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Politica per un figlio

Politica per un figlio
Politica per un figlio
trad. di F. Saltarelli
nuova edizione
Edizione: 2008
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842086437
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Filosofia contemporanea: storia e saggi
  • Pagine 192
  • 12,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Caro figlio, in questo libro cercheremo di riflettere un po’ sul fatto fondamentale che gli uomini non vivono isolati, ma riuniti in società. Parleremo del potere e dell’organizzazione, del mutuo soccorso e dello sfruttamento dei deboli da parte dei forti, dell’uguaglianza e del diritto alla differenza, della guerra e della pace. Parleremo delle ragioni dell’obbedienza e di quelle della ribellione. Tu mi conosci: anche se in questo libro penso di schierarmi del tutto apertamente da una parte o dall’altra, qualora mi vada di farlo, non ho intenzione di fare la morale alla fine su chi sono i ‘buoni’ e chi i ‘cattivi’, né ti consiglierò chi devi votare e neppure se votare. Andremo alla ricerca delle questioni fondamentali, di ciò che è in gioco nella politica e non di ciò a cui giocano i politici... Dopo di che, tu avrai l’ultima parola: fa in modo che nessuno te la tolga né la pronunci al posto tuo.»

«Ognuno ha il diritto di godersi la vita il più umanamente possibile. D’altra parte, per essere pienamente umani, dobbiamo vivere fra gli umani, ovvero non solo come gli umani ma anche con gli umani. Insomma, dobbiamo vivere nella società che oggi, mi sembra, ha le dimensioni del mondo intero e non più quelle del quartiere, della città o della nazione. Disinteressarsene significa comportarsi con la stessa intelligenza di chi, trovandosi a bordo di un aereo pilotato da un ubriaco, minacciato da un dirottatore e con un motore in avaria, invece di unirsi agli altri passeggeri per salvarsi, si mette a fischiettare guardando fuori dal finestrino.»

Nelle fortunate ‘lettere al figlio’ del più brillante filosofo spagnolo contemporaneo, un discorso affabile, intelligente, allegro per riscoprire e apprezzare le ragioni della politica.

Indice

Prologo - Prologo all’edizione 1993 - 1. Siamo qui riuniti... - 2. Obbedienti e ribelli - 3. Vediamo un po’ chi è che comanda - 4. La grande invenzione greca - 5. Tutti per uno, uno per tutti - 6. Le ricchezze del mondo - 7. Come far guerra alla guerra - 8. Liberi o felici? - Epilogo. Potevamo arrivare fin qui - Dizionario del cittadino che non ha paura di sapere - Commiato

Leggi un brano


È possibile una società anarchica, vale a dire, senza politica? Certo che gli anarchici hanno ragione almeno in una cosa: una società senza politica sarebbe una società senza conflitti. Ma può esistere una società umana (e non di insetti o di robot) senza conflitti? La politica è la causa dei conflitti o la loro conseguenza, un tentativo di limitarne la carica distruttiva? Gli uomini sono capaci di vivere d’accordo... automaticamente? A me sembra che il conflitto, lo scontro fra individui a causa dell’interesse, sia qualche cosa di imprescindibile quando si vive in compagnia di altre persone. E più sono le persone, più sono i problemi che si possono incontrare. E sai perché? Per un motivo che a prima vista può sembrare paradossale: perché siamo troppo socievoli. Cercherò di spiegartelo. La radice più profonda della nostra socialità è che fin da piccoli siamo animati dalla volontà di imitare gli altri. Siamo socievoli perché tendiamo a imitare i gesti che vediamo fare, le parole che sentiamo pronunciare, i desideri che vivono negli altri, i valori che gli altri proclamano. Senza l’imitazione naturale, spontanea, non potremmo mai educare un bambino né, tanto meno, prepararlo alla vita di gruppo all’interno della comunità. È ovvio che ci imitiamo perché ci assomigliamo molto: ma l’imitazione ci fa sempre più simili, talmente simili... che entriamo in conflitto. Desideriamo ottenere ciò che anche gli altri desiderano; tutti vogliamo la stessa cosa, ma a volte ciò a cui aneliamo non può appartenere che a pochi o addirittura a uno soltanto. Solo uno può essere il capo, o essere il più ricco, o il miglior guerriero, o trionfare nelle gare sportive, o avere per moglie la donna più bella... Se non vedessimo come gli altri desiderano arrivare a queste cose, è quasi certo che neppure noi le desidereremmo, o almeno non così prepotentemente. Ma siccome di solito queste cose sono desiderate ardentemente, per imitazione anche noi le desideriamo nello stesso modo. Vedi dunque che ciò che ci rende nemici è ciò che ci accomuna: l’interesse (etimologicamente) è quanto sta fra due o più persone, vale a dire ciò che le unisce, ma anche ciò che le separa...

Recensioni

Rosa Mora su: L’Unità (21/12/1992)


Fernando Savater espone a tutto campo la propria posizione sulle idee che si scontrano nel tempo presente. Lo fa avendo d'occhio un lettore giovane, e anche in questo caso l'interlocutore di Savater è suo figlio Amador, diciottenne, a cui ha dedicato un nuovo libro che sarà tradotto in Italia da Laterza. Il libro e l'intervista che pubblichiamo sono come una sorta di guida filosofica. Il rapporto fra libertà e responsabilità, la grande questione del nazionalismo, che cosa si deve intendere per sovranità nazionale, una riflessione sulla politica che prescinda da «scandali e demagogia».

Narrativa per i giovani, poesia per i giovani, cinema per i giovani, musica per i giovani: in un'epoca in cui tutto sembra destinato al pubblico giovanile, non ci sono saggi per i giovani. È questa lacuna che ha spinto Fernando Savater a scrivere Elica per un figlio (pubblicato in Italia da Laterza): quattordici edizioni in Spagna, 100.000 copie vendute in Italia. Amador, il figlio di Savater al quale è dedicato il saggio, compie 18 anni questo mese. Probabilmente voterà alle prossime elezioni e lo scrittore lo festeggia, lui e tutti gli altri ragazzi, con alcune riflessioni sulla politica che tentano di prescindere da «quattro scandali e un po' di demagogia».

«Politica para Amador» (in Italia è in corso di traduzione sempre per Laterza) ripercorre e interpreta la storia delle idee fino al presente.Non avevo la pretesa di scrivere una storia dell'umanità o della politica. Volevo solo sottolineare una cosa che mi sembra fondamentale: cosa significa oggi vivere in una società, fino a che punto la società umana è basata su convenzioni e quindi in che misura si distingue dalle società animali. E, inoltre, il passaggio dal predominio della forza alla civiltà dei greci, che introducono per primi quella che mi sembra l’idea centrale. A partire da qui si potrebbero dire molte altre cose, però mi interessava di più abbozzare un discorso sulla modernità: il nazionalismo, il razzismo, la guerra, la situazione economica...

E la crisi dei valori?È indispensabile che i valori siano in crisi, poiché rappresentano la difformità tra gli ideali e la realtà. Chi parla di crisi dei valori non sa quello cosa dice. In realtà un valore, se è veramente tale, è costantemente in crisi. La vera crisi dei valori si avrebbe se in un determinato momento tutti fossero convinti che quello che li circonda va bene così com'è.

«Etica per un figlio» propendeva per una certa forma di egoismo, «Politica para Amador» rivendica l'individualismo...Oggi si usa dire che molti dei mali della società – il razzismo, la xenofobia, il nazionalismo, per citarne solo alcuni – nascono dall'individualismo, ma è vero il contrario. Tutti questi mali nascono dallo spirito gregario. Obiettivo del vero individualista è conquistare una cittadinanza astratta, non fondata sull'appartenenza, ma sulla partecipazione. È esattamente quello che manca. C'è invece lo spirito gregario in qualche forma – appartenenza, identificazione con simboli collettivi, eccetera – e in genere ha effetti negativi. Attualmente l'individualismo è il prodotto più evoluto della società. Certamente, l'individuo emerge dalla società, ma non per asocialità o antisocialità: siamo a un grado più elevato dello spirito sociale stesso. È a partire da questo che bisogna comprendere i valori della modernità.

E il concetto di responsabilità? È comune a etica e politica.È un concetto fondamentale. La responsabilità non è un complemento della libertà, è la libertà stessa vista da una diversa prospettiva. Libertà e responsabilità non sono due cose complementari, ma la medesima visione dell'agire umano, solo da angoli visuali diversi. Di questo ho parlato innanzitutto sul piano dell'etica. Quanto alla politica, esiste la responsabilità del governo e anche quella dei cittadini. Ma soprattutto bisogna tener conto del fatto che accettare di essere liberi e responsabili non garantisce automaticamente la felicità.

Parliamo della tolleranza.La tolleranza presuppone criteri vasti, ma non assenza di criteri. Tollerare è semplicemente convivere con altre forme di vita, opzioni differenti rispetto ai propri gusti. E implica un limite, qualcosa su cui è necessario essere intransigenti: la Costituzione, i diritti umani quello che volete. E nella difesa di questi principi fondamentali bisogna essere intransigenti, intolleranti.

E verso i nazionalismi?Se rientrano tra le rivendicazioni politiche, se rispettano i diritti civili, se in Catalogna o nel Paese Basco vengono rispettati i catalani e i non catalani, i baschi e i non baschi, l'indipendenza, o la dipendenza, diventa un problema di prudenza politica che ognuno deve porsi. Ma non bisogna dimenticare che non c'è niente di naturale, sono tutte convenzioni. In Spagna o in Catalogna, fa lo stesso. Non funziona l'idea che un popolo ha diritto ad avere un suo Stato come chi compra un biglietto della lotteria ha diritto a vincere. Un popolo si costituisce attraverso delle convenzioni, non ha diritti se non quelli che si guadagna nel corso della storia.

Due valori: la vita e la libertà.La modernità, diciamo a partire dal Rinascimento, prevede due valori fondamentali: la vita e la libertà. A volte entrano in conflitto, a volte per garantire la vita si riduce la libertà, altre volte per dare maggior spazio alla libertà si passa sopra alla vita. Tutte le istituzioni politiche cercano di mettere d'accordo la vita e la libertà. Ma il valore fondamentale della politica è garantire la libertà.

Economia e politica.Se le soluzioni del marxismo ci sembrano superate, resta la grande verità del fondamento economico del progetto politico. Oggi come oggi non possiamo certo pensare che l'economia non abbia niente a che fare con la politica. In un mondo abitato da 5.500 milioni di esseri umani i problemi sono economici per forza. Per questo, sono convinto che l'ambito della politica debba essere sempre più planetario. Tutto il resto fa parte delle concessioni al passato. Capisco che è molto difficile rompere con questo passato, quando il mondo era parcellizzato, ma dobbiamo convincerci che oggi la politica o si imposta a livello mondiale o è un semplice palliativo.

E la sovranità nazionale?Non ha senso mantenersi fermi e miti di fronte a situazioni come quella attuale in Somalia. Pensa che in Somalia si debba rispettare la sovranità di mezza dozzina di feroci capi fazione che stanno uccidendo di fame l'intera popolazione? È una follia. Non mi sembra condivisibile l'idea che sia l’identità nazionale, religiosa... a dar senso alla politica. In politica occorrono prospettive più astratte, e anche un po' di ironia.

Veniamo all'ecologia. Nel suo libro non fa concessioni a un tema che affascina tanto i giovani.L'ecologia fa parte del senso comune. Però la mistica che mette i diritti della natura prima dei diritti umani, come se fossimo esseri naturali e non invece sociali, mi sembra un grave equivoco. L'ecologia non può sostituire la politica.

No all'utopia, si agli ideali politici.Nel 90% dei casi l'utopia è stata un incubo. Il sogno di pochi che diventa l'incubo di tutti. Alla riforma e al cambiamento non servono le utopie, bastano gli ideali. Per agire, la cosa fondamentale è avere delle linee di azione e dei metri di giudizio. È assurdo pensare che i giovani debbano essere utopisti per forza.

In questi due libri, lei propone anche una riflessione sul presente.Con i miei libri di etica, con la rivista «Ciaves», con i miei articoli e con la nuova raccolta di saggi, «A Mejor Vida. Ideas para a rescatar lo Cotidiano» mi propongo una riflessione sul presente, che qualcuno prende per un'apologia del presente. È una riflessione che intende fornire elementi per trasformare in meglio le cose ragionevolmente e concretamente, per vivere meglio qui e ora. Quando si parla di apologia del presente si dimentica che il conformismo sta nel rassegnarsi al probabile. Ma c'è un'altra via: riflettere sul presente per cercare il possibile. Io sono di quelli che non si rassegnano al probabile, cerco il possibile. C'è un pensiero a cui ho rinunciato. Si formula con frasi tipo questa, «Il nichilismo è la grande sfida del nostro tempo». A questa verità così pomposa ho rinunciato. E mi sembra che questo tipo di prediche, fortunatamente interessi ben poco alla maggioranza della gente. Ci vuole un altro tipo di considerazioni.

Sul quotidiano?Si, perché il quotidiano è tutto, il diritto, la politica, l'economia, la scienza, l'arte... La vita quotidiana di una persona, in un paese sviluppato, è piena di una quantità di cose che prima erano privilegio di pochi. Uno degli aspetti affascinanti della nostra epoca è che la maggioranza dei cittadini di un paese come il nostro vivono problematiche che prima, durante il Rinascimento per esempio, erano patrimonio esclusivo degli aristocratici. L'aristocratico era l'unico che poteva occuparsi di certi aspetti dell'arte, della politica. Oggi, tutte queste preoccupazioni sono alla portata di una persona normale, o per lo meno siamo convinti di avere diritto di intervenire in tutti questi settori. Per questo è necessario recuperarli anche dal punto di vista teorico.

Eugenio Trias e Rafael Argullol, nel loro libro El cansancio de Occidente, criticano gli intellettuali spagnoli ed europei che fanno l'apologia del presente, la chiamano «la polizia dell'intelligenza».Mi ha molto divertito questa trovata di Trias e Argullol: quest'invenzione della polizia del pensiero. Una necessità atavica, molto antica nei nostro paese: perché uno sappia che sta pensando ha bisogno di essere perseguitato dalla polizia. Ma siccome la polizia di solito non arresta nessuno per quello che pensa, serve un sostituto della polizia che, a quanto pare, sarei io. Quanto a El cansancio de Occidente, è un libro che in un certo senso raggiunge i suoi obiettivi: nel primo capitolo si denuncia la mancanza di nuove idee nei pensatori contemporanei, e quando uno ha finito di leggere, si rende conto che è una denuncia fondata. Non respingo nuove linee di pensiero sempre che non siano chiacchiere, che non si rispolverino luoghi comuni usurati. Bisogna prendersi la briga di scrivere qualcosa sul serio.

Ma l'Occidente è davvero stanco?Sono io che sono stanco di quelli che sono stanchi dell'Occidente. Mi annoiano quelli che sono stanchi, mi sfiniscono. Stanchi di che? È come tornare indietro prima ancora di aver fatto un passo.

Lei è stato molto criticato per il suo atteggiamento durante la guerra del Golfo.In quell'occasione tutti hanno detto quello che volevano, il 99% erano opinioni fortemente critiche sulla guerra, abbiamo sentito prediche di tutti i tipi, ma sempre come se venissero da una minoranza. Mi sembrava necessario sfumare un po' il dibattito e così sono diventato immediatamente un crociato della guerra. È divertente, sono stato tra i pochi a difendere questa posizione, ma io ero il conformista e tutti gli altri, che sostenevano la tesi opposta, erano gli anticonformisti. Mi è successo sempre così nella mia vita: era un conformista, ma stavo da solo. E gli anticonformisti tutti nel gregge.

Anna Rabino su: La Stampa (23/02/1993)


I figli crescono, e dopo l'etica è ora che qualcuno spieghi loro la politica. La voce che con cognizione di causa e tocchi d'ironia si rivolge ai lettori adolescenti (e ai loro genitori) è quella di Fernando Savater. Professore di filosofia morale, 46 anni, 40 titoli pubblicati tra cui saggi, romanzi, opere teatrali, e brillante firma di El País, Savater manda in questi giorni nelle librerie spagnole Politica per un figlio, che sta per essere pubblicato in Italia da Laterza. L'ha dedicato al figlio adolescente Amador, come il precedente Etica per un figlio, inaspettato best seller che da noi ha venduto 200 mila copie. Incontriamo il filosofo a Barcellona, in una pausa di un congresso dedicato alla droga.

Lei ha già avvertito che la serie finisce qui: non ci sarà un'«Estetica» né una «Metafisica per un figlio». Perché si è deciso per la «Politica»? E' così importante per un adolescente avere coscienza politica? «No, anzi, io credo che non avere fervori politici eccessivi sia molto sano. Ma penso che occorra avere ragioni politiche: in una democrazia la base sta nel prendere, ognuno di noi, la sua parte di responsabilità globale sulle spalle. Tutto ciò va spiegato: va detto quando comincia, e perché, quali sono i vantaggi e i rischi di questo sistema. Oggi invece, della politica un giovane sa solo che è corrotta. Sarebbe come dire, a un ragazzino che ti chiede che cos'è un tostapane, che è una cosa che produce corto circuiti, che carbonizza pezzi di pane e rischia di mandare a fuoco la cucina. Calma, ciò avviene quando non funziona; quando funziona bene è un apparecchio che tosta il pane per la colazione! Bene, io credo che bisogna spiegare com'è il tostapane funzionante, senza nascondere che spesso si guasta».

Lei crede nell'innocenza?«Nell'innocenza di chi? di Bettino Craxi? Ma se non ci crede nemmeno lui! Anche se in realtà negli ultimi tempi sembrava in preda a una specie di autoipnosi. No, battute a parte, io credo che perfino un bambino di 3 anni sia già immerso in un'esperienza culturale immensa che ricade su di lui. Siamo il risultato di tutta un'accumulazione di esperienze culturali e biologiche trasmesse, non possiamo buttarle dalla finestra. Quel mito dell'uomo nuovo, in voga anni fa, con il marxismo, di un uomo con cui poter fare qualsiasi cosa, mi sembra nefasto. Bisogna approfittare, del meglio ché ha l'uomo, non cercare di rifarlo come nuovo, di rivoltarlo come un guanto».

Lei, nemico dichiarato delle semplificazioni, si dà alla divulgazione. Non crede che gli adolescenti possano accedere direttamente ai testi, senza mediazioni?Io ho voluto fare un libro di filosofia, ma con un linguaggio accessibile. D'altra parte non c'è nessun obbligo di usare un linguaggio complicato. Evidentemente sarebbe molto triste che il lettore si accontentasse solo del mio testo. Le piccole guide di lettura alla fine di ogni capitolo servono appunto a questo. E anche a che non si creda che mi sono inventato tutto io».

E' d'accordo con chi pensa che i giovani di oggi siano poco idealisti, e interessati soprattutto ad assicurarsi un buono stipendio?«lo credo che viviamo in una società dove tutti, giovani e non, vogliono essere buoni senza che costi nulla. Il culto della solidarietà, il rifiuto della forza... sempre e solo se non ci toccano da vicino. Ad esempio, la gente è idealista in politica estera, ma quando si tratta di decidere la politica da seguire sul lavoro o nei rapporti personali è un'altra cosa. In quanto ai giovani, penso che abbiano semplicemente interessi diversi dai nostri. Un po' come quando diamo a nostro figlio il libro che ci è piaciuto tanto da ragazzini, e se a lui non interessa affatto concludiamo che non gli piace leggere. No, non gli piace quel libro, e magari un altro sì. Credo che i giovani abbiano preoccupazioni più reali di quelle che avevamo noi, ideali pratici e diretti, meno retorici, mirati su questioni quotidiane».

Gli adolescenti spagnoli sono i più precoci d'Europa. Uscire la sera rincasando alle 7 del mattino a 16-17 anni è un comportamento normalmente accettato. Come vede questa libertà?«Gli adolescenti di oggi sono i figli di chi come me aveva 20 anni nel '68, e in Spagna quella generazione, non educata nella repressione ma anzi in una certa tolleranza, oggi occupa i posti di potere, di responsabilità, d'influenza. Da lì, una certa mentalità sociale aperta e libera si è estesa a tutta la società. Ma il punto è che questa tolleranza può condurre anche allo sconcerto».

Di chi, dei padri o dei figli? «Di entrambi: il padre non sa che cosa dire al figlio, lui crede che nessuno gli debba dire niente, e a me le due idee sembrano egualmente sbagliate. Io credo che un figlio debba avere la sicurezza che almeno qualcuno si compromette di persona. Perché è vero che è compromettente dire cose di cui a volte non sei nemmeno tanto sicuro. Il responsabile sei tu, ma devi accettarlo, perché in fondo per quello hai un figlio, no?»

La chiosa a «Etica per un figlio» dice: «L'unico obbligo morale che abbiamo è di non essere imbecilli», e quella alla «Politica» è ancora più sintetica: «Non essere idiota!». Vuole spiegarle in una battuta? «L'imbecillità, anche etimologicamente, è una forma di debolezza: dal punto di vista etico, il primo dovere è saper vivere senza appoggiarsi a qualcuno, senza avere accanto che so, un medico, uno psichiatra, un sacerdote, un'infermiera, un poliziotto... In una parola rendersi responsabili. Quanto alla politica, "idiota" era per i greci chi si isolava dalla società, chi era ossessionato dalle piccolezze della sua vita. Io credo che, a partire dall'indipendenza personale e non dal gregarismo, bisogna partecipare. La società è complicata, la politica spesso è nefasta e oscura, ma non per questo bisogna isolarsi ai suoi margini. Anche perché in realtà la società non ha margini. La portiamo dentro, ovunque andiamo, tutti noi».

Saverio Vertone su: Il Corriere della Sera (05/05/1993)


Una sfiducia molto umana per gli uomini; una ragionata diffidenza per l'altruismo; e una certa propensione a credere nei buoni offici dell'egoismo…

La ricetta di Fernando Savater per la politica non è diversa da quella che ha raccomandato qualche tempo fa, e con tanto successo, per l'etica. Che siano entrambe dedicate ai figli, vale a dire ai giovani, è un artificio formale che giustifica una certa approssimazione, con la quale vengono scavalcati a occhi chiusi i passaggi difficili, e che stimola soprattutto un umore pedagogico bonario, accattivante e in definitiva piacevole.

Ma è dubbio che i figli, i giovani, sappiano trarre profitto da questo fiume di saggezza che scorre un po' troppo dolce come il miele dalle pagine del libro. Almeno in Italia i giovani sono troppo vecchi per lasciarsi incantare da un'affabile semplicità. E poi, in questo momento, il buon senso ha poca presa da noi. Non è colpa di Savater, che dice cose molto ragionevoli, se gli italiani vivono in un Paese nel quale non dominano né la ragione né l'irrazionale, ma una via di mezzo intrattabile che si potrebbe definire irragionevolezza. Sarebbe molto difficile, ad esempio, ricavare dal libro consigli pratici per l'uso della democrazia in questo momento di trapasso, se si eccettua la distinzione formale tra l'etica (che mette in gioco il rapporto dell'individuo con se stesso) e la politica (che lo estende agli altri).

Il problema come sempre è l'utilitarismo, che sanamente ispira, secondo Savater, sia l'esercizio di una morale personale non enfatica e non ipocrita sia quello di una produttiva partecipazione al bene pubblico.

E per due motivi. Il primo è che l'utilitarismo tende a chiudere la vita in una gigantesca tautologia, che può diventare una camera a scoppio se non si trova da qualche parte uno sfiatatoio che lasci uscire i vapori esplosivi dell'egoistica (é proprio per questo intrattabile) aspirazione alla felicità. L'egoismo è bisessuale. E si sposa con la stessa facilità alla Ragione e al suo contrario.

Sicché il problema si sposta e invece di chiederci «che cosa è giusto?», ci sorprendiamo a chiederci «che cosa è utile?». Sebbene si creda il contrario, non è facile rispondere al secondo quesito. Certo non più che al primo. Erano utili le cattedrali gotiche che nel medioevo costringevano comunità poverissime a dissanguarsi per rispecchiare nelle loro guglie il bisogno di raggiungere un cielo irraggiungibile? Lo erano. Ma perché servivano a un utile non contabile che in definitiva usciva dal libro mastro dei vantaggi, dei piaceri; dei beni e delle gratificazioni certe. Se questo è vero, l'utile si gonfia fino a comprendere l'inutile. In ogni caso in un mondo non strettamente animale, nel quale la coscienza ha cominciato a scavare le sue voragini, in un mondo dove ognuno vuol vivere per se stesso e non per la specie (tanto meno per la sua riproduzione) il sospetto che l'utile serva in definitiva all'inutile è più che legittimo. E spiega, il ricorso al protagonista indefinito ma indispensabile di ogni mediazione ragionevole tra il libretto della spesa e i cosiddetti ideali. Questo incerto protagonista della civiltà umana, al quale spetta di mettere d'accordo l'utile col dilettevole, l'immanenza certa dei mezzi con la trascendenza supposta dei fini, è il simbolo.

Savater non se ne dimentica. Anche se lo tratta con una certa apprensione e una sottile ripugnanza. Il simbolo per lui è soprattutto un'abbreviazione del ragionamento. E in questo, ha perfettamente ragione. Ma Savater non dice che è anche una specie di invisibile contenitore e che delimita l'orizzonte, lo salva dalla nostra propensione all'infinito e all'indefinito e ci tiene insieme. È un paradosso, ma lo strumento meno strettamente razionale del nostro armamentario democratico appare in realtà il vero garante della ragione. Perché la comprime e la esime dal cercare in se stessa i fondamenti ultimi. E questa compressione, oltre a essere utile, è anche addirittura utilitaria. Come dimostra a contrario il caso italiano.

La saggezza di Savater funziona benissimo nei Paesi e nei momenti nei quali non è necessaria. Ma in un Paese come l'Italia e in un momento come questo è spuntata. Infatti, come non si conosce un metodo democratico per passare dalla servitù alla democrazia, così non si conosce un metodo utilitaristico per passare dall'inutile dispendio dei formalismi parlamentari e dal disordine dissipatorio dei furori popolari alla elementare utilità di una rapida e radicale riforma di un regime fallito che è stato definito «dispotismo parlamentare». Il fatto è che in Italia non esistono contenitori, non esistono simboli utilizzabili per lo Stato, e cioè, per tutti e per ciascuno. Niente di strano dunque se, non esistendo il simbolo dell'interesse generale, non si riesce poi a trovare il soggetto dell'utilità che è o dovrebbe essere la comunità nazionale.

Savater non era tenuto a disperdersi nei nostri labirinti. Ma chi ci vaga dentro da anni non può fare a meno di accorgersi che qui è inutile importare la buona terra della ragione democratica con le radici liberali e utilitaristiche che alimenta e nutre, se non si importa anche il vaso che altrove la contiene. Le più raffinate e moderne teorie sociologiche, come il contrattualismo o il neo contrattualismo, arrivate qui non danno frutti perché non si riesce a travasare la terra e le radici da un contenitore all'altro e si è costretti a rovesciare tutto alla rinfusa sul pavimento. Savater non ignora il problema del contenitore, ma lo risolve di sfuggita, fissando i due pilastri che costituiscono l'involucro di qualsiasi società: l'individuo e lo Stato. E, per non annoiare i giovani con argomentazioni erudite, ricorre sbrigativamente al motto dei Quattro moschettieri: «Tutti per uno, uno per tutti».

Non è difficile accorgersi che questa è la formula più spiccia e meno retorica per un simbolo (o contenitore) indispensabile. Solo che è difficile applicarla in un Paese dove da molti anni si è buttato via il vaso.

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