Un libro che mi ha cambiato la vita | Mattia Caponi

Thomas Mann, La montagna incantata

Uno dei libri che più mi hanno cambiato la vita è La montagna incantata di Thomas Mann. Consigliato dalla mia professoressa di italiano all’ultimo anno di liceo, il romanzo mi ha insegnato che l’amore può essere strano e difficile da raccontare; mi ha fatto capire che bisogna prestare orecchio anche ai cattivi maestri, sempre cercando di formarsi una propria idea; mi ha segnato profondamente, spiegandomi che, anche con le migliori premesse, si possono prendere le peggiori decisioni al mondo.

L’aspetto che mi ha coinvolto maggiormente è lo sguardo attento alla società e alle sue espressioni: ha plasmato per sempre il mio orizzonte di attesa verso un romanzo che se non è sociale forse non è.

Mattia Caponi, studente di Archivistica e biblioteconomia all’Università “La Sapienza” di Roma

Un libro che mi ha cambiato la vita | Daniele Giannuzzi

Platone, La Repubblica

Se non avessi mai letto questo libro, non avrei una visione adeguatamente critica della realtà che ci circonda. Dopo duemilaquattrocento anni, Platone si riconferma ogni giorno una mente immensa, pioniere di tutta la riflessione filosofica occidentale ed esploratore assiduo di tutti i campi del pensiero umano. La sua filosofia continua ad affascinarmi ancora oggi per contenuti e forme, a partire dalla dimensione del mito: da quello della caverna a quello di Er. Il genio di Platone si spinge fino ad anticipare l’interpretazione dei sogni di Freud.

Un libro che ha lasciato una traccia indelebile nella mia formazione e che ha contribuito ad amplificare la mia passione per i classici e per la filosofia. «La caratterizzazione generale più sicura della tradizione filosofica europea è che essa consiste di una serie di note a piè di pagina a Platone» (A. N. Whitehead).

Daniele Giannuzzi, studente al Liceo “Cagnazzi” di Altamura

Un libro che mi ha cambiato la vita | Daniela Tagliafico

Johann Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther

Ancora adesso, a 72 anni, non so rispondere alla domanda: piangevo per Werther o piangevo per mie stesse lacrime? Ne ho sparse tante di lacrime sulle pagine di quella mitica edizione Einaudi, copertina bianca a strisce rosse, con l’inconfondibile volto imparruccato di Goethe.

Portavo il mio amato Ego, il bracco da caccia di mio nonno, e i miei tormentati 14 anni sotto un ulivo, d’estate, sulle colline di un borgo ligure. A piangere.

I dolori del giovane Werther erano una scusa per sprofondare nella voluttà del suicidio della mia difficile adolescenza. Werther soffriva per amore, io per solitudine. Altrimenti sarei andata a giocare con gli amici e non a rifugiarmi sotto gli ulivi, con Ego accucciato con la lingua che penzolava fuori per il caldo. Che bello essere amata come Lotte! – pensavo. La virtuosa Lotte che ha rubato l’anima a Werther. L’ho capito dopo: non era solo una questione di cuore. Era l’essenza del romanticismo che mi era entrata dentro, il modello dell’eroe sensibile e ardente, dagli aneliti esasperati e dalle passioni insoddisfatte, l’eroe che spinge la sua vitalità in una pulsione di morte, l’eroe ribelle che esalta il sentimento contro le aridità delle convenzioni borghesi.

Avrei voluto essere una Lotte amata intensamente e disperatamente da Werther. Così credevo. In realtà volevo essere Werther. L’eroe.

Daniela Tagliafico, giornalista e scrittrice. Il suo ultimo libro è Chi resta mentre il mondo scappa, Vallecchi editore.

Un libro che mi ha cambiato la vita | Nives Campostrini

Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

“I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è faticoso per i bambini star sempre lì a spiegar loro le cose.”

I libri per bambini sono la letteratura più violenta che esista. Una volta sentii che un’opera vera è come il mare: l’attraversi mille volte, eppure non incontra mai gli stessi occhi, né racconta la stessa storia, perché ad ogni lettura sa dirti qualcosa di diverso su di te e su di lui. Questo è per me Il piccolo principe.

La storia di un bambino, un viaggio e un amore. Non ho mai più sfogliato qualcosa come questo sottile capolavoro, nulla che fosse più dirompente di quelle 129 pagine di disegni e legami. Forse è la dedizione che ho messo nel leggerlo per imparare da esso ad averlo reso così speciale, d’altro canto resta impossibile non farsi scuotere violentemente dalle parole di Antoine De Saint-Exupéry: un aviatore incontra un ridente ragazzo biondo nel deserto, un ometto che con il suo viaggio attraverso i pianeti e qui sulla Terra ha saputo lasciarmi molto più di qualunque tomo scolastico. La sua eredità alberga in me, nel mio modo di essere: nel rispetto che nutro per la vita, nella devozione con cui coltivo l’amore, magari anche nel coraggio con cui, ancora oggi, leggo senza la paura di un finale troppo complesso per un adulto. In questo caso un finale che accetta il morso del serpente e la svestizione del corpo come unico prezzo per ritornare all’essenziale, alla propria rosa. È questa la violenza di cui parlo: la pretesa di una purezza che non scende a compromessi con la realtà.

Ero solo una bambina la prima volta che lo lessi, ma quelle pagine non si sono limitate a cambiarmi la vita in una sola occasione: hanno continuato a demolirla e rifondarla a ogni rilettura, accogliendomi, ogni volta, come una bambina diversa, irrimediabilmente trasformata.

Nives Campostrini, studente al Liceo “Cagnazzi” di Altamura

Un libro che mi ha cambiato la vita | Stefano Quaranta

Thomas Bernhard, Il soccombente

Il soccombente di Thomas Bernhard è stata per me una lettura impossibile da dimenticare, rivelatrice, appassionante; questo libro ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita. Lo scoprii, per caso, ascoltando un’intervista al regista Gabriele Salvatores che raccontava le sue esperienze di lettura.

Ero adolescente e dopo questo libro non ho più smesso di amare la lettura. Il romanzo ha fatto esplodere in me una rabbia che non sapevo di avere, forse che non conoscevo, che, all’epoca, misi a tacere nelle più oscure profondità di me stesso. È un libro che racconta il malessere intimo che nasce dall’invidia e dal confronto annientante con il genio assoluto, l’irraggiungibile. Quando mi addentrai nella lettura, stavo iniziando a sviluppare quell’insofferenza, che forse era più rabbia, che mi accompagna ancora, dovuta all’impossibilità di sfuggire alla mia condizione e alla pressione di dover essere un artigiano, come mio padre e mio nonno prima di lui. Ero il prescelto, tra quattro fratelli, da incanalare in binari prestabiliti: la bottega di famiglia.

Al contrario di Wertheimer, il soccombente, che si autodistrugge perché non regge il fallimento, io, come l’io narrante (Bernhard) ho compreso i miei limiti e accettato le responsabilità a cui ero chiamato e mi sono adattato. Ho coltivato e protetto la mia rabbia, che nasceva dalla frustrazione, le ho permesso di germogliarmi dentro come autostima ed oggi mi considero un falegname sui generis, che legge tanto, viaggia con il corpo e con la mente e ha una visione del mondo libera e indipendente.

Stefano Quaranta, artigiano del legno

Un libro che mi ha cambiato la vita | Ignazio Visco

Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey

“Voi costruite le vostre trame con logica […] Con la logica ci si accosta solo parzialmente alla verità […] i fattori di disturbo che si intrufolano nel gioco sono così frequenti che troppo spesso sono unicamente la fortuna professionale e il caso a decidere a nostro favore.”

Così Friedrich Dürrenmatt nel suo celebre racconto poliziesco La promessa, senza l’individuazione di un colpevole del delitto: l’opposto di un classico “giallo”. Un monito per chi fa ricerca, così come per chi deve prendere decisioni. Letto alcuni decenni fa mi riportò alla memoria il tema del caso, e delle sue conseguenze, affrontato in uno dei libri preferiti della mia giovinezza, Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder. Quel libro racconta l’impossibilità di comprendere – nonostante ogni sforzo razionale – non tanto le ragioni quanto il perché cinque persone si trovarono a passare proprio su quel ponte al momento del suo crollo.

Se i libri non “cambiano la vita”, il combinato disposto di quelle letture ritorna, non per portarci a non decidere ma per ricordarci di essere consapevoli, pur nella cura riservata alle analisi di cui non si deve e non si può fare a meno, dei limiti – di conoscenza e di esperienza – che incontrano le nostre deliberazioni.

In fondo si tratta dell’esercizio del dubbio, che Federico Caffè suggeriva di coltivare quando, richiamando i versi di Eugenio Montale in Non chiederci la parola, prendeva le distanze da “l’uomo che se ne va sicuro, / e agli altri ed a se stesso amico, / e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro!”. Lo percepii durante la sua guida nella stesura della mia tesi di laurea, ben oltre mezzo secolo fa; lo lessi in un suo scritto ritrovato molto tempo dopo. Cosa, in effetti, strana, perché spesso in occasioni diverse mi era venuto di citare gli ultimi versi della medesima poesia: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, /sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Ignazio Visco, ex Governatore della Banca d’Italia. Il suo ultimo libro è La crisi della globalizzazione (Morcelliana).

Un libro che mi ha cambiato la vita | Melanie Candeloro

Javier Reverte, Vagabondo in Africa

Letto nel 2004, quando avevo 20 anni ed ero iscritta al primo anno di Università, Vagabondo in Africa ha scardinato le mie certezze, modificando radicalmente l’idealizzazione romantica del mal d’Africa da cartolina; ho capito che l’Africa non ha bisogno di essere salvata o idealizzata dall’Occidente, ma semplicemente ascoltata e compresa.

Mi ha chiarito anche perché il mio progetto di vita e lavoro fosse troppo idealistico (mio padre lo definiva “portare il riso ai bambini”), scardinando il mio punto di vista ereditato dal paternalismo europeo pietistico dell’aiuto umanitario.

Ho soprattutto capito che tipo di viaggiatore volevo essere: svuotare me stessa dai condizionamenti quotidiani e fare spazio all’altro. Vagabondo in Africa mi ha lasciato in eredità un’insaziabile curiosità (ho vissuto e lavorato in diversi Paesi) e il coraggio di essere, a modo mio, un vagabondo in questo mondo.

Melanie Candeloro, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma.

Un libro che mi ha cambiato la vita | Alfredo Guarino

Werner Jaeger, Paideia

Un libro che mi ha lasciato molto è Paideia, di Werner Jaeger. Opera corposa di un filologo tedesco, presenta una interpretazione della filosofia greca che si traduce in un ideale di umanesimo da coltivare e da trasmettere ai giovani. Paideia propone l’ideale dell’uomo che intende migliorare sé stesso in un’ottica olistica di corpo, cultura e spirito. L’umanesimo mette l’uomo al centro del sistema di vita e la vita diventa una ricerca costante di esperienze e di crescita. Paideia non fornisce un metodo di insegnamento, ma diventa un modello di vita e l’educazione diventa la legittimazione di concetti che hanno dignità di trasmissione alle generazioni future.

Il libro mi è piaciuto a vent’anni e solo molto avanti ho avuto consapevolezza dell’impatto e del perché ho sempre cercato esperienze nuove e “sfidanti” sia sul piano professionale sia sul piano emotivo.

Da medico, mi affascina il modello bio-psico-sociale di cura, perché mette al centro – oltre la parte strettamente organica (bio) – l’impatto emotivo (psico) e quello sociale della malattia sulla vita di un bambino (sono un pediatra) e sulla sua famiglia. Professionalmente vedo spesso bambini con malattie gravi e complesse (AIDS, tubercolosi, gravi forme infettive in bambini con malattie gravi, a volte febbre da simulazione con bambini o mamme che fingono malattie per rifugiarsi in ospedale per “essere al sicuro”). Sono malattie associate a fasce fragili di povertà e marginalizzazione spesso legate a storie molto pesanti e non raramente a violenza.

Nella vita ho scoperto (relativamente tardi per essere un accademico), il piacere dell’insegnamento e più specificamente dell’insegnamento universitario. La formazione di studenti e specializzandi si attua con lo scambio reciproco tra conoscenze – quelli dei giovani generalmente più aggiornate delle mie – ed esperienza, che viene dal docente. Le lezioni si svolgono attraverso discussioni collegiali “tra pari” e danno all’insegnamento della medicina il senso di umanesimo che intrinsecamente le è proprio. Le discussioni sono intense, talvolta dure, non raramente sorprendenti e vanno ben oltre la discussione strettamente clinica. E così spesso il giovane scopre – o riscopre – il senso stesso per il quale ha intrapreso medicina, e anche io lo riscopro ogni giorno attraverso la paideia e questo mi consente di crescere ancora.

Alfredo Guarino, docente di Pediatria all’Università “Federico II” di Napoli.

Il libro che mi ha cambiato la vita | Simona Di Profio

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

Il libro che mi ha cambiata è Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Questo libro mi ha cambiata insegnandomi il valore del presente e del contatto umano: in Drogo ho rivisto un uomo che ho conosciuto al Caffè Letterario della mia città, in cui lavoravo. Non ne ricordo il nome, ma ne ricordo lo sguardo e le parole, avide di vita. Aveva il cancro; ridotto a uno scheletro, lamentava solo, non senza ironia, di non riuscire più a gustare il mio caffè come una volta.

Pochi giorni prima di morire mi scrisse un sms con i versi del Faust: «Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! […] allora sarò contento di morire!» Io non avevo il suo numero, lessi con perplessità quel messaggio e non ci diedi peso. Riuscii a ricollegare il testo alla persona solo dopo, quando era già troppo tardi. Mi sono sempre domandata quale profonda solitudine debba aver provato nel non ricevere alcuna risposta. Non ne sono sicura, ma penso di averne un’idea, dopo aver finito di leggere il libro. E ho capito che aprirsi all’altro, davvero e senza rimandare, è forse la sola risposta di Senso al tempo che passa.

Simona Di Profio, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma.

Il libro che mi ha cambiato la vita | Giovanni Solimine

Giorgio Amendola, Una scelta di vita

Il libro che mi ha fatto diventare quello che sono è Una scelta di vita di Giorgio Amendola (Rizzoli 1976). Per motivare questa scelta, aggiungo qualche dato di contesto: ero laureato da un paio d’anni e mi guardavo intorno, alla ricerca di una nuova dimensione personale e sociale; era ancora fortissima l’emozione per la guerra in Vietnam, da dove gli americani erano stati cacciati via il 30 aprile 1975; c’era appena stata la grande avanzata elettorale della sinistra, che aveva conquistato il governo delle principali città italiane.

Avevo una mia generica sensibilità politica e da studente avevo avuto qualche esperienza di militanza. Pur non riconoscendomi nelle posizioni ideologiche dell’autore, fui letteralmente folgorato dalla passione e dalla spinta morale che emergeva da ogni pagina di quel libro. Anche per me, come per Amendola a ventitré anni, era giunto il momento di uscire dalla giovinezza e fare le mie scelte, entrando nell’età adulta e avviandomi verso il mondo nuovo che mi sembrò di scorgere.

Giovanni Solimine, presidente della Fondazione Bellonci-Premio Strega.