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La ricchezza di pochi avvantaggia tutti? Zygmunt Bauman ci spiega perché è falso


La ricchezza di pochi avvantaggia tutti?
Zygmunt Bauman ci spiega perché è falso

“La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!

In quasi tutto il mondo la disuguaglianza sta aumentando, e ciò significa che i ricchi, e soprattutto i molto ricchi, diventano più ricchi, mentre i poveri, e soprattutto i molto poveri, diventano più poveri. Questa è la conseguenza ultima dell’aver sostituito la competizione e la rivalità alla cooperazione amichevole, alla condivisione, alla fiducia, al rispetto. Ma non c’è vantaggio nell’avidità. Nessun vantaggio per nessuno. Eppure abbiamo creduto che l’arricchimento di pochi fosse la via maestra per il benessere di tutti.

In "La ricchezza di pochi avvantaggia tutti" Falso!, ultimo uscito della collana Idola Zygmunt Bauman demolisce false certezze difficili da sradicare.

Eccone un estratto.


Alcune grandi bugie su cui galleggia la bugia più grande

John Maxwell Coetzee, formidabile filosofo e squisito romanziere, oltre che acuto rilevatore dei peccati, dei grossolani errori e delle vacuità del nostro mondo, osserva che l’affermazione secondo cui il nostro mondo dev’essere diviso in entità economiche in competizione perché questo è ciò che la sua natura richiede, è astrusa. Le economie competitive esistono perché noi abbiamo deciso di dare loro questa forma. La competizione è un surrogato sublimato della guerra. La guerra non è affatto inevitabile. Se vogliamo la guerra, possiamo scegliere la guerra; ma se vogliamo la pace, possiamo ugualmente scegliere la pace. Se vogliamo la rivalità, possiamo scegliere la rivalità; ma possiamo anche decidere per un’amichevole cooperazione.

Il problema però è che – sia stato o no configurato dalle decisioni assunte e attuate dai nostri antenati – il nostro mondo di inizio XXI secolo non è favorevole alla coesistenza pacifica, e tanto meno alla solidarietà umana e alla cooperazione amichevole. Esso è costruito in maniera tale da rendere la cooperazione e la solidarietà una scelta non solo impopolare, ma anche difficile e onerosa. Non c’è da meravigliarsi che solo relativamente poche persone, e in relativamente poche occasioni, trovino in sé la forza materiale e/o spirituale di compiere una simile scelta e di metterla in atto. La grande maggioranza delle persone, per quanto animata da credenze e intenzioni nobili ed elevate, si scontra con realtà ostili e vendicative, e soprattutto indomabili: realtà di onnipresente cupidigia e corruzione, di rivalità ed egoismo da ogni parte, che per ciò stesso suggeriscono ed esaltano il sospetto reciproco e la vigilanza continua. Si tratta di realtà che non possono essere cambiate dall’azione del singolo, non possono essere messe da parte, trascurate o ignorate, e davanti alle quali pertanto non c’è praticamente alternativa che ripercorrere i modelli di comportamento che coscientemente o no, di proposito o per corrività, riproducono monotonamente il mondo del bellum omnium contra omnes. È per questo che spesso siamo indotti a considerare erroneamente quelle realtà (progettate, inculcate o immaginate, che siamo costretti a riprodurre ogni giorno) come la «natura delle cose», che nessun potere umano può mutare e riformare. Per seguire ancora il ragionamento di Coetzee: «l’uomo medio» continuerà a credere che il mondo sia governato dalla necessità e non da un astratto codice morale. Continuerà a credere ciò che quell’«uomo medio», ammettiamolo, ha più di una ragione per credere: che ciò che deve essere, deve essere – e basta... Questo è il mondo in cui ci tocca vivere la nostra vita: è la conclusione che tendiamo (giustamente) a trarre. A quel tipo di mondo, ne deduciamo (erroneamente), non c’è – non può esserci – alternativa.

Quali sono dunque gli apparenti must che noi, «gente media» (o semplicemente «gente comune»), supponiamo siano «nell’ordine» o «nella natura» delle cose, e che non possono essere disattesi? In altre parole, quali sono le premesse tacitamente accettate, invisibilmente presenti in ogni opinione sullo «stato del mondo» a cui ci teniamo comunemente stretti e che danno forma alla nostra comprensione (o meglio, al nostro travisamento) di quel mondo, ma che raramente, o mai, cerchiamo di esaminare seriamente, di penetrare e verificare sui dati di realtà?

Ne richiamerò qui alcune, quelle che probabilmente più di tutte le altre false credenze portano la responsabilità del disastro della disuguaglianza sociale e della sua apparentemente inarrestabile crescita e metastasi. Ma diciamolo subito: a un’analisi più attenta, tutti quei presunti must si rivelano come nient’altro che altrettanti aspetti dello status quo, cioè delle cose così come sono al momento, ma che non è affatto detto debbano essere così come sono; e appare chiaro che tali aspetti della nostra attuale situazione penosa sono, a loro volta, sostenuti da premesse non verificate, instabili o del tutto fuorvianti. È vero che essi sono ora «realtà», nel senso che resistono fermamente ai tentativi di riformarli o sostituirli; più precisamente, ai tentativi che sono o possono essere ipoteticamente intrapresi con gli strumenti al momento a nostra disposizione (come i due grandi sociologi William I. Thomas e Florian Znaniecki scoprirono un secolo fa: se la gente crede che una cosa sia vera, essa farà sì che sia vera col suo modo di comportarsi). Ma questo non prova affatto che la riforma o la sostituzione degli aspetti in questione sia impossibile da attuare, restando per sempre al di là dell’umano potere. Al massimo, ciò suggerisce che cambiarli potrà richiedere più che un semplice cambiamento di mente. Potrebbe richiedere niente meno che il cambiamento, spesso drastico e inizialmente penoso e sconcertante, del nostro modo di vivere.

Alcuni degli assunti comunemente accettati come «ovvi» (cioè che non hanno bisogno di prove), che ci soffermeremo qui a esaminare più da vicino sono:

1. La crescita economica è il solo modo di affrontare le sfide e possibilmente risolvere tutti i singoli problemi che la coabitazione umana inevitabilmente crea.

2. Il consumo in perpetuo aumento, o più precisamente la rotazione sempre più veloce di nuovi oggetti di consumo, è forse il solo, o comunque il principale modo di soddisfare la ricerca umana della felicità.

3. La disuguaglianza fra gli uomini è naturale, e acconciare le possibilità della vita umana alla sua inevitabilità ci avvantaggia tutti, mentre la manomissione dei suoi precetti non può che portare danno a tutti.

4. La rivalità (con i suoi due versanti: l’elevazione delle persone degne e l’esclusione/degradazione di quelle indegne) è insieme una condizione necessaria e la condizione sufficiente della giustizia sociale nonché della riproduzione dell’ordine sociale.


Zygmunt Bauman, "La ricchezza di pochi avvantaggia tutti" Falso!. pp. 31-36

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Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida», di cui è uno dei più acuti osservatori. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, per i nostri tipi ha pubblicato quasi tutti i suoi libri.



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