“Che si potesse fare un festival intorno all’economia lo credevano in pochi”

Condividiamo il comunicato che abbiamo rilasciato a seguito della scelta della Provincia di Trento di cambiare la guida del Festival di Economia.

 

10/09/2021

La decisione della Provincia di Trento di cambiare la guida del Festival di Economia dopo sedici anni di successi ininterrotti è del tutto incomprensibile.

Siamo stupiti, tanto più dopo le rassicurazioni ricevute fino a prima dell’estate dal Presidente Fugatti sull’intenzione di rinnovare il rapporto con Laterza e il Comitato Promotore – comprendente Comune e Università – con cui abbiamo fino a oggi collaborato nel migliore dei modi e di cui attendiamo di conoscere le valutazioni.

Nel 2005 Laterza immaginò di fare un Festival di Economia e insieme a Innocenzo Cipolletta pensò a Trento come la città giusta per realizzarlo.

Che si potesse fare un festival intorno all’economia all’epoca lo credevano in pochi ma la prima edizione che si  tenne nel 2006 fu un tale successo di pubblico che i giornali la paragonarono a un concerto rock: dovemmo cambiare in corsa buona parte delle sale per accogliere un numero di persone doppio o triplo rispetto al previsto.

Merito anche di un programma straordinario che comprendeva alcuni dei maggiori economisti e intellettuali del mondo – da Tony Atkinson a Zygmunt Bauman – reso possibile grazie alla pluralità di interessi, alla reputazione  e alla rete di relazioni di Tito Boeri, che Laterza chiamò a dirigere il Festival. Negli anni successivi il Festival di Economia è cresciuto continuamente, anche nella copertura mediatica, diventando un punto di riferimento per il dibattito economico italiano, con la presenza di presidenti del consiglio e ministri dei governi di ogni colore politico, oltre che dei rappresentanti delle principali istituzioni, a partire dal governatore della Banca d’Italia.

Abbiamo dovuto moltiplicare le sale collegandole in video per poter accogliere le migliaia di persone che arrivavano a Trento da tutta Italia. Lo scoiattolo e il logo del festival progettati da Laterza sono diventati nel tempo sinonimo di qualità scientifica e capacità divulgativa nel pluralismo delle idee e delle proposte. Grazie anche al gruppo di persone che ha lavorato al Festival nelle istituzioni trentine e al sostegno di Intesa Sanpaolo e degli altri sponsor, il festival ha garantito una grande qualità di organizzazione e di promozione.

E grazie al prestigio degli ospiti coinvolti – tra cui molti premi Nobel – ha raggiunto una grande partecipazione e notorietà internazionale.

“Un festival unico, è incredibile” ha scritto il premio Nobel Gary Becker, “non so di nessun’altra esperienza simile al mondo”: non si era mai vista tanta gente venire ad ascoltare gli economisti. “È stato bellissimo per me venire al Festival” ha dichiarato un altro premio Nobel, Amartya Sen, “che vivace miscuglio di teorie intelligenti, grande coinvolgimento sociale e gioia di comunicare e conversare!”.

La città di Trento dal canto suo ha partecipato in maniera sempre più entusiasta, consapevole di tutti i vantaggi che la manifestazione ha portato al territorio, fino a tingersi tutta di arancione nei giorni del festival. Essere riusciti a costruire una grande comunità del pensiero intorno al Festival è una sfida vinta.

Dunque un’esperienza che ha registrato per sedici anni un enorme successo da ogni possibile punto di vista viene oggi rimessa in discussione: un atto incomprensibile, che non risponde ad alcuna logica di merito.

Noi lavoreremo in ogni caso perché questa esperienza continui, se non a Trento altrove, nella tradizione di qualità scientifica, pluralismo di opinioni e capacità divulgativa che la ha sempre contraddistinta.

 

Editori Laterza

La giustizia e l’agenda da cambiare

Di riforme della giustizia si discute nel nostro Paese da decenni. E oggi più che mai un rinnovamento appare necessario, sia alla luce della crisi interna alla magistratura sia per le richieste provenienti dall’Unione europea. In Fare Giustizia, la lucida analisi e le proposte di soluzione di uno dei più stimati e autorevoli protagonisti del nostro sistema giudiziario, Giuseppe Pignatone. Qui un estratto.

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La polemica politica e giudiziaria divampata nei primi mesi della pandemia a causa dell’uscita dal carcere di numerosi detenuti imputati o condannati per gravi reati è un esempio degli effetti collaterali della crisi, innanzitutto sanitaria, che ha colpito l’Italia e l’intero pianeta. Infatti, gli effetti del virus si sono dimostrati tanto più pesanti quanto più gli organismi colpiti sono deboli e meno efficienti. Questo vale per gli individui, ma anche per le strutture e i settori dell’organizzazione sociale. Devastanti sono stati quindi, e ancora saranno, gli effetti della pandemia sull’intero sistema della giustizia penale, di cui sono noti limiti e difficoltà e che infatti è rimasto sostanzialmente a lungo paralizzato, salvo pochissime attività indilazionabili.

Anche la ripartenza è e sarà molto parziale. Non solo per le nuove regole, a cominciare da quelle sul distanziamento sociale che trasformeranno radicalmente la vita dei nostri palazzi di giustizia, ma perché modalità inedite, tutte da sperimentare, si sommeranno alle carenze e ai problemi già ben noti. È quindi intuitivo il verificarsi di un pesante rallentamento: meno udienze, meno processi fissati per ogni udienza, meno persone ammesse nelle cancellerie, meno impiegati presenti nelle ore cruciali, enormi difficoltà a trattare i processi con più imputati, specie se detenuti. Né è pensabile che in pochi mesi si torni alla “normalità” del passato, il che determinerà l’accumularsi di ulteriore arretrato in proporzioni molto pesanti, peraltro accresciute dai casi che scaturiranno dalla ripresa delle attività economiche e sociali.

Se è vero che la giustizia penale è una delle funzioni primarie e irrinunciabili di qualsiasi Stato, per prima cosa è necessario un impegno corale per contenere i danni già subiti e per ripartire su nuove basi, come sta avvenendo in tanti altri campi.

Ma questo non sarà sufficiente. L’intera organizzazione della giustizia dovrà saper trasformare questa crisi in opportunità, cogliendo l’occasione del cambio di prospettiva che la pandemia impone, fermo restando il limite invalicabile dei principi propri dello Stato di diritto, fissati dalla Costituzione, dato che in questo settore sono in gioco interessi vitali del cittadino, a cominciare dalla libertà personale. Non a caso, di fronte all’opposizione dichiarata degli avvocati e alle perplessità espresse da buona parte della magistratura, il Governo ha rinunziato quasi del tutto all’udienza da remoto, ritenuta inidonea ad assicurare il livello minimo di garanzie per una decisione giusta. Una scelta che ritengo frutto di saggezza.

Serve quindi una riflessione condivisa sulle possibilità offerte dall’informatica, su cui molti ripongono grandi aspettative, con l’attesa di risultati quasi miracolosi. Io non sono così ottimista e proprio in queste settimane abbiamo constatato come nella giustizia penale lo smart working e, più in generale, il ricorso all’informatica abbiano fatto registrare risultati meno positivi che altrove. Per la carenza delle risorse disponibili, materiali e di personale, ma anche per i limiti, sopra accennati, imposti dalla materia trattata. Restano tuttavia spazi molto ampi per l’uso delle nuove tecnologie e sarà l’esperienza concreta a suggerire nuovi campi di intervento e nuove iniziative, che richiederanno a tutti, uffici giudiziari e avvocati, la disponibilità ad assumersi nuovi impegni e nuove responsabilità.

Sarà anche necessario che, nell’enorme sforzo economico in atto nel Paese, si tenga conto delle esigenze dell’amministrazione della giustizia, fattore decisivo anche per la ripresa economica: e al primo posto di tali esigenze c’è l’assunzione di personale amministrativo giovane e qualificato.

Nell’indicato cambio di prospettiva è forse giunto il momento per compiere alcuni passi che competono a Governo e Parlamento, che sarebbero tuttavia agevolati se dai protagonisti del processo provenissero indicazioni comuni, nella consapevolezza condivisa che nessuno trae giovamento dalla paralisi che si è determinata.

Il primo passo, fondamentale, è la immediata e radicale riduzione del numero dei reati, attraverso un’ampia depenalizzazione. Oggi la sanzione penale è prevista per fatti di scarso rilievo, che in altri Paesi europei sono illeciti amministrativi definiti rapidamente, mentre da noi impegnano tre gradi di giudizio. È uno degli effetti perversi del panpenalismo dilagante in questi anni, per cui la sanzione penale non è l’extrema ratio cui ricorrere quando nessun altro rimedio è efficace ma, al contrario, è la sola risposta a problemi cui la politica o l’economia non sanno provvedere e che vengono così scaricati sulla giustizia penale, addossandole oltretutto la responsabilità dell’inevitabile fallimento.

È un fenomeno culturale ormai diffuso. Lo vediamo ogni volta che si reagisce a un dramma o a un problema chiedendo – o, peggio, facendo chiedere alle vittime – di “fare giustizia”, di “trovare il colpevole e mandarlo in carcere”, magari per sempre. In un primo momento, per fare un esempio, erano state considerate reati anche le violazioni ai limiti di movimento imposti per frenare il contagio. Poi, per fortuna, ci si è resi conto dell’assurdità della scelta che avrebbe portato a decine di migliaia di procedimenti da chiudere, chissà quando, con la condanna a pagare una piccola somma. E così si è tornati all’illecito amministrativo. Occorrerebbe, e da subito, l’impegno convergente delle forze politiche per invertire la tendenza a introdurre sempre nuove figure di reato. In questo modo, fra l’altro, sarebbe più facile verificare che le procure si muovano secondo criteri di priorità trasparenti e comprensibili.

Il secondo passo dovrebbe essere l’introduzione di modifiche realmente incisive del sistema processuale introdotto dal Codice di procedura penale del 1989, avendo ben chiaro “il” problema: non si è mai realizzata la condizione base per il suo successo e cioè che almeno l’80% dei processi venisse definito con i riti alternativi (abbreviato, patteggiamento, ecc.). È sotto gli occhi di tutti che le cose sono andate diversamente e che i tempi si sono allungati a dismisura, per cui l’istruzione dibattimentale è spesso una mera fictio, con i testimoni convocati quando ormai non ricordano nulla e finiscono per “recitare” verbali e atti risalenti a molti anni prima.

Il sistema non regge più nemmeno il dispendio di risorse imposto dalla contraddittorietà di un primo grado in cui tuttora avviene (meglio: viene ripetuto) davanti al giudice perché “solo così si può arrivare a una decisione giusta”, seguito però da un giudizio di appello che riesamina e giudica sulla base dei soli atti scritti.

Sono tutte questioni complesse, ma è possibile introdurre modifiche incisive, che non tocchino garanzie importanti e che consentano l’utilizzo ottimale delle (scarse) risorse disponibili: gli spazi ci sono e sono stati indicati molte volte da più parti. Tra gli altri, l’aumento dei riti alternativi, la limitazione dei casi di appello, la semplice acquisizione da parte dei giudici del dibattimento degli atti rispetto ai quali l’escussione del teste non apporterebbe alcun elemento di novità, il rinvio a giudizio solo se esistono fondate probabilità di condanna (senza, però, che si gridi allo scandalo o all’insabbiamento per le richieste di archiviazione poco gradite, magari dopo anni di indagini infruttuose), l’eliminazione di adempimenti che l’esperienza ha dimostrato spesso del tutto inutili. Fondamentale sarà pure l’espletamento, con le necessarie cautele, di un numero crescente di atti mediante videocollegamento, come già prevedono alcuni protocolli stipulati su base locale tra avvocati e magistrati.

Naturalmente, cambiamenti così incisivi troveranno gli stessi ostacoli finora rivelatisi insuperabili da parte dei sostenitori dello statu quo, presenti in tutte le categorie del mondo della giustizia, che rivendicano traguardi idealizzati, tanto affascinanti quanto irraggiungibili.

Ma credo che la nuova situazione non lasci più spazio a queste posizioni. Un osservatore tanto prestigioso quanto insospettabile, Franco Coppi, ha lucidamente descritto in una intervista di qualche mese fa alcune di queste problematiche e auspicando che si trovi il coraggio di «riesaminare la situazione […] mettendosi attorno a un tavolo».

Tutti insieme, aggiungo, senza tabù né pregiudizi.

 

Scopri il libro:

Voci ebraiche, voci italiane

Massimo Giuliani | Avvenire | 21 maggio 2021

Nell’uso comune la parola ghetto è sinonimo di reclusione, marginalità, persino discriminazione. E in effetti, dal primo ghetto, quello creato a Venezia nel 1516 e poi adottato dallo stato pontificio nel 1555, lo scopo di questa istituzione tipicamente italiana era quella di isolare gli ebrei dai cristiani, affinché questi ultimi non venissero tentati di giudaizzare e la loro fede non venisse messa in dubbio da idee e prassi religiose (quelle ebraica) ad un tempo così vicine e così lontane dalla loro. Evitare le tentazioni, non solo teologiche ma anche sessuali, e specie di notte: ecco il fine principale a cui servivano i pesanti portoni con cui venivano chiusi a chiave quei claustri, allora detti anche serragli o recinti. Così quando, con l’ingresso dei piemontesi a Roma nel 1870, quei portoni vennero definitivamente rimossi dall’area del Portico d’Ottavia, i ghetti assunsero la valenza di simboli antigiudaici, vera e proprie cifre della repressione papale, e la loro storia per lungo tempo venne avvolta da schemi storiografici dettati dalle ideologie con i loro inevitabili stereotipi.

Tuttavia da alcuni decenni gli storici (ebrei e non ebrei), lavorando negli archivi, esplorando le genealogie familiari e dissodando la cultura materiale della vita ebraica ghettizzata, hanno riportato alla luce un quadro assai più complesso, composto di ombre certamente ma anche di luci, dove alle azioni seguono reazioni, tra decreti e norme si insinuavano eccezioni ed esenzioni, con interazioni attive e intense che non si lasciano ridurre ai pur rigidi regolamenti che avrebbero dovuto, al condizionale passato, sancire la totale separazione tra ambiente cristiano e mondo ebraico, salvo i momenti in cui quest’ultimo era costretto ad ascoltare le prediche dei alcuni frati a scopi conversionistici. Quella separazione c’era e al contempo non c’era, fissata un in recinto urbanistico ma non sempre nel tessuto umano, di suo natura fluido, che a quella recinzione doveva corrispondere, e che variava poi da ghetto a ghetto, da città a città, sotto i i più diversi sovrani.

Facciamo qualche esempio. Gli storici ci raccontano che nei ghetti gli scambi erano continui, nonostante tutto, specie per ragioni economiche: costretti alla sola compravendita di abiti e tessuti usati, gli ebrei dovevano procurarseli negli “hospitali” dove la gente moriva. Fatichiamo oggi a capire che quegli indumenti di riciclo allora era un business serio e prezioso, che metteva il ghetto al centro di un commercio necessario per tutti, ebrei e non ebrei, che esponeva dunque i due gruppi religiosi a contatti quotidiani. Idem per le derrate alimentari, che fossero i cereali per i forni del pane oppure il pesce e ancor più la carne. Al riguardo, le regole alimentari ebraiche prevedono la macellazione rituale e i macellai erano una categoria speciale, quasi una casta, che necessitava di una licenza rabbinica e aveva il controllo della principale fonte di proteine nel ghetto. Ma procurarsi gli animali da macello li esponeva a rapporti molteplici con l’esterno, soprattutto con i macellai non ebrei che lavoravano nella medesima filiera. Anche qui scambi continui, che regolavano l’equilibrio di domanda e offerta nella vita cittadina, specie quando la domenica i negozi cristiani erano chiusi ma quelli ebraici nel ghetto erano aperti: il va e vieni era senza sosta, e così le conversazioni, le frequentazioni, le idee, le merci, i crediti (e i debiti)… a dispetto del recinto.

Per oltre tre secoli, cruciali nello sviluppo della modernità, quando andò formandosi la società e soprattutto la cultura dell’Italia post-rinascimentale (sebbene veicolata in dialetti locali e in forme politicamente frammentarie), gli ebrei furono attori e non meri spettatori, artefici e non elementi passivi di quel tessuto economico-culturale che servì da base al processo di unificazione nazionale. Se dal gruppo di macellai e panettieri ci si sposta a quello di letterati e musicisti, di editori e banchieri, il quadro delle interrelazioni tra i due mondi si diversifica e intensifica ancor di più, e ci fa dimenticare, almeno per alcuni aspetti, la “storia lacrimosa” nella quale, secondo lo storico Salo Wittmayer Baron, le vicende degli ebrei in Europa sono state, in modo a volte sbrigativo, avvolte.

È questa la nuova prospettiva che guida l’ultimo lavoro di Germano Maifreda, docente di Storia economica alla Statale di Milano, che cerca di mostrare come nella nostra penisola quella ebraica non sia stata una storia altra rispetto alla storia della maggioranza degli italiani; come nei vissuti concreti vi fossero meno steccati di quelli che immaginiamo oggi; che le influenze (persino religiose) erano mutue e diversificate e gli scontri, altrettanto frequenti, non impedivano accordi e collaborazioni. I ghetti, ricorda Maifreda, erano organismi complessi, perché luoghi di vita di donne e uomini che interagivano in tessuti urbani nei quali le “relazioni verticali” (con i sovrani, i magistrati, gli esattori delle tasse) non erano più importanti delle “relazioni orizzontali”, tra pari grado, indipendentemente dalle appartenenze di fede e di ceto. In parte, infatti, i ghetti furono vissuti anche come luoghi di protezione contro facinorosi e criminali, spazi quasi-intimi e necessari a rafforzare identità e costumi, che facilitavano il rispetto delle norme rituali e utili infine allo stesso controllo sociale intraebraico.

Nel suo volume Maifreda raccoglie il frutto di decennali ricerche storiche, citate a livello mondiale, nelle quali si sono distinti studiosi come Michele Luzzati e Kenneth Stow, Anna Foa e Giacomo Todeschini, Anna Esposito e Marina Caffiero per non citare che i nomi più noti. Grazie a loro la storia dei ghetti si è illuminata mostrando che, pur nelle difficoltà del pregiudizio antiebraico della maggioranza e tra politiche che “usavano” gli ebrei, questi ultimi trovarono sempre modi e spazi per reagire e negoziare, preservare la propria identità e difendere quei pochi diritti che pure le leggi lasciavano loro, insomma per vivere e non solo sopravvivere. Del resto, erano mediamente più istruiti del resto della popolazione e ciò costituì un vantaggio quando poterono accedere finalmente agli studi accademici. E come Maifreda spiega con dovizia di casi, anche la condizione femminile nel mondo ebraico era migliore che nel mondo cristiano, per via della consuetudine non solo di far studiare le ragazze, almeno un poco, ma anche di riconoscerle come soggetti giuridici ed economici, ben prima che ciò avvenisse nella società in generale.

Certo, se vi è una lezione sintetica è questa: non si deve generalizzare; espressioni come “gli ebrei” o “i cristiani”, storicamente parlando, sono fuorvianti; dietro le generalizzazioni si annidano spesso iper-semplificazioni o addirittura stereotipi. Si pensi al tema dell’usura, una prassi diffusa in tutta la società proto-moderna ritenuta tipica del mondo ebraico, quando invece agli ebrei fu richiesto di far prestito (a tassi controllati) dalle autorità pubbliche proprio per arginare quella piaga tra cristiani; o si pensi a rapporti tra ebrei e massoneria, ancor oggi più oggetto di fantasticherie che di accurate ricerche storiche.

C’è dunque ancora molto da indagare. Nel volume di Maifreda abbondano le domande e le questioni aperte, segno che tale impostazione va nella direzione giusta.

 

Scopri il libro:

Maria Giuseppina Muzzarelli racconta “Madri, madri mancate, quasi madri”

“L’esperienza di essere madri nel lungo Medioevo occidentale presenta molte sfaccettature e altrettante varianti, tutte culturalmente e socialmente determinate. Molti condizionamenti, di diversa portata, hanno inciso sulla più semplice delle relazioni fino a modificare in profondità il ruolo della madre e la rappresentazione di esso. Indagare le molteplici forme assunte dalla funzione materna nel Medioevo ci aiuterà a capire i vari modi di impersonare questo ruolo, nonché le valutazioni suscitate dalle figure di alcune madri particolari di cui è possibile ricostruire la storia.

All’origine di questo libro non c’è una tesi, ma una serie di domande e dubbi. Pensiamo ad alcuni modi attuali di concepire la maternità. Sono davvero così inediti? Madri surrogate, famiglie allargate e madri alle prese con i sensi di colpa quando non intendono rinunciare alla carriera: sono questioni solo dell’oggi?”

In Madri, madri mancate, quasi madri la storica Maria Giuseppina Muzzarelli ci accompagna in un medioevo al femminile lontano da stereotipi.

 

Da Christine De Pizan, la prima intellettuale di professione, fino alla potente Matilde di Canossa, il libro ripercorre sei storie di donne accomunate da un rapporto complesso con la maternità, ora realizzata, ora mancata, ora soltanto ideale: donne e madri capaci di reinventare il proprio destino.

 

 

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Barbero, Bauman, Mazzucato, Le Goff, Mancuso… Non devi scegliere, si può avere tutto!

 

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 *escluse le novità degli ultimi sei mesi

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

Afghanistan. Mentre vengono annunciati i componenti del nuovo governo dell’Afghanistan, rileggiamo il libro che Valerio Pellizzari scriveva dieci anni fa, come a marcare un inconsapevole punto di mezzo, un checkpoint, tra gli eventi del 2001 e la crisi di questo 2021. In battaglia, quando l’uva è matura è il racconto intenso di un Afghanistan sul doppio binario della Storia e delle storie, un mondo dissociato tra aquiloni e kalashnikov, tra giardini segreti curati con amore e attentati brutali, tra vendette tribali e nevrosi del mondo digitale.

«Sopra la vecchia fortezza color fango di Kolola Pushta, sopra il forno, la moschea, la scuola, le ceste di meloni esposte sulla strada, i letti di legno appena finiti dal falegname, incombe un enorme involucro, un aerostato, un dirigibile color topo, che si muove lento, silenzioso, circospetto come un animale da preda. Lo sfondo unico, incantato, delle montagne e del cielo è disturbato, sfregiato, da questo pallone gigante. […] È carico di telecamere e di sensori elettronici che scrutano la vita quotidiana di questo piccolo quartiere e dell’intera città, senza chiedere e spiegare nulla ai suoi quattro milioni di abitanti. Quegli occhi artificiali riferiscono a un personaggio sconosciuto, in un ufficio sconosciuto, in una località sconosciuta di un paese straniero ignoto, lontanissimo, oltre l’oceano.
L’occhio del Grande fratello si interessa a un paese popolato in gran parte da contadini, pastori, venditori ambulanti, nomadi, profughi. Composto anche in misura minore da commercianti intraprendenti, da mullah spesso senza cultura, da funzionari civili mal pagati, da guerriglieri instancabili e facilmente infiammabili.
Solo due su dieci tra questi abitanti adulti sanno leggere e scrivere. Gli altri non conoscono la differenza tra le parole mongolfiera, aerostato, dirigibile, zeppelin. Ma tutti sanno che quell’enorme pallone sopra le loro teste non è innocente, non studia l’aria, il vento, la pioggia, la temperatura, ma spia i loro gesti e i loro movimenti. Sanno anche che lo hanno portato i soldati stranieri, in questo paese formato da zone desertiche, montagne impervie, vallate verdissime, fiumi impetuosi, spazzato da venti improvvisi, con estati bollenti e inverni gelidi.»

→ Pellizzari, In battaglia, quando l’uva è matura

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Vaccini. Secondo quanto ricostruito da Reuters, mentre in Italia e in molti altri paesi si parla di terza dose, il numero delle dosi previste per il 2021 dal programma COVAX per i paesi più in difficoltà sarebbe stato tagliato di circa il 30%.

→ Florio: “Brevetti sui vaccini: le (tante) ragioni di Biden”
→ Duflo: “Sì ai brevetti liberi ma anche più dosi per i Paesi poveri”
→ Morozzo della Rocca, La strage silenziosa

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Aborto. In vigore dal primo settembre in Texas la legge sull’aborto più restrittiva degli Stati Uniti, che vieta l’interruzione di gravidanza una volta rilevata l’attività cardiaca embrionale, a circa sei settimane, e non prevede eccezioni nemmeno in caso di stupro.
«La cosa più grave» riporta L’Espresso, «in quanto crea un precedente pericoloso, è che il “Senate Bill 8”, chiaramente anti costituzionale come ha sottolineato lo stesso presidente Biden, è stato pensato proprio per evitare ricorsi e successivi blocchi, garantendo ai cittadini di fare rapporto sui medici che infrangono la legge.
Le denunce, dunque, possono arrivare da un infermiere, da un impiegato della clinica o persino dal conducente di un taxi».

Intanto, nella vicinissima Repubblica di San Marino, il 26 settembre si terrà un referendum per la depenalizzazione dell’aborto.

→ MacKinnon, Le donne sono umane?
→ Butler, Questione di genere
→ Duby-Perrot, Storia delle donne in Occidente. Il novecento

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Ex Jugoslavia. Racconto la guerra perché non ho altra scelta
Questo articolo di Zoran Žmirić, tradotto da Internazionale, fa parte di una serie dedicata ai trent’anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cominciata nel 1991.

«Capisco e accetto che per molte persone la guerra sia la cosa più eccitante che hanno vissuto. Di fronte a queste persone, con un certo imbarazzo ammetto che non è il mio caso.
La donna che mi ha sempre atteso ha detto “sì”. Non c’è nulla di paragonabile. Nessun altro mi avrebbe aspettato come ha fatto lei. Ha atteso il mio ritorno dall’Esercito popolare jugoslavo. Ha atteso il mio ritorno dalla guerra. Ha aspettato il mio ritorno dall’ospedale, dopodiché ha aspettato che fossi del tutto guarito. E poi ha aspettato che tornassi a essere me stesso, l’uomo che, mi ha detto, quando l’ha visto per la prima volta a una festa, le ha fatto tremare le ginocchia. Credo stia ancora aspettando quell’uomo, che non è mai tornato.
Quell’uomo è rimasto bloccato da qualche parte, nella tarda pubertà, alla fine di un’estate che doveva durare per sempre. Un altro uomo è tornato al suo posto e, invece dell’estate infinita che non eravamo destinati ad avere, abbiamo ottenuto quello che abbiamo ora e che sarà, fino alla fine.»

→ Colombo, Guerra civile e ordine politico
→ Kershaw, L’Europa nel vortice

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Viaggi. La nuova vita dei treni di notte – RivistaStudio

«“Cinema’s enduring love affair with the sleeper train” è un articolo del Guardian risalente al 2014, appena accennato e troppo sintetico, dedicato a tutte quelle volte che il grande schermo ha romanzato le cuccette, romanticamente “i treni di notte”, più intimi di un aereo, più spaziosi di una macchina e quindi perfetti per accogliervi le storie che lì dentro sarebbero nate o finite.
[…] E nonostante nella realtà di storie simili, almeno quelle sentimentali e con il lieto fine, è probabile non ce ne siano mai state e le tratte notturne decisamente costose da gestire e abbandonate dai viaggiatori per i voli a basso prezzo siano state interrotte dalle compagnie ferroviarie, mentre l’Europa affrontava la pandemia lo scorso anno, quelle stesse compagnie hanno iniziato a raccogliere segnali indicativi che una nuova alba per questi viaggi si stava avvicinando.
[…] Enduring love, quindi, ma anche un’opportunità per ridurre le emissioni di carbonio e dare nuova vita alle cuccette una volta quasi predisposte per passare notti infernali, e persino un primo passo verso la Trans Europe Express 2.0 proposta dal ministro dei Trasporti tedesco Andreas Scheuer, recuperando quella “Trans Europe Express” cantata dai Kraftwerk, con i treni con la livrea crema e rossa e la sigla TEE che hanno rappresentato uno dei pilastri su cui è nata l’Europa unita.»

→ Pace, La libertà viaggia in treno
→ Magrelli, La vicevita
→ Mystery train, un podcast in quattro puntate

“Sì ai brevetti liberi ma anche più dosi per i Paesi poveri”

Francesco Manacorda | la Repubblica | 7 maggio 2021

Esther Duflo insegna al Massachussets Institute of Tecnology, a Boston. A soli 47 anni, nel 2019, è diventata il più giovane premio Nobel per l’Economia nella storia per i suoi studi sperimentali sulla povertà. L’assenza di solidarietà dell’Occidente verso i Paesi poveri di fronte alla pandemia — dice l’economista di cui in questi giorni uscirà per Laterza Lottare contro la povertà — la lascia esterrefatta: «Non so come facciano i leader mondiali a guardarsi ancora allo specchio».

Professoressa, Biden che chiede la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini va nella giusta direzione?

«Sì, mi pare una buona cosa. Non sappiamo ancora se porterà alla sospensione di quei diritti, ma di sicuro aumenta la pressione sulle società farmaceutiche e le spinge a trattare e a condividere i loro brevetti. Segnala il primo vero, grande passo fatto dagli Stati Uniti e dall’Europa. È vero, per ora sono solo parole, ma sono parole con un peso».

Solo parole, dice lei. E nei fatti l’Occidente come si è comportato verso il mondo più povero?

«Ogni Paese si è richiuso in se stesso, fatta salva la collaborazione all’interno dell’Unione europea. Ciascuno ha prima chiuso le frontiere e poi ha evitato di aiutare i Paesi più poveri. Il risultato è che i Paesi ricchi hanno stanziato circa il 20% del loro Pil per aiutare le economie nazionali, quelli poveri solo il 2%. Si può pensare che all’inizio della pandemia ciascun Paese fosse atterrito e si può forse capire il loro restare immobili. Ma poi, con l’arrivo dei vaccini, è successa la catastrofe».

Cioè?

«È stata creata subito Covax, grazie a organizzazioni internazionali e a individui come Bill Gates, per dare i vaccini ai Paesi poveri. Ma poi a Covax sono state consegnate meno di 50 milioni di dosi invece dei due miliardi di dosi almeno che erano necessarie».

Qualcuno le direbbe che è normale che in una pandemia ciascun Paese pensi a se stesso…

«Mostrando una miopia senza precedenti. Lo sforzo economico per aiutare i Paesi poveri sarebbe stato irrisorio: per far arrivare in quei Paesi 2 miliardi di dosi di vaccini ci vorrebbero 29 miliardi di dollari. Diciamo pure che ci vogliano 4 miliardi di dosi, con una spesa di poco superiore ai 50 miliardi. Ci rendiamo conto di quanto poco siano rispetto alle migliaia di miliardi che i soli Stati Uniti stanno mettendo nel loro piano di ripresa?».

Mancanza di solidarietà, dunque.

«Ma anche scarsissima lungimiranza. Quel che sta accadendo in India è una catastrofe umanitaria, non un problema dell’India o dell’Asia, ma del mondo. Quei 300 mila casi al giorno significano varianti diverse e più difficili da combattere, che sono già presenti in Europa. E chi ci assicura che ora non accadrà lo stesso in Africa?».

Come si spiega quanto sta succedendo nelle dinamiche tra Paesi ricchi e poveri?

«Non me lo spiego. Tutte le belle parole che si potevano dire sono state dette. “Siamo tutti nella stessa barca”. “Aiutare i Paesi più poveri è un imperativo morale”. L’hanno detto Biden, Merkel, Macron. E poi non hanno fatto nulla. E incredibile la distanza tra le parole e i fatti, un fallimento morale senza precedenti. I governi e le opinioni pubbliche dei Paesi più ricchi sono evidentemente così concentrati sul loro ombelico da non capire la portata globale della crisi».

Che eredità ci lascia la pandemia?

«Almeno due conseguenze. La prima è un’attitudine differente sul ruolo che possono avere i governi nell’affrontare emergenze. Si è capito che di fronte a episodi come questo c’è bisogno di governi forti per imporre lockdown e aiutare i cittadini. La seconda conseguenza, ancora da verificare, è una presa di coscienza generale dei rischi climatici. La pandemia è una catastrofe ambientale annunciata dalla scienza, ma a cui nessuno aveva prestato attenzione. Succede lo stesso per la crisi climatica, che adesso potrebbe essere più concreta ai nostri occhi. Ma anche in questo caso il comportamento dei Paesi ricchi sarà stato dannoso».

Perché?

«Abbiamo dimostrato che i governi possono essere forti e solidali, ma che la solidarietà si ferma ai confini nazionali e perché per combattere i cambiamenti climatici con accordi internazionali avremo bisogno anche dei Paesi più poveri. Dopo che ci hanno visto dire una cosa e fare l’esatto contrario non penso che si fideranno molto dei nostri impegni».

 

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San Francesco: adolescente, arlecchino, teppista

Figlio, santo, poeta, cavaliere, riformatore. San Francesco è stato tutto questo e anche molto di più: senza dubbio la più grande figura religiosa e spirituale della storia italiana. Come in un caleidoscopio, la sua vita ci permette di comprendere meglio gli uomini e le donne del medioevo: qui un estratto da L’avventura di un povero cavaliere del Cristo, il nuovo libro di Franco Cardini.

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L’età di Francesco in quel torno di tempo corrispondeva a quella in cui, nelle tradizioni cavalleresche allora in uso in Europa – che, intendiamoci, variavano di luogo in luogo e di tempo in tempo: ma non troppo –, il domicellus compiva il suo tirocinio per giungere infine a ricevere la cintura di miles. In una società in rapida evoluzione, egli apparteneva a un ceto potenzialmente ascendente, con l’ambizione e la necessità di adeguarsi al rango e al «genere di vita» dell’oligarchia consolare, costituita dopo i fatti del 1198 in tutto o in massima parte di populares: al di là della nascita o degli averi, quel gruppo emergente o prominente era infatti caratterizzato dalla diffusione delle forme culturali, cioè di un «genere di vita» aristocratico.

Si stava in quegli anni, tra la fine del XII e i primi del XIII secolo, assistendo a un processo d’integrazione tra ceti sociali diversi che senza dubbio non escludeva – al contrario! – attriti, tensioni e addirittura violenze, ma che era favorito da una sostanziale omogeneità culturale e politica delle aristocrazie cittadine e del ceto dominante d’origine popolana, presupposto del quale era la penetrazione del costume, della cultura e del «genere di vita» cortesi-cavallereschi in ambienti quali quelli «dei notai e dei giudici che frequentavano gli Studi e le corti signorili, e dei mercanti che vivevano accanto ai nobili nelle cariche cittadine, nelle società e nell’esercito comunale».

Il figlio del mercante Pietro di Bernardone – abbastanza colto, dotato senza dubbio di parecchio fascino personale nonostante l’aspetto fisico non prestante, soprattutto ricco abbastanza da fare le spese per tutta una «brigata» di giovani gaudenti – aspirava non solo a vivere nobilmente, ma addirittura a far proprio il modus cogitandi del ceto al quale intendeva socialmente assimilarsi: al punto da divenire per i suoi compagni, membri naturali di quel ceto, maestro di tale modus, interprete di cortesia e di «gaia scienza». Sapeva cantare, suonare, danzare, corteggiar le donzelle dei casati dei boni homines suoi amici o clienti (e debitori?) di suo padre; aveva viaggiato, lui figlio di mercante, più dei figli dei milites, l’orizzonte dei quali era incollato alla torre avita e alle colline circostanti; conosceva forse un po’ gli idiomi oltralpini; sapeva abbastanza di Carlo imperatore, di Rolando, della Tavola Rotonda. E la sua passione per la dignità cavalleresca lo avvicinava al personaggio forse più affascinante della letteratura arturiana: a quel Perceval che forse egli conosceva nel nome attribuitogli dal romanziere Chrétien de Troyes, al «puro folle» il cui unico amore – racconta il Conte du Graal che gli è dedicato – sono i cavalieri e che, incontrandone alcuni nel bosco, li crede angeli. Né il padre lesinava il suo denaro per favorire i sogni cavallereschi del figlio, che a suo avviso avrebbero potuto tradursi in termini concreti e cittadini di ascesa sociale, prestigio, buone amicizie e scelta clientela, magari anche di nobile accasamento. Quello era del resto un tempo di nuovi ricchi non meno che di nuovi poveri: come il cavaliere caduto in miseria al quale Francesco, ripetendo un gesto tradizionale di cortesia, avrebbe donato come vedremo il ricco mantello che indossava.

Ma questa prima fase della carriera del giovane, brillante figlio del mercante Pietro fu interrotta dalla forza degli eventi. Nell’ottobre del 1201 le milizie di una lega formata dagli abitanti di Foligno, Assisi, Spello, Bevagna, Nocera e Fabriano mossero contro la città dominante dell’area, Perugia, dove avevano trovato rifugio da ormai tre anni i boni homines assisani costretti o indotti a scegliere la via dell’esilio. Tra gli esuli, volontari o meno, poteva esserci la potente consorteria dei signori di Sasso Rosso e di Coccorano, figli di messer Offreduccio di Bernardo o Bernardino, ch’era già morto nel 1177. Capo del casato era adesso l’irruento messer Monaldo, sire di Coriano; accanto a lui il fratello Favarone, che dalla moglie Ortolana aveva avuto la figlia Chiara, una bambina di circa sette anni quando scoppiò il conflitto. Per la verità, non vi sono fonti sicure ad attestare che dopo il 1198 anche la famiglia di Monaldo si fosse trasferita a Perugia, raggiungendovi gli altri aristocratici assisani in esilio: ma la cosa è tutto sommato verosimile. Quanto a Favarone, sullo scorcio fra i due secoli era con molta probabilità già venuto a mancare.

Francesco partecipò attivamente al conflitto, in particolare al forse modesto episodio della battaglia di Ponte San Giovanni presso Collestrada nel 1202, a metà strada fra Perugia e Assisi. Possiamo immaginarcelo armato ed attrezzato come un cavaliere, anche se nessuno lo aveva mai armato miles? Nel regime podestarile gestito dai boni homines i populares erano esclusi dalla militia, anzi, a rigore non facevano neppure parte del commune: quindi la presenza di un popularis in armi e a cavallo tra giovani boni homines non sarebbe stata de iure ammissibile. Tuttavia ciò poteva de facto ben accadere sulla base di rapporti d’amicizia e di accordi interfamiliari: quale pater familias d’illustre lignaggio avrebbe rifiutato una cortesia del genere al figlio di un suo creditore (dal momento che una delle attività di Pietro di Bernardone doveva con ogni probabilità essere anche quella feneratizia)? D’altro canto, certe esclusioni formali dovevano essere venute a cadere con il moto del 1198.

Comunque gli assisani e i loro alleati ebbero la peggio: nobili e non-nobili furono catturati insieme. Ma in quali circostanze, francamente non lo sappiamo: davvero in combattimento? In tal caso bisogna acconciarsi all’idea che il giovane mercante che amava abbigliarsi da arlecchino avant la lettre, cucendo secondo un bizzarro uso cortese pezze di stoffa ruvide e rozze su abiti preziosi, dopo aver giocato al nobile cavaliere per le vie e per le strade di Assisi abbia anche impugnato le armi e magari perfino ucciso. A meno che non s’ipotizzi una cattura verificatasi non in battaglia, bensì durante qualche fortunato raid di nobili perugini (guidati, perché no?, da assisani esuli in Perugia e desiderosi di rientrarvi) vòlto a catturare ostaggi di qualità per usarli come oggetti di scambio. Una ragione di più perché i perugini e i loro alleati assisani badassero bene a tener Francesco segregato dai populares sistemandolo piuttosto insieme con gli aristocratici e comunque con gli «ospiti di riguardo», merce preziosa da restituire intatta a chi avesse pagato il riscatto. Gli sconfitti rimasero a quanto pare prigionieri almeno un anno. Chissà se a Perugia Francesco ebbe modo d’incontrare in qualche modo qualche giovane appartenente alla cerchia dei maiores che poteva già aver conosciuto al tempo delle liete brigate assisane, per quanto se ne fosse poi andato in esilio col padre in seguito ai fatti del 1198: alludiamo a Rufino, cugino di Chiara.

Anche durante la prigionia le doti di generosità e di cortesia del figlio di Pietro di Bernardone ebbero comunque modo di palesarsi: e l’esperienza fatta con i milites assisani, proprio per la sua durezza, rinsaldò vecchie amicizie e forse ne creò di nuove. Ciò dovette riempirlo di gioia e d’orgoglio, mentre schiudeva dinanzi a lui anche prospettive che non si sarebbe aspettato.

Infine un accordo tra maiores e minores, nel novembre 1203 – ne è espressione la carta pacis – portò alla liberazione dei prigionieri assisani. Ciò non risolveva ancora del tutto il conflitto con Perugia né sopiva le lotte interne; ad esse si aggiungeva anzi, poco dopo, l’interdetto papale sulla città, fulminato e poi ritirato nel fatale 1204, l’anno della presa crociata di Costantinopoli. Ad ogni modo la sia pur problematica convivenza cittadina tra maiores e minores riprese: e con essa anche quella che sembrava la bella vita delle societates iuvenum, forse turbata sempre più dalla fatale dinamica delle violenze e delle faide ch’erano in realtà fisiologiche rispetto alla loro natura «gioiosa» – una «gioia» fatalmente materiata di prepotenza, di violenza, di sopruso –, ma anche suscettibile di riconciliazioni e di nuove alleanze che a quelle violenze erano funzionali anziché contrapposte. Al di là delle spettacolarizzazioni festose e festive, i comitatus feudosignoriali e le societates o «brigate» cittadine, con i loro riti e le loro insegne, si presentavano e si comportavano secondo moduli che sul piano storico sembrano singolarmente statici e monotoni, mentre su quello antropologico mantengono una formalizzazione straordinariamente coerente in culture differenti tra loro al di là della loro apparente anomia: i mitici, semiferini gandharva vedici, precursori dei centauri ellenici, sono divini teppisti non meno dei fin troppo umani destructores descritti da Agostino d’Ippona, dei nobili attaccabrighe Montecchi e Capuleti della Verona comunale reinterpretati da Shakespeare, degli Hell’s Angels di Chicago, degli Hooligans di Liverpool, dei Bloods e dei Crips dei Colours della New York o della San Francisco del Novecento, dei čelovieki delle cosche mafiose dell’Arbat di Mosca, dei ragazzi della «Triade» di Hong Kong o della «Yakuza» di Tokyo, dei «guagliuncielli» della Gomorra di Scampia o dei «picciotti» di Palermo. Non per nulla simboli «medievali», o «religiosi», o immaginati come tali, circolano ancor oggi – anzi sono in pieno revival – in tutte queste «società di giovani».

 

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Turisti per forza. Dal Grand Tour al Louvre.

È Alberto Mario Banti a chiudere  “Le smanie per la villeggiatura”, la rubrica estiva della pagina Facebook Lezioni di Storia Laterza.

Domenica dopo domenica, la rubrica ha accompagnato i lettori alla scoperta del significato delle ‘vacanze’ e dei viaggi in diverse epoche e contesti storici, dall’antica Roma alla Germania della DDR, dai Greci dell’Odissea al Medioevo, fino all’avvento del turismo di massa, con gli scritti di Simona Colarizi, Alberto Mario Banti, Laura Pepe, Massimiliano Papini, Maria Giuseppina Muzzarelli, Alessandro Marzo Magno e Gianluca Falanga.

 

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Turisti per forza. Dal Grand Tour al Louvre

Alberto Mario Banti

 

All’origine di tutto c’è il tempo libero. Che non è un dato di natura. È un capitale sociale, che alcuni possiedono e altri no. Chiariamo meglio: in epoca medievale e moderna, il tempo libero è un privilegio delle classi alte, e in particolare delle nobiltà. Fa parte dell’insieme delle loro prerogative. E c’è un tempo libero quotidiano (una parte della giornata dedicata alla lettura, o alla conversazione, o alle visite, o alla caccia); un tempo libero stagionale (in particolare le vacanze estive, quando ci si allontana dalla città e ci si ritira in una fresca villa di campagna); e un tempo libero educativo: questo è il tempo che si dedica al «grand tour», un viaggio per i principali luoghi d’arte e di cultura dell’Europa, la matrice originaria del turismo culturale in senso proprio.

Dopodiché ci sono le differenze economiche e sociali. In epoca medievale e moderna viaggiare costa molto, sia che si faccia un viaggio relativamente breve – tipo: dalla città di abitazione alla villa di campagna –, sia, soprattutto, che si faccia il «grand tour». Ecco, questo sì che è un viaggio complicato e costoso! Partire da Londra per andare a Parigi, e poi a Baden Baden, e poi a Venezia, e poi a Roma, in un’epoca in cui si viaggia su carrozze a cavalli, o in navi a vela, è un’operazione che richiede capacità di organizzazione (evitare le strade pericolose e i briganti che vi stazionano è essenziale!), che richiede tempo, e che richiede un sacco di soldi. E così, fino grosso modo al XVIII secolo sono quasi solo i nobili che viaggiano per scopi ricreativi ed educativi. Ma poi arrivano grandi cambiamenti. Che sono di quattro tipi.

I cambiamenti politici: le radicali trasformazioni che hanno inizio alla fine del XVIII secolo con le rivoluzioni americana e francese, mutano la struttura delle gerarchie sociali, e cancellano in gran parte i privilegi legali e una cospicua parte delle ricchezze delle famiglie nobiliari; adesso altri soggetti sociali si fanno avanti e sono in grado di accumulare le risorse economiche che permettono viaggi e vacanze.

I cambiamenti sociali: il primo gruppo sociale ad emergere, nel corso del XIX secolo, è quello che raccoglie il variegato mondo delle borghesie: persone che vengono da famiglie non nobili, che si fanno strada nel commercio, nell’industria, nelle libere professioni, nella funzione pubblica, e che sono in grado di regalare alle proprie famiglie (tipicamente mogli che fanno le casalinghe, figli e figlie) il tempo libero necessario per ricrearsi e viaggiare. Ma poi ci sono anche altri gruppi sociali, sotto-privilegiati, operai delle fabbriche, contadini, braccianti, il cui numero cresce nel corso del XIX secolo, e che ingaggiano durissime battaglie con gli imprenditori e con gli Stati e le loro forze di polizia. Organizzati in sindacati, e poi – dalla fine dell’Ottocento – in partiti che allora si chiamano socialisti, usano lo strumento dello sciopero per chiedere salari migliori, orari meno disumani, condizioni di lavoro più sicure; e poi, in un percorso lungo che va dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento, e con un timing che cambia da area ad area, lottano anche per avere il fine settimana libero, per avere periodi di riposo più lunghi e infine per assicurarsi una delle grandi conquiste della modernità: le ferie pagate. Tutto questo complicato percorso fa sì che tra Ottocento e Novecento non sia più un pugno di persone che si possono permettere di viaggiare per turismo o di andare in vacanza al mare o in montagna: ma sono numeri crescenti di persone, fino a raggiungere le dimensioni di massa, fino a coinvolgere una parte predominante della popolazione.

Inoltre ci sono anche i cambiamenti economici che sono numerosissimi e fondamentali, e troppi da poter essere ricordati qui; ma una dinamica di mutamento la si deve menzionare senz’altro, ovvero il progressivo miglioramento del sistema dei trasporti: dalla diffusione della ferrovia (anni ’30 dell’Ottocento), alla utilizzazione delle navi a vapore (fine Ottocento), alla disponibilità delle automobili (inizio ‘900) e poi degli aerei per trasporto civile (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale), con costanti ondate di innovazioni tecniche e organizzative che consentono un abbassamento dei prezzi, tale da rendere progressivamente disponibili i nuovi mezzi di trasporto anche ai «social newcomers» (borghesi; ceti medi; classi operaie).

Infine contano anche le strategie della distinzione. Non tutti i luoghi di vacanza sono uguali e non tutte le vacanze valgono allo stesso modo. Intanto perché ci sono dei mutamenti culturali che cambiano radicalmente il significato sociale dei luoghi. Per esempio, fino alla fine dell’Ottocento l’esposizione alla luce del sole per le classi alte è una sorta di anatema; avere la pelle abbronzata, significa essere di classe bassa, significa dover lavorare per lunghe ore all’aperto, come i contadini, gli scaricatori di porto, i manovali. Dunque non si va al mare (le spiagge sono luoghi selvaggi e inospitali) e quando si va in campagna si usano cappelli a larghe tese e, per le signore, dei deliziosi ombrellini da sole, in modo da conservare un incarnato latteo, che è la massima aspirazione estetica. Se proprio si deve fare una vacanza salutare, si va nelle numerosissime stazioni termali, dove si raduna il «bel mondo» dell’Europa ottocentesca. Ma poi, sul finire dell’Ottocento, le nuove teorie seguite da medici che cominciano a prescrivere l’elioterapia (l’esposizione al sole per finalità curative) o la talassoterapia (i bagni di mare per la stessa finalità) fanno sì che le località di mare comincino ad essere ambìti luoghi di vacanza, soprattutto estiva, attrezzati con alberghi, resort, ristoranti e stabilimenti balneari. Poi, la voga della cura corporea e dello sport praticato apre la strada anche alle località alpine, che nel corso del Novecento diventano un luogo privilegiato di esibizione della propria preminenza sociale, anche in ragione del costo delle attrezzature per fare alpinismo, e ancor più sci alpino. Tutte queste trasformazioni aprono la strada al turismo di massa, che tutti abbiamo sperimentato (o sperabilmente, stiamo tornando a sperimentare).

È divertente, il turismo? Da un lato, sì, di sicuro. Niente è più bello che starsene sdraiati in una spiaggia assolata con una bella bevanda fresca in mano: è lì che uno realizza appieno il significato di «vacanza»: un tempo vuoto, un tempo senza impegni, e soprattutto, senza l’ansia del lavoro.

Sono faticose le vacanze? Accidenti, sì! I viaggi di trasferimento sono un incubo, e chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Solo gli stra-super-ricchi possono permettersi località super-esclusive con trasferimenti comodissimi e personalizzati. E con ciò è un po’ come se si ritornasse al Medioevo o all’Età moderna. Mentre la massa si conquista le vacanze che può, le nuove nobiltà (sportivi strapagati; star della televisione o del cinema; imprenditori di successo) godono di spazi privilegiati e inaccessibili ai più, ma molto esibiti grazie ai social, questa nuova arma di intimidazione di massa.

E poi ci sono le vacanze culturali, croce e delizia di chiunque (più croce che delizia, temo). La fatica del gran tour dei tempi moderni è descritta con una stupefacente lucidità già nel 1866 da Trollope, che nei suoi Travelling Sketches scrive dei gruppi di turisti in viaggio per il mondo: «Il pater familias sa fin dall’inizio che non si divertirà, e già vorrebbe avere terminato il viaggio ed essere libero di tornare al suo club. La mamma ha il terrore del viaggio, che le procura più apprensione che un senso di piacevole aspettativa. Non è molto felice quando papà è arrabbiato e lui di solito lo è quando si sente a disagio. Poi la gente nelle locande è spesso incivile, e lei ha orrore dei letti! E le ragazze non prevedono grandi soddisfazioni. Sanno che le attende un duro lavoro, e la paura di fare sbagli in francese non le rallegra. Ma bisogna pur partire. Non avere visto Firenze, Roma, Monaco e Dresda, non sentirsi perfettamente a proprio agio sul Reno, non essere saliti sul Rigi o avere parlato con gli scalatori alpini a Zermatt, significa essere fuori moda». E anche oggi, per le masse di turisti vaganti, dietro la guida con la bandierina che si trascina il gregge sudato per le strade di Firenze, o Venezia, o Parigi, o Madrid, l’obiettivo è poter raccontare poi al ritorno di aver fatto anche loro ciò che fanno tutti; magari senza capire nulla di ciò che hanno visto, o senza ricordare nulla in dettaglio; ma con la soddisfazione di poter ammorbare il prossimo con la proiezione delle slides nel salotto di casa, circondati dagli amici affranti; oppure inondando i Facebook altrui con le loro meravigliose fotografie: cosa non si farebbe per un selfie!

In più ci sono i disastri della cultura di massa. «Ha fatto più danni Dan Brown di un branco di vandali»: a questa sconsolata considerazione mi abbandonavo qualche tempo fa (in un periodo abbondantemente pre-Covid) durante una mia visita al Louvre. Lì, arrivato nella sala che ospitava la Gioconda, mi sono imbattuto in un fittissimo assembramento (… lessico odierno…), composto da persone di tutte le età e di tutte le provenienze, che si accalcavano davanti al quadro. C’era chi cercava di sollevare oltre le teste di chi stava davanti un telefonino, per scattare una foto. E c’era chi chiacchierava animatamente. Ma i commenti erano mediamente desolanti, tipo (giuro): «Ovvia, ora che s’è visto questo Michelangelo, si può anch’andar via» (pronuncia toscana, priva di ogni ritegno, persino nelle sonorità). Pochissimi degnavano di una pari attenzione gli altri quadri presenti nella sala, o nel corridoio, o nelle altre sale vicine. E dire che c’erano capolavori di una bellezza travolgente, dal Concerto campestre, di Tiziano (o Giorgione), a Sant’Anna con la Vergine e il Bambino, dello stesso Leonardo, a un’infinità di altri quadri di un’intensità estetica e culturale travolgenti. Dan Brown, quindi. E il suo stramaledetto Codice da Vinci. Ma di certo non tutte le responsabilità sono sue. Se uno si sposta al Musée d’Orsay, e ama gli impressionisti, e li conosce, e vorrebbe soffermarsi davanti ai capolavori che lì sono conservati, deve attendersi un’altra delusione: le sale riservate a quei pittori sono gremitissime di visitatori (… un altro assembramento… ancora!!!); il chiacchiericcio multilingue è incontrollato; le persone sembrano – nella maggior parte dei casi – avere lo stesso atteggiamento che potrebbero avere a Eurodisney: «Oh, toh, ecco Biancaneve!»; «Oh, toh, ecco il Déjeuner sur l’Herbe!»; e data un’occhiata più o meno distratta, via avanti, a riconoscere Elsa di Frozen o Olympia, che tanto fa lo stesso.

Troppo severo? Magari sì. Oppure: provare per credere, e poi ditemi cosa ve ne è sembrato.

 

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Bibliofonie: idee in musica, da Verdi ai Beatles

 

Martedì 7 settembre 2021 ore 19.00

Mantova – Teatro Bibiena

e in diretta streaming sui nostri canali

 

In occasione del 120° anniversario della casa editrice Laterza e dei 25 anni del Festivaletteratura,
un incontro di note e parole

Alberto M. Banti e Giovanni Bietti

Bibliofonie

idee in musica, da Verdi ai Beatles

Coordina Rosa Polacco. Interviene Giuseppe Laterza

Ci sono musicisti profondamente legati alle trasformazioni del loro tempo.
Attraverso le opere di Giuseppe Verdi e le canzoni dei Beatles, due storici della cultura e della musica mettono a confronto tradizione e innovazione, cultura alta e cultura pop, caratteri italiani e sentimenti universali.

 

Appuntamento quindi il 7 settembre alle 19.00:
  • al Teatro Bibiena di Mantova (ingresso gratuito con prenotazione qui);
  • in diretta streaming sul nostro profilo Facebook e sul nostro canale Youtube.

 

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