Un libro che mi ha cambiato la vita | Diego Acqui

Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič

L’ho letto per la prima volta circa un mese fa. L’aspetto che più mi ha colpito è l’epilogo del libro: il momento della conversione di Ivan Il’ič. Egli, morendo, riuscì a guardare con occhi diversi suo figlio e sua moglie; finora li aveva visti soltanto come oggetto e strumenti del suo ego, della sua irreprensibile vita alto-borghese, legata a stereotipi ai quali, in forma quasi idolatrica, aveva votato tutta la sua vita. Adesso, mentre sta morendo, li vede quali esseri umani, capaci come lui di provare sentimenti, e di loro ha compassione; si avvede come la sua vita sia stata una continua finzione, riscopre la realtà di un essere-in-relazione, e pensa che il modo migliore di alleviare le loro sofferenze sia quello di farla finita. Da tale pensiero trae la forza di sconfiggere il terrore della morte, e muore nel conforto di una luce che lo abbraccia e lo rasserena.

Questo libro per me, giunto ormai sulla soglia del settimo decennio, è suonato come una sorta di monito: “Non cedere, Diego, nel restante ventennio che (forse) ti resta, ai falsi idoli che il mondo ti offre! Essi, nel momento in cui li invochi, ti tradiscono!” Da qui ad una riscoperta di Dio il passo è stato breve; alla Sua luce ora mi sento più vicino!

Diego Acqui, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Alessia Amante

Fred Uhlman, L’amico ritrovato

Il libro che mi ha cambiato la vita è L’amico ritrovato di F. Uhlman. È uno dei primi libri che ho letto; o meglio, che mi hanno letto. Ero in quinta elementare e avevo appena nove anni quando la maestra Natalia iniziò a leggere ad alta voce in classe un capitolo a settimana di quella triste storia sull’Olocausto.

Potrà sembrare assurdo ai più l’idea che una maestra legga un testo così intenso a dei bambini, ma quella pratica ci abituò alla lettura non silenziosa – quella originaria e primitiva – e ci immerse in un mondo che stavamo studiando sui libri, ovattato però dalla storia di un’amicizia senza tempo. Ci educò così al ricordo, alla memoria, alla consapevolezza del passato.

Appena ebbi conseguito la licenza elementare, la maestra Natalia volle farmi dono della sua personale copia del libro. Oggi, esattamente vent’anni dopo, posso affermare che fu quasi un passaggio di testimone.

I sussurri provenienti dal passato hanno continuato a ronzarmi nelle orecchie e a orientare le mie scelte di vita. La curiosità per ciò che fu, sempre viva in me, mi ha portato a iscrivermi a Lettere classiche e a conseguire un dottorato in Storiografia latina. Sono diventata un’insegnante, proprio come la maestra Natalia, e racconto storie dal mondo antico facendo divulgazione.

Forse è proprio questo il potere dei libri letti al momento giusto: continuano a parlarci per tutta la vita, finché non diventiamo, a nostra volta, voce per qualcun altro.

Alessia Amante, dottore di ricerca in Letteratura latina

Un libro che mi ha cambiato la vita | Qian Zhang

William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate

Dovevo essere ancora nei primi anni delle elementari in Cina. Abitavamo allora nel paese dei miei nonni, sospeso tra una città moderna di milioni di abitanti e una campagna quasi disabitata. Un giorno uscii da scuola — anzi, ne scappai — stanca della disciplina che vi regnava, e amareggiata dalle prese in giro pubbliche dei miei due cugini, che bersagliavano il mio corpo prosperoso e la mia intelligenza. Così corsi, corsi senza fermarmi, finché non raggiunsi la grande casa dei nonni.

Mi nascosi nella stanza meravigliosa di mio zio, dove c’erano la sua chitarra, gli occhiali da sole, le creme magiche per i capelli, il profumo e soprattutto, soprattutto una libreria. Quella volta, sfogliando i libri riposti sugli scaffali più bassi, trovai una serie di volumi dalla copertina bianca. Su uno lessi il titolo: Sogno di una notte di mezza estate — ah, che meraviglia! — Leggevo, leggevo e continuavo a leggere, sempre più convinta: sì, questo è il mondo a cui appartengo. — Perché io non sono, non sono qui. —

Quando rialzai gli occhi, quasi incantata, mi ritrovai già sotto casa. Dal grande balcone mi osservava mio padre. Poverino, era ancora giovanissimo, ma già direttore dell’unico ospedale pubblico del paese; sentiva spesso il bisogno di affermare la propria autorità anche tra le mura domestiche, talvolta con improvvisi scatti d’ira. Ma quella volta, incontrare il suo sguardo severo non mi mise a disagio. — Perché io non sono, non sono qui. —

La strada dove sorgeva la casa dei miei nonni fu trasformata, anni dopo, in una via commerciale, e quei libri bianchi non li vidi mai più. In seguito ebbi anch’io la mia collezione shakespeariana, ma non osai mai leggere un’altra traduzione di quel Sogno. Temevo di distruggere il mondo che avevo costruito allora, quell’otherland a cui ero destinata, come a una promessa.

Quattro anni fa assistetti a una messinscena contemporanea del Sogno di una notte di mezza estate al Teatro Carignano, e per la prima volta, le parole che mi vennero furono: ah, io, anch’io, sono qui.

Così va il mondo.

Qian Zhang, dottoranda presso l’Università di Torino

Un libro che mi ha cambiato la vita | Marco Baliani

Herman Melville, Moby Dick

L’isola di Quiqueg, Rokovoko, non è segnata su nessuna mappa, i luoghi veri non lo sono mai

Se fossi di stirpe nobiliare sullo stemma posto a frontespizio del mio castello ci sarebbe questa scritta e più sotto l’immagine di una nave in mezzo alla bufera. Quella nave è il Pequod in eterna caccia della bianca balena Moby Dick. Ma non aspirando a nessuna appartenenza nobiliare, quella frase resta comunque come il cartiglio ideale della mia esistenza.

Moby Dick, questo libro oceanico, mi ha insegnato fin da ragazzo che la Verità ha poco o niente a che fare con la Realtà, e mi ha permesso di sostituire la forza dell’immaginazione alla rendicontazione del vivere.

Quiqueg è stato il mio eroe e mentore per passare dall’infanzia alla adolescenza, poi è arrivato Achab a sostituirlo durante gli anni caldi dei ‘70, con quelle sue frasi arringanti che mi parevano tolte dal libretto rosso di Mao. Invecchiando ho poi compreso che io ero Ismaele, quello che resta a raccontare le vite degli altri.

Moby Dick ha segnato tutti i crocicchi della mia esistenza, è grazie a quelle pagine che ho conosciuto la mia compagna di vita nelle aule vocianti di Architettura, e in seguito ad un altro fatale incontro mi ha aiutato a comprendere che il sogno di Achab era destinato all’autodistruzione.

Nel mio giardino di borgata romana un giorno seppellii i miei più amati soldatini indiani, si chiamavano Quiqueg, Deggu, Tasthego, i selvaggi ramponieri del Pequod.

Quel giorno finiva la mia infanzia e mi imbarcavo anche io per salpare via da lì.

Marco Baliani, attore e autore

Un libro che mi ha cambiato la vita | Riccardo Perissich

Thomas Mann, La montagna incantata

Chi come è me è nato nel mezzo della tragedia del secolo scorso, ha radici nel mondo mediterraneo e in quello germanico e rifugge dalle distinzioni manichee fra buoni e cattivi, non può non domandarsi cosa nella società europea abbia potuto condurre a una delle più grandi produzioni scientifiche e filosofiche, ma anche al più grande orrore.

Il bildungsroman di Mann mi ha aiutato a pormi le domande, a tentare le risposte e anche a concludere che alcune resteranno sospese. Le prime domande riguardano il rapporto con la malattia e la morte. Poi c’è la progressiva la ricerca dell’amore, ma soprattutto del senso della vita. Fino alle ultime drammatiche pagine.

Hans Castorp abbandona il Berghof e scende “laggiù” per raggiungere l’orrore. Salutandolo, Settembrini gli augura di sopravvivere, ma allo stesso tempo ammette per sé stesso, per Hans e anche per me, i limiti del suo illuminismo. Alla fine, troviamo Hans che corre con il suo fucile disperatamente nel fango, presumibilmente verso la morte e cantando le prime strofe di Der Lindenbaum; una splendida canzone d’amore di Schubert che rappresenta un tema nel senso wagneriano di tutto il romanzo. Una conclusione che sublima il precedente passaggio durante la tempesta che lo aveva colto da solo e in cui, fra oniriche immagini diaboliche e sereni paesaggi mediterranei gli era apparsa la verità. Un insegnamento che ho poi accolto anch’io: L’uomo non deve, in nome della bontà e dell’amore, concedere alla morte nessun dominio sui propri pensieri”.

Riccardo Perissich, ex DG Commissione Europea, senior fellow LEAP LUISS

Un libro che mi ha cambiato la vita | Flora Agostini

Isaac Asimov e Robert Silverberg, Notturno

Un libro che ha segnato la mia vita è Notturno di Isaac Asimov e Robert Silverberg.

Snobbavo la fantascienza, pensavo fosse un genere prevedibile, fatto di robot e navicelle spaziali. Mio zio allora mi ha messo in mano Notturno e mi ha sorpreso: niente di tutto questo era presente nel libro. Solo un pianeta costantemente illuminato da sei soli e una civiltà, convinta di sapere tutto, che impazzisce quando arriva il buio, la vastità della notte.

Quel buio mi ha fatto dubitare delle mie certezze. Avevo quattordici anni e tutti a casa davano per scontato che avrei fatto il liceo classico. Sapevo che non faceva per me, ma non capivo come mai. Notturno mi ha fatto capire che ero un po’ come i personaggi di Kalgash: ero convinta di avere già tutte le risposte perché non avevo ancora approfondito chi volessi essere.

Alla fine ho scelto le scienze umane. Volevo capire perché l’ignoto ci terrorizza e perché giudichiamo gli altri senza conoscerli realmente e ho pensato che materie come sociologia, antropologia e psicologia mi avrebbero potuto interessare e stimolare a riflessioni più profonde, è stato così.

Notturno mi ha insegnato che la verità ha mille sfumature e non basta soffermarsi all’apparenza. È più comodo restare chiusi nelle proprie convinzioni, ma questo non ci permette di crescere e avere un vero confronto con gli altri.

Oggi la fantascienza è un genere che mi appassiona molto, e anche se studio linguistica in magistrale grazie a questo libro ho capito quali sono i miei interessi, e che la sociologia e la comunicazione sono strettamente connesse.

Flora Agostini, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Claudio

Edoardo Nesi, Fughe da fermo

Sono sempre stato un lettore “onnivoro”, interessato a diversi generi. A seconda del momento, dello stato d’animo e anche della casualità, mi sono avvicinato ad un libro piuttosto che ad un altro. Curiosamente, ho più volte constatato che talvolta sono i libri a sceglierti: in uno scaffale, in libreria, ti capita davanti la costola di un libro che non conosci ma attira la tua attenzione perché, dal titolo o dalla seconda di copertina, ti accorgi che tratta proprio l’argomento che ha generato quei pensieri che affollano la tua mente. Una coincidenza, una sorta di telepatia letteraria.

Ci sono libri che ho apprezzato in modo particolare e ho letto più volte. Li ho riletti in momenti diversi della mia vita e, ogni volta, mi hanno stimolato differenti riflessioni. Puntualmente, a seconda del periodo venivano sollecitate particolari corde emotive. Mai le stesse. È il potere magico della letteratura. Circa venticinque anni fa, mentre ero in partenza per un viaggio, mio fratello mi ha dato un libro da leggere. Così, per caso, ho scoperto un autore molto interessante. L’infatuazione è stata immediata e non si è mai esaurita. In seguito ho letto tutti i suoi libri, alcuni dei quali li ho anche riletti: ne apprezzo molto lo stile, la prosa, la capacità di scrittura che gli consente di fare quello che gli pare con le parole e con la punteggiatura. Mi piace definirlo uno “slalomista” della penna. E i contenuti sono potenti. Si tratta del Premio Strega, più volte finalista, Edoardo Nesi: toscano come me e mio coetaneo, abbiamo addirittura frequentato lo stesso liceo a Firenze. Sarà una considerazione banale, ma parliamo la stessa lingua e sento le cose che narra come se fossero parte della vita mia.

Un libro che ritengo fondamentale e che, in qualche modo mi ha cambiato la vita, è la sua opera prima, Fughe da fermo. Un vero spartiacque tra un prima e un dopo: dopo averlo letto ho spostato lo sguardo sulle cose. Mi ha emozionato ed illuminato. Leggere Fughe da fermo è stato un viaggio dentro le mie paure, le mie fragilità, le mie tensioni e le mie emozioni. Ho trovato le mie parole cominciando dalle sue, anche se devo ancora imparare molto.

C’è tanto di me in questo libro. Un punto di partenza e un punto di riferimento che mi ha fatto sentire meno solo, come parte di una tribù. Un gruppo eterogeneo di persone che reagiscono, sintonizzati sulla cultura bassa della quotidianità. Ogni membro di questa tribù di persone destinate “alla sensibilità”, certamente si è ritrovato tra le pagine di Fughe da fermo, se si sono cercate.

Claudio, detenuto in un carcere italiano

Un libro che mi ha cambiato la vita | Bianca Carluccio

Sándor Márai, Le braci

Le braci di Sándor Márai, per me è uno di quei libri che, una volta letto, ti spinge a cercare tutta l’opera dell’autore e a divorare i libri che ha lasciato.

Ho letto questo romanzo da adulta. Le “mie” braci sono state un antico rancore che, pur non essendo più fuoco vivo, non si sono spente facilmente e hanno continuato a covare sotto la cenere per molti anni.

Questo romanzo mi ha fatto riflettere e capire che vivere con il rancore significava permettere ad un’offesa passata di avvelenare il presente. Era uno stato emotivo cronico in cui la rabbia si era cristallizzata e trasformata in una continua ruminazione mentale. Ripenso spesso al romanzo di Márai, alla sua prosa affascinante e potente, alla lettura consumata in un’unica notte. Oggi, che sono una donna anziana, ho capito, grazie anche al libro, che la via alternativa al rancore è il perdono, che significa comprendere la persona che ci ha ferito, cercando di metterci nei suoi panni e poi lasciare andare ciò che è accaduto.

Questo non significa dimenticare o cambiare il passato, ma scegliere di non lasciarsi condizionare concentrandosi sul presente e su quello che c’è in questo momento, dedicarsi a se stessi e ad attività (soprattutto la lettura) che ci piacciono e ci fanno stare bene perché creano benessere psicologico, dandoci la forza di affrontare la vita.

Bianca Carluccio, maestra elementare in pensione

Un libro che mi ha cambiato la vita | Federica Genchi

Alessandro D’Avenia, L’arte di essere fragili

I libri sono da sempre il mio posto sicuro, forse l’unico rifugio in cui posso togliere ogni corazza e avere la certezza di non sentirmi mai giudicata.

Tra le pagine di L’arte di essere fragili D’Avenia mi ha insegnato che la fragilità non è una debolezza da cui scappare, ma una condizione umana da accogliere.

Federica Genchi, studente al liceo “San Benedetto” di Conversano

Un libro che mi ha cambiato la vita | Ignazio Vullo

Sun Tzu, L’arte della guerra

Il libro che mi ha cambiato la vita l’ho letto nel 1989 ed è: L’arte della guerra di Sun Tzu. C’è stato un momento, leggendo l’arte della guerra, in cui ho smesso di vedere quelle pagine come parole antiche e ho iniziato a sentirle vive, vicine. Non parlavano a un ruolo, ma a me. A quel ragazzo che è partito da lontano.

Sono figlio di due genitori che non hanno avuto la possibilità di finire la scuola elementare. Non avevano titoli da lasciarmi, ma qualcosa di molto più profondo: la dignità del sacrificio e il valore del lavoro. Da lì è iniziato tutto. Il diploma, i primi passi, le responsabilità. Poi il mondo. Paesi diversi, lingue nuove, culture da capire. Ogni volta ripartire, ogni volta osservare, adattarsi, imparare.

Oggi mi trovo a guidare una parte del mondo in una multinazionale, ma rileggendo il mio percorso attraverso Sun Tzu capisco una cosa: non è mai stata una guerra contro qualcuno. È stata una guerra dentro di me. Contro l’impazienza, contro il bisogno di dimostrare, contro la paura di non essere abbastanza. I momenti decisivi non sono stati quelli in cui ho spinto di più, ma quelli in cui ho scelto di fermarmi. Guardare, capire, aspettare, ascoltare. Perché la vera vittoria, quella più potente, spesso non ha bisogno di essere combattuta.

Poi c’è la mia famiglia. Mia moglie, i miei figli. Lì ho imparato che non si tratta di vincere, ma di costruire. Non conquistare, ma proteggere e guidare.

Oggi non vedo una semplice carriera. Vedo un percorso fatto di scelte, di errori, di crescita. E se c’è una lezione che porto con me è questa: non serve vincere tutte le battaglie. Serve sapere quali meritano di essere vissute.

Ignazio Vullo, Regional President EMEA South di Brenntag, multinazionale della distribuzione chimica