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Diaspora

Diaspora
Storia degli ebrei nel Novecento
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842088325
Argomenti: Storia contemporanea

In breve

Il Novecento che racconto comincia dal 1880 circa e finisce con gli anni Settanta del Novecento. Si apre con l'emigrazione in America e si chiude con la perdita d'importanza dell'Europa e l'affermarsi sempre maggiore del mondo ebraico americano e di Israele. In questo arco di tempo il mondo ebraico muta e la diaspora europea tende a scomparire nei numeri, nella forza culturale, nell'identità, nel progetto. L'emigrazione in America, il sionismo, la rivoluzione russa, la Shoah, la nascita di Israele: le cesure che costellano il Novecento ebraico sono altrettanti passaggi epocali per la storia di tutti. Nel corso del secolo, a partire dalla fine dell'Ottocento, gli ebrei esprimono una forza simbolica travolgente, inedita, alimentata non solo dall'antisemitismo e dalla persecuzione, ma dall'essere stati al tempo stesso artefici di una straordinaria creatività e oggetto del più radicale degli annullamenti. E ancora, dall'essere stati un intreccio tra la volontà di essere uguali agli altri e una durevole percezione di sé come identità sul confine. Nella realtà di oggi, cosa resta di questa storia? Quanto ne è stato distrutto irrimediabilmente dalla violenza, quanto ne è stato logorato poco a poco dal volger del tempo?

Indice

Introduzione - I. Le due Europe: ebrei d’Occidente ed ebrei dell’Est - II. Antisemitismi - III. Tradizione e modernità - IV. Il sionismo - V. La Shoah - VI. La nascita dello Stato di Israele - VII. Le nuove identità - Conclusioni - Riferimenti bibliografici - Indice dei nomi

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Nel 1945 il numero degli ebrei d'Europa, che era di quasi dieci milioni nel 1939, era sceso a meno di quattro milioni. Insieme con gli ebrei, era stata annientata anche la grande spinta creativa ebraica dei primi decenni del secolo. Artisti, poeti, filosofi, militanti politici erano stati assassinati o costretti ad emigrare. I loro libri non erano stati più pubblicati, le loro opere non erano state più esposte, i centri della loro cultura erano stati distrutti, il loro pubblico non c'era più, la loro lingua estinta. Non erano neanche rimaste le generazioni future a dar loro il cambio.

Dei nuclei più vivi dell'ebraismo europeo del primo Novecento, quello tedesco e quello russo, non restavano che macerie. Il centro principale della Diaspora si era spostato negli Stati Uniti, dove il mondo ebraico stava per diventare, da minoranza marginale, parte integrante della società americana. Da parte sua, la Palestina si preparava a diventare il centro politico del mondo ebraico, trasformandosi nello Stato degli ebrei. Certo, l'ebraismo europeo non era scomparso completamente, ma si era ridotto ad essere solo uno, e in ogni caso il meno rilevante, di tre diversi poli: America, Israele, Europa. In tutti i paesi dell'Europa, il sionismo si affermava incontrastato, sia fra gli ebrei dell'Est, che emigravano spinti dalle persecuzioni, sia tra quelli occidentali che, anche ove sceglievano di non emigrare, consideravano comunque Israele come un punto di riferimento centrale della loro identità e della vita ebraica nella Diaspora. In Occidente, anche gli ebrei che non avevano intenzione di lasciare i paesi europei di cui si sentivano cittadini, e che miravano a ricreare il mondo ebraico di prima della catastrofe, avevano ben poco da proporre in quanto ebrei: la ricostruzione, per quanto possibile, del passato, la reintegrazione degli ebrei nei loro diritti precedenti. Non era una posizione che potesse attrarre molte energie, non era un sogno utopistico del futuro, ma un realistico riassestamento di un equilibrio che la recente tempesta aveva scosso, forse, in maniera irreversibile.

Tanto gli ebrei che erano emigrati in Palestina, tanto quelli che popolavano le città americane, tuttavia, venivano dal vecchio mondo della diaspora europea, e in particolare dalla Russia. Era stato l'ebraismo russo, nella dissoluzione dell'antica struttura tradizionale, a creare progettualità nuove e a rinnovare in maniera inusitata l'identità, attraverso forme diverse di appartenenza nazionale ebraica, dal Bund al sionismo, all'universalismo rivoluzionario. Era stato il mondo ebraico russo ad inventare non uno soltanto ma più modi divergenti di uscire dall'impasse dell'arretratezza e dell'ineguaglianza politica, di saldare la storia con il territorio, russo o della terra d'Israele che fosse.

Certo, in Europa questa creatività non era stata soltanto dell'ebraismo russo. La grande esperienza della cultura ebraico tedesca l'aveva accompagnata, che era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua carica di rottura e di rinnovamento globale, perché era stata l'espressione di un profondo tentativo di conciliazione e di sintesi tra il passato e il presente, tra il mondo ebraico e quello esterno. Un tentativo, inoltre, quanto mai legato all'Europa. Ed infatti, mentre gli ebrei russi si erano sparsi nell'emigrazione americana e nel ritorno a Sion, creando l'ebraismo americano e dando vita all'esperienza politica che porterà alla nascita dello Stato di Israele, il mondo ebraico tedesco, e con esso quello italiano, francese, di tanta parte d'Europa, aveva mantenuto ben salde le sue radici europee ed era così stato distrutto dai nazisti.

Ma ora, che cosa restava dell'ebraismo europeo? Era possibile, nel contesto difficilissimo del dopoguerra, ricostruire sulle macerie, riedificare un edificio nuovo sulle rovine dell'antico? O il mondo ebraico europeo sarebbe rimasto un territorio senz'anima e senza speranze, il mondo del passato, delle origini, mentre il futuro apparteneva ormai allo Stato d'Israele e, accanto ad esso, a quella nuova diaspora americana che sembrava ormai avere ben poco in comune con quella europea?

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