Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič
L’ho letto per la prima volta circa un mese fa. L’aspetto che più mi ha colpito è l’epilogo del libro: il momento della conversione di Ivan Il’ič. Egli, morendo, riuscì a guardare con occhi diversi suo figlio e sua moglie; finora li aveva visti soltanto come oggetto e strumenti del suo ego, della sua irreprensibile vita alto-borghese, legata a stereotipi ai quali, in forma quasi idolatrica, aveva votato tutta la sua vita. Adesso, mentre sta morendo, li vede quali esseri umani, capaci come lui di provare sentimenti, e di loro ha compassione; si avvede come la sua vita sia stata una continua finzione, riscopre la realtà di un essere-in-relazione, e pensa che il modo migliore di alleviare le loro sofferenze sia quello di farla finita. Da tale pensiero trae la forza di sconfiggere il terrore della morte, e muore nel conforto di una luce che lo abbraccia e lo rasserena.
Questo libro per me, giunto ormai sulla soglia del settimo decennio, è suonato come una sorta di monito: “Non cedere, Diego, nel restante ventennio che (forse) ti resta, ai falsi idoli che il mondo ti offre! Essi, nel momento in cui li invochi, ti tradiscono!” Da qui ad una riscoperta di Dio il passo è stato breve; alla Sua luce ora mi sento più vicino!
Diego Acqui, studente di Linguistica all’Università “La Sapienza” di Roma