Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe
“I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è faticoso per i bambini star sempre lì a spiegar loro le cose.”
I libri per bambini sono la letteratura più violenta che esista. Una volta sentii che un’opera vera è come il mare: l’attraversi mille volte, eppure non incontra mai gli stessi occhi, né racconta la stessa storia, perché ad ogni lettura sa dirti qualcosa di diverso su di te e su di lui. Questo è per me Il piccolo principe.
La storia di un bambino, un viaggio e un amore. Non ho mai più sfogliato qualcosa come questo sottile capolavoro, nulla che fosse più dirompente di quelle 129 pagine di disegni e legami. Forse è la dedizione che ho messo nel leggerlo per imparare da esso ad averlo reso così speciale, d’altro canto resta impossibile non farsi scuotere violentemente dalle parole di Antoine De Saint-Exupéry: un aviatore incontra un ridente ragazzo biondo nel deserto, un ometto che con il suo viaggio attraverso i pianeti e qui sulla Terra ha saputo lasciarmi molto più di qualunque tomo scolastico. La sua eredità alberga in me, nel mio modo di essere: nel rispetto che nutro per la vita, nella devozione con cui coltivo l’amore, magari anche nel coraggio con cui, ancora oggi, leggo senza la paura di un finale troppo complesso per un adulto. In questo caso un finale che accetta il morso del serpente e la svestizione del corpo come unico prezzo per ritornare all’essenziale, alla propria rosa. È questa la violenza di cui parlo: la pretesa di una purezza che non scende a compromessi con la realtà.
Ero solo una bambina la prima volta che lo lessi, ma quelle pagine non si sono limitate a cambiarmi la vita in una sola occasione: hanno continuato a demolirla e rifondarla a ogni rilettura, accogliendomi, ogni volta, come una bambina diversa, irrimediabilmente trasformata.
Nives Campostrini, studente al Liceo “Cagnazzi” di Altamura