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Cosa Nostra

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Storia della mafia siciliana
trad. di Giovanni Ferrara degli Uberti, cartine di N. Gower
con ill.
- disponibile anche in ebook
edizione aggiornata
Edizione: 20187
Collana: Economica Laterza [454]
ISBN: 9788842084969
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Storia d'Italia

In breve

Quando ho finito di leggere questa storia di Cosa Nostra non ho saputo se privilegiare l’accuratezza, la precisione, l’intelligenza dello storico o la leggerezza, la scorrevolezza, la fluidità del narratore.
Andrea Camilleri

Nessun altro libro sulla mafia è insieme così persuasivo, comprensivo e leggibile.
Denis Mack Smith

Il miglior saggio mai scritto sulla mafia. Dickie è implacabile nella sua chiarezza.
Massimo Carlotto

Un saggio che scuote ogni certezza.
Corrado Augias

Una storia narrata con la perizia di uno spregiudicato autore di thriller.
Salvatore Ferlita
, “la Repubblica”

Incalzante. Si legge d’un fiato come un racconto romanzesco, ricco di episodi drammatici, di colpi di scena, di intrecci misteriosi, sullo sfondo della storia politica italiana dall’Unità a oggi.
Vittorio Grevi
, “Corriere della Sera”

Leggi un brano

I metodi della mafia furono messi a punto durante un periodo di rapida crescita dell’industria agrumaria. I limoni erano diventati per la prima volta un pregiato frutto d’esportazione tra il 1705 e il 1710. Poi, a metà Ottocento, un lungo boom degli agrumi ingrossò la cintura verde scuro della Sicilia. Due pilastri del modo di vita britannico ebbero un ruolo in questa espansione. A partire dal 1795, la Royal Navy utilizzò i limoni come rimedio contro lo scorbuto che colpiva i suoi equipaggi. Su una scala molto più modesta, l’essenza di bergamotto veniva usata per aromatizzare il tè Earl Grey (la cui produzione commerciale cominciò negli anni Quaranta dell’Ottocento).

Le arance e i limoni siciliani prendevano la via di New York e di Londra quando sulle montagne dell’interno erano ancora praticamente ignoti. Nel 1834 furono esportate oltre 400.000 casse di limoni. Nel 1850 si era già arrivati a 750.000, e a metà degli anni Ottanta ben due milioni e mezzo di casse di agrumi italiani (una cifra che lascia stupefatti) sbarcavano ogni anno a New York; e il grosso era di origine palermitana. Nel 1860, l’anno della spedizione garibaldina, si stimava che i limoneti siciliani fossero la terra agricola più redditizia d’Europa, battendo perfino i guadagni realizzati dai frutteti intorno a Parigi. Nel 1876 la coltivazione di agrumi aveva una redditività per ettaro superiore di oltre sessanta volte a quella media del resto della Sicilia.

Gli agrumeti ottocenteschi erano attività produttive moderne, che esigevano un massiccio investimento iniziale. Bisognava liberare la terra dalle pietre e terrazzarla; costruire magazzini e strade; innalzare muri di cinta per proteggere i raccolti dal vento e dai ladri; scavare canali d’irrigazione e installare scolmatori. Una volta messi a dimora gli alberi, occorrevano circa otto anni perché producessero i primi frutti. E parecchi altri anni dovevano passare prima che le somme investite cominciassero a fruttare un guadagno.

Oltre a richiedere investimenti ingenti, i limoneti sono altamente vulnerabili. Un’interruzione anche breve della fornitura d’acqua può avere effetti devastanti. Il vandalismo, diretto contro gli alberi o i loro frutti, è un rischio costante. Fu questa combinazione di vulnerabilità e di elevati margini di profitto a creare l’ambiente perfetto per i racket mafiosi della protezione/estorsione.

Sebbene ci fossero – e ci siano – limoneti in molte regioni costiere della Sicilia, la mafia è stata fino a tempi recenti un fenomeno concentrato in misura preponderante nella parte occidentale dell’isola. Essa emerse nell’area intorno a Palermo. Con quasi 200.000 abitanti nel 1861, Palermo era il centro politico, giudiziario e bancario della Sicilia occidentale. Nei settori della proprietà e dell’affitto della terra circolava più denaro che in qualunque altra zona dell’isola. Palermo era il centro dei mercati all’ingrosso e al consumo, ed era il porto principale. È qui che buona parte della terra agricola della provincia (e non solo) veniva comprata, venduta e affittata. Infine, era Palermo a decidere l’agenda politica. La mafia nacque non dalla povertà e dall’isolamento, ma dal potere e dalla ricchezza.

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