Francesco Rutelli racconta “Roma, camminando”

Esplorare Roma camminando, per conoscerla sul serio. Scopriremo così la città che non illude, né delude mai. Allora partiamo da dove tutto è cominciato. Dal Tevere. E iniziamo a camminare. Ecco che quegli stessi luoghi che percorriamo distrattamente ci mostreranno un volto diverso e nuovo.

Ad accompagnarci una guida speciale con cui risaliremo 28 secoli attraverso 18 itinerari sorprendenti.

Francesco Rutelli racconta il suo ultimo libro, Roma, camminando.

 

Il libro:

RADAR | Un podcast originale degli Editori Laterza

Viviamo in un’epoca di sovra-informazione, siamo bombardati da continue notifiche, dati, cifre, titoli… quello che sembra mancare è il tempo di rimettere tutti questi elementi in un contesto più generale, ‘unire i puntini’ e provare a capire il prima e il dopo, la dimensione meno istantanea dei grandi temi del nostro tempo: l’informazione, i diritti, il clima, l’economia… Radar vuole essere questo: uno spazio di approfondimento che, captando nell’attualità i segnali più urgenti, va in profondità, rimette ordine e prova a orientarci.
Ogni settimana, in conversazione con un esperto. Radar è un podcast originale degli Editori Laterza, condotto da Giuseppe Laterza e ideato, scritto e prodotto dagli Editori Laterza. Postproduzione e musica originale a cura di Matteo Portelli, con la partecipazione di Piero Lanzellotti.

Radar  è disponibile su:
Spotify | Spreaker | Deezer | Podcast Addict

[Ep.1] L’informazione in tempo di guerra, con Giorgio Zanchini

La guerra fra Russia e Ucraina – come altre guerre in precedenza e come ancora di più ha fatto la pandemia da Covid 19 – ha sbaragliato la gerarchia delle notizie su tutti i media, italiani e non, occupando uno spazio assolutamente preponderante sui notiziari radio e tv, sui feed social, nei talk show televisivi e in tutti gli altri spazi d’informazione. Il rischio è di venire travolti da questa marea di informazioni, spesso scioccanti, magari di assuefarsi o al contrario di decidere di ‘spegnere tutto’. Questa settimana, quindi, ci chiediamo: quale deve essere il ruolo dell’informazione in tempi di guerra?
Ad accompagnarci in questo episodio abbiamo invitato Giorgio Zanchini, giornalista della Rai che ha condotto rubriche radiofoniche e televisive di grande successo come Radio anch’io e Quante storie e che da anni studia il giornalismo. Per la casa editrice Laterza è autore di La cultura orizzontale insieme a Giovanni Solimine (2020) e ha scritto uno dei saggi che compongono Il mondo dopo la fine del mondo (2020).
A questo episodio hanno contribuito Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, e Marina Lalovic, giornalista di Rainews24.

Per garantire l’accessibilità del podcast, seguendo questo link potete trovare la trascrizione integrale dell’episodio.

 

[Ep.2] Il fascino del nazionalismo, con Alberto Mario Banti

La guerra in Ucraina ha riproposto in maniera drammatica la questione nazionale. Putin rivendica l’esistenza di un ‘mondo russo’ – il Russkij Mir che comprende i paesi in cui si parla russo, tra cui l’Ucraina, o almeno la sua parte orientale, mentre l’Ucraina difende la propria autonomia in quanto nazione.

Ma in realtà negli ultimi decenni la nazione come forma politica e ancor prima come costruzione culturale e ideologica è tornata prepotentemente al centro della scena.
Da un lato in tutto il mondo si sono affermati leader che hanno fatto del sentimento nazionale il centro del proprio discorso politico, da Orban a Trump, dall’altro sono cresciuti i movimenti cosiddetti ‘sovranisti’ che contestano la riduzione dell’autonomia nazionale da parte di forme istituzionali ed economiche ‘globali’.
Ma in che cosa consiste esattamente il nazionalismo del XXI secolo? Come funziona il discorso nazionalista e perché continua ad affascinare e riscuotere così tanto successo fino ai nostri giorni?

Ne abbiamo parlato con lo storico Alberto Mario Banti, che insegna Storia Contemporanea all’Università di Pisa, autore di libri importanti sul nazionalismo come La nazione del Risorgimento (Einaudi, 2000) e Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo (Laterza, 2011).

Per garantire l’accessibilità del podcast, seguendo questo link potete trovare la trascrizione integrale dell’episodio.

Il tempo è sovrano

Massimiliano Panarari | La Stampa | 16 febbraio 2022

Tempus fugit, si sa. Un’ulteriore ragione per cercare di dominarlo se si sta nella stanza dei bottoni. La «variabile tempo» ha identificato uno degli elementi strutturali della modernità sotto la forma della freccia lineare del progresso. Ha impresso un’accelerazione esponenziale — sebbene, in questo caso, decisamente non lineare — alle nostre esistenze immerse nella condizione postmoderna. E costituisce una componente fondamentale della finanza, una delle potenze che orientano maggiormente il Villaggio globale contemporaneo. E, dunque, il potere ha molto a che fare anche con il controllo del tempo e con quello che lo storico dell’antichità François Hartog ha definito il «regime di storicità», ovvero la modalità con cui una società si riferisce al proprio passato e ne discute. Ne I tempi del potere (trad. di David Scaffei; Laterza), un grande della storiografia, Christopher Clark (Regius Professor di Storia all’Università di Cambridge), prende le mosse proprio da questa categoria per mettere in comparazione alcune letture del tempo storico calate dal potere di turno sulla società. Con la finalità di evidenziare, una volta di più, come il tempo non coincida con una sostanza neutrale e universale, riconosciuta in maniera equivalente da tutti i consessi sociali, ma corrisponda all’esito di una costruzione (naturalmente contingente). Di qui, la percezione di taluni «segmenti del passato» come più vicini al presente rispetto ad altri avvertiti, invece, come più distanti e remoti. Come ricorda Clark, nel corso dell’ultimo ventennio si è prodotta una «svolta temporale» nell’ambito degli studi storici e delle scienze umane riconducibile soprattutto al lascito della scuola delle Annales che, a sua volta, risultava debitrice sotto questo profilo di una serie di riflessioni intorno al tempo di Durkheim, Halbwachs (l’autore, nel 1925, de I quadri sociali della memoria), Bergson e Heidegger.

Mentre lo storico tedesco Reinhart Koselleck, con la sua «semantica dei tempi storici», compì l’operazione di «storicizzare la temporalità», indicando una «epoca crinale» (grosso modo il secolo compreso tra il 1750 e il 1850). Un periodo durante il quale la coscienza storica degli europei visse un mutamento profondo con la progressiva scomparsa dell’autorità della tradizione e il definirsi di un’idea di storia quale successione di eventi di trasformazione irreversibili, sotto l’impulso dei processi orientati da nuove categorie (progresso, rivoluzione, classe e Stato).

Clark sottolinea come storicità e temporalità non siano concetti coincidenti, per quanto strettamente imparentati, e impiega così il secondo nell’accezione del «senso intuitivo che un attore politico ha della composizione strutturale del tempo di cui si fa esperienza». Con le relative domande che lo storico deve farsi sulla visione del tempo come flusso di «momenti» nei quali inserire l’azione (e l’agenda) politica, l’approccio rispetto all’eredità del passato, l’idea del presente in termini di mutamento o staticità. In questo libro (magistrale), lo studioso mette tali interrogativi alla prova di quattro concezioni della storia espresse dalla politica dell’Europa di lingua tedesca nel corso degli ultimi quattro secoli. Un’area geografica e culturale particolarmente interessante da analizzare poiché si tratta di quella che, dalla metà del XVII secolo in avanti, visse le fratture politiche più numerose e radicali. Quattro scenari e teatri in cui il potere si mise, quindi, a codificare le coordinate della temporalità. Il primo è quello, al termine della Guerra dei trent’anni (1618-1648), della lotta tra il Grande elettore Federico Guglielmo di Brandeburgo-Prussia e i suoi stati provinciali.

Di fronte alle richieste di finanziamenti e reclutamento di soldati fatta dal sovrano nel 1657, in occasione della Guerra del Nord, le élite locali risposero di sentirsi estranee a una campagna bellica che non le riguardava (come se il Grande elettore rimanesse per loro sostanzialmente uno straniero). E ribadirono i loro privilegi ereditari, invocando a tutela delle proprie prerogative la continuità col passato. Un conflitto nel quale vennero messe in campo e si scontrarono, pertanto, forme di temporalità assai diverse, destinate a esercitare un influsso significativo anche sulla nascente storiografia prussiana. Il presente dello «spirito dei tempi» del regno di Federico Guglielmo si presentò come il confine, labile, tra un passato drammatico che non voleva passare e un futuro non dato per acquisito, per la cui conquista il principe voleva appunto emancipare lo Stato dai lacci e lacciuoli della tradizione. Il secondo teatro del tempo analizzato da Clark è quello settecentesco del bisnipote di quel Grande elettore: Federico II, il solo re prussiano che si sia dedicato in prima persona a studi storici, il quale scelse deliberatamente di abbandonare il modello temporale conflittuale dell’antenato. Optando per una formula di stasi post vestfaliana, un paradigma di temporalità neoclassica, perenne e inalterabile, fondato su un’idea di ricorrenza ciclica, e dove lo Stato non rappresentava più il motore del cambiamento storico. Al centro del terzo quadro scandagliato da Clark c’è la concezione della temporalità dell’architetto dell’Impero tedesco, il cancelliere di ferro Otto von Bismarck, che viveva la scissione fra l’idea della perennità dello Stato (senza il quale nella storia avrebbero prevalso il caos e l’anarchia, come nel caso dello spettro delle rivoluzioni del 1848) e l’inevitabile mutamento della vita pubblica a cui la politica doveva comunque corrispondere. Nella visione dello statista prussiano la storia costituisce una sequenza complessa di avvenimenti sempre proiettata in avanti, che crolla insieme allo Stato imperiale dopo la catastrofe della Prima guerra mondiale. Spianando la strada al terribile esperimento della «storicità di regime» del Terzo Reich, fondata su un’artefatta e indissolubile identità di presente, passato remoto e ipotetico futuro inarrestabile. E decifrare le visioni di temporalità dei poteri del passato può essere un viatico per comprendere anche le manipolazioni politiche di oggi.

Visioni del futuro: le Lezioni di Storia a Milano

Lezioni di Storia

VISIONI DEL FUTURO

Basilica di Santa Maria delle Grazie, Milano
4 – 25 maggio 2022

Può sembrare strano parlare di “futuro” in un ciclo di Lezioni di Storia, naturalmente orientato alla lettura del passato. Ma, a ben vedere, il tema del futuro ha sempre agitato l’animo umano dalla notte dei tempi. In particolare l’uomo ha sempre cercato di immaginarsi il domani. Lo ha fatto con un misto di speranza e paura, liberando la sua fantasia con racconti, utopie e progetti. Tracce di queste idee del futuro si trovano nelle più diverse opere dell’uomo: dalle tragedie antiche ai romanzi, dalle opere filosofiche ai manifesti politici.
Quatto grandi storici italiani ripercorreranno la storia del futuro nei passaggi che hanno costruito la nostra cultura.
Un futuro che nella storia è stato più volte “inventato” e nelle più varie forme. Karl Popper – in dialogo con Konrad Lorenz – negò che il futuro fosse già scritto e sostenne che nella realtà il futuro è sempre “molto aperto”. Perché il futuro «dipende da ciò che facciamo e faremo, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte».

 

PROGRAMMA

MERCOLEDÌ 4 MAGGIO 2022 – ORE 21:00
Eva Cantarella – Il mondo antico. Prometeo, Antigone e la tecnica
Nelle loro opere teatrali Eschilo e Sofocle mettono in scena le contraddizioni del progresso attraverso l’uso del fuoco e delle altre tecniche. Questioni su cui riflettere ancora oggi, in un mondo in cui la scienza e la tecnica sono arrivate a mettere in discussione i confini tra la vita e la morte e la sopravvivenza stessa del pianeta.
Eva Cantarella ha insegnato Istituzioni di Diritto romano e Diritto greco antico all’Università Statale di Milano.

MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2022 – ORE 21:00
Amedeo Feniello – Il mondo medievale. Boccaccio e la natura
Nelle prime pagine del Decamerone la natura appare impazzita, presa nella morsa del terribile contagio della peste nera. Male cui porre rimedio attraverso la resistenza umana, la capacità di adattamento di ciascuno; entrambe chiavi di lettura del poema stesso ed emblemi di un’epoca che, dopo la catastrofe, seppe rinnovarsi a fondo e aprirsi verso un futuro nuovo.
Amedeo Feniello insegna Storia medievale al Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila.

MERCOLEDÌ 18 MAGGIO 2022 – ORE 21:00
Antonio Forcellino – Il mondo moderno. Leonardo e lo spazio.
Leonardo da Vinci esplorò tutte le possibili declinazioni dello spazio: dalla prospettiva dell’Adorazione dei Magi, agli studi sul volo, dalle macchie sulla luna alla luce riflessa dagli oceani sulla superficie del satellite. Nel mezzo la percezione dello spazio come “materia” attraverso la misurazione del vento che muove le foglie e della luce che dirada la sua “doppiezza” a seconda dell’altezza sul suolo.
Antonio Forcellino, storico, scrittore e restauratore.

MERCOLEDÌ 25 MAGGIO 2022 – ORE 21:00
Simona Colarizi – Il mondo contemporaneo. Capitol Hill e la democrazia
L’assalto a Capitol Hill – il Parlamento, cuore della democrazia americana – del 6 gennaio 2021 ha lasciato il mondo con il fiato sospeso. La storia del Novecento ci può aiutare a capire se siamo alla fine di un’epoca o se esiste ancora un futuro – e quale – per la democrazia.
Simona Colarizi è professoressa emerita di Storia contemporanea all’Università di Roma «La Sapienza».

 

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Festival Internazionale dell’Economia: il programma

festival internazionale economia torino

Festival Internazionale dell’Economia

Torino, 31 maggio – 4 giugno 2022

Presentato il programma alla città: 140 appuntamenti per riflettere insieme su Merito, diversità, giustizia sociale

Tutto il programma su www.festivalinternazionaledelleconomia.com

Manca meno di un mese all’avvio del Festival Internazionale dell’Economia che si terrà a Torino da martedì 31 maggio a sabato 4 giugno ed è arrivato il momento di presentare il ricchissimo programma di incontri che faranno del capoluogo piemontese la capitale del dibattito economico internazionale. Il tema di questa edizione Merito, diversità, giustizia sociale sarà articolato in una serie di formati diversi tra loro per rispondere alle esigenze di un ampio pubblico. Oltre 90 appuntamenti, cui si aggiungono gli oltre 50 eventi del programma partecipato che vede protagonisti Università, enti di ricerca e associazionismo. Le public lectures sono il cuore del Festival e hanno diversi formati: parole chiave vere e proprie lezioni su concetti chiave, appunto, dell’economia; alla frontiera con ricerche più innovative legate al tema del festival; visioni e intersezioni per guardare con maggiore consapevolezza la complessità dei processi economici; nella storia e storia delle idee dove il passato aiuta a meglio comprendere le ragioni del presente; testimoni del tempo racconto in prima persona di testimoni autorevoli del mondo dell’economia, della scienza, della politica. A quest’ultimo formato si affiancano i dialoghi e i forum che saranno occasioni di scambio di opinioni e competenze diverse; confronti per mettere in connessione le esperienze provenienti dal mondo dell’università, delle istituzioni e del Terzo settore; incontri con l’autore in cui si presentano le novità editoriali più interessanti nel dibattito economico e politico; cineconomia, l’economia spiegata attraverso il grande cinema.

A seguire una selezione degli eventi in programma al Festival. L’elenco completo è consultabile sul sito www.festivalinternazionaledelleconomia.com.

Una novità al Festival Internazionale dell’Economia a Torino è Anteprima scuole, in questa occasione sarà il Festival ad andare tra studenti ed insegnanti con cinque appuntamenti in tre scuole superiori: al Liceo Massimo d’Azeglio (dove il 31 maggio alle 10.00 interverranno il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, Andrea Gavosto e Franco Francavilla), al Liceo Regina Margherita e all’Istituto Avogadro.

martedì 31 maggio 2022

Il 31 maggio, dopo l’inaugurazione del Festival alle 15.30, da segnalare: David Card, Premio Nobel 2021, con la lecture Selezione, merito e diversità (Sala grande del Circolo dei lettori, alle 16.30); l’incontro con Ilvo Diamanti e Nando Pagnoncelli che commenteranno i risultati del sondaggio Merito, diversità, giustizia sociale cosa ne pensano gli italiani (ore 18.00, Auditorium Vivaldi); il dialogo tra Sergei Guriev e Nathalie Tocci su Russia-Ucraina: sanzioni e prospettive (Auditorium del Collegio Carlo Alberto, alle 19.00).

mercoledì 1 giugno 2022

Tra gli appuntamenti di mercoledì 1° giugno alle 10.00 Michael Spence, Premio Nobel 2001, dialogherà con Roberto Cingolani, Ministro della transizione ecologica, sul tema Dipendenza energetica e crescita economica (Sala grande del Circolo dei lettori). Nella stessa giornata celebreremo i venti anni de lavoce.info, ricordando uno dei suoi protagonisti, Francesco Daveri (Politecnico, Sala del Consiglio di Facoltà, alle 10.00). Alle 12.00 in Sala Mappamondi Carlo Cottarelli dialogherà con Mara Carfagna, Ministra per il Sud e la coesione territoriale, sul tema delle opportunità che si aprono grazie al PNRR. Sempre alle 12.00 ma al Circolo dei lettori Lucio Caracciolo e Antonio Spilimbergo riflettono sugli scenari aperti dalla guerra in Ucraina. Alle 15.00 (Cavallerizza Reale, Aula Magna) Vittorio Colao, Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale dialoga con Michele Polo sullo stato della digitalizzazione nel nostro paese. Da Choc a Choc. Resilienza e disuguaglianza è il tema del forum coordinato da Giorgio Barba Navaretti, che vede tra i relatori Beata Javorcik, capo economista presso la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Politecnico, Sala del Consiglio di Facoltà alle 16.00). Alle 16.30 in Piazza Carlo Alberto l’incontro La transizione ecologica giusta a cura della CGIL Piemonte. Allo stesso orario ma all’Auditorium del Collegio Carlo Alberto la lecture di Raffaella Sadun Ceos’ kills and firm performance. Alle 17.00 appuntamento al Teatro Carignano con la public lecture Meritocrazia e giustizia sociale di Jean Tirole, Premio Nobel 2014. Nella tradizione interdisciplinare del Festival va segnalato anche l’incontro alle 17.30 all’Auditorium Vivaldi con Alessandra Kustermann in difesa da sempre dei diritti delle donne, mentre alle 19.00 al Teatro Carignano l’antichista Eva Cantarella approfondirà i concetti di democrazia, uguaglianza e diversità nel mondo dell’antica Grecia. Che rapporto c’è tra mercati finanziari e cambiamento climatico? Ce lo spiega Stefano Giglio nella Sala dei Mappamondi sempre alle 19.00. In questa giornata anche la premiazione del Concorso EconoMia che vede la partecipazione degli studenti delle scuole secondarie di tutta Italia.

giovedì 2 giugno 2022

Tra gli appuntamenti di giovedì 2 giugno al Festival Internazionale dell’Economia a Torino: alle 10.00, l’incontro su migrazione e disuguaglianze curato da MAMRE in Piazza Carlo Alberto; la lecture di Jan Eeckhout (alle 10.00, Politecnico, Sala del Consiglio) dedicata al complesso rapporto tra alti profitti e salute dell’economia; la lecture di Pol Antras Deglobalizzazione? Le catene del valore e il terremoto in corso (Collegio Carlo Alberto, Auditorium alle 10.00). Alle 11.00 (Cavallerizza Reale, Aula Magna) Maristella Botticini e Joel Mokyr dialogheranno su pluralismo e tolleranza come radici del progresso economico. Imperdibile la lectio La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e perdenti di Michael Sandel, uno dei più brillanti e autorevoli filosofi americani (Teatro Carignano alle 12.00). La diversità nella prospettiva del divario di genere sarà argomento dell’analisi dell’economista Nina Roussille, con un focus sul salary gap (Collegio Carlo Alberto, Auditorium alle 12.00). Sempre alle 12.00, Richard Baldwin illustrerà quale ruolo svolge la telemigrazione (cioè il telelavoro svolto tra nazioni diverse) nel creare posti di lavoro nei paesi in via di sviluppo. Da segnalare alle 15.00 (Collegio Carlo Alberto, Common Room) la public lecture Storia economica ed economia politica: fusione o acquisizione? di Alberto Bisin, mentre alle 16.00 (Collegio Carlo Alberto, Auditorium) sarà la volta di Christian Dustmann, con un intervento sulle politiche europee di fronte all’ondata migratoria causata dalla guerra in Ucraina. Sempre nel pomeriggio del 2 giugno da segnalare il dialogo tra Olivier Blanchard e Massimo Rostagno sul rischio inflazione (Politecnico, Sala del Consiglio alle 17.00) e quello tra Francesco Giavazzi e Daniel Gros sulla riforma del patto di stabilità (Collegio Carlo Alberto, Common Room alle 17.00). Alle 17.00 in Aula Magna della Cavallerizza Reale si discuterà di Leadership femminile, quote “rosa” ed effetti su imprese e lavoratori, in un incontro a cura del dipartimento Esomas (Università degli Studi di Torino). Alle 18.00 appuntamento con Federico Rampini che in questa occasione rifletterà sulla crisi del modello multietnico americano (Teatro Carignano). Il drammatico aumento di lavoratori vicini alla soglia di povertà e di bambini in situazione di disagio sarà il tema dell’incontro tra Vincenzo Paglia e Chiara Saraceno in Sala dei Mappamondi alle 18.30. Shelly Lundberg con la lecture Le donne e lo studio dell’economia: un progresso in stallo (Cavallerizza Reale, Aula Magna, alle 19.00) affronterà il tema del gender balance nello studio delle materie economiche, rimasto invariato dagli inizi del XXI secolo ad oggi.

venerdì 3 giugno 2022

Tra gli appuntamenti di venerdì 3 giugno, alle 10 si segnala il forum Perché nessuno rimanga indietro: la disabilità tra famiglie, scuole e imprese coordinato da Paola Pica, Auditorium Vivaldi alle 11.00; alle 12.00 Richard Blundell interviene su la disuguaglianza ai tempi del Covid (Politecnico, Sala del Consiglio); Il prezzo di avere figli: perché essere genitori contribuisce alla disuguaglianza di genere è l’argomento della lecture di Camille Landais, uno dei più autorevoli studiosi sul tema (Collegio Carlo Alberto, Auditorium, alle 12.00). Come conciliare infrastrutture e ambiente? Ne discutono Valentina Bosetti, Presidente di Terna ed Enrico Giovannini, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti (Teatro Carignano, alle 12.00). L’effetto del razzismo immobiliare sarà il tema della lezione di Andre Perry (Cavallerizza Reale, Aula Magna alle 15.00), che analizzerà l’enorme disequilibrio nel valore immobiliare tra quartieri bianchi e quartieri neri delle metropoli americane. Combattere una doppia pandemia a colpi di sms: il caso degli Stati uniti è il titolo della lecture di Esther Duflo, Premio Nobel 2019, alle 15.00, Politecnico, Sala del Consiglio. Alle 16.00 al Teatro Carignano Paolo Gentiloni, Commissario europeo per gli affari economici e monetari interverrà in un incontro dal titolo Europa tra guerra, energia e PNRR con Massimo Giannini, direttore de La Stampa. Lo sport può essere un grande motore di integrazione sociale, ne parlano Bruno Cerella, Evelina Christillin, Josefa Idem, Borja Valero, Politecnico, Aula magna, alle 16.00. Di Omologazione o diversità? Dove ci porta il mercato, discuteranno Carlo Petrini e Innocenzo Cipolletta nella Sala dei Mappamondi dell’Accademia delle Scienze, alle 16.30. Come monitorare la discriminazione? è il tema del dialogo tra Thomas Piketty e Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’ISTAT (Cavallerizza Reale, Aula Magna alle 17.00). Sarà inoltre un grande onore per il Festival avere ospite Liliana Segre come Testimone del tempo (Collegio Carlo Alberto, Common Room alle 17.30) introdotta da Ferruccio de Bortoli. La lecture di Alessandro Barbero, Una diversità armata. Cristiani e musulmani alle crociate (Teatro Carignano alle 18.00) si concentrerà su come la diversità, in particolare quella religiosa, generi violenza anche tra mondi – come l’Occidente europeo e l’Islam – da sempre connessi culturalmente e commercialmente. Elena Bonetti, Ministra per le pari opportunità e la famiglia, dialogherà con Elsa Fornero su donne, politica ed istituzioni (Grattacielo Intesa Sanpaolo alle 18.00). La lezione di Adriano Favole, in Sala Mappamondi alle 18.30, analizzerà diversità e disuguaglianza dalla prospettiva della ricerca antropologica. Marianne Bertrand alle 19.00 all’Auditorium del Collegio Carlo Alberto discuterà delle forze economiche e psicologiche che possono costituire barriere alla presenza delle donne nel mondo degli affari. Il meccanismo di assegnazione dei Premi Nobel per l’economia verrà raccontato da chi per dieci anni è stato membro votante del comitato che li conferisce: John Hassler e Antonio Spilimbergo ne parleranno al Politecnico, Sala del Consiglio, alle 19.00.

sabato 4 giugno 2022

Fra gli appuntamenti di sabato 4 giugno, da segnalare lo studio di Johanna Rickne sulle molestie sessuali sul lavoro (Politecnico, Sala de Consiglio alle 10.00); la lecture di Michele Boldrin sulla proprietà intellettuale (Cavallerizza Reale, Aula Magna alle 11.00) e quella di Rachel Ngai sulla relazione tra lavoro femminile e sviluppo economico. Alle 12.00, OGR, Sala Fucine, Roberto Saviano, introdotto da Giuseppe Laterza, sarà il protagonista de Il filo rosso. Merito, giustizia e criminalità organizzata. La lecture ripercorre il legame tra merito, giustizia, criminalità organizzata ed economia a trent’anni dalle stragi di mafia in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino. Sempre alle 12.00, al Teatro Carignano Renato Brunetta, Ministro per la pubblica amministrazione dialogherà con Giuseppe Pisauro sul tema Merito e PA: ossimoro o binomio possibile? Dario Sansone analizzerà come la discriminazione contro le persone LGBT sia una delle cause dell’allocazione inefficiente dei talenti con costi per l’intera società, per le imprese, i consumatori e il governo nella lectio LGBT economics: costi e conseguenze economiche di omofobia e transfobia (Circolo dei lettori, sala grande alle 14.30). La lecture di Imran Rasul Black Lives Matter: anche per gli economisti? (Politecnico, Sala del Consiglio alle 15.00) approfondirà le discriminazioni razziali come oggetto di studi accademici. Luigi Zingales alle 15.00 (Cavallerizza Reale, Aula Magna) su talento e merito in una società pluralista. Aron Acemoglu (Collegio Carlo Alberto, Auditorium ore 16.00) spiegherà il rapporto tra obbedienza e mobilità sociale, mentre Quando l’ingiustizia sociale genera mostri è il tema del dialogo tra don Luigi Ciotti ed Elena Granaglia (Gruppo Abele, 16.30). I temi dell’intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco con Massimo Giannini (Teatro Carignano alle 17.00) verteranno sul futuro della globalizzazione e sulle sfide per una convivenza pacifica tesa al progresso, alla luce dei nuovi scenari politici ed economici generati dal conflitto in Ucraina. Democrazia senza giustizia sociale? Ne discutono Nadia Urbinati e Gustavo Zagrebelsky alle 17.00, Cavallerizza Reale, Aula magna. Enrico Moretti nella lecture Le città prima e dopo il COVID (Collegio Carlo Alberto, Common Room alle 17.30) affronta il tema delle profonde implicazioni per il mondo del lavoro e per il futuro delle città portate dalla diffusione del lavoro da remoto dopo la pandemia. Chiuderà il Festival il dialogo tra Tito Boeri e Christopher Pissarides con la lecture Cosa abbiamo imparato dal Festival? introdotto da Tito Boeri (OGR, Sala Fucine, alle 18.30), seguita alle 21.00 dal concerto, La musica è pericolosa, del maestro Nicola Piovani.

Tra gli ospiti degli incontri con l’autore, coordinati da Tonia Mastrobuoni: Giuliano Amato, Andrea Brandolini, Gherardo Colombo, Tyler Cowen, Barry Eichengreen, Stefano Feltri, Claudia Goldin, Elena Loewenthal, Eugenio Occorsio, Roberto Perotti, Francesco Profumo, Sergio Rizzo, Gianni Toniolo, Adrian Wooldridge.

Ogni mattina alle 9.00 al Circolo dei lettori Il Caffè dell’Economia: Marco Zatterin vice direttore de La Stampa commenta le notizie del giorno insieme agli ospiti.

Tutti i giorni collegamenti con Rai Radio 1, Rai Radio 3 e Rainews24 dalle postazioni di piazza Carlo Alberto.

Quei misfatti dei regimi comunisti

Repressioni, “grandi purghe” e carestie causate nel ‘900 da leader come Lenin, Stalin, Mao o Pol Pot. Ne scrive Gianluca Falanga in ‘Non si parla mai dei crimini del comunismo’. Con una premessa: il movimento comunista ha avuto esperienze diversissime tra loro

Piero Bevilacqua | Left | 10 marzo 2022

L’ultimo volume nato in casa Fact Checking, la collana dell’editore Giuseppe Laterza curata dallo storico Carlo Greppi, non mancherà di far discutere. Non si parla mai dei crimini del comunismo è, infatti, un autentico pugno sullo stomaco per quanti hanno creduto nella forza palingenetica del 1917 e non hanno ancora fatto i conti con la storia.

L’autore, Gianluca Falanga, appartiene non a caso a una generazione successiva a quella del ‘68. Non a caso vive e lavora in Germania da più di vent’anni al Memoriale di Berlin-Hohenschönhausen, le prigioni della Stasi, la polizia segreta della ex Ddr. Nella capitale tedesca convivono, infatti, più memorie storiche, tutte bisognose di riparazione; non solo quella dell’Olocausto, anche l’esperienza dei gulag e delle persecuzioni comuniste costituisce un trauma non ancora del tutto elaborato. Emblematico è al riguardo un episodio di cui è stato testimone lo stesso autore. Un giovane studente, che indossa un colbacco nero con stella rossa, viene gentilmente bloccato all’ingresso delle ex prigioni.

Un’anziana guida gli chiede, garbatamente ma con decisione, di togliere quel copricapo per rispetto di chi ha sofferto in quelle prigioni. L’arrivo dell’insegnante in soccorso dell’allievo provoca un alterco. La guida, un uomo finito in quelle carceri quando aveva appena 15 anni, a un certo punto sbotta: «Ma, scusi, lei permetterebbe a un suo alunno di entrare a Dachau con una svastica sul berretto?». Parte da qui la lucida e sofferta analisi sui crimini perpetrati dai regimi comunisti nel corso della loro storia, con una premessa tutt’altro che marginale o scontata. Non ha nessun senso parlare di crimini del comunismo come hanno fatto gli autori del famoso Libro nero. Il movimento comunista non è mai stato monolitico, non possono essere assorbite nello stesso schema esperienze diversissime fra di loro, non si può tenere assieme i militanti dei movimenti studenteschi del Sessantotto con i khmer rossi o le dittature di Stalin e di Mao con l’eurocomunismo di Berlinguer. Bisogna, dunque, parlare dei comunismi e neppure ha senso frugare nel pensiero di Marx per trovare la radice dei crimini commessi nel Novecento in nome del socialismo perché sarebbe come voler spiegare la Shoah a partire dal pensiero di Nietzsche.

È con Lenin, sostiene l’autore, che la violenza – i massacri, le fucilazioni e gli arresti di massa – sino ad allora monopolio esclusivo dello Stato feudale-borghese, irrompe nel movimento operaio e socialista. La Čeka, capostipite delle polizie segrete comuniste di tutto il mondo, fu istituita già il 20 dicembre 1917 e venne incaricata di seminare il terrore ancora prima che si fosse formata una vera opposizione al regime. Per reprimere le rivolte contadine la violenza superò ogni misura, assumendo un carattere apertamente sterminatore, con pratiche feroci come la pubblica impiccagione, le esecuzioni di massa, il bombardamento dei villaggi, la deportazione e l’internamento sistematico di intere comunità. Per sopprimere la rivolta di Tambov del 1920 il generale Tuchačevskij non esitò a ricorrere addirittura ai gas asfissianti. Si dovette, però, attendere l’apertura, ancorché parziale e bruscamente interrotta dall’arrivo di Putin al potere, degli archivi sovietici nel 1991 per demolire la leggenda del Lenin “buono” contrapposto al “cattivo” Stalin. In realtà non c’è, per l’autore, soluzione di continuità fra il “Terrore rosso” di Lenin e il “Grande terrore” di Stalin, fra la rivoluzione bolscevica del 1917 e la “seconda rivoluzione” intrapresa da Stalin nel 1928-29 per procedere all’industrializzazione forzata e alla collettivizzazione Lo sforzo per attuare il primo piano quinquennale varato nel 1928 ebbe un costo altissimo di vite umane e causò la tremenda carestia del 1932-33, durante la quale persero la vita circa otto milioni di persone. Solo nel 2007 venne alla luce, svelando al mondo anche gli orrori del cannibalismo, il cosiddetto “affare Nazino”: nel maggio del 1933 circa cinquemila «elementi declassati e socialmente nocivi» furono prelevati a Mosca e a Leningrado per essere abbandonati su una striscia di terra disabitata in Siberia. Negli anni successivi la violenza assunse forme meno cruente e più sottili, come la criminalizzazione sistematica, la psichiatrizzazione del dissenso e l’infiltrazione da parte del Partito e della polizia segreta nella vita privata. Questa drammatica stagione venne formalmente chiusa con una direttiva emanata dallo stesso dittatore nel 1938 ma i massacri in realtà non cessarono neppure allora. Nella primavera del 1940 Stalin tentò di far passare per strage nazista l’eccidio portato a compimento dal capo della sua polizia segreta, Berija, nel villaggio di Katyn. Furono massacrati circa ventiduemila prigionieri, esponenti della intellighenzia polacca, ufficiali dell’esercito, magistrati, giornalisti, politici, professori. A partire dal 1928 furono internate nei Gulag circa 18 milioni di persone, due milioni dei quali almeno persero la vita. Solo la morte improvvisa di Stalin nel marzo del 1953 interruppe l’ultima campagna criminale del regime contro intellettuali e medici ebrei, accusati di slealtà e spionaggio in favore dell’Occidente. Nel Rapporto al XX Congresso del Pcus del febbraio 1956 Chruščëv si limitò a denunciare quanto già si sapeva sui processi di Mosca contro la vecchia guardia bolscevica e le cosiddette “Grandi purghe”, prestando attenzione a presentare il Partito stesso come vittima di Stalin. Tacque, invece, sulla dozzina di “operazioni nazionali”, eseguite dai servizi segreti contro quei gruppi etnici considerati ostili al regime.

I metodi adottati dai comunisti cinesi, dopo la proclamazione della Repubblica popolare il primo ottobre 1949, furono ancora più estremi di quelli stalinisti. Il crimine più grande fu la carestia del 1960-62 provocata dal piano di collettivizzazione e modernizzazione economica voluto da Mao, il cosiddetto “Grande balzo in avanti”. Il maoismo ebbe, poi, grande influenza sui regimi di Ho Chi Minh e Kim Il-sung, che adottarono dai compagni cinesi la cosiddetta “linea di massa”, il metodo della mobilitazione totale e permanente, e le “campagne di rettifica”, ossia il principio dell’educazione e rieducazione permanente come strumento di controllo sociale. Anche i khmer rossi guidati da Pol Pot, assumendo il potere in Cambogia nel 1975, provarono a imitare “il Grande balzo in avanti”. L’esito fu tremendo. La deportazione della popolazione urbana nelle campagne costò la vita a un quarto della popolazione cambogiana. Solo l’invasione vietnamita della Cambogia nel gennaio 1979 mise fine a quell’immane tragedia.

Criminalizzare indiscriminatamente tutto ciò che è stato il movimento comunista novecentesco sarebbe, tuttavia, un errore. Molti trovarono nel comunismo un’ideologia di lotta per la conquista di condizioni di vita migliori, scoprirono un orizzonte ideale di emancipazione che andava oltre le libertà e i diritti della società liberale. Molte delle conquiste sociali del Novecento non sarebbero state neppure possibili senza i comunisti. Ma criminalizzare indiscriminatamente i comunisti sarebbe ancor più ingeneroso perché, come ricorda Falanga, i primi a subire la violenza dei regimi che si proclamavano comunisti furono gli stessi comunisti e i primi a denunciare e raccontare i crimini staliniani, molto prima della crisi del 1956, furono ancora una volta dei comunisti. Il comunismo detiene, infatti, uno sconcertante primato tra le ideologie: è quella che ha fatto più vittime fra i propri sostenitori, che ne ha assassinati di più di quanto siano riusciti a fare i suoi avversari. Probabilmente è stato l’anarchico Michail Bakunin a intuire per primo che l’amministrazione del nuovo Stato avrebbe inevitabilmente comportato la creazione di una classe burocratica invadente e oppressiva ma anche i comunisti Antonio Gramsci e Rosa Luxemburg avversarono il culto sovietico dello Stato e contestarono il potere assoluto del partito.

La cultura della violenza e della repressione era espressione di una ragione superiore, che i bolscevichi nel 1919 avevano formulato in questi termini: «Respingiamo i vecchi sistemi di moralità e “umanità” inventati dalla borghesia allo scopo di opprimere e sfruttare le “classi inferiori”. La nostra moralità non ha precedenti, la nostra umanità è assoluta perché si basa su un nuovo ideale: distruggere qualsiasi forma di oppressione e violenza. A noi tutto è permesso, poiché siamo i primi al mondo a levare la spada non per opprimere e ridurre in schiavitù, ma per liberare l’umanità dalle catene». Qualsiasi cosa, scrive Falanga, diveniva a questo punto sacrificabile pur di realizzare quel progetto. Proprio l’umanesimo totale diveniva il germe dell’inumanità. «Il comunismo non era inumano di principio, come lo furono il fascismo e il nazismo, ma, date le premesse, non poté non esserlo la sua realizzazione». L’autore richiama Rossana Rossanda che già nel 1998, intervenendo nel dibattito aperto con la pubblicazione del Libro nero, così scriveva: «Sarebbe assai utile se da una parte si smettesse di appiattire il movimento comunista sui socialismi reali, e questi sulla repressione pura e semplice, ma dall’altra, la nostra, si ammettesse che non è possibile una separazione drastica. In altri termini, alla domanda: ma siete certi che da quell’idea non derivi necessariamente un totalitarismo, risponderei sicuramente di no. Ma alla luce della storia non posso dichiararla irricevibile». Gli eccidi perpetrati da Stalin e da Mao sono stati rappresentati come alto (ma necessario) costo umano di una modernizzazione a tappe forzate, quelli di Lenin come legittima protezione della rivoluzione che sarebbe stata altrimenti soffocata sul nascere. «Così argomentando, si precipita in un abisso di cinismo. Cosa si vuole affermare? – si chiede retoricamente Falanga – Forse che quanto più nobili sono gli intenti, più elevati gli orizzonti ideali, tanto più accettabili e quindi perdonabili i misfatti? Non è vero piuttosto il contrario?».

Il passero coraggioso. Cipì, Mario Lodi e la scuola democratica

La storia di Cipì, il passero coraggioso protagonista di una favola scritta da Mario Lodi e dai suoi bambini della scuola elementare di Vho di Piadena, alla fine degli anni Cinquanta, ha accompagnato generazioni di giovani lettori. A uno dei classici più letti nella storia della letteratura italiana per l’infanzia e alla didattica democratica che ha trasformato dall’interno la scuola italiana Vanessa Roghi dedica il suo libro Il passero coraggioso Cipì, Mario Lodi e la scuola democratica, edito da Laterza.

«Cipì è molto più di quello che sembra: nella sua genesi c’è la grande trasformazione che la cultura italiana, e la scuola, attraversano fra gli anni Cinquanta e la riforma delle scuole medie del 1962. […] Nel suo successo, seguito all’edizione Einaudi del 1972, l’assunzione, da parte di uno strato largo anche se non ancora maggioritario della società, della necessità di riformare la scuola “guardando fuori dalla finestra”.»

Quella del passero curioso, che fin dal primo giorno di vita vuole scoprire il mondo che lo circonda, scappa dal nido, si perde, e così facendo rischia di morire, è la vicenda di un atto politico che fa da modello, tra gli altri, a don Milani.

Cipì – il “passero eroico”, come lo definisce Gianni Rodari – «prova e sbaglia, sbaglia e prova e, a un certo punto, si scopre una vocazione inaspettata che è quella di aiutare i suoi compagni ad affrontare quanto di brutto incontrano nel corso della loro vita: la fame terribile dell’inverno, le trappole dell’uomo, le astuzie del gatto, gli occhi ingannatori della civetta.»

La sua circolazione è inizialmente legata al gruppo di maestre e maestri a cui, dal 1955, Mario Lodi ha aderito: il Movimento di cooperazione educativa (MCE) che ha portato in Italia le tecniche di Célestin ed Élise Freinet, che si fondano «sul rifiuto della lezione tradizionale e dei suoi supporti, come i manuali di testo, e sulla partecipazione dei bambini e delle bambine all’elaborazione dei materiali su cui studiare, attraverso un costante metodo “della ricerca” che sfocia nell’elaborazione di testi originali, scritti “insieme”, attraverso un processo di scrittura collettiva.»

«Di classe in classe, di scuola in scuola, Cipì giunge, con la mediazione di Gianni Rodari, alla casa editrice Einaudi che lo ristampa nel 1972, sull’onda del grande successo de Il paese sbagliato (1970), e grazie all’editore torinese il “passero eroico”, come lo definisce Rodari, arriva in quasi tutte le scuole d’Italia.»

Il libro non rappresenta la biografia di Mario Lodi ma «usa la storia di un singolo per illuminare un percorso collettivo […]. Questo libro, insomma, vuole ricostruire relazioni, pratiche, discussioni che vedono protagonisti uomini e donne che usciti dalla seconda guerra mondiale si sono posti, nello stesso momento, la stessa domanda, sollecitati dalla Costituzione che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo». Ecco, ricorda Lodi, «noi siamo stati buttati allo sbaraglio quando abbiamo vinto il concorso magistrale. In quelle condizioni, di fronte ad un problema così grande, come potevamo insegnare la libertà noi che non l’avevamo vissuta? Che cosa voleva dire “e ogni altro mezzo”?». Questa è la storia del tentativo di rendere concreto un principio astratto come quello dell’uguaglianza, la storia di chi, dentro le aule scolastiche, ha cercato di rimuovere gli ostacoli, di inventare una pratica trasformando l’ideologia democratica in pratica democratica. […] Scrivere Cipì con i bambini è come mangiare l’idea, fare la rivoluzione.»

Alberto Crespi racconta “Short cuts”

Provate a immaginare 12 film che hanno rivoluzionato la storia del cinema. Fatto? Poi concentrate tale incredibile talento e passione tra il 1959 e il 1960. Ecco che avremo 24 mesi da ripercorrere a rotta di collo tra sparatorie di cowboys e baci che risvegliano dalla morte. Film che raccontano il passato della settima arte e ne anticipano il futuro.

Alberto Crespi parla di Short Cuts, una storia del cinema come non l’ha mai raccontata nessuno.

Materie di base, altre a scelta. Idee per sbloccare l’istruzione

Paolo Conti | La Lettura | 24 aprile 2022

Per parlare del saggio La scuola bloccata dell’economista Andrea Gavosto, dal 2008 alla guida della Fondazione Agnelli, occorre partire dalla fine, dalle 59 pagine (129-188) che contengono le accuratissime note al testo (cifre di rilevamenti demoscopici, studi europei, parametrazioni internazionali) e una vasta bibliografia.

Dunque non siamo di fronte a un saggio-provocazione in cui si parte da una tesi, sostenuta da opinioni polemiche, per arrivare a una sintesi necessariamente di parte. Gavosto ci documenta — duramente ma scientificamente — ciò che vede chiunque abbia in casa un/a figlio/a sui banchi di scuola, o un parente insegnante, o segua le disperanti cronache giornalistiche sull’istruzione: la profonda crisi di uno snodo essenziale della società italiana.

Gavosto spiega subito che l’Italia è in ritardo, nell’istruzione, a partire dalle scarse risorse economiche (investimento del 3,8% del Prodotto interno lordo contro la media del 4,5% dei Paesi avanzati). Ora è in vista il mitico Pnrr con 20 miliardi, ma l’autore ci ricorda che gli impegni presi vanno mantenuti «pena la perdita dei finanziamenti.».

C’è un affanno insopportabile nei risultati scolastici, con quel .3%o di studenti che ancora non finisce la scuola superiore («anche se il tasso di abbandono si sta portando rapidamente in linea con la media continentale, tranne che in alcune regioni meridionali»).

Gli insegnanti sono anziani, età media 53 anni, la più elevata d’Europa: dato che da solo dimostra il baratro di incomunicabilità anche antropologico tra professori e alunni.

Altri dati. Un maturando su due «non possiede un bagaglio di conoscenze e competenze che gli consenta non solo di trovare un lavoro soddisfacente ma di essere un cittadino che capisca e partecipi alla vita di una comunità». La sentenza di Gavosto atterrisce qualsiasi genitore: «Siamo di fronte a una colossale débâcle della nostra scuola».

C’è poi il nodo delle differenze tra un Nord che si allinea alle migliori realtà europee e un Sud con livelli paragonabili a quelli turchi o greci. Una ingiustizia intollerabile «perché nessuno sceglie dove nascere». In quanto alle disparità di genere, stereotipi familiari e sociali allontanano ancora le studentesse dalle competenze scientifiche proprio mentre il mondo del lavoro produce posti nell’universo Steam (Science, Technology, Engineering, Mathematics ).

E il Covid con la didattica a distanza? Ha provocato «danni enormi, lacune che rischiano di trasformarsi in ferite permanenti nello studio e nel lavoro di una generazione». Andrea Gavosto condanna senza appello il fallimento di due riforme, la Buona Scuola di Matteo Renzi e, prima, quella di Luigi Berlinguer. Molti sono i suggerimenti operativi: rivedere il sistema di accesso all’insegnamento, evitare di buttare via troppi fondi nel risistemare edifici scolastici strutturalmente inadeguati, immaginare un forte asse di materie principali di insegnamento intorno al quale fare scegliere materie secondarie dagli stessi studenti.

Non un libro dei sogni, dunque: esperienze europee già solide unite a una logica deduzione da studioso appassionato e mai ideologico. Da raccomandare caldamente a tutti i nostri decisori politici, nessuno escluso.