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Parigi, senza passare dal via: Bacco tabacco e cenere (les grands esprits al Père-Lachaise)

Parigi, Cimetiere Père Lachaise, Foto: Maelle Hénaff

Bacco, tabacco e cenere (les grands esprits al Père-Lachaise)
L'insolita Parigi di Francesco Forlani

Parigi, senza passare dal via

«Parigi, ancora. Ma "senza passare dal via". Un tour hors-catégorie, quale interpreta Francesco Forlani, flaneur meravigliosamente «svitato», irriverente, dadaista. Tra un apostrofo che ghigliottina la grandeur (L'ouvre), una strizzata d'occhio a Hemingway-Allen (Quando eravamo molto poveri e molto felici), un vergiliato naturalmente nottetempo (in gfrum imus nocte ... ). Il journal di uno scrittore "pre-postumo", che ha felicemente scavalcato i vascelli del canone, quindi bruciandoli, quindi modulando: "Mon pays et Paris ... "».
Bruno Quaranta, "Tuttolibri", 2 marzo 2013


Mappa dei luoghi di "Parigi, senza passare dal via" di Francesco Forlani
Per una migliore visualizzazione apri mappa in dimensioni maggiori.
Il segnaposto rosa indica il 20° arrondissement, cui si riferisce il capitolo XXV, riportato qui di seguito.



Bacco tabacco e cenere (les grands esprits al Père-Lachaise) 20ème arrondissement

Due parchi amo di Parigi. Uno è Parc des Buttes Chaumont che si trova nel diciannovesimo e l’altro è il cimitero del Père-Lachaise. Due giorni fa Rose mi ha invitato allo strano viaggio nel mondo di Raymond Roussel e io mica mi potevo rifiutare. Del resto da quando l’ho conosciuta, grazie a Veronica Weinstein (imprevisti: dimenticato chi è Veronica? fatti un giro al quarto capitolo) si fanno sempre incontri incredibili. Come la sera che abbiamo trascorso insieme al sassofonista Steve Lacy in un caffè a Montparnasse. Che alla fine ti dici: cazzo questa è Parigi.

Gli incontri omaggio alla più controversa figura della letteratura di tutti i tempi li organizza da sempre un italiano, Gianni Broi, e quando arriviamo con Massimo al Père-Lachaise c’è già parecchia gente. Soprattutto c’è Rose, e ci spiega che l’omaggio prevede tutto un itinerario attraverso les grands esprits des animaux che custodiscono le anime dei personaggi illustri. Ci sono performer, musicisti, lettori o semplicemente ammiratori dell’opera e della vita di Roussel, cui perfino Sciascia aveva dedicato un bel libro d’inchiesta per via di quella misteriosa morte a Palermo, a cinquantasei anni il 14 luglio 1933, al Grand Hôtel des Palmes.

Il sole fa sì che la maggior parte dei presenti abbia gli occhiali scuri che poi si levano quando si fa tappa. Facciamo infatti una prima sosta davanti alle tombe di Molière e La Fontaine e così è. Massimo mi dice che quella del grande uomo di teatro è vuota. Che la chiesa scomunicava gli attori e a loro veniva interdetta una sepoltura nei campisanti. Allora gettavano i loro corpi nelle fosse comuni. Alla stregua del lupo con l’agnello, “senza processo fecegli la festa”.

Intanto due performer si preparano a celebrare il lupo, l’agnello, la volpe. Rose, che assomiglia un po’ a Monica Vitti, mi chiede se conosco la tomba di Victor Noir e io le racconto di quando ci avevo accompagnato di notte, scavalcando il muro di cinta, una mia vicina di quando ero nel diciassettesimo. Voleva a tutti i costi avere un figlio, ma non da me, e ora, dopo avere tentato invano ogni strada ufficiale della medicina, affidava il proprio futuro di madre al miracolo del giovane cronista morto ventiduenne il giorno prima delle nozze per mano di un cugino di Napoleone III. Che c’ero rimasto un poco sorpreso a vedere che il basso ventre, bisogna dire assai generoso nella realizzazione dello scultore, risaltava per lucentezza in quella notte di piena luna, lucidato dagli entrejambes di migliaia di donne parigine per assicurarsi, con lo sfregamento del sesso sulla pietra, il dono della fertilità.

Intanto continuiamo il giro ed è la gita più surrealista della mia vita. Ora si celebra una tortorella, poi si fa omaggio a Oscar Wilde la cui iscrizione è sepolta dai baci. Le plus grand magnétiseur des temps modernes, come Breton aveva definito il genio di Raymond Roussel, ci tiene in scacco e, quando alla fine ci salutiamo, si ha come l’impressione che la partita sia appena cominciata.

Sulla strada di ritorno, che prevede la solita sosta caffè da Fortunato nel Marais, si fanno due chiacchiere con Massimo. Da qualche giorno lo sento strano e un po’ mi preoccupa. Faccio un’ipotesi, magari sono i soldi e così prima ancora di chiedergli se c’è qualcosa che non va, gli racconto la blague, la barzelletta che mi ha raccontato stamattina Guy, al suo Café Les étages su una storia di soldi (probabilità: se ancora non hai imparato chi è Guy, torna al quarto capitolo e rimanici per almeno due giri di birra).

– Guy mi ha fatto sbellicare. Bon. C’è un tipo, Jacob, che da qualche settimana non dorme più. All’insaputa di sua moglie, si è fatto prestare dei soldi dal suo vicino Benjamin, che adesso li vuole indietro. Jacob non ce li ha e allora non ci dorme la notte. Sua moglie, in pensiero, prova a farsi dire cosa c’è: Jacob, tu non mi dici tutto, perché non mi parli, da tre settimane ti sento agitato nel letto che non prendi sonno, fidati di me, che una soluzione la troveremo certamente. Mosso a compassione dalla tristezza della moglie, Jacob rivela tutto alla povera donna. E sai cosa fa non appena le rivela l’arcano? Si precipita alla finestra, apre le imposte e in piena notte grida, chiama Benjamin:

– Benjamin, Jacob i soldi che ti deve non ce li ha!

Poi si gira verso il marito e tirando un sospiro di sollievo fa: bene, adesso sarà lui a non dormire!

Massimo ride. Quando uno del nordest ride è come se lasciasse carta bianca al meridionale qui sommeille en lui. Poi si continua a camminare, fumando in silenzio.

Alla Tour de Babel incontriamo Jacques Vallet, uno scrittore e inventore di riviste come Le fou parle, a cui ha collaborato gente tipo Georges Perec, André Rollin, Philippe Soupault, Roland Topor, tanto per capirci. Quando gli raccontiamo dell’hommage à Roussel lui recita a memoria una poesia del suo più caro amico, poeta e anarchico greco: Elios Petropoulos.

Voi mi chiedete, idioti:

– Perché non torni in Grecia?
E già, sono greco, per forza,Ma il mio paese mi deprime.
Non voglio mettere mai più piede ad Atene.

E dico a mia moglie:

– Quando creperò qui, a Parigi,
Crema il mio cadavere,
E getta le ceneri nelle fogne.
Questo è il mio testamento.

– Due anni fa il 3 settembre 2003 a Parigi, a 75 anni è morto. Ero amico di Elios Petropoulos. Si riconosceva nella voce di Le fou parle, la mia rivista. E per anni veniva regolarmente a trovarmi nella sede della rivista che aprivo ogni giovedì in Rue de la Félicité. Ho conosciuto il suo impegno libertario, la sua collera permanente contro i poteri, la sua volontà implacabile di resistenza davanti a tutto ciò che minaccia l’uomo, il suo bisogno feroce di libertà, la sua violenza verbale. Vituperava quest’epoca infernale. Tuonava contro tutto quello che considerava “merda”...

Si accende una sigaretta e per fumare ci mettiamo fuori davanti alle vetrine della libreria. Me ne offre una e continua il suo racconto.

– L’addetto alle pompe funebri aveva fatto alzare e sedere i presenti, come è d’uso. Prima di tutto aveva chiesto: Cinque minuti di completo silenzio alla memoria del Signor Petropoulos. Poi, il feretro era stato messo in cima alle scale e il macchinario lo aveva inghiottito: La cremazione del Signor Petropoulos è cominciata. Vi prego di sedervi.

Un’attesa di due ore, durante le quali ciascuno prendeva la parola, recitava una poesia, o si raccoglieva in silenzio, secondo i casi. Jacques Lacarrière pronuncia le parole che esprimono l’emozione comune. Gli omaggi sono in tutte le lingue. Un’attesa intervallata dalle rebetika, i canti che lui amava, precisa Jacques, interpretati senza tregua da Nicolas Syros, che si accompagna con un bouzouki.

Più volte si fa cenno alla destinazione delle ceneri di Elios. La fogna? Non è forse questa una volontà poetica?

Jacques ci racconta di ’sto gruppo di pazzi che si mette a cercare un tombino e non lo trovano, che a un certo punto ce n’era uno che andava bene, però ci stava sopra una macchina. E come se fosse la cosa più normale di questo mondo, quelli non si sono messi a tentare di spostare la macchina? Che poco mancava che suonasse l’allarme. Dopo tanto cercare, finalmente ne trovano uno che fa al caso loro, così si mettono in cerchio intorno alla grata. Una signora si affaccia e quasi li fulmina con lo sguardo. Non capisce cosa ci facciano mai con un’urna sopra a un tombino, poi quelle facce strane, quegli strumenti che non aveva mai visto e la preghiera di tutti di farsi i cazzi suoi perché si stava celebrando la morte di un grande poeta.

– Certo – dice Jacques in conclusione – Elios Petropoulos era prima di tutto un tenero, un delicato, un amante della vita. Amava alla follia le parole. Amava alla follia le donne e si era rifugiato in Francia dal 1975. Dopo essere stato in prigione tre volte sotto i colonnelli. E quasi andando a memoria cita il ritratto che ne aveva tracciato su Le Monde quel giorno stesso Lacarrière:

Scrittore, poeta, è certo. Ma anche archivista, ricercatore, scrutatore, esploratore, scopritore, collezionista di tutte le curiosità, singolarità e tesori sconosciuti della Grecia di oggi [...]. Storico dell’ombra, speleologo dei bassifondi, Magellano dei continenti perduti, cantore dei silenziosi, biografo degli anonimi, Elios Petropoulos fu tutto questo insieme. Senza dimenticare la sua risata, l’inimitabile risata!

Quando ce ne ritorniamo verso casa sento che Massimo si è chiuso di nuovo nel suo silenzio e, prima che ritenti di aprire la porta della sua anima, lui mi fa:

– Sai, sono due giorni che volevo dirtelo ma torno in Italia. Vado da Monica a Jesolo e mi prendo un anno di tempo per preparare il concorso a ricercatore per Trento. Non preoccuparti per l’affitto, i due prossimi te li pago io così avrai il tempo di cercare un altro inquilino.

Queste cose mi dice Massimo mentre passiamo davanti al Le Pick Clops, poi saliamo la Rue Vieille-du-Temple e incrociamo le gambe delle ragazze al Fer à Cheval. Voltiamo a sinistra passando per il piccolo théatre du Point-Virgule e arriviamo sulla Rue Beaubourg.

Solo una volta salite le scale, davanti alla porta mi volto verso di lui e gli faccio: Secondo me stai facendo una cazzata colossale.

Lui mi guarda e mi sorride.

Quando sto per addormentarmi mi tornano in mente i versi del poeta anarchico:

Voi mi chiedete, idioti:
– Perché non torni in Italia?
E già, sono italiano per forza,
Ma il mio paese mi deprime.

Francesco Forlani, Parigi, senza passare dal via. pp. 118-123


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Francesco Forlani, nato a Caserta nel 1967, vive tra Parigi e Torino. Collaboratore di varie riviste internazionali, «Paso Doble», «Atelier du Roman», «Sud», ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano, tra cui Métromorphoses (Paris 2002), Il manifesto del comunista dandy (Roma 2007), Autoreverse (Napoli 2009) e Il peso del Ciao (Forlì 2012). Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska e il monologo Cave canem. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella Nazionale Scrittori, Osvaldo Soriano Football Club.




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