Franz Kafka, Lettera al padre
Spesso mi sopravvaluto, mi capita di credere di essere l’unica capace di soffrire in un certo modo, ridere in un certo modo, amare, sognare, che nessun altro possieda il mio gusto musicale, le mie conoscenze del cinema, o della fotografia. Per questo amo i libri, amo la loro capacità di prendermi i piedi e tirarmi giù per terra togliendomi la testa dalle nuvole.
Lettera a un padre in particolare ha cambiato completamente il rapporto con mio papà e di conseguenza la mia vita. Kafka nella sua lettera confessa rimorsi, dolori e rabbia, tanta rabbia repressa non sfogata che lo tormenta e non gli concede di perdonare ed essere liberato da un rancore ingombrante, un sottofondo costante in tutte le cose che vive. Io non voglio essere così. Spesso, molto spesso, mio papà non lo sopporto, sempre polemico, ogni cosa che faccio non va bene, sempre a lamentarsi. E spesso, molto spesso, il risultato sono scontri, spesso verbalmente violenti, che terminano in lacrime, urla e porte sbattute, senza considerare gli infiniti sensi di colpa che seguono.
Kafka provava una simile rabbia, quello che mi ha spaventata però e che io come lui possa portarmela dietro crescendo. Non voglio arrivare a trentasei anni e pensare ancora ai torti subiti da lui a sette, otto anni. Voglio crescere imparando dai nostri litigi nella speranza che ci si possa comprendere l’un l’altra e migliorarsi.
Elena Intelligente, studente al Liceo “Parini” di Milano