto quasi interamente al calo del tasso di crescita negli altri paesi: non c’è stato nessun repentino miglioramento dell’economia britannica. Lo studio più accurato sulle privatizzazioni in Gran Bretagna giunge alla conclusione che la privatizzazione in sé e per sé ha un impatto decisamente modesto sulla crescita economica a lungo termine, mentre al contrario ridistribuisce la ricchezza in senso regressivo dai contribuenti e dai consumatori agli azionisti delle compagnie privatizzate.

L’unico motivo per cui gli investitori privati possono essere disposti ad acquistare beni pubblici apparentemente inefficienti è che lo Stato elimini o riduca la loro esposizione al rischio. Nel caso della metropolitana di Londra, ad esempio, era stata creata una «partnership pubblico-privato» per incoraggiare gli investitori a entrare nell’affare. Le aziende compratrici avevano la garanzia che, qualunque cosa fosse successa, non sarebbero andate incontro a perdite gravi (veniva dunque meno la giustificazione economica della privatizzazione, e cioè gli effetti positivi del movente del profitto).

In queste condizioni privilegiate, il settore privato si è dimostrato altrettanto inefficiente della sua controparte pubblica, incamerando i profitti e accollando le perdite allo Stato. Il risultato è stato un’«economia mista» del tipo peggiore: un’impresa privata sostenuta a tempo indefinito da fondi pubblici. In Gran Bretagna, gli ospedali privatizzati del Servizio sanitario nazionale falliscono periodicamente, di solito perché sono incoraggiati a realizzare profitti di ogni sorta, ma non possono addebitare agli utenti quelle cifre che a loro parere il mercato potrebbe sopportare. A quel punto le fondazioni ospedaliere (e lo stesso è successo nel caso della metropolitana londinese, dove la partnership pubblico-privato è crollata nel 2007) si rivolgono allo Stato perché copra le perdite. Se una cosa del genere accade regolarmente (com’è successo con le ferrovie), l’effetto è una rinazionalizzazione di fatto, sottobanco, senza nessuno dei benefici del controllo pubblico.

Il risultato è l’azzardo morale. Il diffuso luogo comune secondo cui gli ipertrofici istituti di credito che nel 2008 hanno messo in ginocchio la finanza internazionale fossero «troppo grandi per essere lasciati fallire» naturalmente è estendibile all’infinito. Nessuno Stato potrebbe permettersi di far «fallire » il proprio sistema ferroviario. Non si può consentire che le compagnie privatizzate elettriche o del gas, o le reti di controllo del traffico aereo, si blocchino per cattiva gestione o incompetenza finanziaria. E i loro nuovi gestori e proprietari naturalmente lo sanno.



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