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Roma. I padroni dell'Appia - Francesco Erbani

Roma - il Colosseo visto dal Vittoriano (Foto ChC)

Roma. I padroni dell'Appia
Francesco Erbani racconta il tramonto della città pubblica

Roma

Roma è un caso esemplare di una condizione urbana le cui patologie affliggono la qualità del vivere e l’esistenza materiale delle persone. Le trasformazioni che ha vissuto o subìto negli ultimi decenni sono quasi tutte riconducibili a un vorticoso aumento dell’edificato. È proprio dietro, accanto, sotto le trasformazioni fisiche che si è delineato il progressivo impoverimento della città pubblica, mentre è andata lievitando l’idea che soltanto l’estendersi di un controllo privato su parti crescenti della città possa contribuire a diffondere quel generale benessere e a fronteggiare la crisi che si è abbattuta su Roma. Siamo sicuri che le trasformazioni avvenute o che stanno avvenendo a Roma vengono incontro a bisogni collettivi? O non sono, invece, l’effetto di strategie immobiliari che danno lustro e soldi ai privati e scaricano oneri sul pubblico recando un utile molto dubbio alla città?
In Roma. Il tramonto della città pubblica, Francesco Erbani racconta, con la lingua delle inchieste giornalistiche, una città invivibile, ingiusta, lasciata in balìa dei potenti signori del mattone.


I padroni dell'Appia

Se Antonio Cederna avesse potuto usare Google Maps chissà quante inerpicate lungo i bordi delle cave si sarebbe risparmiato per scoprire e fotografare la piscina di Silvana Mangano nella villa sull’Appia Antica. Nel 1953 Google Maps non c’era. E lui s’inerpicava. «Ci appare una vasta macchia di azzurro accecante, una grande piscina privata con fondo in mosaico di vetro, orlo ondulato di cemento come le fosse degli orsi, toboga, trampolino, ombrelloni gialli, rossi e blu», scriveva sul Mondo l’8 settembre 1953. I gangster dell’Appia, così s’intitolava il suo pezzo, era il primo di una lunga serie di articoli che l’archeologo-giornalista dedicò alla Regina viarum e al saccheggio cui veniva sottoposta. La foto scattata da Cederna campeggia fra quelle poi inserite in I vandali in casa.

La piscina è a forma di fagiolino ed è ancora lì, nella tenuta di circa 8 mila metri quadrati di proprietà di una società, la Veronica s.r.l., che fa capo all’arcipelago immobiliare di Sergio Scarpellini, costruttore romano che abbiamo incontrato già altrove, alla Romanina, dove possiede un’area sulla quale dovrebbe nascere una centralità, e nel centro storico, con gli appartamenti affittati alla Camera dei deputati e ad altre istituzioni. Qui sull’Appia Antica, al numero 199, poco dopo la tomba di Cecilia Metella, poco prima della villa dei Quintili, Scarpellini ha comprato la villa che fu della Mangano e che ora affitta per ricevimenti. Feste sfarzose, catering e fuochi d’artificio. E tante macchine che imboccano l’Appia a Porta San Sebastiano, alla chiesetta del Domine Quo Vadis svoltano a sinistra, poi prendono l’Appia Pignatelli e quindi ritornano sull’Appia Antica e parcheggiano lungo i bordi, sotto i cipressi, scostate di qualche centimetro da un sepolcro.

Nel settembre del 2009 nella tenuta di Scarpellini sono arrivate le ruspe e hanno rimosso il parcheggio abusivamente costruito, un parcheggio per 130 posti. Qualche giorno dopo una macchina fresatrice ha tritato il terreno che agricolo era e agricolo doveva tornare a essere. L’iniziativa della demolizione, alle quali altre sarebbero seguite, fu presa dal Municipio XI, nel quale in gran parte ricade l’Appia Antica. Il consulente del presidente Andrea Catarci era uno dei pochi mastini che a Roma fronteggino l’abusivismo edilizio: Massimo Miglio. Consulente gratuito, per carità. Ora Miglio, che ha lavorato sia per il Comune che per la Regione, ma sempre imbattendosi in inciampi e ostacoli, fornisce le sue conoscenze e le sue abilità di segugio al Municipio I. Sempre gratuitamente, per carità. Quasi che la lotta al mattone illegale, con il quale Roma convive da sessant’anni, sia appunto un affare da volontariato, un atto eroico. Non una pratica di ordinario controllo di legalità e di repressione degli illeciti.

L’abusivismo nell’Appia Antica è un capitolo a se stante nella voluminosa letteratura dell’abusivismo a Roma. Niente a che vedere con la costruzione di case e poi di palazzine senza nessuna licenza e su suoli agricoli negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Poco a che vedere con le ville tirate su dopo gli anni Ottanta nelle aree di pregio della campagna romana. Fino a metà degli anni Sessanta sull’Appia Antica si costruiva in spregio di alcune norme contenute nel Piano regolatore del 1931 che non andavano oltre la tutela di una “zona di rispetto” intorno ai monumenti e che imponevano blande prescrizioni ai progettisti. Nel 1953 due ministeri dichiararono il «notevole interesse pubblico» dell’Appia Antica («un cerotto applicato sopra una gamba stritolata da un treno», scrisse Cederna). Le ville con piscina, i casali demoliti e ricostruiti, gli edifici che invece di fondazioni sormontavano sepolcri e colombari non sorgevano in violazione di legge. Aggredivano spudoratamente l’integrità di quel paesaggio, manipolavano monumenti, ma i proprietari riuscivano a dimostrare con argomenti di bassa lega avvocatesca che loro le norme le rispettavano. Se non ci fossero state le denunce di Cederna, nell’Appia Antica sarebbero sorti quartieri di palazzine, strade di attraversamento e anche uno stadio.

Nel 1960 si varò un piano paesistico che invece di salvaguardare prevedeva che si potessero costruire fino a 5 milioni di metri cubi. Con il Piano regolatore del 1962 e con il decreto attuativo di quel Piano firmato dal ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini nel 1965, si cambia pagina: il territorio dell’Appia Antica, allora 2.500 ettari oggi 3.500, è sottoposto a tutela integrale e su di esso grava un vincolo di inedificabilità assoluto. È vietato ogni centimetro cubo di cemento. E le destinazioni del cemento esistente non possono cambiare: una stalla non può diventare abitazione. Gli unici interventi ammissibili sono gli impianti sportivi pubblici (ora anche quelli privati), previa autorizzazione della Soprintendenza. Tutto il resto è abusivo. Il Piano fissa anche un obiettivo: in virtù dell’eccezionale valore paesaggistico, archeologico e storico, quel territorio deve diventare parco pubblico. Qualcuno finalmente aveva capito quale portento culturale custodisse l’Appia Antica e che cosa occorresse fare perché anche le generazioni future ne godessero.

Che cosa è successo da allora? L’urbanista Vezio De Lucia ha compulsato cartografie, archivi e compiuto rilievi per conto della Soprintendenza speciale archeologica. E ha calcolato che attualmente sull’Appia Antica giacciono 2,7 milioni di metri cubi di cemento. Mettendo a confronto vecchie e nuove carte ha però potuto stabilire che circa 1,3 milioni di metri cubi sono stati realizzati dopo il 1967, dopo l’entrata in vigore del Piano regolatore. E sono dunque abusivi. La rilevazione è aggiornata al novembre 2011. Si tratta però, spiega De Lucia, soltanto di nuove edificazioni, di interi manufatti costruiti violando le leggi. A essi vanno aggiunti altri volumi, «allo stato impossibili da stimare», che hanno manomesso l’edilizia esistente: sopraelevazioni, annessi, box, garage, depositi, magazzini, piscine, parcheggi, oltre ai cambi di destinazione d’uso che sono altrettanto invasivi quanto il cemento, perché se un annesso agricolo diventa residenza occorre allacciarsi alle fognature, scavare per le fondazioni e per i sottoservizi in un terreno archeologicamente sensibile, producendo, inoltre, un carico urbanistico, più abitanti, più macchine...

Un suono sinistro emanano, nella relazione di De Lucia, le parole che si leggono alcune righe più sotto le tabelle con i dati: «Il lavoro potrebbe trovare ulteriori e più precisi approfondimenti qualora dovessero rendersi disponibili basi cartografiche maggiormente dettagliate relative ai catasti storici e alla Ctr 2002 [la carta tecnica regionale] del Lazio in formato vettoriale. [...] Sarebbe opportuno approfondire lo studio relativo alle pratiche concernenti gli abusi edilizi nel territorio di competenza della Soprintendenza [...]: studio che non è stato possibile affrontare con le risorse e i tempi disponibili per lo svolgimento del presente incarico».

Per arginare l’abusivismo in uno dei luoghi di più struggente bellezza che ci siano non solo a Roma, per assicurare a tutti il godimento pieno di un bene della comunità (il paesaggio, l’archeologia, la memoria), un bene che diffonde senso di cittadinanza, per tutto questo e per tutelare con efficacia l’Appia Antica mancano gli strumenti minimi, le amministrazioni lesinano documenti e fonti di conoscenza, e scarsi sono i fondi. Non solo l’appropriazione privata di quel bene trae alimento da una carenza pubblica. Persino l’illegalità può prosperare grazie al fatto che un Comune, una Regione, lo Stato si ritraggono dietro il rassicurante paravento dell’inefficienza.

In effetti non si capisce bene chi abbia potestà sull’Appia Antica, chi nei fatti eserciti la tutela su questo patrimonio che qualunque paese al mondo ambirebbe a possedere. 3.500 ettari, appunto, di campagna romana che fiancheggiano la strada costruita dal console Appio Claudio nel 312 avanti Cristo e che da Roma conduceva a Brindisi, dove un porto metteva in contatto l’urbe con l’Oriente. Qui sono il sepolcro degli Scipioni, il sepolcro di Geta e di Priscilla, la Porta San Sebastiano, e poi i colombari, le catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, il Circo di Massenzio, il Mausoleo di Romolo e quello di Cecilia Metella, il Castrum Caetani, la tomba di Annia Regilla, i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi, il complesso termale di Capo di Bove, la splendida Villa dei Quintili. E qui sono la valle dell’Almone, il fiume sacro ai romani, con i boschi di leccio e di roverella, il pianoro ondulato di Tor Marancia, uno degli ultimi luoghi dove in giugno a Roma si possono vedere le lucciole. E poi le cave e le colate laviche, che ai grandi viaggiatori davano l’impressione di aggirarsi in un deserto, al centro del quale spuntava Roma. Un sistema complesso in cui gli studiosi hanno cercato l’elemento ordinatore, una specie di principio costruttivo al quale rimandano tutti gli altri e che quindi è il tratto unificante del vasto territorio. Per Vittoria Calzolari, che fra il 1976 e il 1984 ha coordinato un’indagine promossa da Italia Nostra (con Benevolo, Cederna e altri ancora), l’elemento ordinatore è l’acqua, che dà vita a un reticolo idrografico il quale ha disegnato e tiene insieme paesaggio di natura e paesaggio di cultura.



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Questo cuneo di verde e di antichità comincia nel centro di Roma, ha il vertice all’imbocco di piazza Venezia e, se non ci fosse la via dei Fori imperiali, farebbe corpo unico con il Colosseo, poi sfila con il Palatino, il Circo Massimo, la Passeggiata archeologica, le Terme di Caracalla e di lì, percorrendo la via Appia, giunge ai piedi del complesso vulcanico dei Colli Albani, risale sul sistema collinare di Decima Malafede e quindi dalla tenuta di Castelporziano arriva al mare. Chissà che cosa sarebbe Roma, quanti valori di cittadinanza comunicherebbe, quali occasioni di contemplazione, di svago, di conoscenza esprimerebbe se tutto questo sistema ambientale e archeologico fosse davvero fruibile, percepibile nella sua integrità. È un patrimonio che non è chiuso in un museo o in una chiesa, è un pezzo di città scandito da pini e da lapidi invece che da marciapiedi e da uffici. È anche un pezzo di campagna romana in cui la presenza archeologica è molto più densa che altrove, ma anche più affabile, quasi confidenziale. Ed è infine un pezzo di campagna che crea connessioni fra altri pezzi di città, fra il centro e alcuni dei quartieri dove il cemento è più asfissiante, l’Appia Nuova, via Cristoforo Colombo, la Laurentina, la città dei “murati vivi”, come la chiamava Cederna.

Eppure l’Appia Antica è ancora in gran parte una strada come tutte le altre. Solo nella primavera del 2012 il Demanio l’ha consegnata alla Soprintendenza archeologica, dichiarandola monumento nazionale. A Rita Paris, che presso la Soprintendenza archeologica dirige l’ufficio per l’Appia Antica, chiedo se sbaglio a pensare che questo avvenga con un po’ di ritardo. «Non sbaglia», mi risponde. «Ora dovremo dettare le regole per la gestione. Metteremo dei cancelli, un cartello su cui è scritto “Proprietà dello Stato” e proveremo a riportare la strada nelle dimensioni che le aveva attribuito Luigi Canina, da macèra a macèra, come si dice. D’altronde succedeva di tutto, qualcuno configgeva fra le bàsole pali con la pubblicità. La strada non sarà più percorribile come una normale via di scorrimento». Una via di scorrimento per la quale transitano 2.000 auto ogni ora. È vero che accade solo nelle ore di punta. E solo nel tratto finale, fra Porta San Sebastiano e il Domine Quo Vadis. Ma è anche vero che molte auto sfidano la tenuta degli avantreni persino sui basolati antichi, davanti alla tomba di Cecilia Metella, scaricano monossido di azoto sulle superfici lapidee di mausolei e sepolcri. Ed è ancor più vero che altre ottanta, centomila macchine tutte le mattine fremono a un incrocio poco distante da qui, al nodo di Ciampino, nel dubbio se raggiungere il centro di Roma infilandosi nella strada fatta costruire da Appio Claudio.

Chi si avventura a piedi, poi, solo con una capriola mentale immagina di stare in un parco. E se si ferma a gettare un occhio al di là delle recinzioni di ville che sembrano fortini militari per vedere un lacerto di muro o il basamento di una colonna (la gran parte di tutto il patrimonio archeologico è in residenze private), corre il rischio che qualche fuoristrada sfrecciando lo arroti. Per arrivare all’aeroporto di Ciampino passano tutti di qui, soprattutto i cortei di auto blindate che accompagnano allo scalo capi di Stato, delegazioni italiane e straniere. E se si considera che Ciampino ospita anche molte linee low cost e che nei paesi sui Castelli romani ogni anno lievitano i residenti (ora vi abitano circa 350 mila persone), molti dei quali tutte le mattine vanno a lavorare a Roma, decidendo se passare per l’Appia Antica a seconda di quanto è lunga la fila al semaforo, si può avere un’idea di come la congestione possa solo crescere. Una congestione causata anche dalle tantissime attività economiche e commerciali che si svolgono nell’Appia Antica e che anni fa si concordò di spostare altrove, ma che restano tutte lì: carrozzieri, sfasciacarrozze, concessionari di auto, di camper, depositi di acque minerali, magazzini di materiale edile, vivai. E poi centri sportivi con file di campi da tennis e di calcetto che di sera si illuminano a giorno. Ma di una minima accortezza come la Ztl neanche a parlarne.

E dire che lo chiamano parco. Però, tranne alcune aree come Villa dei Quintili, Capo di Bove, il Circo di Massenzio e altre, tranne la strada, i 3.500 ettari dell’Appia Antica sono tutti privati. E in proprietà private sono molti monumenti. Un Ente parco esiste, in effetti, è un ente regionale fondato nel 1988, di cui fu presidente anche Cederna. Nel corso degli anni è stato guidato da personalità dell’ambientalismo (Gaetano Benedetto del Wwf) e dell’archeologia (Adriano La Regina), ma ancora per tutto il 2012 alla sua testa era un commissario. Un “parco di carta”, lo definiva Cederna, che negli ultimi anni di vita chiedeva malinconicamente che almeno gli venisse attribuita una sede. Ora la sede esiste, si organizzano visite guidate, d’accordo con alcuni proprietari si entra nelle loro tenute dove ci sono sepolcri adattati a camera da pranzo, si allestiscono laboratori didattici e orti, ma fra l’Ente parco, la Soprintendenza archeologica, il Municipio e il Comune è un groviglio di competenze, mai ben definite e che si traducono in scarsa collaborazione e dunque in insufficiente protezione nei confronti dell’Appia Antica.

È questo il cruccio che tormenta Rita Paris e che contemporaneamente dà carburante alla sua energia da sedici anni spesa a tutela dell’Appia Antica. «Vengono da me studiosi stranieri che vorrebbero compiere indagini su monumenti e io talvolta non so come aiutarli, non so chi abbia in cura quei reperti». Per esempio? «Nella valle della Caffarella, un’area espropriata dal Comune dopo anni di battaglie, ci sono il tempio del dio Redicolo, il Ninfeo di Egeria, il Colombario costantiniano. Sono stati consegnati al Dipartimento Ambiente del Comune di Roma, ma non so a chi. Dovevano passare alla Soprintendenza comunale, ma non mi risulta che ciò sia avvenuto. Avrebbero bisogno di tutela, il Ninfeo è in condizioni tragiche. Scriviamo lettere. Facciamo riunioni. Ma non se ne cava nulla». Alla Caffarella è in corso il restauro di un edificio, il cinquecentesco Casale della Vaccareccia. Se ne occupa da anni Mirella Di Giovine, un’architetta che ha lavorato a lungo negli uffici Ambiente e Periferie del Comune. Un lavoro giudicato da tanti di grande qualità. «Ma per il resto», mi dice Rita Paris, «tutto è avvolto in una confusione di competenze. Ed è un peccato. L’esproprio della Caffarella è uno dei grandi passaggi a favore di una migliore tutela dell’Appia».

Da quando dirige l’ufficio della Soprintendenza che ha competenza sulla via romana, l’archeologa Rita Paris fa l’archeologa per un 20 per cento del suo tempo. L’80 per cento lo spende in altre incombenze. Mettere vincoli. Rigettare richieste di condoni. Studiare le carte degli avvocati pagati da chi non vuole vincoli e invoca condoni. Aggirarsi fra le norme che dovrebbero proteggere questo territorio, e che invece si aggrovigliano in un campionario di inefficacia. Sgranare gli occhi per scovare quali schifezze nascondono le plastichette verdi di un cantiere. Difendersi dal fuoco amico. Sollecitare i suoi superiori al ministero fino a strattonarli se si assopiscono. Tenere a bada la solitudine che, quando stringe la gola, le fa dire che tutto questo non ha senso e, subito dopo, che se mollasse sarebbe peggio.

Il suo quartier generale è a Villa Capo di Bove, qualche centinaio di metri dalla tomba di Cecilia Metella. Il vecchio proprietario, un importatore di frutta, aveva ceduto al vezzo di molti residenti: conficcare nella facciata ogni sorta di lapidi romane. Cederna dedicò a quest’abitudine di amare l’antico solo se fatto a pezzi esilaranti racconti. Dall’alto della villa, che ora di Cederna conserva l’archivio, si spalanca una vista su Roma che mette i brividi.

Fu lei a battersi perché Capo di Bove fosse acquisita dallo Stato. E davanti alla villa ha scavato uno spettacolare complesso termale del II secolo. «Era il 2002. Quell’operazione creò panico. Ho subìto interrogazioni parlamentari, qualcuno fece circolare l’accusa che Adriano La Regina, allora soprintendente, e io avessimo condotto false gare d’appalto. Ma il direttore generale del ministero, Giuseppe Proietti, ci sostenne. Spendemmo 3 miliardi di lire. Ormai quella stagione si è chiusa». Perché? «Né la Soprintendenza né il ministero proseguono negli acquisti. Eppure alcuni privati si sono fatti avanti per vendere reperti che sono nelle loro proprietà». Per esempio? «Ci è stato offerto il sepolcro degli Equinozi, uno dei monumenti ipogei di maggior rilievo che conosciamo. Chiedono un milione, forse si può trattare. Ma mi hanno detto che non c’è un soldo». Sono monumenti visitabili? «Spesso non sono neanche visibili. Una volta per fotografare il sepolcro di sant’Urbano dovemmo salire sul cofano di una macchina, tanto alta era la recinzione issata dai proprietari. Lì intorno stiamo scavando e abbiamo rinvenuto materiale strepitoso – strade, incroci, cippi. Il sepolcro lo avrebbero venduto a un miliardo di vecchie lire. Ora, chissà, costerebbe ancora meno. Ma non c’è niente da fare. Per me è una pugnalata».

Lo Stato italiano non fa quanto sarebbe necessario perché un bene di queste proporzioni venga salvaguardato come si deve. E delega a un manipolo di combattenti, ai quali però taglia costantemente le unghie. Sulla scrivania di Rita Paris (e di Livia Giammichele, di Antonella Rotondi, di Bartolomeo Mazzetta, di Maria Naccarato) si affollano le domande di condono ancora relative alla prima legge di sanatoria, quella Craxi-Nicolazzi del 1985 (seguite da altri provvedimenti, tutti e due d’era berlusconiana, 1994, 2003). Sono domande che non potrebbero neanche essere ammesse, perché in violazione di vincoli archeologici, vincoli che le leggi di sanatoria dichiarano insormontabili. Sono abusi che non si condonano, pratiche che comunque il Comune istruisce e che invia alla Soprintendenza. È tempo perso inutilmente. La domanda di condono viene presentata da chi commette l’abuso perché blocca la procedura di demolizione. E molto spesso arrivano domande prima che l’abuso si compia, proprio per prevenire le ruspe. Non interessa ottenerlo il condono, basta la domanda.

Gli abusi riguardano interi edifici, ma spesso sopraelevazioni, piscine o altre aggiunte. Un contenzioso si è aperto nel 2012 con la principessa Pallavicini che possiede una splendida residenza in un parco proprio a ridosso di Porta San Sebastiano, in cui sono contenuti sepolcri e l’Oratorio dei sette dormienti, costruito nel XII secolo su una villa romana del II secolo, un edificio preziosissimo. Stando ai rilievi dell’Ufficio abusivismo del Comune, due vasche ornamentali sarebbero diventate due piscine (una ha forma ottagonale e si vede perfettamente su Google Maps). Sono poi spuntati un garage, una veranda e altri manufatti a ridosso del muro perimetrale. Inoltre è stata ricostruita una pavimentazione. Quasi di fronte a questa villa risiede Roberto Benigni, ma i suoi restauri sono stati seguiti e autorizzati dalla Soprintendenza. Nella stessa zona è la villa di Paola Severino, ministra della Giustizia nel governo Monti: nessun abuso, ma nella sua proprietà sono custoditi i colombari di Vigna Codini, l’unica testimonianza dei tanti sepolcri che le fonti letterarie collocano in quest’area. Che per ovvi motivi di sicurezza, nessuno può visitare.

Un grande vivaio di fronte alle Terme di Caracalla si è arricchito di un edificio di 700 metri quadrati. Abusivamente, secondo la denuncia di Italia Nostra. Nella proprietà di Giorgio Greco, che con il fratello possiede una catena di negozi d’abbigliamento, a pochi metri da Capo di Bove e da una stazione dei carabinieri, i vigili hanno contestato il cambio di destinazione d’uso di un grande magazzino, da deposito a residenza, con cucina, bagni e accessori. Era in abbandono e ora vi è allestita una scuola per cuochi. Ma spesso l’edificio viene usato per girarvi spot. Nella sua casa Greco custodisce una piccola collezione di bassorilievi e altri reperti. «Tutti denunciati alla Soprintendenza», assicura mostrando il vero tesoro di questa residenza: la camera da pranzo scavata in un sepolcro con le nicchie dove venivano deposte le salme trasformate in alloggiamento per l’oliera e il cestino del pane e un lampadario che pende conficcato nel soffitto. La villa era di Carlo Ponti, il produttore marito di Sofia Loren, racconta Greco: «Quando veniva Alberto Sordi, diceva sempre a Ponti: Ao’ nun me fa’ magna’ ner sepolcro, che porta jella». La Soprintendenza, ad avviso di Greco, ha svolto un gran lavoro nel passato fermando l’avanzata del cemento sull’Appia Antica. Ma ora non deve accanirsi sui proprietari che in fondo sono i veri custodi dell’integrità di questo luogo. Confinante con questa, è un’altra proprietà in cui un tempo c’era un gruppo di serre. Che ora sono diventate appartamenti di lusso, residenze date in affitto e reclamizzate in rete come “case di charme”.

Sopra la Villa dei Quintili, in un centro sportivo ci sono una decina di piscine. Si è costruito dentro il Castrum Caetani, villaggio fortificato del XIV secolo dietro al Mausoleo di Cecilia Metella: ma la domanda di condono del proprietario ha fermato la procedura di demolizione. «Ho chiesto almeno quattro o cinque volte agli uffici comunali di poter vedere le pratiche. Ma invano», dice Rita Paris. «Alcuni anni fa abbiamo messo un vincolo. L’allora ministro Francesco Rutelli era contrario e il direttore regionale, Luciano Marchetti, firmò il decreto con riserva. La proprietà ha fatto ricorso e il giudice ci ha dato torto. Il motivo? Occorre vincolare solo il monumento, non anche il contesto, il paesaggio nel quale il monumento è inserito. Io sono convinta del contrario, esistono una vasta bibliografia e una vasta giurisprudenza che lo attestano e appena possibile il vincolo lo rimetteremo».

Sull’Appia Antica e nelle vie laterali occorre tenere gli occhi aperti nei mesi estivi. È con il caldo, con la città che allenta i ritmi, con i vigili che già sono pochi d’inverno e sono ancora meno in agosto, che i camion caricano e scaricano laterizi, pannelli, tubi. Intorno alle recinzioni si fa crescere una siepe di alloro, poi si cinge il perimetro con un telo verde. All’ingresso nessun cartello, ma dentro fervono i lavori. Una porcilaia diruta, una vaccheria sfondata diventano un vano, poi due, poi si fanno la cucina e il bagno. Anche senza licenza di abitabilità, i valori immobiliari lievitano. Ha fatto scuola la vicenda di una proprietà di fronte al Mausoleo degli Equinozi iniziata nel 1984 con l’articolo di un atto notarile di compravendita in cui si legge: «La parte acquirente dichiara di essere a conoscenza della destinazione di Prg del terreno acquistato ed in particolare che lo stesso non ha formato oggetto di lottizzazione approvata e che pertanto non può essere utilizzato a scopi edilizi». Due anni dopo veniva costruita una casa di 100 metri quadrati. Un primo sequestro da parte dei vigili, la domanda di condono. Ma i lavori proseguono e arrivano a conclusione. La Pretura apre un’inchiesta che si conclude con una condanna, poi amnistiata in Appello. Ancora nel 1994 la Soprintendenza segnala l’abuso, la pratica rimbalza da un ufficio all’altro, si contano almeno una decina di passaggi burocratici. L’immobile si arricchisce di veranda e di altri manufatti. E ora è lì, forse abitata dai proprietari, forse affittata, nessuno lo sa con certezza. Con certezza, stando alla Soprintendenza, lì ci sono resti di parte del Triopio di Erode Attico, una grandissima villa-azienda romana. A via di Tor Carbone su 9 ettari di terreno c’erano una casa colonica, una vaccheria, un forno, un porcile, un pozzo, un vascone, un frutteto e una vigna. Ora ci sono cinque abitazioni, un grande magazzino, ricoveri per gli attrezzi, laboratori artigianali, officine meccaniche, persino due aule scolastiche e un asilo nido, una pista di pattinaggio, due piazzali. Il contenzioso con la Soprintendenza va avanti da anni, ma il Tar ha spesso dato ragione ai proprietari.

Non si può caricare più di tanto questo territorio. Che non è un comprensorio di lusso, una specie di enclave per ricchi dove i monumenti e il verde servono ad abbellire il soggiorno dei residenti. È un patrimonio che forse la città di Roma e l’Italia non meritano. L’Appia Antica è uno spazio aperto al godimento di tutti, perché di tutti sono i valori culturali e di cittadinanza che essa esprime. Condensa gli strati di una storia secolare ed esibisce un paesaggio che è il frutto di un lento deposito di saperi. Ma questi che sono alcuni degli elementi che caratterizzano le identità sia della città che dell’intero paese sono spremuti affinché distillino solo profitti piccoli e grandi per pochi. Ed è così che l’Appia Antica racconta se stessa, la sua esistenza in una terra di nessuno, e racconta anche la città, che dal terrazzo di Capo di Bove si stenta a raccogliere con lo sguardo.


Francesco Erbani, Roma. Il tramonto della città pubblica, pp.152-164


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Francesco Erbani lavora nella redazione culturale di “Repubblica”. Nel 2003 ha vinto il Premio di Giornalismo civile e nel 2006 il Premio Antonio Cederna.



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