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Ritorno alla lotta di classe? di Domenico Losurdo

Giornata della donna, 8 marzo 1914. Particolare da un manifesto di Karl Maria Stadler

Ritorno alla lotta di classe?
di Domenico Losurdo

La lotta di classe

A fronte dei colossali sconvolgimenti che hanno contrassegnato il passaggio dal XX al XXI secolo, la teoria della lotta di classe si rivela oggi più vitale che mai a condizione che non diventi facile populismo che tutto riduce allo scontro tra ‘umili’ e ‘potenti’, ignorando proprio la molteplicità delle forme del conflitto sociale.
In La lotta di classe. Una storia politica e filosofica Domenico Losurdo procede a una originale rilettura della teoria di Marx ed Engels e della storia mondiale che prende le mosse dal Manifesto del partito comunista.

Mentre la crisi economica accentua la polarizzazione sociale e, riattualizzando la memoria storica della Grande depressione esplosa nel 1929, condanna milioni e milioni di persone alla disoccupazione, alla precarietà, all’angoscia quotidiana per la sussistenza e persino alla fame, si infittiscono i saggi e gli articoli che parlano di «ritorno della lotta di classe». Era dunque dileguata?

A metà del Novecento, criticando aspramente il «dogma» della teoria marxiana della lotta di classe, così Ralf Dahrendorf (1963, pp. 66, 112 sgg. e 120-21) sintetizzava le mete raggiunte dal sistema capitalistico: «L’attribuzione delle posizioni sociali è divenuta oggi sempre più una prerogativa del sistema d’istruzione». La proprietà aveva perso ogni peso, per essere sostituita dal merito: «La posizione sociale di un individuo [viene ormai a dipendere] dalle mete scolastiche che egli è riuscito a raggiungere». E non era tutto: si affermava «una sempre maggiore similarità delle posizioni sociali degli individui», ed era innegabile la tendenza a un «livellamento delle differenze sociali». L’autore di questo quadro a tinte rosa era tuttavia costretto a polemizzare contro altri sociologi, secondo i quali ci si avviava spontaneamente verso «una situazione in cui non esisterebbero più né classi né conflitti di classe per la semplice ragione che non vi sarebbero più argomenti di contrasto».

Erano gli anni in cui dal Sud del mondo e dalle campagne una massa sterminata di uomini, donne e bambini cominciava ad abbandonare il luogo di origine per cercare fortuna altrove. Era un fenomeno che si manifestava massicciamente anche in un paese come l’Italia: provenienti per lo più dal Mezzogiorno, gli immigrati varcavano le Alpi o si fermavano al di qua. Le condizioni di lavoro nelle fabbriche del Nord della penisola possono essere illustrate da un dettaglio: nel 1955, allo scopo di stroncare scioperi e agitazioni operaie, venivano licenziati centinaia o migliaia di militanti e attivisti della CGIL, il sindacato accusato di inammissibile radicalismo (Turone 1973, p. 259). Non si trattava affatto della pratica di un paese scarsamente sviluppato. Anzi, il modello era costituito dagli USA, dove da un pezzo vigevano gli yellow-dog contracts, in base ai quali, al momento dell’assunzione, operai e impiegati si impegnavano (erano costretti a impegnarsi) a non aderire ad alcuna organizzazione sindacale. Era realmente dileguata la lotta di classe o era dileguata in misura considerevole la libertà sindacale, a conferma della realtà della lotta di classe?

Gli anni successivi erano quelli del «miracolo economico». Ma vediamo cosa nel 1969 avveniva nel paese-guida dell’Occidente, dando la parola a una rivista statunitense e a diffusione internazionale («Selezione dal Reader’s Digest»), impegnata nella propaganda dell’American way of lifeFame in America era il titolo di per sé eloquente di un articolo che così proseguiva:

A Washington, capitale federale, il 70 per cento dei ricoverati all’ospedale pediatrico sono affetti da denutrizione [...]. In America, i piani di assistenza alimentare interessano solo circa sei dei 27 milioni di bisognosi [...]. Un gruppo di medici, compiuto un viaggio inchiesta nelle campagne del Mississippi, dichiarò davanti alla sottocommissione senatoriale: «I bambini che abbiamo visto stanno perdendo salute, energia e vivacità in modo evidente. Soffrono la fame e sono ammalati, e queste sono le ragioni dirette e indirette che li fanno morire».

Secondo Dahrendorf, a decidere la collocazione sociale degli individui era solo o soprattutto il merito scolastico; ma la rivista statunitense richiamava l’attenzione su un’ovvietà a torto trascurata: «I medici sono convinti che la denutrizione incida sulla crescita e lo sviluppo del cervello» (Rowan, Mazie 1969, pp. 100-102). E ancora una volta s’impone la domanda: questa terribile miseria nel paese dell’opulenza capitalistica aveva qualcosa a che fare con la lotta di classe?

Negli anni successivi, abbandonando le fantastiche constatazioni-previsioni della metà del Novecento, Dahrendorf (1988, p. 122) prendeva atto che negli USA si assisteva «all’aumento della percentuale dei poveri (spesso in attività)». L’osservazione più interessante e più inquietante era contenuta in una parentesi poco appariscente: neppure il posto di lavoro garantiva dal rischio della povertà! A lungo dimenticata, la figura del working poor tornava d’attualità e, assieme a questa figura, si riaffacciava lo spettro della lotta di classe che sembrava esorcizzato una volta per sempre. Sennonché, in questo stesso periodo di tempo, un illustre filosofo, Jürgen Habermas (1986, p. 1012), ribadiva le posizioni nel frattempo abbandonate dall’illustre sociologo. Sì, a confutare Marx e la sua teoria del conflitto e della lotta di classe era una realtà sotto gli occhi di tutti: la «pacificazione del conflitto di classe da parte dello Stato sociale», che «nei paesi occidentali» si era sviluppato «a partire dal 1945», grazie al «riformismo fondato sullo strumentario della politica economica keynesiana». Balza subito agli occhi una prima inesattezza: semmai il discorso poteva essere valido per l’Europa occidentale, non certo per gli USA, dove lo Stato sociale non ha mai avuto grande fortuna, com’è confermato dal quadro angoscioso appena visto.

Ma non è questo il punto essenziale. La tesi di Habermas si caratterizza soprattutto per l’assenza di una domanda che pure avrebbe dovuto essere ovvia: l’avvento del Welfare State è stato lo sbocco inevitabile di una tendenza intrinseca al capitalismo o è stato invece il risultato di una mobilitazione politica e sociale delle classi subalterne, in ultima analisi di una lotta di classe? Se il filosofo tedesco si fosse posto questa domanda, forse avrebbe evitato di dare per scontata la permanenza dello Stato sociale, la cui precarietà e il cui progressivo smantellamento sono ora sotto gli occhi di tutti. Chissà se nel frattempo a Habermas, che oggi è considerato l’erede della Scuola di Francoforte, è venuto qualche dubbio. Per quanto riguarda l’Occidente, lo Stato sociale prende forma non negli USA bensì in Europa, dove il movimento sindacale e operaio è tradizionalmente più radicato, e prende forma negli anni in cui tale movimento è più forte che mai, a causa del discredito che le due guerre mondiali, la Grande depressione e il fascismo avevano proiettato sul capitalismo: ebbene, tutto ciò è la confutazione o la conferma della teoria marxiana della lotta di classe?

Il filosofo tedesco indica il 1945 come punto di partenza della costruzione dello Stato sociale in Occidente e dell’indebolirsi e del dileguare della lotta di classe. L’anno prima, visitando gli USA, il sociologo svedese Gunnar Myrdal (1944, p. 41) era giunto a una drastica conclusione: «La segregazione sta divenendo ora così completa che un bianco del Sud non vede mai un negro se non come servo e in situazioni analoghe, formalizzate e standardizzate, proprie dei rapporti tra caste». Ancora due decenni più tardi il rapporto servo-padrone sussistente tra neri e bianchi era tutt’altro che dileguato: «Negli anni ’60 oltre 400 uomini di colore dell’Alabama vennero usati come cavie umane dal governo. Malati di sifilide, non vennero curati perché le autorità volevano studiare gli effetti della malattia su un ‘campione della popolazione’» (R.E., 1997). I decenni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale sino alla compiuta «pacificazione del conflitto di classe» sono al tempo stesso il periodo storico che vede divampare la rivoluzione anticoloniale. I popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina si scuotono di dosso il giogo coloniale o semicoloniale, mentre negli Stati Uniti si sviluppa la lotta degli afroamericani per porre fine al regime di segregazione e discriminazione razziale, che continua a opprimerli, a umiliarli, a relegarli nei segmenti inferiori del mercato del lavoro e persino a trattarli come cavie. Questa gigantesca ondata rivoluzionaria, che modifica profondamente la divisione del lavoro a livello internazionale e non la lascia immutata neppure all’interno del paese-guida dell’Occidente, ha qualcosa a che fare con la lotta di classe? Oppure la lotta di classe è solo il conflitto che vede contrapporsi in un singolo paese proletari e capitalisti, lavoro dipendente e grande borghesia?

Quest’ultima è chiaramente l’opinione di uno storico inglese di successo dei giorni nostri, e cioè Niall Ferguson: nella grande crisi storica della prima metà del Novecento, la «lotta di classe», anzi le «presunte ostilità tra proletariato e borghesia» svolgono un ruolo ben modesto; decisiva è invece quella che Hermann Göring, con lo sguardo rivolto soprattutto allo scontro tra Terzo Reich e Unione Sovietica, definisce la «grande guerra razziale» (infra, cap. VI, § 8). Il tentativo della Germania nazista di ridurre gli slavi alla condizione di schiavi neri al servizio della razza dei signori, e la resistenza epica opposta da interi popoli a questa guerra di assoggettamento coloniale e di sostanziale schiavizzazione, in breve la «grande guerra razziale» promossa dal Terzo Reich non ha nulla a che fare con la lotta di classe?

Non c’è dubbio: per Dahrendorf, Habermas e Ferguson (ma anche, come vedremo, per autorevoli studiosi di orientamento marxista o post-marxista), la lotta di classe rinvia esclusivamente al conflitto tra proletariato e borghesia, e anzi a un conflitto tra proletariato e borghesia che è diventato acuto e di cui entrambe la parti hanno consapevolezza; ma è questa la visione di Marx ed Engels? Com’è noto, dopo aver evocato «lo spettro del comunismo» che si «aggira per l’Europa» e prima ancora di analizzare la «lotta di classe (Klassenkampf) già in atto» tra proletariato e borghesia, il Manifesto del partito comunista si apre enunciando una tesi destinata a diventare celeberrima e a svolgere un ruolo di primissimo piano nei movimenti rivoluzionari dell’Otto e Novecento: «La storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe» (Klassenkämpfe) (MEW, 4; 462 e 475). Il passaggio dal singolare al plurale fa chiaramente intendere che quella tra proletariato e borghesia è solo una delle lotte di classe e queste, attraversando in profondità la storia universale, non sono affatto una caratteristica esclusiva della società borghese e industriale. Se ancora ci fossero dubbi, qualche pagina dopo il Manifesto ribadisce: «La storia di tutta la società si è svolta sinora attraverso antagonismi di classe, che nelle diverse epoche hanno assunto forme diverse» (MEW, 4; 480). Dunque, a essere declinate al plurale non sono solo le «lotte di classe», ma anche le «forme» che esse assumono nelle diverse epoche storiche, nelle diverse società, nelle diverse situazioni concrete che via via si verificano. Ma quali sono le molteplici lotte di classe ovvero le molteplici configurazioni della lotta di classe?

Per rispondere a tale domanda, è necessario ricostruire sul piano filologico e logico il significato di una teoria nonché i mutamenti e le oscillazioni che essa ha conosciuto. Ma la storia del testo non basta, occorre rinviare anche alla storia reale. Si impone una duplice rilettura di carattere storico-teorico: occorre da un lato gettar luce sulla teoria della lotta di classe enunciata da Marx ed Engels, inserendola nella storia dell’evoluzione dei due filosofi e militanti rivoluzionari e della loro attiva partecipazione alle lotte politiche del tempo; dall’altro occorre verificare se quella teoria è in grado di far luce sulla storia mondiale ricca e tormentata che prende le mosse dal Manifesto del partito comunista.

La prima rilettura riguarda dunque il tema della lotta di classe in «Marx ed Engels». Ma è legittimo un accostamento così stretto tra i due? Chiarisco rapidamente le ragioni del mio approccio. Nell’ambito di una divisione del lavoro e di una distribuzione dei compiti pensata e concordata congiuntamente, i due autori del Manifesto del partito comunista e di altre opere non meno importanti sono in un rapporto di costante collaborazione e metabolizzazione del pensiero l’uno dell’altro. Almeno per quanto riguarda il piano più strettamente connesso alla politica e alla lotta di classe, essi si considerano quali membri ovvero dirigenti di un unico «partito». In una lettera a Engels dell’8 ottobre 1858, dopo aver sollevato un importante problema teorico e politico (può aver luogo in Europa una rivoluzione anticapitalista, mentre il capitalismo continua ad essere in fase ascendente nella maggior parte del mondo?), Marx esclama: «Ecco la questione difficile per noi!» (MEW, 29; 360). A rispondere è chiamato non un singolo intellettuale, sia pure geniale, ma quello che è il gruppo dirigente di un partito politico in formazione. In effetti, i seguaci di tale «partito» parlano di «Marx ed Engels» come di un indissolubile sodalizio intellettuale e politico, come di un gruppo dirigente di partito che pensa e opera all’unisono. Dello stesso avviso sono anche gli avversari, a cominciare da Mikhail A. Bakunin, il quale anche lui accosta ripetutamente nella sua critica «Marx ed Engels» ovvero «i signori Marx ed Engels» oppure prende di mira il «signor Engels» quale «alter ego» di Marx (in Enzensberger 1977, pp. 401, 356 e 354). Altri avversari mettono in guardia contro la «cricca di Marx ed Engels» oppure ironizzano sul «signor Engels, primo ministro di Marx» ovvero su «Marx e il suo primo ministro» (in Enzensberger 1977, pp. 167, 296, 312). Così stretto è l’accostamento tra i due grandi intellettuali e militanti rivoluzionari, che talvolta si parla di «Marx ed Engels» al singolare, come se si trattasse di un singolo autore e di una singola persona: a notarlo è il primo in una lettera al secondo del 1° agosto 1856 (MEW, 29; 68).

È ovvio che abbiamo a che fare pur sempre con due individualità, e le differenze che inevitabilmente sussistono tra due distinte personalità devono essere tenute presenti e, all’occorrenza, evidenziate; ma senza per questo introdurre una sorta di scissione postuma in un «partito» o in un gruppo dirigente di partito, che ha saputo affrontare unito le innumerevoli sfide del tempo. E, dunque, cosa intendono Marx ed Engels per lotta di classe?

Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, pp. 3-8


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Domenico Losurdo è professore ordinario di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Urbino. Tra le sue pubblicazioni, alcune tradotte in più lingue: La Seconda Repubblica. Liberalismo, federalismo, post-fascismo (Torino 1994); La comunità, la morte, l’Occidente. Heidegger e l'“ideologia della guerra” (Torino 20012); Hegel e la libertà dei moderni (Roma 19992); Democrazia o bonapartismo (Torino 19972); Nietzsche, il ribelle aristocratico (Torino 20042).


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