Thomas Bernhard, Il soccombente
Il soccombente di Thomas Bernhard è stata per me una lettura impossibile da dimenticare, rivelatrice, appassionante; questo libro ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita. Lo scoprii, per caso, ascoltando un’intervista al regista Gabriele Salvatores che raccontava le sue esperienze di lettura.
Ero adolescente e dopo questo libro non ho più smesso di amare la lettura. Il romanzo ha fatto esplodere in me una rabbia che non sapevo di avere, forse che non conoscevo, che, all’epoca, misi a tacere nelle più oscure profondità di me stesso. È un libro che racconta il malessere intimo che nasce dall’invidia e dal confronto annientante con il genio assoluto, l’irraggiungibile. Quando mi addentrai nella lettura, stavo iniziando a sviluppare quell’insofferenza, che forse era più rabbia, che mi accompagna ancora, dovuta all’impossibilità di sfuggire alla mia condizione e alla pressione di dover essere un artigiano, come mio padre e mio nonno prima di lui. Ero il prescelto, tra quattro fratelli, da incanalare in binari prestabiliti: la bottega di famiglia.
Al contrario di Wertheimer, il soccombente, che si autodistrugge perché non regge il fallimento, io, come l’io narrante (Bernhard) ho compreso i miei limiti e accettato le responsabilità a cui ero chiamato e mi sono adattato. Ho coltivato e protetto la mia rabbia, che nasceva dalla frustrazione, le ho permesso di germogliarmi dentro come autostima ed oggi mi considero un falegname sui generis, che legge tanto, viaggia con il corpo e con la mente e ha una visione del mondo libera e indipendente.
Stefano Quaranta, artigiano del legno