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Trieste '45

Trieste '45
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20173
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842092636
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia, Storia di città e regioni d'Italia

In breve

Trieste ’45, confine orientale. Su un piccolo fazzoletto di terra si sovrappongono due guerre – quella che viene dall’est e quella che viene dall’ovest –, due occupazioni – jugoslava e angloamericana – e due liberazioni, concorrenziali l’una all’altra. È la prima crisi internazionale del dopoguerra, annuncio di future rivalità continentali, mentre sul campo, dopo anni di tensioni ma anche di collaborazione contro il nemico comune, un movimento resistenziale, quello jugoslavo, fagocita l’altro, quello italiano, cui ha cercato di imporre obiettivi e modelli di lotta. L’urto dividerà a lungo le memorie di una società in cui già da tempo convivono aspirazioni nazionali e politiche antagoniste. Trieste ’45, laboratorio privilegiato, non solo per la politica internazionale e per le relazioni fra movimenti di liberazione, ma anche per il complicato rapporto fra il PCI e il partito comunista jugoslavo, perché dietro la crisi sui confini si gioca la più ampia partita dello scopo finale – democrazia o rivoluzione? – da proporre alla Resistenza in Italia. Trieste ’45, luogo storico della tragedia delle foibe: variante locale a danno degli italiani di un processo generale che coinvolse tutti i territori in cui il movimento partigiano comunista jugoslavo prese il potere in quel maggio di sangue e del quale solo ora risultano più netti i contorni. Finalmente Raoul Pupo affronta temi e interrogativi che riguardano l’Italia intera, ma che per lungo tempo sono stati discussi quasi esclusivamente all’ombra di quella ‘periferia scontrosa’.

Leggi un brano


Trieste chiama Vienna, Vienna chiama Trieste. Non è la proposta di un viaggio romantico fra le due perle della monarchia, dall’Adriatico amarissimo al Danubio blu, ma il titolo di una trasmissione di Radio Trieste, controllata dai tedeschi e ribattezzata Radio del Litorale, negli ultimi due anni di guerra. Lo scopo è evidente: rinsaldare i legami culturali, e anche affettivi, fra le due città già asburgiche, attraverso uno scambio di orchestre, direttori e concerti. Mentre gli altoparlanti diffondono dunque le note allegre della marcia di Radetzky, cui fin dall’Ottocento i triestini hanno adattato le parole «Pagherò, pagherò, pagherò doman... », dalle finestre dell’antico palazzo Rittmeyer penzolano i corpi di 51 ostaggi civili, uomini e donne, fra cui ragazzi di 16 e 17 anni, impiccati per rappresaglia dai nazisti dopo un sanguinoso attentato partigiano. Siamo nell’aprile del 1944: lungo la sottostante via Ghega passa il tram numero 6, una delle linee più frequentate perche conduce alla stazione ferroviaria e alla riviera di Barcola, e i genitori cercano di coprire gli occhi dei bambini perche non vedano come il sogno della Mitteleuropa – concepito nella sua forma più gentile prima della Primavera dei popoli da un renano trapiantato a Trieste – si sia trasformato in un incubo.

A meno di trent’anni dalla fine della Grande Guerra, quando sembrava che il nuovo confine orientale d’Italia fosse stato stabilito «per sempre», protetto dalle terre finalmente redente, a Trieste gli ordini si impartiscono nuovamente in tedesco, perche fin dall’ottobre del 1943 i tedeschi hanno dato vita alla «Zona di operazioni Litorale Adriatico», che comprende tutte le aree a cavaliere delle Alpi Giulie, e cioè le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana. La dizione prescelta può far pensare ad una semplice forma di controllo militare di una regione strategica, perchè posta alla congiunzione del fronte italiano con quello balcanico, ma in realtà non è cosi. Sul Friuli, la Venezia Giulia e la Slovenia annessa nel 1941 la sovranità italiana, pur non abolita, è sostanzialmente sospesa. L’amministrazione della Zona non è affidata alla Wehrmacht, ma ad un Supremo commissario civile nominato dalla Cancelleria del Reich, Friedrich Rainer, cui è riservato il compito di nominare i vertici delle istituzioni locali previste dall’ordinamento italiano, posti a loro volta alla dipendenza non del Ministero degli Interni della Repubblica sociale ma dei consiglieri politici tedeschi, responsabili nei confronti del Supremo commissario. Nel Litorale Adriatico il governo di Salò non può esercitare il diritto di leva e le poche unita militari della Rsi ammesse sul territorio sono poste alle dirette dipendenze dei comandi germanici. Sul piano giudiziario, poi, viene eliminata la possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, mentre al Supremo commissario vengono attribuiti il potere di concedere la grazia e la facoltà di demandare i singoli casi giudiziari ad un’autorità piuttosto che ad un’altra. Infine, gli italiani non residenti nel Litorale possono trattenersi sul suo territorio non più di sette giorni, a meno che non dispongano di uno speciale permesso.

Insomma, la creazione della Zona di operazioni, anche se non configura un distacco immediato dell’area da ciò che rimane dello Stato italiano – come pur vorrebbero Rainer e i suoi collaboratori, ma non viene fatto per riguardo a Mussolini –, prelude a quello che sarà il suo destino nel dopoguerra se la Germania uscirà vincitrice dal conflitto. Forse non un’annessione diretta, che offrirebbe ai giuliani di varia stirpe la preziosa cittadinanza tedesca, ma una forma intermedia all’interno della vasta tipologia che i tedeschi hanno creato in Europa, altrettanto utile e meno impegnativa.

Lo stesso accade nella contigua area alpina del Trentino, dell’Alto Adige e del Bellunese, dove viene creata la «Zona di operazioni Prealpi», affidata al Supremo commissario Hofer: i tedeschi non hanno più alcuna intenzione di lasciare in mani italiane le chiavi della penisola, anche se la definizione del nuovo assetto viene rinviata al dopoguerra. I Supremi commissari mordono il freno, ma l’ambasciatore tedesco a Salò, Rahn, che deve tenere in piedi la finzione della Rsi, riesce a impartir loro qualche buona lezione di «galateo dell’infiltrazione»:

Segreto di ogni politica imperialistica che voglia avere successo e il fatto che essa regni e non governi, ossia che guidi inavvertitamente le convinzioni, le speranze e i desideri della popolazione interessata in direzione dei propri interessi e rinunci ad interferire in ogni dettaglio dell’amministrazione e ad ostentare in misura più o meno pesante il possesso della forza o la circostanza di essere essa la più forte.

Recensioni

Paolo Mieli su: Il Corriere della Sera (06/04/2010)


C’è un lembo d'Italia, il confine orientale, che alla fine della Seconda guerra mondiale subì un tale sconvolgimento che ancor oggi (ce ne siamo già occupati) è al centro di un dibattito storiografico alquanto avvelenato. Polemiche di fuoco ha recentemente suscitato, ad esempio, il volume Foibe. Una storia d'Italia (Einaudi) nel quale Joze Pirjevec definisce «marginale» l'eccidio di Porzûs, attribuisce la responsabilità dell'esodo — che spinse trecentomila giuliani, istriani, fiumani e dalmati ad abbandonare le loro terre — a loro stessi, i fuggiaschi, «indottrinati dal nazionalismo e dal fascismo a sentirsi razza eletta» e sposa in buona sostanza la versione comunista e slava di quella lontana vicenda storica. Viene da domandarsi: ma ci si può occupare di quei fatti remoti senza far propria in partenza né la vulgata comunista e slava, né quella di segno contrario? C'è uno storico, Raoul Pupo, che ci prova con un libro di imminente pubblicazione per i tipi di Laterza. Trieste '45. Pupo, autore nel 2005 dello straordinario Il lungo esodo (Rizzoli), ebbe già il merito di occuparsi di foibe prima della metà degli anni Novanta, cioè quando ancora i manuali di storia non avevano scoperto, per così dire, quelle fosse carsiche in cui i partigiani comunisti jugoslavi avevano gettato una gran quantità, mai del tutto contabilizzata, di ex fascisti e di «altri». In che senso «altri»? Nelle foibe finirono ex fascisti sì, ma anche persone che con il fascismo non avevano avuto niente a che spartire e, in molti casi, addirittura stimati antifascisti. Stavolta Pupo si cimenta con le vicende triestine del 1945 in un libro asciutto, zeppo di notizie e dati, davvero eccellente. E fissa su di esse un punto probabilmente definitivo.

Fin dalle prime pagine del libro l'autore tiene a definire le responsabilità mussoliniane per l'accaduto: «In cima all'Adriatico», scrive, «la politica del regime fascista si è distinta per la radicalità dei propositi, consistenti nella "bonifica nazionale" delle terre appena redente, cioè nella distruzione dell'identità nazionale slovena e croata». L'impegno «in tal senso del fascismo, che ne ha menato gran vanto, è stato notevole e le popolazioni hanno per la prima volta sperimentato che cosa significhi la forza di uno Stato moderno le cui istituzioni vengono mobilitate su richiesta di una delle componenti nazionali in conflitto per distruggere l'altra». Ciò che, inevitabilmente, provocò una reazione. La prima si ebbe all'indomani dell'8 settembre 1943, quando per quasi un mese nella gran parte dell'Istria si insediò un'amministrazione partigiana jugoslava: «Fra le 500 e le 700 persone — soprattutto dirigenti del Pnf o loro familiari, rappresentanti dello Stato, possidenti terrieri e dirigenti d'azienda, figure eminenti delle comunità italiane — furono arrestate, qualche volta uccise senza altre formalità, in genere sottoposte a giudizi sommari, fucilate in massa e fatte sparire nelle cavità naturali e nelle gallerie minerarie che traforano il roccioso suolo istriano». Poi tornarono i tedeschi. E se a Monfalcone alcuni operai imbracciarono le armi per unirsi ai partigiani sloveni, a Gorizia molti italiani «accolsero i soldati germanici con visibile sollievo e lo stesso accadde in numerose località dell'Istria interna, dove la violenza dell'attacco (nazista, ndr) interruppe quella delle foibe».

Che cosa fecero gli uomini di Hitler per guadagnare quei consensi? In primis si smarcarono da tutto ciò che aveva avuto a che fare con Mussolini. In quell'autunno del '43 i nazisti giocarono astutamente la «carta asburgica», contrapposero cioè alla «gestione rovinosa» (parole loro) che dell'area aveva fatto l'Italia fascista, quella virtuosa — a cui si richiamarono — della precedente amministrazione austriaca. A sloveni e croati fu concesso di riaprire scuole, stampare giornali, essere rappresentati nel personale amministrativo, anche di alto livello (ad esempio il prefetto di Lubiana, i viceprefetti di Fiume e di Pola). Appena conquistate le terre del confine nord orientale, i nazisti tedeschi presero dunque le distanze dai fascisti italiani. Già alla fine del 1943 nel verbale di una riunione tra segretari e commissari saloini si legge di «comportamenti tedeschi» che hanno come effetto la «minorità del fascismo repubblicano». Nel giugno del '44 a Capodistria i nazisti fanno demolire il monumento a Nazario Sauro, il patriota impiccato nel 1916 dagli austriaci. E quando nel gennaio del '45 Alessandro Pavolini si recherà in visita a Trieste, gli uomini di Hitler faranno il vuoto attorno a lui.

Quanto agli jugoslavi, lo storico dimostra come già dal '41 le organizzazioni resistenziali slovene e croate incitavano il loro popolo non solo a liberare i territori annessi dallo Stato fascista, ad esempio la provincia di Lubiana e la Dalmazia, ma anche quelli «sottratti» agli sloveni e croati dal Regno d'Italia dopo la Prima guerra mondiale, come Trieste e l'Istria. E racconta altresì in dettaglio come i comunisti italiani furono stritolati in una, quasi sempre irrealizzabile, doppia fedeltà: al Cln ma soprattutto ai loro compagni jugoslavi. E mentre non si registrano casi di militanti del Pci passati per le armi da connazionali riconducibili al Cln, ce ne sono non pochi di comunisti italiani uccisi dagli slavi, magari con l'accusa di essere agenti trotzkisti o addirittura fascisti, per aver obbedito al loro Pci e al Comitato di liberazione nazionale del loro Paese. Tanto che il Pci in questa parte d'Italia dovrà a un certo punto chiamarsi fuori dal Cln. Di più. Tra l'autunno del '44 e l'inverno del '45 il Pci, scrive Pupo, «si è industriato a favorire l'occupazione della Venezia Giulia da parte delle truppe jugoslave... collaborando — non da ultimo — attivamente alla criminalizzazione del Cln di Trieste». Un asso nella manica degli slavi è il dirigente del Pci Vincenzo Bianco, finito nei guai per amore di una staffetta partigiana ventenne, Mariuccia Laurenti, che, arrestata e torturata dai tedeschi, si presta a collaborare con loro. Dopodiché la ragazza non regge al peso del doppio gioco e confessa tutto ai dirigenti sloveni, che immediatamente la fucilano. A questo punto Bianco, ricattato, diventa un burattino nelle mani degli uomini di Tito. E da marionetta si esprime pubblicamente in favore dell'annessione di Trieste alla Jugoslavia. La direzione del Pci è presa in contropiede e gli scrive chiedendogli se è impazzito: «Ma insomma non ti rendi conto per nulla che oltre alle difficoltà interne... vi è un fatto assai importante, che il nostro partito è oggi un partito di governo? Abbiamo quattro ministri di cui tre membri della direzione del partito... ti sei proprio messo in testa di creare a loro seri imbarazzi? Supponi il caso che qualcuno in possesso della tua circolare, la pubblichi sulla stampa, in Italia o all'estero, o la metta sotto il naso ad Ercoli (Palmiro Togliatti, ndr) chiedendo se è vero che il Partito comunista italiano ha già deciso il passaggio di Trieste alla Jugoslavia e chiedendogli se egli come vicepresidente del governo italiano e capo del Partito comunista ha preso o approva tale decisione...». Se ne evince, commenta Pupo, che «l’ambiguità è la struttura fondamentale della politica del Pci sul problema del confine orientale».

I comunisti jugoslavi, per parte loro, sono inflessibili. Tra i partigiani di Tito l'elemento discriminante per distinguere gli alleati dai nemici, scrive l'autore, «non è l'aver combattuto contro i tedeschi, ma la disponibilità o meno a porsi agli ordini dell'esercito jugoslavo. E pertanto prendere autonomamente le armi contro i nazisti non è prova di antifascismo, ma conato di guerra civile... Chi non milita nelle formazioni jugoslave, non riconosce le nuove autorità, non ne condivide il progetto politico, è un fascista e un nemico, a prescindere dalla divisa che indossa e da quel che ha fatto il giorno prima». Conseguentemente «bersaglieri del battaglione Mussolini, finanzieri, combattenti delle brigate partigiane del Corpo dei volontari per la libertà e financo soldati del Corpo italiano di liberazione arrivati singolarmente a Trieste a seguito degli alleati, vengono trattati nello stesso modo: disarmati, arrestati, in alcuni casi eliminati subito, in genere avviati ai campi di prigionia dove condivideranno tutti la medesima sorte». E non è difficile immaginare quale.

Già alla fine del '44, scrive Pupo, «lo scenario che si delinea è quello di un’Italia nord orientale dove i comunisti, sotto la protezione delle baionette jugoslave, saranno liberi di prendere il potere e di difenderlo con le armi, battendosi magari contro gli stessi partigiani italiani anticomunisti, con conseguenze imprevedibili sul resto del paese». Che cosa possa significare un'eventualità del genere «gli inglesi lo capiscono meglio durante il mese di dicembre quando — con loro grande sorpresa — si trovano coinvolti in una guerra civile, quella greca». Tra i comunisti italiani e slavi c'è un rapporto opaco. Il mistero avvolge persino episodi che sembrano chiari, come quando i nazifascisti catturano il segretario della federazione del Pci di Trieste, Luigi Frausin, uomo di grande prestigio che finirà i suoi giorni nella risiera di San Sabba. Chi lo tradì? Nel dopoguerra, all'epoca dello scontro tra Stalin e Tito, i comunisti triestini accuseranno apertamente quelli titini di aver voluto la morte di Frausin e di essere stati loro a consegnarlo ai tedeschi. Tant’è che la motivazione della medaglia d'oro al valor militare conferita dallo Stato italiano alla memoria di Frausin parlerà esplicitamente di «delazione slava».

Quanto al clero sloveno, pur mantenendo una certa diffidenza nei confronti dei comunisti, si è schierato, respingendo le indicazioni degli ordinari diocesani italiani, dalla parte del movimento di liberazione, «ottenendone in cambio promesse di rispetto per la Chiesa che il regime di Tito si guarderà bene dal mantenere». A complicare questo quadro interviene, nell'autunno del '44, uno strano tentativo di stabilire un accordo tra il Regno del Sud (al governo c'è adesso Ivanoe Bonomi, che dopo la liberazione di Roma ha preso il posto di Pietro Badoglio) e qualche settore della Repubblica sociale di Mussolini in vista di un'iniziativa «alla Darlan» (François Darlan, già numero due di Pétain nel regime collaborazionista francese di Vichy, al momento dello sbarco alleato in Algeria dove lui stesso si trova — siamo nel novembre del '42 — apre un negoziato con gli americani: pagherà con la vita, ucciso il 24 dicembre di quello stesso anno dal giovane Fernand Bonnier de la Chapelle). Il Darlan italiano dovrebbe essere l'ammiraglio Spartani, sottosegretario alla Marina del governo di Salò e una disponibilità a dare una mano all'operazione è mostrata dalla X Mas di Junio Valerio Borghese. Vicende molto complicate. «Nel momento in cui l'autore si ingegna a cogliere le linee di forza degli eventi, in modo da portarne alla luce i significati profondi», scrive Pupo in una delle pagine finali del libro, dedicata alle foibe ma estendibile all'intera questione, «al lettore viene richiesto, alla fine della narrazione, di mescolare per bene le informazioni che ha ricevuto e di agitare forte».

Allorché poi a fine aprile del '45 la guerra si conclude, qui a Trieste praticamente ricomincia. E produrrà strascichi fino a quando, nel settembre del '47, Gorizia, amputata del suo retroterra e della sua stessa periferia, tornerà nelle mani dell'amministrazione italiana; Trieste — «testa senza corpo, perché la provincia rimarrà oltre confine» sarà di nuovo italiana nell'ottobre del 1954; Zara, Fiume e l'Istria non torneranno più. Adesso il Cln, definito ufficialmente dagli jugoslavi «criminale e famigerato», diviene «oggetto di persecuzione, e ciò tanto più dopo che il 5 maggio del '45 riesce a dar vita ad una manifestazione filo-italiana che sfila per le vie del centro città prima di venir dispersa con le armi da una pattuglia jugoslava». Cominciano gli arresti mirati tra i dirigenti e i quadri del Comitato di liberazione. A Trieste i caduti del Cln per mano jugoslava assommano a centosessanta! Vengono presi il socialista Carlo Schiffrer e l'azionista Michele Miani, che miracolosamente riescono ad aver salva la vita; spariscono per sempre, invece, i democristiani Carlo Dell'Antonio e Romano Meneghello. Augusto Bergera e Luigi Podestà restano due anni in campo di concentramento. A Gorizia scompaiono nel nulla l'azionista Augusto Sverzutti e il socialista Licurgo Olivi. A Fiume stessa sorte per alcuni importanti esponenti antifascisti: Giuseppe Sincich viene prelevato dalla sua casa e abbattuto a raffiche di mitra; Mario Blasich, invalido, viene strangolato nella sua abitazione; Nevio Skull viene trovato ucciso a colpi di pistola. E pensare che sono tutti uomini riconducibili alla Resistenza... Ma per gli jugoslavi sono «fascisti». Nel linguaggio dei comunisti di Tito, scrive Pupo, «il campo semantico del termine "fascismo" è assai più largo del corrispondente uso nella cultura politica italiana». Per le strade di Trieste si muovono parallele «armi alla mano, due storie, ciascuna con la logica interna che le è propria, e che per il futuro prefigurano scenari completamente diversi». Da una parte «la storia della guerra di liberazione jugoslava, che sul golfo adriatico cerca la conclusione trionfale della sua epopea, esprimendo una concezione del conflitto europeo come duello mortale tra nazismo e bolscevismo»; dall'altra «la storia della Resistenza italiana, in cui i poli dello scontro sono il fascismo e l'antifascismo, inteso quest'ultimo quale sinonimo di pluralismo e democrazia». Nella lotta finale contro i tedeschi «per una manciata di ore le due storie cammineranno assieme e assieme combatteranno». Poi «una divorerà l’altra».

A conflitto appena finito, l'aver combattuto dalla parte degli Alleati si trasformerà in «connivenza con gli inglesi e gli americani» e diventerà una colpa. Il libro racconta la storia di Boris Furlan, brillante avvocato ed allievo di Joyce, che nel 1929 è dovuto emigrare in Jugoslavia. Dopo l'aggressione italiana alla Jugoslavia del 1941, si è rifugiato negli Stati Uniti, poi in Gran Bretagna dov'è diventato ministro e quindi portavoce del governo reale in esilio. In questa veste ha lanciato una serie di appelli ai suoi compatrioti affinché si unissero alla lotta degli antifascisti contro i tedeschi. Nel dopoguerra rientra in Jugoslavia e chiede di poter tornare a Trieste. Ma le autorità del regime di Tito non si fidano di lui per via del suo soggiorno in Inghilterra e non glielo consentono. Peggio: nel 1947 lo gettano in carcere coinvolgendolo nel cosiddetto «processo Nagode», intentato contro 31 ex «compagni di strada», tutti democratici e liberali, «allo scopo di togliere ogni equivoco in merito alla possibilità di dar vita in Jugoslavia a qualcosa di diverso rispetto ad un regime stalinista». Furlan verrà accusato di essere massone, di aver avuto rapporti con i servizi segreti britannici e capo d'imputazione sarà addirittura l’aver tradotto in sloveno La fattoria degli animali di Orwell. Condannato a morte, riuscirà a far commutare la pena a vent'anni. Scarcerato per malattia, sopravviverà a stento a un tentativo di linciaggio e morirà nel 1953 senza aver mai potuto rimetter piede a Trieste.

Adesso è tempo di rivedere tutte queste storie. Con l'intenzione di ricostruirle una per una, per poi inquadrarle e riuscire così a darne un giudizio ispirato all'amore per la verità. Nient'altro. Giustamente Pupo considera una fortuna che si senta oggi «parlare un po' meno di memorie condivise — strani oggetti, posto che la memoria è il luogo per eccellenza della soggettività non interscambiabile a piacimento — e un po' più di rispetto delle memorie diverse nonché in ambito cattolico di "purificazione della memoria", il che sottintende l’esistenza nei ricordi di zone oscure che non vanno rimosse o celate, ma affrontate a viso aperto». Proprio così: a viso aperto.

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