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Diaspora

Diaspora
Storia degli ebrei nel Novecento
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20182
Collana: Economica Laterza [556]
ISBN: 9788842095576
Argomenti: Storia contemporanea

In breve

«Il Novecento che racconto comincia dal 1880 circa e finisce con gli anni Settanta del Novecento. Si apre con l'emigrazione in America e si chiude con la perdita d'importanza dell'Europa e l'affermarsi sempre maggiore del mondo ebraico americano e di Israele. Due significativi momenti di cambiamento che riguardano gli ebrei tutti.»

Un libro importante per metodo e contenuti, un appassionante excursus che parte dall'ultimo ventennio del XIX secolo e accompagna l'esperienza ebraica fino ai tempi più recenti. Anna Foa dimostra lucidamente quanto la Shoah, che pure tutto travolge, sia qualcosa di ‘alieno' all'esperienza ebraica, a quella sua ricchezza e complessità di cui il '900 è testimone non meno che dell'orrore.
Elena Loewenthal, "Tuttolibri"

Uno stile avvincente. Anna Foa racconta la storia della nuova identità ebraica che si forma nel confronto con la modernità, un'identità ricca di sfaccettature e di aspetti imprevedibili che ancora attende di essere compresa e compiuta.
Lucetta Scaraffia, "Corriere della Sera"
 

Indice

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Recensioni

Corrado Ocone su: Reset (18/05/2011) Bruno Gravagnuolo su: L’Unità (19/01/2009)


Non molti lo sanno, ma l'espressione «melting-pot», che designa la mescolanza americana di etnie e culture, non è nata negli Usa, bensì in Europa. Coniata ai primi del '900 da uno scrittore ebreo inglese: Israel Zangwill. Più «prevedibile» invece un altro dettaglio, non scevro di importanza: la genesi del termine «antisemitismo». Qui siamo in piena Germania guglielmina, nel 1879, al culmine della potenza bismarckiana. Fu il giornalista Wilhelm Marr a coniare l'idea. Che come «slogan-valanga» divenne una bandiera santificata di «scienza» (pseudo-darwiniana e pseudo linguistica). Semiti dapprima erano infatti i popoli considerati di «razza» inferiore: arabi, nordafricani e mediorientali. Contrapposti agli evoluti «indoeuropei». Secondo quanto dall'inizio dell'Ottocento andavano teorizzando i glottologi germanici, in caccia di una mitologica origine «pura» delle genti occidentali. Da Marr in poi, «semiti» divengono solo gli ebrei, inchiodati per sempre a una sorta di particolarità, inquinata e indigeribile, esorcizzata con quell'«anti».

Quelle che abbiamo citato sono alcune delle cose che si trovano in un libro che ci auguriamo possa diventare un breviario storiografico di successo, in prossimità del Giorno della Memoria: Diaspora. Storia degli ebrei nel Novecento (Laterza). Lo ha scritto Anna Foa, storica all'Università di Roma, studiosa di «mentalità» e storia degli ebrei, ma anche di eretici, ateismo e magia, di Giordano Bruno e della «Peste nera». Figlia di due genitori straordinari, Vittorio Foa e Lisa Foa, entrambi ebrei laici e di sinistra, che ― come Anna ― hanno sempre guardato all'ebraismo con equilibrio e passione civile, mai stravolta da eccessi di appartenenza. E i dettagli di cui sopra li abbiamo estratti da questa opera ben altrimenti imponente, perché oltre a racchiudere la sua problematica più intima, vanno al cuore del problema stesso. Al cuore della «Questione ebraica», si sarebbe detto in altri tempi. Ma in che senso? Nel senso di una polarità acuta a riguardo, e non del tutto superata. Da un lato cioè, l'ebraismo come lievito cosmopolita della nostra intera civiltà. Al punto da inventare letteralmente (semanticamente) il melting-pot. Dall'altro, il suo contrario: l'inassimibilità della particolarità ebraica. La sua «alterità» ― feconda e controversa anche al suo interno ― e oggetto di persecuzioni «inesplicabili». Al segno di essere forzata a cercare di diventare altro da ciò che nei secoli era stata. Altro da una disseminazione inquieta (Diaspora). E a divenire «stato-nazione».

Ecco, se si volesse riassumere in breve questo libro di Anna Foa, lo si potrebbe fare così: la storia degli ebrei in Occidente, in bilico tra Diaspora e suo contrario. E se è impossibile squadernare tutta l'opera, una cosa però la si può dire: ci sono dentro tutte le questioni chiave. Senza diplomatismi o elusioni di comodo (su Israele ad esempio). C'è intanto nel volume una verità di fondo: senza l'ebraismo non vi sarebbe civiltà europea. Non vi sarebbero modernità, cosmopolitismo, critica delle ideologie, secolarizzazione, ermeneutica, avanguardie, psicoanalisi e visione scientifica della «relatività». Né ripensamento di «Atene e Gerusalemme». Non vi sarebbe stato ― come è ovvio ― il Cristianesimo. Che dell'ebraismo, suo fratello maggiore, è un ramo eretico (altresì responsabile di tanti pregiudizi «antigiudaici» che condussero alla Shoà). In una parola, non vi sarebbe Europa. Dunque, quello di Anna Foa, è un invito a considerare tutto questo. Nonché alla gratitudine verso la civiltà ebraica che è, indissolubilmente, anche la nostra. Contributo ancor più prezioso oggi. Allorché l'insolubilità del conflitto israelo-palestinese ― nel contrapporre due ragioni irrinunciabili ― rischia di rilanciare il fantasma tossico dell'antisemitismo. Il maleficio a cui le genti d'Europa, anche italiche, si consegnarono mani e piedi nel '900, distruggendo la loro stessa identità. Nell'illusione di poterla preservare «pura». All'insegna della guerra di massa, dello sterminio e della Politica di Potenza.

Lucetta Scaraffia su: Il Corriere della Sera (04/02/2009)


È più che una storia degli ebrei nel Novecento Diaspora (Laterza), il nuovo libro di Anna Foa. E non solo per lo stile avvincente, che appassiona anche chi, come me, ne ha seguito da vicino genesi e stesura. Questo libro racconta infatti la storia della nuova identità ebraica che si forma nel confronto con la modernità, un'identità ricca di sfaccettature e di aspetti imprevedibili che ancora attende di essere compresa e compiuta: «Chi è ebreo oggi?» si domanda la storica nell'ultima pagina. Scomparsa l'anima dell'ebraismo europeo, l'identità ebraica si fonda oggi su due nuovi paradigmi, la Shoah e Israele, tra gli ebrei americani e quelli che vivono nello Stato ebraico, mentre in Europa la diaspora pare «un cimitero fatto di memorie e di fantasmi», dove «un ebraismo virtuale ha preso il posto di quello reale».

Foa mette in rilievo aspetti poco noti, che fanno riflettere: uno dei più importanti, il ruolo decisivo degli ebrei dell'Est europeo, che pure erano i meno «moderni» in quanto ultimi a ottenere parità giuridica, che hanno portato negli Stati Uniti l'ebraismo ortodosso ma anche la spinta all'assimilazione, che hanno inventato il socialismo ebraico dei kibbutzim e che, a causa del loro numero imponente e della loro povertà, hanno dato la spinta definitiva a Hitler per procedere all'orrore della «soluzione finale». Ma sono anche quelli che, con l'uso di una lingua propria, l'yiddish, hanno per primi costruito una cultura solo ebraica, e perfino una tradizione iconografica particolarissima, resa celebre dal russo Marc Chagall. Ed è stato l'ebraismo russo a inventare il sionismo, cioè «l'adozione più netta dei paradigmi della modernità», che interrompe «il processo ormai avviato di integrazione e di assestamento degli ebrei nei Paesi dell'Europa occidentale, rimettendo radicalmente in discussione l'esistenza stessa degli ebrei della diaspora».

Nuova anche l'attenzione data all'esplosione culturale che si verifica nell'ebraismo europeo, finalmente emancipato, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento: «La cultura europea sembra improvvisamente fatta tutta in buona parte da ebrei». Una creatività che non si spiega solo con l'emancipazione, ma anche con la particolare affinità degli ebrei con la modernità, soprattutto nei suoi aspetti più nuovi: ebrei saranno infatti i direttori di teatri e giornali, i musicisti all'avanguardia e i protagonisti creativi del mondo del cinema. Centrale è stato il ruolo degli ebrei di cultura tedesca - basti citare Freud, Einstein, Mahler, Schönberg - poi tutti costretti a emigrare dal nazismo. La novità è anche che si tratta di una cultura priva di religione, quando non apertamente antireligiosa, che però resta ebraica nel profondo: divenuti finalmente cittadini come gli altri degli Stati europei - come dimostra l'ampia partecipazione alla Prima guerra mondiale - gli intellettuali sono spinti alla costruzione di un'identità ebraica alternativa a quella religiosa, ma altrettanto forte quanto quella.

Largo spazio, ovviamente, è riservato alla complessa costruzione dello Stato di Israele, rispetto al quale molti degli intellettuali fondatori, come Martin Buber e Gershom Scholem, avevano fin dalle origini colto le contraddizioni e individuato il problema più grave, cioè la relazione con gli arabi, che «avrebbe costituito il test morale alla luce del quale sarebbe stato giudicato il sionismo». E poco nota è la terribile responsabilità che hanno tutti gli Stati occidentali nei confronti degli ebrei che cercavano di fuggire dalla Germania dove erano sottoposti a vessatorie discriminazioni razziali e dove, poco tempo dopo, avrebbero conosciuto il genocidio: nessuno accettò di accogliere gli ebrei in pericolo, e perfino le comunità ebraiche di Palestina, pronte ad accogliere i loro fratelli, si trovarono nell'impossibilità di farlo perché i britannici temevano che gli arabi si alleassero con i tedeschi, e cercavano quindi di non irritarli con altre correnti migratorie. Davanti a questo, il problema dei silenzi sembra poca cosa.

Giulio Busi su: Il Sole - 24 ore (29/03/2009)


Il Ventesimo secolo giocò d'anticipo e cominciò già nel 1881, almeno per gli ebrei. L'uccisione dello zar Alessandro II può infatti essere considerata il vero spartiacque tra due visioni del mondo, tra un prima, in cui milioni di ebrei dell'Europa orientale avevano sperato di trovar un posto nella società maggioritaria, e un dopo di affanni, pogrom ed emigrazione forzata. Del resto, il Novecento è, per il giudaismo, il secolo dell'eccesso e della disarmonia, dell'orrore più profondo e anche delle più sorprendenti trasformazioni.

Il libro di Anna Foa sulla storia di questo tempo smodato si chiama provocatoriamente Diaspora. Ma come? La maggiore novità positiva del secolo non è stata forse la creazione dello Stato d'Israele, e la sua rottura epocale con due millenni di vita in esilio? Sì e no. Secondo l'autrice, «le radici diasporiche dell'esperienza statale degli ebrei e delle metamorfosi del mondo ebraico del Novecento» sono fortissime, tanto che l'intero XX secolo può essere letto come un estenuante autunno della diaspora. Quello che Foa descrive è un autunno sincopato e frenetico, con rari momenti di quiete e molte tragedie. Per la prima volta, dopo lunghi secoli, il giudaismo è costretto a cambiare il ritmo della propria tradizione per adeguarsi a quello della modernità. Nel campo ebraico si approfondisce lo scontro tra riformatori e ortodossi, tra quanti vogliono accettare la sfida del cambiamento e coloro che guardano invece con nostalgia al passato. Uno dei meriti del volume è quello di mostrare come anche i conservatori siano figli del nuovo. Foa ritiene che l'ortodossia ebraica abbia inventato, per così dire, se stessa nel momento in cui si è sentita in pericolo. «La Torah proibisce ogni innovazione», affermava già nel 1819 Hatam Sofer, il padre dell'ortodossia, ma a ben guardare la comunità che egli voleva tutelare era in gran parte conseguenza del recente terremoto rivoluzionario, più rigida e ancor più sulle difensive del vecchio giudaismo. All'altro estremo, il partito implacabile dei disgregatori, impegnati a trasformare un retaggio millenario fino a renderlo quasi irriconoscibile. Nella sua prefazione a Totem e tabù. Freud si diceva «estraniato dalla religione dei propri padri» e affermava di non riuscire a condividere «gli ideali nazionalisti». Poi però continuava ponendosi una domanda essenziale: «Ma se avete abbandonato tutto questo ... cosa resta in voi di ebraico?». La risposta era tanto sibillina quanto trionfale: «Moltissimo, probabilmente l'essenziale».

Diaspora si ferma agli anni Settanta, poiché, secondo Foa, questo sarebbe «l'ultimo momento in cui il percorso storico d'Israele e quello degli ebrei della diaspora sono stati condizionati dagli stessi eventi». Nell'ultimo scorcio del secolo, i ritmi dello Stato ebraico sarebbero cambiati, trasformandosi in una crisi di nuovo conio. Ma con questa cesura l'autrice sembra pagare il proprio tributo alle illusioni ideologiche dei bei tempi andati. È vero che gli anni Settanta segnano la fine di una prima stagione dello Stato d'Israele, ma la storia è poi continuata con l'amara esperienza dei territori occupati, della guerra del Libano e della prima intifada. Che lo si voglia o no, anche questo è Novecento, e di quello meno gradevole.

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