Le basi del diritto. Fidarsi dell’altro

Maurizio Viroli | il Fatto Quotidiano | 12 novembre 2021

Quando ero ragazzo ascoltavo stupito e ammirato i miei zii commercianti narrare che ai loro tempi i contratti si chiudevano con una stretta di mano. Oggi solo uno sprovveduto venderebbe o comprerebbe alcunché senza adeguate garanzie legali. Abbiamo sempre meno fiducia negli altri. Gli studi sociologici confermano da anni queste convinzioni di senso comune.

Robert Putnam, nel suo classico Bowling alone. The Collapse and Revival of American Community, 2000 (“Capitale sociale e individualismo: crisi e rinascita della cultura civica in America”, Bologna, Il Mulino, 2004) ha documentato che negli Stati Uniti la fiducia negli altri è aumentata dalla metà degli anni Quaranta fino alla metà degli anni Sessanta, quando la tendenza si è invertita ed è iniziato un visibile declino. Con il trascorrere degli anni sono sempre meno le persone che condividono il principio che la maggior parte delle persone merita fiducia, mentre sono sempre più numerose quelle convinte che non si sia mai abbastanza diffidenti nei rapporti con gli altri. Perfino i giovani sono diventati più diffidenti dei loro genitori e dei loro nonni.

Tommaso Greco, nel suo importante saggio La legge della fiducia. Alle radici del diritto, condivide e rafforza l’idea della crisi della fiducia: “Sappiamo di essere diffidenti e predichiamo consapevolmente la necessità di esserlo per evitare brutte sorprese. Viviamo pienamente in un modello di relazioni che possiamo chiamare sfiduciario e lo impieghiamo a maggior ragione per interpretare i nostri ruoli e le nostre azioni nelle situazioni regolate dal diritto. Anzi, andiamo oltre e magari ci comportiamo di conseguenza, secondo un modello fondato sulla scelta dell’opportunismo come suprema regola sociale”. Per sostenere e precisare la sua tesi Greco cita Jon Elster, il massimo studioso contemporaneo dei comportamenti collettivi: “Perseguire il proprio interesse richiede […] di non dire la verità né mantenere le promesse, a meno che non convenga fare il contrario; di rubare e ingannare se solo è probabile che se ne esca bene, o, più in generale, tutte le volte in cui il valore atteso di tali azioni è maggiore di quello promesso dal comportamento contrario; e, ancora, di considerare la punizione semplicemente come il prezzo del reato, e le altre persone come strumenti della propria soddisfazione”.

Greco sa bene che da secoli i filosofi hanno messo in evidenza che gli individui sono più inclini a non fidarsi che a fidarsi: “Basta leggere le ultime pagine di un testo fondamentale come l’Etica Nicomachea aristotelica per trovare una piena consapevolezza del fatto che ‘molti non sono per natura portati a obbedire per rispetto, bensì per paura, né ad astenersi dalle cose cattive per la loro turpitudine, bensì per le punizioni’. E invita a meditare il famoso passo dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio dove Machiavelli scrive che ‘come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro, qualunque volta ne abbiano libera occasione […] Gli uomini non operarono mai nulla bene se non per necessità’.

La diagnosi è ancora più grave per l’Italia, dove da sempre è carente la cultura della legalità. Nella mentalità collettiva gli eroi sono i furbi che ingannano e sfuggono alla legge. Il cittadino onesto che assolve con scrupolo i propri doveri, il giudice inflessibile, il politico integerrimo sono spesso derisi come sciocchi. Per non parlare poi della inveterata arte italiana della simulazione e della dissimulazione. Coltivare la fiducia con i simulatori e con le persone che credono che onestà e doveri siano qualità degli sprovveduti, sarebbe pura follia. Meglio non fidarsi e ‘volpeggiare con le volpi’, come insegnavano i trattatisti della Controriforma.

Il rimedio consiglia Greco, può e deve venire da una seria riconsiderazione del ruolo della teoria del diritto: “La teoria del diritto deve solo esplicitare – invece di nascondere – quel che dentro il diritto presuppone e implica inclinazioni positive e cooperative. Facendolo, non si falsa affatto la realtà ma le si rende giustizia, mettendo l’accento sulla responsabilità dei soggetti e aiutando quindi ad evidenziare le mancanze di chi a quelle inclinazioni viene meno”. Ubbidienza e responsabilità “non sono due cose distinte, ma si richiamano l’una con l’altra. Una ubbidienza senza responsabilità possiamo chiederla soltanto agli automi”. Se sappiamo che gli altri non ci inganneranno perché se lo facessero incorrerebbero nelle sanzioni della legge, possiamo, con gli occhi bene aperti, cooperare loro. Ma se sappiamo che non ci inganneranno perché detestano l’inganno, e non perché temono la sanzione del giudice, allora potremo davvero fidarci. Accanto al diritto con le sue sanzioni è dunque necessaria l’educazione civile con il suo potere di formare coscienze e additare i giusti esempi.

 

Il libro:

L’espansionismo italiano, e l’antico come ideologia

Simona Troilo ha studiato e smontato il «discorso» archeologico che serviva a giustificare l’impero coloniale (1899-1940), naufragato con la Guerra

Carlo Franco | Alias | 5 settembre 2021

La ricerca archeologica non è fine a se stessa, semplice ricerca erudita, ma, in colonia, è anche alta opera politica». Non mancavano di consapevolezza le parole dette nel 1929 dal professor Carlo Anti (1889-1961) a proposito degli scavi italiani in Tripolitania e Cirenaica: e il loro senso si lascia facilmente estendere all’azione svolta in altre aree sotto controllate, come le isole italiane dell’Egeo, o per qualche tempo considerate ‘zone di interesse’, come Creta e talune regioni dell’Anatolia. Per il suo carattere politico, anche l’archeologia fu segnata per certo dalle ‘ideologie del classicismo’: aspetto da tempo riconosciuto, e studiato con differente prospettiva (anche ideologica), dagli studiosi di mondo antico, italiani e non. Tale carattere si manifestava anzitutto sul piano interno, come strumento per la costruzione della ‘nazione’ attraverso l’uso del passato e la valorizzazione di reperti e rovine e siti. Importante era anche la proiezione esterna, legata all’esperienza del dominio coloniale. Il senso delle ricerche condotte nell’età dell’imperialismo da missioni europee, in numerose aree del mondo, è ben noto. Oggi queste imprese generano pentimenti post-coloniali, con restituzioni di manufatti a titolo simbolico e risarcitorio.

Il regno d’Italia s’affacciò tardi e in modi pasticciati al banchetto coloniale, e con una peculiarità: l’occupazione di alcune aree permise di costruire un peculiare ‘discorso’ legato al passato classico e imperiale, del quale l’Italia appunto, come ‘terza’ Roma, si voleva erede. Della nostrana fase coloniale, naufragata con la guerra e chiusa bruscamente dal trattato di pace nel febbraio 1947, poco è rimasto nella coscienza collettiva. Non ha giovato il mito della ‘brava gente’, riproposto a lungo da certa compiacente divulgazione: con scarsa elaborazione consapevole e comune, ma ampia e tacita continuità di uomini e istituzioni. Il Museo Africano, inaugurato a Roma nel 1904, chiuse nel 1971 (!) per rinascere ora con nuovo nome. Ambigua eredità coloniale è anche la pubblicazione di scavi e ricerche prebelliche rimaste giacenti per decenni.

Nella storia dell’archeologia, il periodo è stato seriamente affrontato: per esempio da Marta Petricioli in Archeologia e Mare nostrum. Le missioni archeologiche nella politica mediterranea dell’Italia 1898/1943 (Valerio Levi Editore, 1990). Un ripensamento alla luce dell’attuale sensibilità post-coloniale e con una specifica attenzione all’ambito mediterraneo, ne propone ora Simona Troilo con Pietre d’oltremare Scavare, conservare, immaginare l’Impero (1899-1940). Lo sguardo della contemporaneista conduce a sottolineare l’attitudine eurocentrica degli attori. Essa determinò i modi in cui fu pensata e realizzata la ricerca archeologica in colonia, pur se essa talora voleva presentarsi invece come scienza ‘pura’. Si indagano con particolare ampiezza la politica e l’amministrazione: emergono così i caratteristici conflitti insorti tra sovrintendenze, governatorati, istituti e scuole archeologiche, variamente impegnati a intestarsi scavi, scoperte, influenze e denari. Così, al centro dell’analisi stanno non rovine e reperti più o meno spettacolari, quanto documenti d’archivio, diari e carteggi, che illustrano l’elemento amministrativo e le logiche politiche sottese.

Spazio è dato ai mezzi cui spettò di valorizzare in patria le intraprese archeologiche: quindi i francobolli, ma anche pittura e scultura, coinvolte nelle mostre di ‘arte coloniale’ degli anni trenta, e soprattutto la stampa. Riviste e pubblicazioni scientifiche erano destinate a circolazione limitata, ma furono prodotte con perizia, per esempio quelle dell’Istituto F.E.R.T. Impegno fu posto pure nella confezione di libri divulgativi e guide per la C.T.I: nel decennio del ‘consenso’ si ebbero promozioni turistiche per i siti di Libia e Egeo. Di più largo impatto erano gli articoli della stampa periodica e quotidiana, dove era largo assai Io spazio dell’archeologia, il volto più spendibile dell’antichità classica (lo mostra l’antologia di Margherita Mangiai, L’antichità classica e il Corriere della Sera. 1870-1945. Fondazione Corriere della Sera, 2017).

Nella ricerca di Troilo, le retoriche alla base dell’archeologia coloniale sono vigorosamente smascherate e denunciate come relazione di potere. Giova evocarle in sintesi. La prima era la missione dell’Italia: si pretendeva che l’eredità culturale e politica dell’impero romano legittimasse la nazione, più che ogni altra, a farsi carico dei resti della civiltà classica. Un discorso già pienamente attivo dal 1911, durante la guerra libica, e poderosamente rilanciato durante il ventennio fascistico (come illustra Massimiliano Munzi, L’epica del ritorno. Archeologia e politica nella Tripolitania italiana. L’Erma di Bretschneider, 2001). In varie occasioni il paradigma fu rafforzato, anche in polemica con parallele iniziative ‘straniere’: si esibiva allora l’impegno a difendere nelle intraprese imperialistiche (e poi, per breve tempo, imperiali) un certo ‘onore nazionale’. Il secondo livello era lo sforzo di tutelare le rovine antiche dall’ignoranza distruttrice dei ‘barbari’: una forma, subdolamente nobilitata, di white man’s burden. Nelle aree delle imprese coloniali nostrane, la barbarie fu identificata (come già ai tempi di Lord EIgin) nel domino ottomano: in particolare, rinfacciando ignavo torpore, colpevole d’aver trascurato o minacciato la conservazione dei manufatti, segni della superiore civiltà greco-romana, estranea e incompresa. Si sa che lo stesso schema era stato usato, in patria, contro le politiche culturali degli stati preunitari, presentate sempre come inadeguate, e che il paradigma classico fu proposto ora in forma unitaria (Grecia e Roma) ora informa isolata (Roma!). Cacciato il neghittoso turco dall’Egeo, dalla Tripolitania e (con più difficoltà) dalla Cirenaica, i resti del passato andavano protetti ora dai nativi, essi pure in vario modo inetti: nomadi cirenaici e pastori ellenici non fornivano adeguate garanzie di preservare quei beni.

Qualche pezzo, contravvenendo a principi altrove asseriti, finì rimosso dal luogo di rinvenimento e trasportato altrove (persino a Roma, come nel caso di famosi spolia). In Libia il pregiudizio, razzistico, religioso e culturale insieme, legittimò l’espropriazione di siti, rovine e reperti, sottratti a indigeni considerati come ‘bambini’, perciò inconsapevoli e vandalici distruttori. A Creta l’archeologia italiana cercò soprattutto le premesse della civiltà greca (senza troppi legami con l’oriente!), ma valorizzò anche la fase veneziana, più problematica nella percezione locale, complicata dalla convivenza di diverse comunità. Anche a Rodi si diede grande peso al Medioevo, cristiano e crociato, liberandogli edifici dalle superfetazioni dei secoli di dominio ottomano, considerate deturpanti. Nell’Egeo agirono i pretesti della “scienza”: gli spazi locali di interesse per le antichità furono accantonati, e si impose la professionalità di archeologi formati alle rigorose pratiche distavo, catalogazione e conservazione, del metodo germanico. Pratiche che si pretendevano impeccabili, ma non sempre lo erano state, giacché nei tempi di guerra erano prevalse su tutto le esigenze militari. Che il punto di vista dei nativi, comunque qualificati, non trovasse spazio, non stupisce, poiché il discorso archeologico oscurava o falsava ampi aspetti della realtà coloniale. Per questo l’indagine sviluppata da Troilo è di grande interesse, e merita ulteriori allargamenti, verso l’Albania o l’Africa Orientale Italiana (che pongono questioni in parte differenti). Il ripensamento di quegli eventi legati a un altro mondo scomparso va condotto con equilibrio, senza i passati eurocentrismi, e senza preconcette condanne politicamente corrette. I limiti, gli errori e gli eventuali ‘meriti’ del colonialismo italiano, anche in archeologia, vanno esaminati e compresi, evitando anacronistici processi al passato.

Poscritto. L’autore si scusa d’aver usato il termine paleoitaliano ‘decennio’, e non l’ormai normale ‘decade’, e confida, contrito, nella clemenza di chi legge.

 

Il libro:

 

Amedeo Feniello racconta “Demoni, venti e draghi”

Nel XIV secolo, al finire del nostro Medioevo, l’intero pianeta venne scosso da epidemie, catastrofi ambientali e cambiamenti climatici. Improvvisamente fu come se demoni, venti e draghi si scatenassero assieme per punire l’orgoglio dell’uomo. Dalla Cina fino all’Europa si diffuse la peste nera, un’epidemia che sembrava annunciare l’apocalisse, accompagnata com’era da furiose inondazioni e giganteschi sciami di cavallette. Da un capo all’altro dell’Eurasia si avvertirono le conseguenze di un improvviso mutamento delle temperature e l’inizio di quella che viene chiamata ‘piccola glaciazione’.

Eppure l’uomo seppe reagire al trauma di questi eventi drammatici. Piano piano emersero dei veri e propri ‘paesaggi adattativi’, nuove forme di organizzazione sociale, politica ed economica che lanciarono il mondo verso una fase nuova. Una lezione, affascinante, che ci viene dal passato e che ha molto da insegnarci oggi.

Demoni, venti e draghi. Come l’uomo ha imparato a vincere catastrofi e cataclismi, il nuovo libro di Amedeo Feniello.

 

 

Il libro:

In balia della natura

Nel XIV secolo, al finire del nostro Medioevo, l’intero pianeta venne scosso da epidemie, catastrofi ambientali e cambiamenti climatici. Improvvisamente fu come se demoni, venti e draghi si scatenassero assieme per punire l’orgoglio dell’uomo. Dalla Cina fino all’Europa si diffuse la peste nera, un’epidemia che sembrava annunciare l’apocalisse, accompagnata com’era da furiose inondazioni e giganteschi sciami di cavallette. Da un capo all’altro dell’Eurasia si avvertirono le conseguenze di un improvviso mutamento delle temperature e l’inizio di quella che viene chiamata ‘piccola glaciazione’.

Eppure l’uomo seppe reagire al trauma di questi eventi drammatici. Piano piano emersero dei veri e propri ‘paesaggi adattativi’, nuove forme di organizzazione sociale, politica ed economica che lanciarono il mondo verso una fase nuova. Una lezione, affascinante, che ci viene dal passato e che ha molto da insegnarci oggi.

Un estratto da Demoni, venti e draghi. Come l’uomo ha imparato a vincere catastrofi e cataclismi, il nuovo libro di Amedeo Feniello.

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In balia della natura

Killer inconsapevoli

La madre di tutti i contagi fu la peste nera. La pandemia capace di oscurarne ogni altra nella storia dell’umanità. Un prodigio di distruzione, tanto ampia da abbracciare tutto il Vecchio Mondo e di espandersi con una velocità inusitata, devastando l’Asia, il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa. Di cosa si trattasse e chi avesse provocato questa catastrofe lo si sa davvero da poco tempo. Da quando la medicina ha elaborato nuovi strumenti d’analisi e di trattamento delle malattie infettive. Solo centocinquanta anni fa, infatti, si sono individuati con nettezza i killer inconsapevoli, i vettori. A partire dal più piccolo e micidiale: il bacillo. Grazie al lavoro di ricerca svolto, indipendentemente l’uno dall’altro, dal medico giapponese Shibasaburō Kitasato – allievo di Robert Koch a Berlino – e da Alexandre Yersin, uno studente svizzero che aveva studiato con Louis Pasteur e Émile Roux. Durante la peste di Hong Kong del 1894, entrambi scoprirono che un medesimo bacillo era presente sia nei tessuti dei topi sia di umani morti per il contagio. Era la svolta. Che, però, nel tempo, è andata tutta in gloria di Yersin, visto che il bacillo è stato battezzato col nome che tutti conosciamo – Yersinia pestis –; con buona pace di Shibasaburō Kitasato, ormai quasi completamente ignorato.

Yersinia, allora: se vogliamo indicarla con una formula, mi pare suggestiva quella di Drancourt, Houhamdi e Raoult, un «organismo ectoparassita tellurico». Una definizione azzeccata per un bacillo capace di generare una slavina di proporzioni inimmaginabili ma che, a guardarlo al microscopio, sembra innocuo. Così, senza né braccia né gambe. Che sembra né vivere né esistere – almeno secondo i parametri che attribuiamo noi umani alla vita –. Invece, se lo osserviamo, possiamo cogliere delle cose davvero interessanti. A partire dalla sua storia. Yersinia ha un gemello. Oggi chiamato Yersinia pseudotuberculosis: un gemello buono, relativamente benigno, che sopravvive nei corsi d’acqua e nel terreno e ha effetti sull’uomo limitati. Circa 28 mila anni fa, all’epoca dell’Ultimo massimo glaciale, Yersinia pestis si è staccato dal gemello e ha modificato il suo percorso. Ha mutato codice genetico, il genoma, l’impronta digitale che lo ha reso diverso e unico rispetto a tutti gli altri esseri viventi. Lo ha cambiato in un essere speciale. Se osserviamo le sue caratteristiche si resta colpiti. Innanzitutto, è estremamente abile, dotato di grandi capacità di invadere e colonizzare nuovi territori, di adattarsi ad ambienti climatici differenti e, per muoversi, di adoperare dei compagni di viaggio rapidi e altrettanto adattabili. Yersinia è resistente: può restare per settimane o anche mesi silente e contaminare i suoli, e insidiarsi in animali, per via aerea o per ingestione. Preferisce i mammiferi, non troppo grandi: marmotte, gerbilli, scoiattoli, furetti, arvicole. Finché la Yersinia vive con loro, la possibilità di contagio resta relativa. È quando incontra altri compagni di viaggio, più numerosi, più sociali, meno tolleranti al bacillo, che le condizioni fatalmente cambiano. Ciò accade quando incontra una particolare specie di roditore: nel nostro caso, il rattus rattus, il topo nero. È lui il vero tramite, diremmo l’autobus che trasporta la Yersinia dai boschi abitati dai mammiferi alle comunità dove vive un’altra specie, l’uomo. Per salire sull’autobus la Yersinia si serve però di un cavallo di Troia: un parassita, la pulce, la Xenopsylla cheopis, individuato come il principale vettore della peste due anni dopo la scoperta Kitasato-Yersin.

Il bacillo entra nel suo corpo. È lo spillover. Il salto di specie. E cosa fa la Xenopsylla? Infettata col bacillo della peste, la pulce non è più in grado di digerire il suo cibo e diventa voracemente affamata. Si ciba di sangue di mammiferi. Dei piccoli roditori o dei topi. Quando il roditore muore di peste, la pulce cerca disperatamente altro cibo e va alla ricerca di un nuovo ospite. Un umano, ad esempio. E si sposta con un altro spillover. In attesa di un nuovo ospite animale, una pulce di ratto può restare silente fino a cinquanta giorni nel grano (immaginiamo: nelle dispense delle case, nei granai, nei silos, nelle navi e nei carriaggi da trasporto ecc.) o tra oggetti bianchi e morbidi, come i panni di lana. E poi, una volta uscita da questi comodi rifugi, ricomincia ad andare di nuovo a caccia, alla ricerca di altro cibo, ratti o uomini che siano. E va notato che, poiché tanto il grano quanto i panni erano fondamentali articoli di commercio, il loro trasporto fu uno dei principali veicoli di diffusione della peste.

Il terzo grande imputato è, come abbiamo già visto, il topo nero. Il rattus rattus. Il nostro immaginario corre subito a rappresentazioni orrifiche impresse nella nostra fantasia, dalla favola del pifferaio di Hamelin – una delle più affascinanti metafore dei danni apportati dai topi alla quotidianità cittadina nordeuropea – alle sequenze del film Nosferatu di Herzog, con le schiere di topi che, lungo vicoli oscuri e marcescenti, accompagnano il signore dei vampiri. Restando aderenti alla realtà, nella peste verosimilmente furono implicate altre varietà di topi, come i topi di campagna, sebbene si tenda ad escludere la loro incidenza diretta, considerata la loro scarsa propensione al contatto con gli umani. Ben diversa è invece proprio la storia del topo nero. A lui, gli uomini piacciono. Preferisce stabilire la sua tana accanto alle riserve di grano predisposte dagli uomini o, ancora meglio, crearla nelle loro case. Si imbarca volentieri sulle navi e si sistema nelle bisacce dei viaggiatori, nelle botti, nei sacchi, nelle stive. Una volta a terra, ama la città. Le comunità, il calore, la disponibilità immediata di cibo, gli scarti e i rifiuti. Poiché le preferenze alimentari dell’uomo e del ratto sono simili, i ratti preferiscono avere tane a breve distanza da dove il grano si produce, si conserva e si vende. I mulini, i depositi, i granai, le spedizioni di frumento e di farina, i mercati piccoli e grandi sono i luoghi privilegiati dove pulci, topi e uomini hanno la maggiore possibilità di incontrarsi e contagiarsi. E non è un caso se mugnai e panettieri fossero spesso le prime vittime della peste. Quando le tane dei ratti neri venivano infettate dalle pulci, i ratti malati e morenti affluivano in superficie. Anche a centinaia se non a migliaia, come riportano le fonti. Con delle storie particolari, come quella dell’alto Egitto dove la maggior parte dei fellahin costruivano delle soffitte per i piccioni sui tetti delle loro case, e, una quindicina di giorni prima che gli abitanti delle stanze sottostanti iniziassero a morire di peste, i ratti morti cadevano dalle travi perché avevano le loro tane sui tetti, ghiotti com’erano delle uova di piccione.

Topi e pulci. Ma sono loro gli unici imputati? Non sembra. Le cose pare che andassero anche diversamente, come spiegano oggi i biologi. Perché questa trasmissione da ospite a ospite non appare rapidissima. Perciò oggi non si pensa più, come si è fatto a lungo, ad un solo vettore ma a tanti di essi. Vari tipi di pulci dei ratti, oltre la Xenopsylla: ad esempio il Nosopsyllus fasciatus o i pidocchi o la Pulex irritans degli uomini. Verosimilmente tutti agirono parallelamente e ognuno cooperò, per proprio conto, a trasportare lo stesso carico di morte. La Yersinia poté scegliere, allora, anche un’altra strada, respiratoria. È la forma polmonare della peste, la più micidiale. Passa da persona a persona per via aerea, sebbene essa non possa persistere indipendentemente dalla forma bubbonica. Tuttavia, non fu la principale forma di contagio. Era pericolosissima per chi stava vicino all’ammalato, quando egli cominciava a tossire sangue copiosamente. Il periodo di incubazione per la peste polmonare andava da uno a sei giorni, mentre la mortalità raggiungeva il cento per cento. Alla fin fine, ciò che conta è che in questa guerra che chiamiamo peste nera vince un esercito di miliardi di roditori, ratti, pulci, pidocchi. Che trova la sua capacità scatenante nella Yersinia. Che esiste in natura da milioni di anni. E ogni tanto si mostra, in tutta la sua virulenza. Che si adatta, sa scegliere vettori e vettori, ospiti e ospiti, migliorando, quando può, le sue performance. E salta di specie: passando da roditori selvatici a quelli comuni, dal topo di campagna al topo di città, dalle pulci dei roditori alle pulci dell’uomo e ai pidocchi. Attraverso queste interazioni e con questa enorme capacità di adattamento, la Yersinia diventa micidiale e violentissima, tanto da provocare l’incommensurabile disastro ecologico della metà del Trecento.

Ora, riavvolgiamo il nastro e seguiamo la sequenza, scenario per scenario. Con il progressivo incremento di complessità nel passaggio della malattia da enzootica a epizootica a panzootica a zoonotica a, finalmente, pandemica. All’inizio tutto si nasconde. Le riserve di bacilli esistono sottotraccia, tra gli animali selvatici dei boschi, tra le marmotte, gli scoiattoli e i gerbilli delle regioni semiaride dell’interno dell’Asia. Grazie alla loro lunga esposizione al contatto con la Yersinia, la convivenza tra loro è benigna e i livelli di mortalità bassi. Essa riesce a sopravvivere e non si estingue, capace com’è di trovare sempre un ospite, tramite appunto la pulce. Però non apporta troppi danni. La scarsa vegetazione e il numero limitato di ospiti ne attenua la virulenza. Fin qui, accade poco. Ma se il clima cambia e piove di più, cosa succede? La vegetazione si infittisce, i roditori selvatici hanno più risorse da sfruttare, la loro popolazione aumenta e la Yersinia scopre di avere un numero più grande di portatori. L’umidità poi scatena un altro effetto: fa aumentare le larve delle pulci e il loro numero si moltiplica. È un passaggio che comincia a coinvolgere gli uomini – cacciatori, boscaioli, pastori entrano in contatto con i roditori, li mangiano, lavorano le loro pelli, le trasformano in indumenti, guanti, pellicce – con la loro bella scatola cinese, con dentro pulci e bacilli. Non si tratta ancora di una condizione che permetta lo scoppio della pandemia. Gli effetti sono contenuti, frenati. Ci può essere un’epidemia circoscritta ma non una pandemia. Per arrivare alla pandemia bisogna fare un passo ancora oltre. In effetti, le cose si fecero davvero serie per gli umani quando i roditori selvatici cominciarono a incrociare quelli comuni, che vivevano in simbiosi con l’uomo. È questo lo stadio cruciale. Spinte dalla fame, per le pulci i roditori selvatici erano troppo pochi. Bisognava trovare una soluzione: incrociare ospiti alternativi, molto più numerosi dei topi, che restarono impigliati in una vera e propria trappola biologica. A differenza dei loro cugini selvatici, che hanno una lunga esperienza genetica di relazione col bacillo e con le pulci, i topi sono impreparati. Non hanno difese. Le pulci trasmettono rapidamente il bacillo. E i ratti, di conseguenza, muoiono in massa. Dal momento dell’infezione, al topo restano dai dieci ai quattordici giorni di vita. Ma, se essi muoiono in massa, una quantità infinita di pulci affamate e stordite dalla Yersinia a chi si può attaccare per soddisfare i propri appetiti? A un animale un po’ più grosso di taglia, più facile da avvicinare: l’uomo. Gli umani vengono assediati. Assaltati. Le loro difese cadono rapidamente. La trasmissione passa da uomo a uomo. Comincia la pandemia.

Adesso può espandersi senza limiti, in un mondo che – da Oriente a Occidente – convive con tanti parassiti, tratto consueto della quotidianità. L’uomo diventa così il nuovo portatore. E, con lui, si trasformano in vettori tutte le sue creazioni, i suoi strumenti, i mezzi del suo supposto dominio sul mondo: i mercati, le strade, le rotte commerciali, quelle carovaniere, i porti. Navi, cavalli e dromedari, che avevano annunciato l’epoca nuova degli scambi internazionali, si trasformano nei migliori veicoli di un contagio che si esprime meglio proprio sulle strutture ruggenti del commercio globale, dei traffici transahariani, dei lunghi percorsi delle vie della Seta e delle vie dei monsoni. «Le città, il grande elemento di snodo di un’epoca, alimentano i più violenti focolai, ricche com’erano di una massa di poveri, indigenti, affamati, dove la mancanza di igiene e di salute pubblica era la norma. Ma peggio avviene nelle campagne, abitate da donne e uomini indeboliti, provati dalle sequenze delle carestie, fiaccati dalla morte dei propri animali uccisi a loro volta da un’altra pandemia». Una ridda caotica che permette alla Yersinia di passare da una situazione di incubazione a una di crescita, fino a diventare la più letale bomba patogena mai incontrata dall’umanità.

Il libro:

Sandra Petrignani racconta “Leggere gli uomini”

Per secoli, solo gli scrittori maschi hanno potuto disporre di una stanza tutta per sé, di uno ‘studio’ inaccessibile dove indisturbati hanno composto capolavori. E quando ne uscivano, avevano il mondo intero per fare esperienza di cose e persone. Al sesso femminile raramente è stato concesso un analogo privilegio. Il sesso femminile per molto tempo non ha potuto scriverli quei libri meravigliosi: soltanto leggerli. Così intere generazioni di donne hanno esplorato le geografie dell’animo umano, scoperto l’amore, l’amicizia e la propria identità sulle opere scritte dagli uomini. Rispecchiandosi a volte perfettamente, a volte con difficoltà, a volte per niente.

Fra esercizi di ammirazione e scatti di rabbia, attraverso memorabili citazioni, in Leggere gli uomini Sandra Petrignani ci porta dentro tante pagine indimenticabili, da Dumas a Roth, da Pavese a Proust, da Calvino a Tolstoj, da Gary a Dostoevskij, da Moravia a Mann, da Manganelli a Kundera, da Malerba a Čechov, da Nabokov a Chatwin, da Tabucchi a Kafka e a mille altri. Fino ad alcuni grandi di oggi, Modiano, McEwan, Carrère…

Il libro:

Goffredo Buccini racconta “Il tempo delle mani pulite”

Mani pulite non è stata soltanto un’inchiesta che ha rivoluzionato la politica in Italia. È stata soprattutto una stagione di grandi illusioni: l’illusione della fine della corruzione e degli intrighi, l’illusione secondo cui i magistrati erano i vendicatori della società civile contro una politica marcia. A costruire questa mitologia furono la carta stampata e le televisioni. E questa è la loro storia.

Goffredo Buccini racconta Il tempo delle mani pulite rispondendo a tre domande: come iniziò Mani Pulite? Quali illusioni infranse? Perché un’inchiesta epocale fu affidata a dei ragazzini?

 

 

Il libro:

La vigilia del disastro

Un saggio di Paul Jankowski, edito da Laterza, analizza le cause del Secondo conflitto mondiale. Le maggiori potenze si mostrarono incapaci di costruire un nuovo ordine all’insegna della sicurezza collettiva e delle norme condivise

Paolo Mieli | Corriere della Sera | 2 novembre 2021

Doveva essere l’anno in cui l’umanità intera — con l’accordo ginevrino sul disarmo si sarebbe messa definitivamente alle spalle la Grande guerra. Al contrario in quei dodici mesi si posero le premesse per il Secondo conflitto mondiale. Lo si intuì (o, meglio, lo si sarebbe potuto intuire) alla fine di settembre del 1933 allorché Joseph Göbbels partecipò alla Conferenza per il disarmo che, dall’anno precedente, si riuniva a Ginevra. Göbbels vestiva i panni di ministro della Propaganda di Adolf Hitler e fece un certo effetto ascoltare le sue insincere parole di omaggio alla Società delle Nazioni. Quella stessa Società delle Nazioni che proprio lui, appena un anno prima, da candidato alle elezioni in Germania, aveva giurato di distruggere. Ora — scrive Paul Jankowski in Il lungo inverno del 1933. Alle origini della Seconda guerra mondiale in uscita il 14 novembre da Laterza — «si muoveva con disinvoltura nell’ambiente ginevrino, da scaltro e piacevole praticante dell’arte della conciliazione». Sostenendo «sfacciatamente che il nazismo significava pace, una forma più alta di democrazia e di difesa dell’Occidente dal bolscevismo». In quegli stessi giorni un fotografo lo ritrasse fuori dall’Hotel Carlton «con un’espressione arcigna sul volto… quasi a voler mostrare l’uomo che si nascondeva dietro la maschera». Sostanzialmente Göbbels era lì per annunciare che la Germania intendeva procedere sulla via del riarmo e far capire che il suo Paese presto avrebbe abbandonato quella Conferenza oltreché la Società delle Nazioni.

Arthur Henderson, l’anziano malato laburista inglese che presiedeva il summit di Ginevra, tentò in ogni modo di far andare avanti i lavori della Conferenza. Ma il primo ministro del suo Paese, Ramsay MacDonald, fu, con lui, persino scortese. La Francia chiese — inutilmente — che si formasse un esplicito fronte antitedesco contro le violazioni hitleriane del trattato di pace. Il Giappone rese manifesta la propria contrarietà ai limiti posti dai trattati navali del 1922 e del 1930. L’Urss fece capire che mai avrebbe firmato un accordo sul disarmo non sottoscritto dal Giappone. La Polonia lasciò intendere che non avrebbe firmato un’intesa da cui i sovietici si fossero chiamati fuori. Il delegato americano, Norman Davis, annunciò che da quel momento il disarmo era una «questione europea» e che lui sarebbe tornato immediatamente in patria. Da quel momento i ministri degli Esteri di tutti i Paesi disertarono la Conferenza destinata a chiudersi l’anno successivo con un nulla di fatto. Accadde anche che nella stanza di ingresso alla Crystal Chamber dell’Hotel National, in cui si riuniva il consiglio, il fregio allegorico che simboleggiava la pace si staccasse dalla parete e cadesse a terra andando in frantumi. Un evento fortuito, certo, che però fu colto dai più come un infausto presagio.

Già Alan J.P. Taylor in Le origini della Seconda guerra mondiale (Laterza), più recentemente, Volker Ullrich in Hitler. L’ascesa, 1889-1939 (Mondadori) e molti altri oltre a loro — avevano messo in evidenza l’importanza di quel 1933, anche al di là del fatto che fu l’anno in cui il dittatore tedesco andò al potere. In che senso? Quello fu il momento, scrive Jankowski, in cui le grandi potenze e alcuni dei loro partner minori «voltarono le spalle a quel che restava di un ordine mondiale» e si «allontanarono l’una dall’altra». Il Giappone, che nel 1931 aveva attaccato la Manciuria, uscì, come si è detto dalla Società delle Nazioni, Roosevelt accentuò il distacco degli Stati Uniti dall’Europa. America, Gran Bretagna e Francia raggiunsero l’apice del litigio tra loro su debiti di guerra, armamenti, moneta, tariffe daziarie, atteggiamento nei confronti della Germania. Alla fine di quel 1933, scrive Jankowski, «il mondo postbellico diventò un mondo prebellico».

Il lungo inverno del 1933 demolisce alcune false credenze su quel che caratterizzò il «decennio meschino e disonesto» (la definizione è di W.H. Auden) a cavallo tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta. Nonché alcune analogie tra quei tempi e quelli attuali. Analogie, sostiene Jankowski, basate «su presupposti confusi riguardo a ciò che il mondo era allora e quel che è oggi». E vero, ad esempio, che la catastrofe economica dei primi anni Trenta contribuì in alcuni Paesi a trasformare dei partiti fascisti di scarsa importanza in movimenti di massa, «ma d’altra parte», fa notare l’autore, «negli Stati Uniti e in Francia portò al potere governi socialdemocratici di centro-sinistra». E «fino a tempi recenti i “populisti nazionalisti” ritenuti parenti stretti di quelli degli anni Trenta si sono affermati nei contesti economici più vitali». Mentre, al contrario, «hanno dovuto faticare nei Paesi a crescita più lenta e con livelli di disoccupazione più elevati».

C’è da osservare poi che da maggior parte dei governi autoritari degli anni Trenta si era già insediata quando la Grande Depressione si abbatté sul mondo». E che «piuttosto che portare al centro della scena gli irrequieti fascisti», agì «in modo da tenerli fuori dal gioco, almeno per un po’». Alcune delle «più sguaiate manifestazioni di psicosi a sfondo etnico o razziale provennero dalle culture ritenute più democratiche». Il modello che sottolinea le analogie tra quei tempi e quelli attuali «non regge», ribadisce lo studioso. E un modello che, a detta di Jankowski, evidenzia semmai «l’eterna lotta tra lo storico che vede gli alberi ma non la foresta, e lo scienziato della politica che vede la foresta ma non gli alberi». Se andiamo in cerca di analogie con il passato per dare un senso alle nostre difficoltà attuali, un confronto con il mondo immediatamente successivo al 1900, sostiene Jankowski, «si rivelerebbe più utile» di quello con il mondo degli anni Trenta.

E ancora. Nel primo dopoguerra molti, compreso qualche marxista, prevedevano che la mano invisibile del libero commercio avrebbe agito come una marea in grado di erodere le dighe statuali e dar vita spontaneamente a un nuovo ordine. Ma, come ha ben spiegato Kenneth Waltz in Teoria della politica internazionale (il Mulino) queste idee furono mandate all’aria proprio dalla Grande Depressione. Chi negli anni Venti guardava alla Grande guerra come a «un momento in cui tutti erano precipitati in una lotta primitiva», negli anni Trenta «paventò una futura ricaduta ancor più calamitosa, l’infrazione di ogni residuo limite alla brutalità umana». Le personalità pubbliche richiamavano continuamente il rischio di una fine delle civiltà.

Però quando la Gran Bretagna cercò di promuovere la riabilitazione della Germania e la Francia tentò disperatamente di contenerla, l’equilibrio delle potenze divenne d’un tratto «una chimera che non trovò gli artefici necessari» e non fu mai qualcosa di concreto. L’Unione Sovietica, ironizza Jankowski, «al mattino cercò di impedire la formazione di qualsiasi forte coalizione fra Paesi europei», «a mezzogiorno di volgerne una contro la Germania» e «sul far della notte di accordarsi con il Terzo Reich». Con questi subitanei cambiamenti di idea, l’Urss sembrò rispondere ad una logica «realista». Ma si trattava di «espedienti tattici» per portare avanti il proprio processo di militarizzazione che, osserva Jankowski, aveva preso avvio prima di qualsiasi altro. Quanto agli Stati Uniti, non erano interessati a equilibri di alcun tipo.

In tempi successivi, i «realisti» avrebbero cercato di attribuire le instabilità del mondo tra le due guerre a difetti strutturali. Spiegando, ad esempio, «che non era emerso nessun sistema basato sul concerto delle potenze in grado di mantenere la pace, come era avvenuto invece dopo il 1815». O che «nessun Paese egemone a livello globale aveva preso il posto occupato nel secolo precedente dalla Gran Bretagna». Oppure ancora che, come ha sostenuto Ian Clark, «che il mondo tripolare precedente alla Seconda guerra mondiale era più pericoloso di quello bipolare subentratogli dopo il conflitto».

Ma qui il discorso va riportato al Congresso di Vienna, al 1815. In quel momento, ricorda Jankowski, le potenze europee che si erano coalizzate contro Napoleone «assegnarono alla stabilità, nel nuovo quadro di pace un posto prioritario rispetto all’ingrandimento dei singoli Stati». I Paesi vincitori decisero allora «un cambiamento rispetto al tradizionale sistema dell’equilibrio che fin dal 1763 aveva prodotto solo squilibri e conflitti endemici». Adottarono invece «un sistema concertato che prevedeva obblighi e limiti reciproci». Non tutti se ne avvantaggiarono: polacchi e sassoni ebbero piuttosto a soffrirne. Quel sistema, però, si basò sulla capacità di due potenze «poste ai margini del continente» (Gran Bretagna e Russia) di «moderare le altre». Funzionò. Lo spirito che lo ispirava consentì all’Europa di non conoscere, per un intero secolo, neppure un conflitto fra grandi potenze. Eccezion fatta per quello franco-prussiano, che però non può essere considerato un «conflitto tra grandi potenze».

Qualcosa di analogo, sempre secondo Jankowski, avvenne anche dopo il 1945, quando gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro avversari in tempo di guerra concepirono un nuovo sistema di cooperazione internazionale che «non assomigliava a nessuno di quelli precedenti», ma che «ancora una volta fece prevalere le finalità comuni su quelle individuali». E, che generò una lunga pace. Anche se prese le sembianze di una guerra, la guerra fredda.

Negli anni tra le due guerre mondiali, invece, accadde l’opposto. E accadde nonostante alcuni dei Paesi che «più covavano risentimenti» — il Giappone, la Germania — fossero in grado di esibire «una ripresa più sostenuta di altri dal baratro economico dei primi anni Trenta». Forse tutto degenerò perché laddove a Vienna nel 1815 i diplomatici erano riusciti a ignorare l’opinione pubblica dei loro Paesi, a Versailles ciò non fu possibile. E nei vent’anni successivi lo fu ancor meno. Sempre meno.

A questo punto «una storia improntata ai metodi della psicanalisi sociale» ha messo sotto i riflettori gli aspetti degradanti della guerra totale, ipotizzando che 60 o 70 milioni di ex combattenti avessero riversato sul loro mondo «la brutalizzazione che la Grande guerra aveva loro inflitto». Alcuni — si veda Seymour Martin Lipset in L’uomo e la politica (Edizioni di Comunità) — sulla scia di tali analisi diedero un crescente rilievo alle classi medie «spremute», impaurite e antimoderne. Ma le diagnosi di tal genere non spiegavano perché un gran numero di altri reduci diventarono invece pacifisti. O per quale motivo «l’esperienza della brutalizzazione sofferta da tedeschi, italiani o russi dovesse essere più grave di quella vissuta dai soldati francesi o britannici». La verità semplice ed evidente è che i percorsi di ogni Paese furono diversi uno dall’altro. Negli anni fra le due guerre «ognuno si contrappose in qualche modo al mondo». Ognuno «agì in modo da rendere discrezionali, quando non irrilevanti, le norme e le procedure». Negli anni Trenta «con imbarazzo o disprezzo», scrive Jankowski, regimi di ogni sorta «seppellirono le vestigia della sicurezza collettiva e delle norme condivise».

E pensare che negli anni Trenta i Paesi che poi si sarebbero combattuti nella Seconda guerra mondiale «disponevano della forza necessaria a compiere delle scelte e ad orientare le proprie storie nazionali in una direzione diversa». Ma non lo fecero. Questa è l’unica vera analogia con quello che è poi capitato nei decenni successivi al crollo del muro di Berlino. L’ordine che si pensava avrebbe fatto seguito alla guerra fredda «si è dimostrato frutto di una fantasia», esattamente come quello «immaginato dopo la Grande guerra». Perciò gli accadimenti di quel «lungo inverno del 1933» ci dicono qualcosa di utile per comprendere i rischi che corre il mondo di oggi.

 

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